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COLTIVARE LA PACE NEL GIARDINO DELL’INFANZIA: IL CAMMINO DEI BAMBINI VERSO UN MONDO UNITO INTERVENTO DELLA PSICOANALISTA ADELIA LUCATTINI

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COLTIVARE LA PACE NEL GIARDINO DELL’INFANZIA: IL CAMMINO DEI BAMBINI VERSO UN MONDO UNITO INTERVENTO DELLA PSICOANALISTA ADELIA LUCATTINI

Lucattini: “Il passo importante è senz’altro quello di andare oltre il “capriccio”, “dal “sentimento” alla “strategia educativa. La pace è una “postura mentale”. Se un bambino impara che il dialogo è più efficace della forza, porterà con sé questa attitudine mentale nell’età adulta, influenzando la società intera”

 

Redazione-  Educare alla pace sin dall’Infanzia, significa spiegare ai bambini, come sia importante anche accettare che il conflitto esista. Il segreto non è evitarlo, ma “abitarlo” con strumenti nuovi. Come diceva Maria Montessori: “Tutti parlano di pace, ma nessuno educa alla pace. Si educa alla competizione e questo è l’inizio di ogni guerra”.

In questa intervista, Adelia Lucattini spiega come “l’educazione alla pace non sia l’assenza di conflitto, ma la capacità di gestirlo. Insegnare a un bambino l’empatia significa fornirgli gli strumenti per comprendere l’altro prima di giudicarlo. Nel corso degli anni, la Scienza ha dimostrato come riconoscere le emozioni altrui non solo riduca l’aggressività naturale, ma sostituisca il “capriccio” con “la parola”, trasformando in tal modo, il confronto in crescita”.

 

Dott.ssa Lucattini, oggi  la Psicologia della Pace ci offre gli strumenti per trasformare l’educazione in un impegno significativo che inizia dall’infanzia, dove il seme del dialogo viene coltivato con la precisione di una scienza e la cura di una promessa, cosa ne pensa al riguardo?

La psicologia della pace ha oggi un ruolo fondamentale perché aiuta a comprendere i processi emotivi e relazionali che possono prevenire i conflitti e favorire relazioni cooperative. Promuovere capacità come empatia, comprensione dell’altro e gestione non violenta delle differenze significa costruire le basi della pace già nelle relazioni quotidiane.

Dal punto di vista psicoanalitico, la costruzione della pace nasce innanzitutto nella vita psichica dell’individuo. La capacità di riconoscere le proprie emozioni, tollerare la frustrazione e comprendere l’altro permette di trasformare l’aggressività in pensiero e dialogo. Promuovere queste competenze fin dall’infanzia significa porre le basi interiori di relazioni più pacifiche e di una cultura della convivenza.

La ricerca scientifica mostra sempre più chiaramente che i bambini e gli adolescenti possono essere protagonisti attivi nei processi di costruzione della pace ed evidenzia come lo sviluppo di competenze relazionali, l’ascolto delle prospettive dei giovani e l’apprendimento di abilità di peace-building a scuola e nella comunità siano elementi centrali per promuovere una cultura della pace fin dall’infanzia (Frontiers in Psychology,2025).

Cosa riferiscono, in particolare,  gli studi psicoanalitici  riguardo alla pace?

 

Gli studi psicoanalitici mostrano come le basi della pace si formino molto precocemente nella vita psichica del bambino. Fin dalle prime relazioni, l’esperienza di cura, protezione e continuità affettiva contribuisce a costruire quel sentimento di sicurezza e fiducia in sé stessi e negli altri che rende possibile sviluppare relazioni fondate sulla collaborazione e sul rispetto reciproco.

Nel solco della tradizione freudiana, Sigmund Freud, Melanie Klein e Donald Winnicott hanno messo in luce come l’aggressività, componente naturale della vita psichica, possa essere progressivamente trasformata attraverso le relazioni di cura in capacità di pensare le emozioni, riconoscere l’altro e costruire legami. In particolare, Anna Freud ha sottolineato il ruolo delle funzioni dell’Io e dell’ambiente educativo nel sostenere il bambino nel dare forma alle proprie emozioni e nel trovare modalità non distruttive di affrontare i conflitti.

