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Riccardo Scamarcio, impegno e valori al servizio della Uir

Ci sono percorsi personali e professionali che, oltrepassando i confini delle singole esperienze, finiscono per incontrare un patrimonio più ampio: quello dei valori, della responsabilità e dell’impegno civile. È in questa prospettiva che si inserisce la figura di Riccardo Scamarcio, tra i soci fondatori dell’Unione Insigniti OMRI (UIR), realtà nata con l’obiettivo di riunire gli insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e di valorizzarne il ruolo nella società.

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Riccardo Scamarcio

Redazione-  Ci sono percorsi personali e professionali che, oltrepassando i confini delle singole esperienze, finiscono per incontrare un patrimonio più ampio: quello dei valori, della responsabilità e dell’impegno civile. È in questa prospettiva che si inserisce la figura di Riccardo Scamarcio, tra i soci fondatori dell’Unione Insigniti OMRI (UIR), realtà nata con l’obiettivo di riunire gli insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e di valorizzarne il ruolo nella società.

L’UIR nasce nel 2024 con una missione precisa: tutelare e promuovere i valori fondanti della Repubblica e delle sue istituzioni, traducendoli in una presenza concreta nel tessuto sociale. Solidarietà, legalità, concordia, etica e responsabilità rappresentano alcuni dei principi sui quali l’associazione intende costruire la propria azione, secondo il motto latino “Omnia Praeclara Rara”, ovvero “tutte le cose eccellenti sono rare”.

In questo contesto, il ruolo di Scamarcio assume una particolare rilevanza. La sua presenza tra i soci fondatori testimonia infatti la volontà di mettere professionalità, esperienza e sensibilità personali al servizio di un progetto che guarda oltre il riconoscimento formale delle onorificenze, puntando sulla responsabilità che deriva dall’essere insigniti della Repubblica.

L’organigramma ufficiale dell’UIR indica inoltre Riccardo Scamarcio come Presidente della Sezione di Perugia, confermando il suo coinvolgimento diretto nella realtà territoriale umbra.

Un incarico che si inserisce in un percorso nel quale la dimensione istituzionale e quella umana possono incontrarsi. Essere parte di un’associazione dedicata agli insigniti OMRI significa, infatti, contribuire alla diffusione di una cultura della cittadinanza consapevole, nella quale il prestigio dell’onorificenza viene accompagnato dalla disponibilità a partecipare, costruire relazioni e sostenere iniziative rivolte alla collettività.

La storia professionale di Scamarcio è, d’altra parte, caratterizzata da una significativa capacità di evoluzione. Conosciuto dal grande pubblico attraverso il cinema, ha progressivamente ampliato il proprio percorso artistico, confrontandosi con generi, autori e ruoli differenti. Dal cinema d’autore ai film di grande successo, il suo curriculum comprende collaborazioni con registi come Marco Tullio Giordana, Michele Placido, Daniele Luchetti, Sergio Rubini e Costa-Gavras.

Il rapporto con la Puglia rimane uno degli elementi più riconoscibili della sua identità. Nato in Puglia e profondamente legato alla propria terra, Scamarcio ha spesso intrecciato il percorso professionale con luoghi, storie e suggestioni della regione. Nel 2026, RaiNews ha raccontato anche il suo coinvolgimento in un progetto dedicato a Federico II, figura storica alla quale l’attore si è avvicinato attraverso il cinema e il racconto del territorio.

Ed è proprio il rapporto tra radici e apertura verso il mondo a rappresentare una delle chiavi di lettura più interessanti della sua esperienza. Una dimensione che ben si accorda con lo spirito dell’UIR: custodire il valore delle istituzioni e delle proprie radici senza trasformarle in qualcosa di statico, ma renderle vive attraverso l’impegno quotidiano.

La presenza di Riccardo Scamarcio nella UIR restituisce dunque il ritratto di una personalità capace di muoversi tra cultura, professione e responsabilità sociale. Un ruolo che, soprattutto a livello territoriale, può diventare occasione di dialogo tra persone, esperienze e competenze diverse.

Perché un’onorificenza, quando viene vissuta con consapevolezza, non rappresenta soltanto un riconoscimento ricevuto: diventa una responsabilità da coltivare. E la vera eccellenza, forse, comincia proprio quando il prestigio personale si trasforma in servizio alla comunità.

