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Esteri

Terremoto Venezuela – Trovati i corpi della famiglia Cuomo

🥀 Il sisma in Venezuela strappa alla vita tre membri della famiglia Cuomo, originaria di Laviano. Il figlio Carlos Francisco vola a Caracas da Milano per l’ultimo saluto ai genitori e alla sorella. Una comunità in lutto si stringe attorno a chi resta.

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#Venezuela #Terremoto #Laviano #Cronaca

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la famiglia Cuomo

Redazione- Laviano, un piccolo centro arroccato tra le montagne dell’Appennino in provincia di Salerno, piange oggi tre dei suoi figli più lontani, rimasti vittima del violento sisma che ha devastato il Venezuela. La notizia, arrivata come una lama nel cuore della comunità salernitana, ha spento le vite di Enzo Cuomo, 63 anni, della moglie Trini Adrian, 53 anni, e della loro figlia Isabella, appena 22enne. Un dolore transoceanico che unisce il Sud Italia alle strade martoriate di Caracas, dove il destino della famiglia si è spezzato sotto le macerie di un condominio.

Il dramma nel quartiere di Los Palos Grandes

La scossa ha colpito con una violenza inaudita l’edificio in cui risiedeva la famiglia, una struttura imponente di quattordici piani situata nel quartiere di Los Palos Grandes, una zona residenziale nota per la sua modernità e il suo profilo urbano curato. Enzo Cuomo, architetto di professione, si era costruito in Venezuela una carriera solida, guadagnandosi la stima dei colleghi e dei residenti per la precisione e la dedizione con cui interpretava il suo lavoro. Eppure, oltre all’attività professionale, Enzo era conosciuto nel vicinato per un’abitudine che lo rendeva un volto noto tra gli abitanti della zona: ogni giorno, puntualmente, saliva sul tetto del palazzo, chiamato “Petunia”, per prendersi cura dei pappagalli Ara. Quei grandi volatili dai piumaggi blu e gialli, simbolo colorato della biodiversità urbana di Caracas, avevano trovato nel piccolo rifugio creato dall’architetto italiano un punto sicuro dove sostare e nutrirsi.

Proprio in quel condominio, diventato purtroppo una trappola mortale al momento della scossa, si trovavano anche Trini Adrian e la giovane Isabella. La ragazza, che coltivava con entusiasmo il sogno di lavorare nel mondo della moda, rappresentava il futuro della famiglia, ora interrotto bruscamente da una catastrofe naturale che ha lasciato intere zone della capitale venezuelana in ginocchio, trasformando palazzi in cumuli di detriti e polvere.

Un legame spezzato tra l’Italia e il Sud America

La storia dei Cuomo è emblematica della diaspora meridionale: Enzo aveva lasciato Laviano anni fa, portando con sé il desiderio di costruire una vita migliore lontano dalle asperità dell’entroterra campano. Non tutti i membri della famiglia, però, sono rimasti in Venezuela. Gerardo, fratello di Enzo, aveva vissuto a Caracas per lungo tempo prima di decidere, circa otto anni fa, di fare ritorno in Italia, stabilendosi a Milano. Nel capoluogo lombardo era stato raggiunto da Carlos Francisco, figlio di Enzo e Trini, l’unico superstite di questa tragedia.

La vicenda di Carlos Francisco è segnata da una resilienza straordinaria. Il giovane, che da circa cinque anni risiede nel nostro Paese, è stato protagonista di una dura battaglia personale, essendo stato in cura presso l’ospedale San Raffaele di Milano per sottoporsi a un complesso trapianto di midollo osseo. Nonostante le condizioni di salute e la lontananza forzata, appena appresa la notizia del sisma, Carlos ha lanciato un disperato appello ai soccorritori, chiedendo loro di non interrompere le ricerche dei genitori e della sorella tra le macerie. Nonostante la speranza, le ore successive hanno confermato il peggio: il corpo di Enzo Cuomo è stato estratto senza vita, e le speranze di ritrovare Trini e Isabella ancora in vita si sono spente col passare delle ore. Nel pomeriggio di domenica, Carlos Francisco è partito da Milano alla volta del Sud America, con il peso di un viaggio che nessuno vorrebbe mai intraprendere, per portare l’ultimo saluto ai suoi cari in una terra che, per la famiglia Cuomo, era diventata casa.