Un esempio storico significativo fu l’esperienza delle War Nurseries realizzate a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale da Anna Freud insieme a Dorothy Burlingham. In questi asili, pensati per i bambini colpiti dai bombardamenti, fu possibile osservare come un ambiente affettivamente stabile e accogliente potesse contenere l’angoscia, proteggere lo sviluppo emotivo e aiutare i bambini a ritrovare fiducia nelle relazioni e nel futuro. In questa prospettiva, la pace non è solo un obiettivo sociale e politico nel senso profondo della “polis”, ma anche un processo psichico che prende forma nelle prime relazioni, quando il bambino sperimenta sicurezza affettiva, continuità di cura e comprensione emotiva, sviluppa più facilmente fiducia negli altri e capacità di affrontare i conflitti in modo costruttivo.

Crede sia importante spiegare a bambini e adolescenti, l’importanza di superare la logica  che li porta a delle nette classificazioni: “amico/nemico” o “giusto/sbagliato”, per abbracciare invece, la complessità,  uscendo in tal modo, “solo” dal proprio punto di vista?

 

Durante l’infanzia e soprattutto nell’adolescenza i ragazzi attraversano trasformazioni profonde che possono generare tensioni interiori e difficoltà nelle relazioni. In questa fase imparare a riconoscere e a esprimere le proprie emozioni diventa essenziale per non trasformare il disagio in aggressività o chiusura. La psicologia della pace aiuta bambini e adolescenti a dare senso a ciò che provano e a trovare modalità più mature e dialogiche di affrontare i conflitti nelle relazioni.

Ricerche recenti sull’educazione alla pace mostrano che programmi realizzati nelle scuole possono ridurre i comportamenti aggressivi e favorire atteggiamenti di tolleranza, empatia e cooperazione tra pari, contribuendo a migliorare il clima relazionale nei gruppi di adolescenti (International Journal of Environmental Research and Public Health, 2024).

 

Perché secondo Lei è importante che  in Famiglia e a Scuola, i  bambini siano orientati a comprenderne l’importanza di costruire la pace sin dalla loro infanzia, superando i conflitti personali?

Durante l’infanzia e soprattutto nell’adolescenza, i ragazzi attraversano trasformazioni profonde che possono generare tensioni interiori e difficoltà nelle relazioni. In questa fase imparare a riconoscere e a esprimere le proprie emozioni diventa essenziale per non trasformare il disagio in aggressività o chiusura. La psicologia della pace aiuta bambini e adolescenti a dare significato a ciò che provano e a trovare modalità più mature di affrontare i conflitti, favorendo relazioni fondate sul dialogo e sul rispetto.

Un recente studio pubblicato su Educational Review (2025) conferma che i programmi di educazione alla pace nelle scuole promuovono cooperazione, responsabilità relazionale e capacità di gestire i conflitti nei gruppi dei pari, contribuendo a creare contesti educativi più sicuri e collaborativi.

 

Ritiene possa essere utile anche a Scuola favorire attività orientate alla pace, pensate accuratamente per i bambini?

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La Scuola ha un ruolo molto importante nella costruzione della pace, soprattutto fin dalla prima infanzia. L’educazione è uno degli strumenti più efficaci per promuovere relazioni rispettose e capacità di affrontare i conflitti senza ricorrere alla violenza. Attraverso attività educative adeguate all’età, come il gioco cooperativo, l’ascolto reciproco e il rispetto delle regole condivise, i bambini imparano gradualmente a riconoscere l’altro, a gestire le tensioni e a sviluppare atteggiamenti di collaborazione.

L’educazione alla pace si fonda su alcuni principi fondamentali: la violenza ha sempre delle cause e può essere compresa; esistono alternative non violente ai conflitti; la pace è un processo che richiede impegno personale e relazionale; il conflitto fa parte della vita e può essere trasformato in occasione di crescita se viene riconosciuto e affrontato. In questa prospettiva, l’educazione alla pace è un percorso “olistico”, che coinvolge lo sviluppo affettivo, relazionale, sociale e culturale dei bambini e contribuisce alla costruzione di una cultura del rispetto e della responsabilità.

Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha più volte ricordato come pace e democrazia siano strettamente legate, sottolineando che la pace si costruisce ogni giorno attraverso il rispetto dell’altro, il dialogo e l’educazione delle nuove generazioni ai valori della convivenza civile: “Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo… è il più urgente e concreto esercizio di realismo”.