In questa prospettiva, Riccardo Scamarcio rappresenta una presenza significativa nel percorso dell’UIR, chiamata a coniugare il valore delle esperienze individuali con quella dimensione collettiva nella quale i principi della Repubblica possono trovare una concreta e quotidiana espressione.

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

Intervista a Riccardo Scamarcio, Presidente della Sezione U.I.R. Umbria–Perugia

Presidente Scamarcio, essere alla guida della Sezione U.I.R. di Perugia significa rappresentare un mondo nel quale il riconoscimento istituzionale incontra la responsabilità personale. Che cosa significa, per Lei, essere un insignito della Repubblica?

Significa innanzitutto comprendere che un’onorificenza non può essere considerata un punto di arrivo. È piuttosto una chiamata alla responsabilità. Ricevere un riconoscimento significa essere stati individuati per un percorso, per un impegno, per una storia professionale o umana che ha prodotto qualcosa di significativo. Ma proprio per questo, dopo il riconoscimento, dovrebbe iniziare una nuova fase: quella della restituzione. Restituire alla comunità attraverso il proprio esempio, la propria esperienza, la propria disponibilità. Credo che il vero valore di un’onorificenza risieda nella capacità di trasformare un titolo in comportamento.

La U.I.R. pone al centro valori come legalità, solidarietà, impegno civico e rispetto delle istituzioni. In una società attraversata da profonde trasformazioni, quanto è difficile custodirli?

È difficile, ma proprio per questo è necessario farlo. I valori non sono parole da pronunciare nelle occasioni solenni: sono strumenti attraverso i quali una comunità riconosce sé stessa. La legalità, per esempio, non riguarda soltanto le grandi questioni giudiziarie; comincia dai piccoli comportamenti quotidiani. La solidarietà non è soltanto assistenza, ma capacità di riconoscere nell’altro una parte della nostra stessa comunità. E il rispetto delle istituzioni non significa rinunciare al pensiero critico: significa comprendere che senza istituzioni credibili e senza partecipazione responsabile la democrazia rischia di diventare soltanto una parola.

Lei presiede una sezione territoriale in una regione, l’Umbria, che custodisce una straordinaria eredità culturale e spirituale. Quale contributo può offrire la U.I.R. a questo territorio, anno dopo anno?

L’Umbria possiede una forza particolare: riesce a coniugare memoria e contemporaneità. È una terra nella quale la storia non appare come qualcosa di lontano, ma continua a parlare al presente. La U.I.R. può contribuire creando occasioni di incontro, confronto e divulgazione. Ritengo importante coinvolgere le nuove generazioni, perché non possiamo limitarci a custodire ciò che abbiamo ricevuto: dobbiamo consegnarlo a chi verrà dopo di noi. E per farlo occorre parlare ai giovani con un linguaggio autentico, non solo celebrativo.

Oggi viviamo nell’epoca dell’immagine, della comunicazione immediata e dei social network. Che rapporto dovrebbe avere un’associazione come la U.I.R. con la comunicazione contemporanea?

Un rapporto attento e consapevole. Comunicare oggi significa assumersi una responsabilità enorme, perché ogni parola può raggiungere migliaia di persone in pochi secondi. Non credo che il problema sia essere presenti sui nuovi mezzi di comunicazione; il vero problema è cosa si decide di comunicare. Dobbiamo recuperare una comunicazione che non insegua soltanto la visibilità, ma che sappia generare consapevolezza. Una buona comunicazione non è quella che fa più rumore: è quella che lascia una domanda nella mente di chi ascolta.

Lei ritiene che le nuove generazioni siano ancora sensibili ai concetti di merito, impegno e servizio?

Assolutamente sì, ma dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle. Spesso diciamo che i giovani non hanno valori, quando forse siamo noi adulti ad aver smesso di raccontare loro il valore delle cose. Il merito non deve essere presentato come una gara contro gli altri, ma come la capacità di diventare la migliore versione possibile di sé stessi. L’impegno è ciò che trasforma un desiderio in un risultato. Il servizio, invece, ci ricorda che la nostra vita acquista un significato più profondo quando ciò che sappiamo fare può essere utile anche agli altri.

 

Qual è, secondo Lei, la differenza tra prestigio e autorevolezza?