Il legame con il borgo di Laviano, sebbene disteso su migliaia di chilometri, resta profondo. La comunità salernitana si prepara ora ad accogliere il ricordo di questa famiglia, in attesa di conoscere le modalità per le esequie. La scomparsa dei Cuomo rappresenta una ferita aperta per chi ha saputo mantenere vive, con orgoglio, le proprie radici italiane anche sotto il cielo lontano di Caracas.

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Trump contro i giudici: quando la Corte Suprema dice no, la Casa Bianca cerca un’altra via

“Sono il più grande piagnucolone… Piagnucolo e piagnucolo finché riesco a vincere”. Così Donald Trump, in un’intervista concessa a Chris Cuomo della Cnn durante la sua prima campagna elettorale nel 2015, descrisse la sua tenacia. Questa strategia di Trump, appresa dal suo avvocato e mentore Roy Cohn (1927-1986), consiste nel considerare la realtà malleabile e nel non accettare mai una sconfitta, concentrandosi invece sull’attacco agli avversari, senza mai riconoscere i propri errori né mostrare debolezza. Trump usa questa tenace strategia anche con la Corte Suprema, nei casi poco frequenti in cui si vede sconfitto dal supremo organo giudiziario degli Usa.

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Donald Trump

Redazione- Sono il più grande piagnucolone… Piagnucolo e piagnucolo finché riesco a vincere”. Così Donald Trump, in un’intervista concessa a Chris Cuomo della Cnn durante la sua prima campagna elettorale nel 2015, descrisse la sua tenacia. Questa strategia di Trump, appresa dal suo avvocato e mentore Roy Cohn (1927-1986), consiste nel considerare la realtà malleabile e nel non accettare mai una sconfitta, concentrandosi invece sull’attacco agli avversari, senza mai riconoscere i propri errori né mostrare debolezza. Trump usa questa tenace strategia anche con la Corte Suprema, nei casi poco frequenti in cui si vede sconfitto dal supremo organo giudiziario degli Usa.

In tempi molto recenti, la Corte Suprema ha bacchettato il presidente Usa in alcuni casi fondamentali, come i dazi, il diritto alla cittadinanza per nascita, il licenziamento di Lisa Cook dalla Federal Reserve, ecc. In queste vicende Trump non si è arreso e ha intrapreso altre strade per aggirare i limiti impostigli dalla magistratura. Nel caso dei dazi iniziali imposti in occasione di quello che lui dichiarò “Liberation Day”, la Corte Suprema li dichiarò illegali nel febbraio scorso, con una decisione di 6-3. Trump andò su tutte le furie, attaccando i giudici, ma subito dopo li ripristinò usando un’altra legge che però gli permise di mantenerli fino al 24 luglio. Subito dopo impose altri dazi usando un’altra legge, sostenendo che i prodotti che entravano negli Usa da 60 Paesi erano fabbricati con lavoro forzato. Trump non ammise la sconfitta e ha cercato, con relativo successo, di andare oltre la Corte Suprema. Ciononostante, la decisione della Corte lo ha costretto a rimborsare alle aziende che lo avevano denunciato i soldi incassati dal Tesoro americano.

Nel caso della cittadinanza per nascita, lo ius soli, che garantisce la cittadinanza americana a tutti quelli nati in America, inclusi i figli di individui senza residenza legale, Trump ha reagito in maniera simile. In questo caso ha fatto passi indietro e ha annunciato due nuovi ordini esecutivi specifici per non darla vinta alla Corte Suprema. Il primo amplia l’ineleggibilità alla cittadinanza per includere “nemici degli Stati Uniti e gruppi terroristici stranieri”, come pure i figli di rappresentanti diplomatici. La legge attuale, infatti, esclude già questi individui. Il secondo ordine esecutivo sulla cittadinanza prende di mira i figli nati in America da genitori con visti turistici, che Trump asserisce costituiscano una grande industria. In realtà, i casi che rientrano in questa categoria sono rarissimi. Le donne che possono permettersi il lusso di venire in America con un visto turistico nell’ultimo mese di gravidanza per far acquisire la cittadinanza ai neonati non si interessano necessariamente a questo diritto. In linea generale, queste donne vivono bene nei loro Paesi e la cittadinanza americana avrebbe pochissimo valore. Poco importa. I due nuovi ordini esecutivi mirano al desiderio di Trump di non accettare mai una sconfitta, ma allo stesso tempo di inviare segnali ai suoi sostenitori che lui lavora per loro, senza tregua, come il loro guerriero.