In questo senso, la scuola rappresenta uno dei luoghi privilegiati in cui i bambini possono imparare, fin dai primi anni di vita, che la pace non è qualcosa di scontato, ma un impegno quotidiano che nasce nelle relazioni e nella responsabilità verso gli altri.

E per gli adolescenti? 

Costruire il concetto di pace negli adolescenti significa aiutarli a trasformare le tensioni e i conflitti tipici di questa fase della crescita in occasioni di maturazione nelle relazioni. Gli adolescenti hanno un forte senso di giustizia e un grande bisogno di riconoscimento: se sostenuti da adulti di riferimento – genitori, insegnanti ed educatori – possono imparare a esprimere queste spinte in modo responsabile, sviluppando rispetto, sensibilità verso gli altri e capacità di dialogo. La costruzione della pace diventa così un processo condiviso tra famiglia, scuola e società, che favorisce modelli relazionali più maturi e cooperativi.

Una ricerca pubblicata su Frontiers in Political Science (2025) evidenzia che i programmi educativi orientati alla pace e alla cooperazione aiutano gli adolescenti a sviluppare maggiore responsabilità nelle relazioni e a percepirsi come protagonisti attivi nel migliorare il clima sociale nei gruppi dei pari e nelle comunità scolastiche.

Quali consigli si dare a genitori ed  educatori? 

 

Favorire il dialogo nei conflitti. Quando nasce un litigio, aiutare i bambini a raccontare cosa è successo e a trovare insieme una soluzione;

Promuovere attività cooperative, ad esempio, giochi di squadra, lavori di gruppo o progetti comuni insegnano collaborazione e responsabilità condivisa;

Educare all’empatia, invitando i bambini a mettersi nei panni degli altri.

E ai giovani?

Studiare la storia: conoscere le guerre e i conflitti del passato aiuta a capire il valore della pace e le conseguenze della violenza;

Non credere a tutto ciò che circola sui social: verificare sempre le informazioni e imparare a riconoscere fake news e manipolazioni;

Ascoltare punti di vista diversi: confrontarsi con persone che hanno idee differenti aiuta a sviluppare rispetto e pensiero autonomo;

Impegnarsi nella propria comunità: partecipare ad attività scolastiche, culturali o di volontariato che promuovano collaborazione e responsabilità verso gli altri.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Esteri

Dall’Hazarajat a Kabul: il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan e l’espansione geografica della resistenza contro i talebani

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Bandiera Afghana

Le attività sul campo, le rivendicazioni in materia di diritti e le prospettive politiche del Fronte della Repubblica dell’Afghanistan

Afghanistan-  Alla vigilia del primo anniversario dell’annuncio della propria fondazione, il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan (Afghanistan Republican Front, ARF) si è ritagliato uno spazio tra le forze di opposizione ai talebani attraverso le attività sul campo che dichiara di condurre all’interno del Paese, gli sforzi politici e diplomatici all’estero e l’insistenza sulla necessità di ripristinare un sistema repubblicano.

Presenza sul campo: dalle province ai grandi centri urbani

Il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan ha annunciato la propria fondazione nel novembre 2025. Nelle sue dichiarazioni programmatiche, il movimento pone l’accento sul ritorno a un sistema repubblicano, sullo Stato di diritto, sullo svolgimento di elezioni, sulle libertà politiche e sui diritti dei cittadini.

Secondo i comunicati diffusi dal Fronte, il numero degli attacchi rivendicati contro posizioni e strutture riconducibili ai talebani ha raggiunto quota 41. Kabul, Bamiyan, Parwan, Sar-e Pol, Samangan, Takhar, Daykundi e Ghor figurano tra le province nelle quali sarebbero state segnalate attività del movimento.

Tra gli episodi più recenti, il Fronte della Repubblica ha rivendicato la responsabilità di due attacchi consecutivi nella zona di Siah-Dara, nel distretto di Yakawlang, e nel capoluogo della provincia di Bamiyan. Secondo le informazioni pubblicate dal movimento, gli attacchi avrebbero preso di mira convogli che trasportavano minerali e che sarebbero stati collegati ai talebani, provocando danni alla controparte.

La reiterazione delle azioni rivendicate in diverse aree del Paese ha reso la presenza sul campo uno degli elementi centrali dell’attività del Fronte.