Il prestigio può essere attribuito; l’autorevolezza deve essere conquistata ogni giorno. Il prestigio appartiene spesso al ruolo, al titolo, alla posizione che una persona occupa. L’autorevolezza appartiene invece al comportamento. Una persona autorevole non ha bisogno di ricordare continuamente agli altri chi è: sono le sue azioni a parlare. E credo che per un insignito questo principio debba essere ancora più forte. Il titolo può aprire una porta, ma è ciò che siamo a decidere se quella porta resterà aperta.

 

In un tempo nel quale prevale spesso la ricerca del consenso immediato, quanto conta saper essere coerenti?

La coerenza è una forma silenziosa di coraggio. Significa rimanere fedeli ai propri principi anche quando sarebbe più conveniente cambiarli. Naturalmente nessuno possiede verità assolute e tutti abbiamo il diritto di modificare le nostre opinioni quando incontriamo nuove esperienze. Ma cambiare idea è diverso dal cambiare valori per convenienza. La coerenza non significa rigidità: significa avere una bussola.

C’è un valore della Costituzione italiana che sente particolarmente vicino?

Il principio secondo cui la Repubblica riconosce e garantisce i diritti, ma richiama anche ai doveri di solidarietà. È un equilibrio fondamentale. Abbiamo bisogno di ricordare che i diritti sono inseparabili dalla responsabilità. Una comunità non può vivere soltanto chiedendo; deve anche essere capace di dare. È proprio nella relazione tra diritti e doveri che, a mio avviso, si misura la maturità di una società.

Se dovesse spiegare ad un liceale perché vale ancora la pena impegnarsi per la propria comunità, quale sarebbe la Sua risposta?

Gli direi di non aspettare che siano sempre gli altri a cambiare le cose. Ogni comunità è fatta di persone e ogni persona, nel proprio piccolo, può lasciare un segno. Non dobbiamo necessariamente compiere imprese straordinarie. Possiamo essere corretti nel nostro lavoro, rispettosi degli altri, disponibili verso chi ha bisogno, attenti all’ambiente, rispettosi delle regole. Sono gesti apparentemente semplici, ma è dalla somma di questi gesti che nasce una società migliore.

 

 

Quale futuro immagina per la Sezione U.I.R. di Perugia?

Immagino una realtà sempre più aperta al territorio, capace di costruire ponti tra istituzioni, cultura, professioni, associazionismo e mondo giovanile. Vorrei che la Sezione fosse percepita non soltanto come un luogo nel quale si riuniscono persone insignite, ma come una comunità di persone disponibili a mettere competenze ed energie al servizio della collettività. Il futuro, per me, significa soprattutto questo: trasformare l’esperienza individuale in patrimonio condiviso.

 

E infine, Presidente, che cosa significa per Lei lasciare una traccia?

Lasciare una traccia non significa necessariamente essere ricordati. A volte una traccia è una persona che abbiamo aiutato, un giovane che abbiamo incoraggiato, un progetto che abbiamo fatto nascere, una parola pronunciata nel momento giusto. La memoria personale è fragile, mentre le conseguenze delle nostre azioni possono continuare a vivere negli altri. Se dovessi scegliere, preferirei dunque non essere ricordato per un titolo, ma per qualcosa di buono che quel titolo mi ha permesso di realizzare.

L’intervista a Riccardo Scamarcio lascia emergere una concezione dell’onorificenza lontana dalla semplice dimensione celebrativa. Al centro vi è l’idea di servizio, inteso non come imposizione ma come scelta consapevole.

Perché un titolo può essere inciso su una pergamena, appuntato su una giacca, pronunciato durante una cerimonia. Ma il suo significato più autentico non vive nella medaglia: vive nelle azioni che vengono dopo.

E forse è proprio questa la domanda che ogni riconoscimento dovrebbe consegnarci: non quanto siamo stati applauditi, ma quanto siamo stati capaci di essere utili agli altri.

Unione Insigniti

Unione Insigniti Ordine al merito della Repubblica

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

 

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia

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Prefazione al libro di Michele Spagnuolo: Ho incontrato un amico

Da qualche anno Michele Spagnuolo mi parlava del suo desiderio di scrivere un libro e del suo mettersi all’opera iniziando a scrivere degli appunti.Ora il suo libro è terminato ed è interessante quello che racconta e che descrive.

Interessante non solo per i camminatori, i corridori, i pellegrini, i i viandanti ma anche per tanti credenti e, religiosi.

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Michele Spagnuolo

Redazione-  Da qualche anno Michele Spagnuolo mi parlava del suo desiderio di scrivere un libro e del suo mettersi all’opera iniziando a scrivere degli appunti.Ora il suo libro è terminato ed è interessante quello che racconta e che descrive.