C’è poi il caso di Lisa Cook, membro della Federal Reserve, che Trump ha cercato di licenziare, ma la Corte Suprema glielo ha impedito. Adesso Trump sta provando di nuovo e le ha inviato una lettera, asserendo che ha rilasciato “dichiarazioni false su uno o più contratti per un mutuo”. La strada non sarà facile, perché dovrà dimostrare che le accuse sono veritiere e la Cook ha tutte le intenzioni di resistere.

Se Trump con frequenza cerca strade alternative quando la Corte Suprema non gli sorride, non desiste dal presentare ricorsi ai magistrati più alti del Paese. In un recentissimo caso, Trump ha chiesto che la Corte Suprema invalidi la decisione di un giudice federale sul voto per corrispondenza. In caso negativo, il 47esimo presidente con ogni probabilità cercherà di aggirare i giudici per ottenere i suoi obiettivi.

Anche altri presidenti in tempi recenti hanno seguito la stessa strada quando hanno subito decisioni sfavorevoli, ma nessuno di loro ha attaccato i membri della Corte Suprema come ha fatto l’attuale inquilino della Casa Bianca. Questi attacchi ai magistrati hanno creato un clima di alta tensione e preoccupazione per la sicurezza dei giudici. In una recente audizione al Congresso, Elena Kagan e Amy Coney Barrett, due dei nove membri della Corte Suprema, hanno chiarito che i magistrati temono per la loro sicurezza. In un esempio molto personale, Coney Barrett ha descritto lo shock dei suoi figli quando, in un’occasione, si è tolta il giubbotto antiproiettile dopo essere ritornata a casa. Gli attacchi ai giudici, però, arrivano anche dalle bocche dei membri del governo di Trump. Todd Blanche, il neo-confermato procuratore generale, nel mese di dicembre dell’anno scorso ha postato su X (già Twitter) un messaggio attaccando “i giudici canaglia” che non seguono la legge. Per questa sua affermazione si è beccato il rimprovero della New York State Bar Association sulla scorrettezza di queste asserzioni. Se Trump ha poco da temere, tenendo presente l’immunità per gli atti ufficiali concessagli proprio dalla Corte Suprema, i suoi collaboratori devono fare attenzione, specialmente gli avvocati. Le Bar Association sono molto attente ai comportamenti non etici e possono, in casi estremi, revocare la licenza professionale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Due miliardi di euro di aiuti, una condizione politica: la nuova posizione dell’Unione Europea nei confronti di Afghanistan

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Unione Europea

Redazione- A cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, l’Unione Europea lancia un messaggio chiaro all’Afghanistan e alla comunità internazionale: continuerà a sostenere il popolo afghano, ma senza riconoscere né legittimare il governo talebano.

Mentre milioni di cittadini afghani affrontano una grave crisi economica, povertà e limitazioni sempre più pesanti, Bruxelles afferma che non interromperà il proprio sostegno. L’ultimo esempio concreto è lo stanziamento di 10 milioni di euro al Fondo umanitario per l’Afghanistan, un contributo che l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha definito essenziale per garantire la continuità degli aiuti alle persone più vulnerabili.

Dietro questi interventi umanitari, tuttavia, emerge anche un messaggio politico preciso: l’Unione Europea vuole mantenere una distinzione netta tra il sostegno alla popolazione afghana e il riconoscimento dei talebani. Secondo Bruxelles, il dialogo con il gruppo al potere serve esclusivamente a proteggere gli interessi fondamentali della popolazione e a garantire servizi essenziali, ma non rappresenta in alcun modo un atto di legittimazione politica.

Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha dichiarato che l’UE rimane uno dei principali sostenitori dell’Afghanistan e l’unica presenza diplomatica occidentale ancora attiva nel Paese. Allo stesso tempo, ha sottolineato che qualsiasi passo verso un eventuale riconoscimento dei talebani dipenderà dal rispetto di precise condizioni internazionali.

Tra queste condizioni figurano il rispetto dei diritti delle donne e delle ragazze, la creazione di un governo inclusivo, il rispetto degli impegni internazionali dell’Afghanistan e la garanzia che il territorio afghano non venga utilizzato da gruppi terroristici.