L’Hazarajat e la condizione degli hazara: dall’istruzione alla terra e alla proprietà

Bamiyan e altre aree dell’Hazarajat rappresentano importanti centri storici e sociali della popolazione hazara. La presenza e il ruolo degli hazara, tuttavia, non si limitano a questa regione: la comunità vive in tutto l’Afghanistan e le questioni relative ai suoi diritti, alla sicurezza, all’istruzione e alla partecipazione politica fanno parte della più ampia realtà nazionale.

Negli ultimi anni sono state espresse preoccupazioni per le restrizioni nell’accesso all’istruzione, la riduzione delle opportunità di partecipazione politica, le controversie fondiarie e immobiliari e gli sfollamenti forzati degli hazara in alcune zone. Tali questioni, soprattutto nelle aree in cui la comunità vanta una presenza storica e sociale, hanno inciso sulla sicurezza economica delle famiglie, sull’accesso alla giustizia e sulle loro prospettive future.

Nel settore dell’istruzione, oltre alle restrizioni imposte dai talebani allo studio delle ragazze, sono state sollevate preoccupazioni riguardo al trattamento riservato alle istituzioni formative e alle università associate alla comunità hazara. Secondo le informazioni fornite in merito a queste strutture, alcune università private legate agli hazara sarebbero state dichiarate dai talebani «dell’Emirato» o ricondotte alle strutture istituzionali del gruppo.

Anche nel settore immobiliare sono state pubblicate segnalazioni relative all’occupazione o all’espropriazione di terreni e insediamenti residenziali appartenenti agli hazara. Tra i casi menzionati figurano il complesso residenziale Omid-e Sabz, il complesso di Nawabad, nella provincia di Ghazni, e alcuni terreni e insediamenti abitativi nel capoluogo della provincia di Bamiyan.

Sono inoltre state diffuse segnalazioni riguardanti terreni nei distretti di Panjab e Waras, nella provincia di Bamiyan, che sarebbero stati assegnati, su ordine dei talebani, alle comunità nomadi kuchi (tradizionalmente legate alla pastorizia e alla vita nomade) e a gruppi tribali pashtun.

Qualora confermati da prove documentali, questi casi non potrebbero essere considerati semplici controversie immobiliari: riguarderebbero il diritto alla proprietà, la sicurezza abitativa, l’accesso paritario alla giustizia e la responsabilità delle autorità di governo nella tutela dei diritti dei cittadini. Un esame trasparente e conforme alla legge di tali vicende, insieme alla prevenzione di espropriazioni effettuate senza un procedimento equo, costituisce una delle questioni più rilevanti per il futuro dell’Afghanistan.

Nel loro insieme, queste preoccupazioni mostrano perché la questione hazara non possa essere analizzata esclusivamente in riferimento a una determinata regione o a una dimensione religiosa. Istruzione, proprietà, sicurezza e partecipazione politica sono aspetti interconnessi di una condizione le cui conseguenze vanno oltre l’Hazarajat e si intrecciano con il più ampio problema della giustizia e dei diritti di cittadinanza in tutto l’Afghanistan.

Le risorse naturali: una questione di interesse nazionale

Le risorse minerarie dell’Afghanistan costituiscono una parte della ricchezza nazionale del Paese. Tuttavia, le modalità di gestione e di estrazione di tali risorse sotto il governo dei talebani sono oggetto di gravi accuse relative alla mancanza di trasparenza, a irregolarità finanziarie e amministrative e all’assegnazione di contratti in condizioni poco trasparenti. Le contestazioni sollevate indicano inoltre possibili violazioni amministrative e finanziarie e danni considerevoli all’interesse pubblico.

Questi elementi pongono interrogativi importanti sulle modalità di gestione della ricchezza nazionale afghana e sulle responsabilità dei funzionari talebani nella sua amministrazione.

L’attività politica e diplomatica fuori dall’Afghanistan

Accanto alle attività che dichiara di svolgere all’interno del Paese, il Fronte della Repubblica opera in un contesto nel quale le forze di opposizione ai talebani cercano di portare all’attenzione internazionale la situazione afghana attraverso contatti con i media, le organizzazioni per i diritti umani, i parlamenti e gli ambienti politici internazionali.

Queste iniziative possono mirare a denunciare le restrizioni politiche e sociali, a difendere i diritti dei cittadini e a richiamare l’attenzione sulla necessità di costruire un sistema politico inclusivo e responsabile.