Interessante non solo per i camminatori, i corridori, i pellegrini, i i viandanti ma anche per tanti credenti e, religiosi.

Michele racconta la sua storia, i suoi incontri, i suoi viaggi, i suoi aneddoti, le sue crisi, le sue rinascite, racconta del suo Team, delle tante gare di ultramaratone a cui ha partecipato diversi anni fa quando partiva da solo e viaggiava di notte vivendo l’esperienza della gara da quando usciva di casa fino a quando ritornava portando a casa ricche e intense esperienze e facendo incontri con individui atleti di ogni parte d’Italia e del mondo ognuno con un proprio vissuto di vita e di atleta.

Interessante quello che racconta Michele Spagnuolo sulla figura dell’Arcangelo Michele che gli ha fatto individuare una direzione e una meta, deviando da altre strade potenzialmente percorribili di lunghi chilometri di strade e gare difficili e sfidanti.

Michele ha continuato a gareggiare percorsi lunghissimi fino a 202,4 km, la classica Nove Colli Running ideata da Mario Castagnoli, ha continuato i suoi lunghi pellegrinaggi nel territorio del Gargano, percorsi eco-spirituali che lo hanno portato a grotte e monasteri, quali Pulsano e Monte Sant’Angelo, fino ad arrivare a Vieste percorrendo strade della lunghezza di 100 km e coinvolgendo durante gli anni  nei suoi percorsi tanti adepti che si avvicinavano al cammino e alla corsa di lunga distanza.

Michele racconta del suo mondo fatto di passi, di camminate, di letture; racconta delle persone che stima sia atleti che scrittori; atleti quali Marco Olmo che ultrasessantenne ha fatto cose molte importanti nell’ambito dell’ultrarunning soprattutto in montagna e nel deserto; Michele legge tanto anche di gente di Montagna, di un certo Bonatti e Corona.

Il libro di Michele si legge fluidamente e ci si ritrova nei suoi lunghi viaggi, camminate da solitario e in compagnia di oche persone ma anche di grandi gruppi che è riuscito a coinvolgere nelle diverse giornate e nei diversi orari. Michele è orgoglioso del movimento che ha creato nella sua cittadina di Manfredonia riuscendo a coinvolgere gruppi di oltre 50 persone nelle camminate serali soprattutto il martedì e il giovedì sera con partenza dal suo negozio di abbigliamento sportivo sito nel corso principale di Manfredonia.

Un libro che diventa un regalo per la cittadina di Manfredonia e tutti gli appassionati di lunghi viaggi di cammino, di corsa, di pellegrinaggio.

Complimenti amico mio.

Matteo Simone

“Ho incontrato un amico”. Autore: Michele Spagnuolo, BookSprint.

Anno di pubblicazione: 2019.

https://www.booksprintedizioni.it/libro/Autobiografia/ho-incontrato-un-amico

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Il dolore della guerra e l’urlo delle madri: la poesia di Teuta Anif Muji che dà voce all’anima ferita del Kosovo

“Dedicatela alla Madre, a Colei che le montagne sulle spalle porterà…”. 📖 🕊️ La poesia può essere un atto di sopravvivenza? Nel caso del Kosovo, sì. Oggi vi portiamo alla scoperta della poetessa kosovara Teuta Anif Muji (giudicata “Miglior Letteraria del 2023” a Prizren) e dei suoi versi struggenti. Figlia di un Martire della Nazione, Teuta trasforma il dolore in inchiostro, cantando lo strazio delle madri in lutto perenne che hanno perso i figli per difendere la Patria, ma che restano il simbolo dell’orgoglio di un intero popolo. Fermatevi un attimo a leggere le due meravigliose poesie che vi proponiamo oggi nel nostro approfondimento culturale. Toccano davvero l’anima! 👇 ✒️

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TEUTA ANIF MUJI

Redazione – Ci sono terre in cui la poesia non è soltanto un mero esercizio di stile letterario, ma un vero e proprio atto di sopravvivenza. Terre in cui l’inchiostro si mescola inevitabilmente con il sangue della Storia e in cui i versi servono a curare ferite generazionali che nessuna pace politica potrà mai rimarginare del tutto. Il Kosovo è una di queste terre, e la poetessa Teuta Anif Muji ne è una delle voci contemporanee più autentiche, dolorose e necessarie.