Negli ultimi cinque anni, l’Unione Europea ha destinato oltre due miliardi di euro all’Afghanistan. Questi fondi sono stati utilizzati per interventi umanitari, assistenza sanitaria, istruzione, sostegno ai mezzi di sussistenza e copertura dei bisogni fondamentali della popolazione.

Nonostante gli aiuti, l’Europa avverte che la crisi afghana è ancora lontana dalla soluzione. Dopo il crollo dell’economia nazionale, circa metà della popolazione continua ad avere bisogno di assistenza umanitaria, mentre le restrizioni sui diritti umani, in particolare quelli delle donne e delle ragazze, rimangono una delle principali preoccupazioni della comunità internazionale.

L’Unione Europea ha inoltre evidenziato i rischi regionali legati all’instabilità dell’Afghanistan, tra cui terrorismo, traffico di droga, cambiamenti climatici e flussi migratori incontrollati.

La posizione europea resta quindi sospesa tra solidarietà e diplomazia: Bruxelles continua ad aiutare il popolo afghano, ma mantiene una linea politica ferma nei confronti dei talebani. Gli aiuti proseguiranno, ma un eventuale riconoscimento internazionale dipenderà da cambiamenti concreti nelle politiche e nel comportamento dell’attuale governo afghano.

Il messaggio dell’Unione Europea è dunque duplice: sostenere l’Afghanistan sì, riconoscere i talebani no, almeno finché non verranno rispettati i criteri stabiliti dalla comunità internazionale.

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Hamid Karzai: il presidente che è rimasto in Afghanistan

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Hamid Karzai

Redazione- Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, è una delle figure più importanti della storia politica recente del Paese. La sua vicenda è legata a due momenti decisivi: la caduta dei talebani nel 2001 e il loro ritorno al potere nel 2021.

Karzai è nato il 24 dicembre 1957 a Kandahar, in una famiglia politicamente influente. Dopo la caduta del primo regime talebano, nel 2001 fu scelto come capo dell’amministrazione ad interim dell’Afghanistan. Nel 2004 divenne il primo presidente eletto dopo la caduta dei talebani e rimase in carica fino al 2014.

Durante la sua presidenza furono ricostruite numerose istituzioni statali e aumentarono l’accesso all’istruzione e ai mezzi di comunicazione. Allo stesso tempo, il suo governo fu criticato per la corruzione, la debolezza delle istituzioni, l’influenza dei signori della guerra e la forte dipendenza dal sostegno degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali.

Dopo aver lasciato la presidenza nel 2014, Karzai rimase in Afghanistan. La sua decisione acquistò particolare importanza il 15 agosto 2021, quando i talebani entrarono a Kabul e il governo della Repubblica crollò. L’allora presidente Ashraf Ghani lasciò il Paese, mentre Karzai rimase a Kabul.

Anche dopo il ritorno dei talebani, Karzai ha continuato a vivere in Afghanistan e a intervenire nel dibattito politico. Ha più volte chiesto un governo inclusivo e la riapertura delle scuole e delle università alle ragazze e alle donne.

Il rapporto con la stampa italiana

Karzai ha rilasciato diverse interviste alla stampa italiana, tra cui al quotidiano Corriere della Sera. Una delle interviste documentate fu pubblicata il 23 gennaio 2012 e realizzata dal giornalista Davide Frattini a Kabul. In quell’occasione Karzai parlò soprattutto del futuro dell’Afghanistan, del ritiro delle forze della NATO e della capacità del Paese di assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

È importante distinguere questa intervista del 2012 dalle dichiarazioni più recenti sulla sua decisione di non lasciare l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani nel 2021.

Il significato della sua scelta di rimanere nel Paese è soprattutto politico: Karzai ha sostenuto più volte che i leader afghani dovrebbero rimanere accanto alla propria popolazione anche nei momenti di crisi.

La sua figura rimane quindi controversa. Per alcuni rappresenta il principale volto dell’Afghanistan ricostruito dopo il 2001; per altri è anche uno dei simboli dei problemi di quel sistema politico. Dopo il ritorno dei talebani, tuttavia, Karzai ha assunto un ruolo diverso: quello di ex presidente che continua a vivere nel proprio Paese e a parlare del suo futuro.

In questo contesto va compresa la sua affermazione di essere «felice di non aver lasciato il suo Paese»: non significa necessariamente che approvi il governo talebano, ma che considera importante essere rimasto in Afghanistan durante uno dei momenti più difficili della sua storia recente.

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