L’importanza di questo ambito risiede nel suo legame con gli sviluppi interni al Paese. L’attività politica e diplomatica può produrre effetti concreti quando è accompagnata da documentazione attendibile, da un impegno costante nel perseguimento delle rivendicazioni e da un progetto chiaro per il futuro dell’Afghanistan.

Anche per valutare l’efficacia del Fronte della Repubblica è quindi necessario distinguere tra le posizioni e gli incontri annunciati dal movimento e i risultati concreti, verificabili e documentabili che esso è effettivamente riuscito a conseguire.

Il manifesto del Fronte: repubblica, Stato di diritto ed elezioni

Le posizioni pubbliche finora espresse dal Fronte della Repubblica indicano che il suo discorso politico si fonda su alcuni principi centrali:

* il ripristino di un sistema democratico e rappresentativo;
* il rispetto dello Stato di diritto;
* la difesa dei diritti e delle libertà dei cittadini;
* lo svolgimento di elezioni;
* la partecipazione politica delle diverse etnie e dei differenti gruppi sociali;
* la salvaguardia dell’unità nazionale;
* l’opposizione al monopolio del potere.

Questi principi delineano l’immagine che il Fronte intende presentare di sé: quella di un movimento i cui obiettivi politici vanno oltre le sole attività armate e che cerca di affrontare la questione del futuro dell’Afghanistan attraverso il sistema istituzionale, i diritti dei cittadini e le modalità di distribuzione del potere.

In questa prospettiva, la repubblica non si identifica semplicemente con il ritorno alla struttura politica del passato. Assumono un’importanza altrettanto rilevante le modalità di svolgimento delle elezioni, l’indipendenza delle istituzioni previste dall’ordinamento, la garanzia delle libertà politiche, la partecipazione paritaria dei cittadini e la prevenzione di un’eccessiva concentrazione del potere.

La realizzazione di questi obiettivi richiede, tuttavia, programmi chiari riguardo alla struttura dello Stato, ai meccanismi di attuazione delle politiche, alla responsabilità delle istituzioni e alle garanzie dei diritti di tutti i cittadini.

Un manifesto politico supera quindi il livello delle dichiarazioni di principio soltanto quando i valori proclamati vengono tradotti in politiche concrete, impegni espliciti e programmi suscettibili di valutazione.

Per quanto riguarda il Fronte della Repubblica, anche il livello del sostegno sociale e la sua effettiva collocazione all’interno della società afghana restano questioni che richiedono un esame fondato su prove indipendenti.

Il primo anno di attività del Fronte della Repubblica: tra rivendicazioni e verifica indipendente

Nel corso del primo anno dall’avvio delle attività dichiarate, il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan ha acquisito visibilità nell’ambito dell’opposizione ai talebani attraverso la pubblicazione di comunicati relativi ad attacchi in diverse province e l’esposizione delle proprie posizioni politiche sul futuro del Paese.

Restano tuttavia limitate le informazioni indipendenti sul numero dei suoi combattenti, sulla struttura organizzativa, sulle risorse finanziarie, sul livello di sostegno sociale e sull’effettiva estensione delle sue attività.

Il futuro ruolo del movimento dipenderà dalla continuità delle sue iniziative, dalla capacità di ampliare i propri legami politici e sociali, dai risultati ottenuti sul piano diplomatico e dalla coerenza tra i principi dichiarati e le azioni concrete.

Anche la presentazione di un progetto chiaro per l’amministrazione del Paese, la risoluzione delle controversie, l’organizzazione delle elezioni e la tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini potrà assumere un’importanza decisiva nella valutazione del suo peso politico.

In definitiva, la questione afghana non può essere ridotta al confronto tra un singolo movimento politico o militare e i talebani. Il futuro del Paese dipenderà dalla capacità di superare il monopolio del potere, costruire istituzioni responsabili, garantire i diritti dei cittadini e creare le condizioni per una partecipazione paritaria di tutte le comunità etniche e dei diversi gruppi sociali.

Dall’Hazarajat a Kabul e alle altre regioni dell’Afghanistan, le rivendicazioni relative all’istruzione, alla proprietà, alla sicurezza e alla partecipazione politica costituiscono una parte integrante del più ampio dibattito sulla giustizia e sul futuro dell’ordinamento politico del Paese.