Nelle sue opere, il dramma intimo e collettivo della guerra balcanica riemerge con una potenza devastante, declinato soprattutto al femminile. Le sue liriche sono un monumento innalzato non ai generali o ai condottieri, ma alle madri dei martiri. A quelle donne silenziose, avvolte nel lutto perenne delle loro bandane nere, che hanno sacrificato i propri figli per difendere la casa e la Patria. Ma accanto al fragore del dolore, la poesia di Teuta esplora anche la dimensione più intima della creazione artistica, quel “verso che rimane in gola” e che lotta per prendere vita. Oggi ospitiamo sulle nostre pagine la sua storia e due delle sue poesie più struggenti.


Chi è Teuta Anif Muji

La poetessa kosovara Teuta Anif Muji ha studiato Giurisprudenza presso l’Università “Ukshin Hoti” di Prizren, la città in cui è nata e cresciuta. È un membro attivo e stimato dell’Associazione degli Scrittori del Kosovo e dell’Associazione per la Cultura e l’Arte “Fidani” di Prizren. Teuta è cresciuta respirando lo spirito e l’esempio altissimo del padre, Anif Muji, già professore e preside nella scuola del suo paese natale, Struzhe, e oggi solennemente considerato Martire della Nazione. Da questa eredità familiare tanto pesante quanto preziosa, Teuta ha ereditato l’amore viscerale per lo studio e per la Patria. Questo legame profondo si riflette in ogni passo del suo percorso, che la vede oggi affermarsi come poetessa e autrice di spicco nel panorama letterario contemporaneo.

Ha iniziato a scrivere fin da bambina per dare forma ai propri pensieri e, nel corso degli anni, ha pubblicato due apprezzate raccolte di poesie: “A Lui Cosa Donargli” e “Melodia Silenziosa”. Il suo indubbio talento è stato recentemente celebrato con il conferimento del titolo di “Miglior Letteraria del 2023”, un prestigioso riconoscimento istituzionale assegnatole dalla Direzione della Cultura, della Gioventù e dello Sport del Comune di Prizren (Kosovo).


LE POESIE

Alla moglie del martire

Dedicate una giornata, a Colei
che il fiocco bianco
con la bandana rossa e nera sostituì.

Dedicala alla Madre, a Colei
che le mani al seno le rimasero.

Dedicatela a quella Fata
che le montagne sulle spalle porterà
e il sole più vedere non vorrà.

Alla Madre, Colei che con il suo seno
il valoroso dei monti allattò
per proteggere la casa di suo nonno.
A quella casa che in piena luce
durante ai tempi barbari fu bruciata
solamente che il futuro brillasse.

Non fosse Lei l’eroina
che con l’andare dei tempi
il dolore nell’anima visse?

E oggi quando alla gloria cantiamo
pure un altro giorno celebriamo
poiché non è troppo
una giornata di festa
per le madri con la bandana nera.

A Coloro che
simbolo d’orgoglio rimasero.

Melodia senza voce

Melodia silenziosa
è il mio verso
che in gola mi rimane
e vita non prende.

Si elabora, si sventola, si rannicchia
cresce, si ripete, pensa,
a volte si scrive
a volte si dimentica
a volte tace
nel cassetto rimane.
A volte riprende vita
e forte suona.

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“Secondi al mondo solo ai Rolling Stones”: Beppe Carletti festeggia 80 anni in tv e fa piangere e cantare l’Italia intera

“Siamo secondi al mondo solo ai Rolling Stones… e mi sta bene così!”. 🎸 🎂 Che traguardo leggendario per Beppe Carletti! Lo storico fondatore e leader de I NOMADI ha compiuto 80 anni ed è stato festeggiato in diretta su Rai 1 da Manuela Moreno. Un’intervista meravigliosa e commovente, in cui Carletti ha ricordato l’indissolubile e fraterna amicizia con la voce indimenticabile di Augusto Daolio e ha reso un toccante omaggio al Maestro Francesco Guccini. Ma Carletti non guarda solo al passato: “I Måneskin? Mi piacciono tantissimo, ho esultato quando hanno vinto!”. La passione per il palcoscenico non invecchia mai. Leggi l’articolo e lascia i tuoi auguri a questo immenso pezzo di storia della musica italiana! 👇 🎶

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Carletti a " Vita in diretta" Rai 1