La difesa dell’interesse nazionale, la gestione trasparente e responsabile delle risorse naturali e la garanzia dei diritti di tutti i cittadini, senza discriminazioni etniche, religiose o linguistiche, dovrebbero rappresentare i criteri fondamentali con cui valutare qualsiasi progetto politico per il futuro dell’Afghanistan.

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Politica

Sicurezza urbana, remigrazione e legalità: tutto esaurito a Voghera per il convegno di Futuro Nazionale promosso da Barbara Pollini con la delegazione delle donne dalla Brianza

Tutto esaurito a Voghera per il convegno su sicurezza, remigrazione e legalità promosso dal Dipartimento di Sicurezza di Futuro Nazionale e curato dalla Dott.ssa Barbara Pollini: toccante l’intervento della delegazione di donne dalla Brianza 👇

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A Voghera per il convegno promosso da Futuro Nazionale

Voghera (PV) – Sala gremita in ogni ordine di posto e partecipazione straordinaria di cittadini per il convegno dedicato a sicurezza, remigrazione e legalità organizzato a Voghera dal Dipartimento di Sicurezza, Remigrazione e Rapporti con le Forze dell’Ordine di Futuro Nazionale.

L’appuntamento pavese, promosso e curato in ogni singolo dettaglio dalla Dott.ssa Barbara Pollini, Coordinatore del Comitato Costituente n. 1240 di Futuro Nazionale, si è imposto come un momento centrale di analisi e proposta politica sulle sfide quotidiane legate al contrasto del degrado urbano, alla tutela dei quartieri e al sostegno concreto agli uomini e alle donne in divisa che garantiscono l’ordine pubblico nelle cronache di politica e sicurezza nazionale.

Convegno di Futuro Nazionale a Voghera: il lavoro di Barbara Pollini per la sicurezza delle città

Nel corso dell’incontro, la Dott.ssa Barbara Pollini ha posto l’accento sull’urgenza di restituire piena vivibilità e decoro ai centri urbani e alle periferie, rimettendo al centro dell’agenda istituzionale il rispetto delle regole e la difesa dei cittadini onesti.

Il grande afflusso di pubblico registrato a Voghera conferma quanto i temi della sicurezza stradale e ferroviaria, del presidio dei quartieri e del governo rigoroso dei flussi migratori attraverso politiche di remigrazione e contrasto all’illegalità siano avvertiti come priorità assolute dalle famiglie e dalle categorie produttive lombarde, in un percorso di mobilitazione civica che affianca anche le battaglie portate avanti dai comitati locali come nell’intervento del Comitato 2164 Futuro Nazionale di Arcore per i cittadini.

Forte e corale è stato inoltre il plauso rivolto durante i lavori alle Forze dell’Ordine, presidio insostituibile di legalità a cui va garantito il massimo supporto normativo, operativo e morale da parte dello Stato.

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La testimonianza della delegazione arrivata dalla Brianza in difesa delle donne

Tra i passaggi più intensi, applauditi e toccanti dell’intero dibattito a Voghera vi è stato l’intervento della delegazione giunta appositamente dalla Brianza, presente in sala in rappresentanza delle tante donne che ogni giorno si trovano ad affrontare situazioni di grave insicurezza negli spostamenti, nelle stazioni e nei contesti urbani segnati dal degrado.

Una testimonianza diretta che ha scosso la platea, ricordando come la libertà di muoversi senza paura nelle proprie città costituisca il primo e irrinunciabile diritto civile da garantire a ogni cittadina, troppo spesso messo a repentaglio dai fatti di cronaca quotidiana.

Il radicamento del Comitato Costituente 1240 di Futuro Nazionale sul territorio

Il successo dell’evento coordinato dalla Dott.ssa Barbara Pollini certifica la crescita costante del Comitato Costituente n. 1240 di Futuro Nazionale e la volontà di trasformare le istanze dei cittadini in proposte concrete per la tutela della legalità su tutto il territorio.

Un impegno destinato a proseguire nelle prossime settimane con nuove iniziative pubbliche di ascolto e confronto diretto tra istituzioni, rappresentanti delle Forze dell’Ordine e comunità locali.

A cura della Redazione Politica e Territorio di Cavaliere News

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Attualità

Caos traffico al Besanino di Arcore per la chiusura della linea ferroviaria S7, l’appello di Roberto Manzato (Comitato 2164 Futuro Nazionale) a Regione Lombardia, RFI e Trenord

Emergenza viabilità al quartiere Besanino di Arcore per la chiusura della linea ferroviaria S7 fino a settembre 2027: l’appello di Roberto Manzato (Comitato 2164 Futuro Nazionale) a Regione Lombardia, Comune, RFI e Trenord 👇

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Trenord

Arcore (MB) – Traffico paralizzato, code interminabili nelle ore di punta, aumento dell’inquinamento atmosferico e disagi quotidiani per centinaia di famiglie: è vera e propria emergenza viabilità nel quartiere Besanino di Arcore, in provincia di Monza e Brianza, dove il Comitato 2164 Futuro Nazionale – Sezione di Arcore guidato dal referente Roberto Manzato chiede un intervento immediato alle istituzioni regionali, provinciali e ferroviarie.

A scatenare la crisi è stata la chiusura programmata della linea ferroviaria S7 Milano-Molteno-Lecco – storicamente nota a tutti i pendolari brianzoli come linea del Besanino – nel tratto compreso tra Triuggio e Villasanta, interrotto dal 7 settembre 2026 fino al 2 settembre 2027 per interventi di manutenzione straordinaria ed elettrificazione che stanno mettendo a dura prova la tenuta della cronaca e viabilità cittadina.

Chiusura linea S7 del Besanino fino a settembre 2027: stazione di Arcore depotenziata e pendolari nel caos

Se da un lato l’ammodernamento tecnologico e l’elettrificazione dell’infrastruttura ferroviaria rappresentano un’opera attesa da anni e indubbiamente necessaria per il futuro della mobilità lombarda, dall’altro la totale assenza di un piano adeguato di gestione del traffico sta scaricando interamente sui residenti di Arcore il peso insostenibile del cantiere.

La stazione di Arcore, snodo strategico fondamentale lungo la direttrice Lecco-Milano, risulta infatti pesantemente depotenziata: migliaia di lavoratori e studenti pendolari, rimasti improvvisamente senza treno, sono costretti a riversarsi sull’automobile privata.

A peggiorare la paralisi stradale contribuiscono gli stessi autobus sostitutivi che, immettendosi sulla medesima viabilità ordinaria già satura, aggravano ulteriormente la congestione e le emissioni inquinanti a danno dell’ambiente e della qualità dell’aria nel quartiere.

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La denuncia di Roberto Manzato (Comitato 2164 Futuro Nazionale): «Danno enorme per residenti e negozi»

A dare voce all’esasperazione delle famiglie e dei commercianti è direttamente il referente cittadino Roberto Manzato: «Non possiamo accettare che Arcore rimanga bloccata per un anno intero. I residenti del Besanino vivono un disagio quotidiano insostenibile e le attività commerciali del quartiere stanno subendo un danno economico enorme».

«Chiediamo un’assunzione di responsabilità immediata da parte di tutti gli enti coinvolti – incalza Manzato portando l’emergenza al centro dell’agenda di politica e amministrazione locale –. Non servono promesse di circostanza, servono soluzioni concrete e tempi certi».

Le 4 richieste formali a Regione Lombardia, Provincia di Monza e Brianza, Comune di Arcore, RFI e Trenord

Per sbloccare l’impasse, il Comitato 2164 Futuro Nazionale di Arcore ha presentato quattro richieste formali e urgenti indirizzate a Regione Lombardia, Provincia di Monza e Brianza, Comune di Arcore, RFI e Trenord:

1. L’apertura immediata di un tavolo tecnico permanente sulla viabilità del Besanino;
2. Un piano straordinario di gestione del traffico con il potenziamento delle pattuglie della Polizia Locale e la regolazione dei flussi veicolari nelle ore di punta;
3. Un servizio di bus sostitutivi realmente efficiente, puntuale e coordinato con gli orari di ingresso al lavoro e nelle scuole;
4. Comunicazioni trasparenti e tempestive alla cittadinanza sul cronoprogramma di fine lavori e sul futuro potenziamento della linea S7.

Il Comitato guidato da Roberto Manzato resta infine a completa disposizione di tutti i cittadini del territorio per raccogliere segnalazioni, fotografie e testimonianze dirette sull’emergenza traffico al Besanino.

A cura della Redazione Cronaca e Territorio di Cavaliere News

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