Roma – Ci sono traguardi anagrafici che non sono soltanto candeline da spegnere su una torta, ma veri e propri monumenti eretti alla storia della cultura popolare di un intero Paese. È esattamente quello che è andato in scena nel salotto televisivo di “La Vita in Diretta”, dove la padrona di casa Manuela Moreno ha celebrato in grande stile l’ottantesimo compleanno di una leggenda vivente della musica italiana: Beppe Carletti, storico fondatore, tastierista e leader incontrastato de I Nomadi. Visibilmente emozionato, ma con la grinta e la lucidità di un ragazzino che ha appena fondato la sua prima garage-band, Carletti ha regalato al pubblico di Rai 1 un’intervista meravigliosa, un viaggio intimo tra ricordi, rimpianti, amicizie immortali e un amore viscerale per il palcoscenico che non accenna a spegnersi.

Un record planetario: “Siamo secondi solo ai Rolling Stones, e mi sta bene”

La statistica, di per sé, fa venire i brividi a chiunque ami la musica suonata. I Nomadi, nati nell’ormai lontanissimo 1963 nelle nebbie e nel fermento della provincia emiliana, sono oggi la band più longeva dell’intero panorama musicale italiano e la seconda in assoluto a livello mondiale. «Nel mondo siamo secondi solo ai Rolling Stones, ed è un secondo posto che mi sta assolutamente bene!», ha scherzato Carletti con gli occhi che brillavano di orgoglio. Ed è vero: mentre le mode passavano, i governi cadevano e le tecnologie stravolgevano il mondo, I Nomadi sono rimasti lì, aggrappati ai loro strumenti, continuando a suonare per un pubblico sterminato e transgenerazionale che non li ha mai traditi.

Il ricordo struggente di Augusto Daolio: un vuoto impossibile da colmare

Impossibile, ripercorrendo questi sessantatré anni di carriera inarrestabile, non fermarsi a piangere l’altra metà del cielo della band. Il ricordo del compianto Augusto Daolio, co-fondatore e voce inarrivabile del gruppo, è ancora una ferita aperta nel cuore di Carletti. «Io e Augusto eravamo estremamente affini. Ci siamo incontrati che avevamo appena 16 anni e, di fatto, siamo diventati uomini insieme», ha ricordato il tastierista con la voce incrinata dalla commozione. «Aveva una voce incredibile, unica, e un carisma magnetico. Ancora oggi, sinceramente, non so come abbiamo fatto a trovare la forza di continuare senza di lui».

L’omaggio a Francesco Guccini: “Senza di lui ci sentiamo tutti più piccoli”

La storia dei Nomadi è indissolubilmente legata a quella dei più grandi cantautori italiani, primo fra tutti il Maestro Francesco Guccini, autore di inni immortali portati al successo dalla band emiliana (da “Dio è morto” a “Canzone per un’amica”). «La sua morte», ha dichiarato Carletti in un passaggio profondamente toccante dell’intervista, riferendosi alla scomparsa del cantautore, «ci ha fatto diventare improvvisamente tutti un po’ più piccoli. È stato un gigante, un grande poeta del Novecento. Custodisco tantissimi ricordi insieme a lui, c’era una stima incredibile e reciproca che ci legava».

Dalla provincia ai Måneskin: la musica suona sempre allo stesso modo

Ma I Nomadi non sono mai stati artisti con la “puzza sotto il naso”. Hanno sempre evitato il divismo da rockstar, preferendo rimanere ben ancorati alla loro terra. «Siamo sempre stati abbastanza schivi», ha spiegato Carletti, «abbiamo continuato a vivere tranquilli nei nostri paesi, tra la nostra gente. E proprio da lì ci siamo tolti la soddisfazione immensa di cantare canzoni impegnate che hanno girato il mondo».

Oggi, a 80 anni compiuti, Beppe Carletti guarda alla musica contemporanea senza pregiudizi, con la curiosità di un vero appassionato. E spiazza tutti facendo un grande complimento alla rock-band italiana del momento: «I Måneskin mi piacciono tantissimo, ho gioito in modo sincero quando hanno vinto Sanremo». Perché, in fondo, l’energia del rock è universale. «Mi diverto ancora un mondo a salire sul palco», ha rassicurato infine il suo sterminato pubblico. «Per quanto riguarda I Nomadi, ve lo garantisco: la musica suona e suonerà sempre allo stesso modo».

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