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DAL SUPER BOWL UNA SFIDA CULTURALE A TRUMP: L’AMERICA INCLUSIVA DI BAD BUNNY

Redazione- Il Super Bowl non è soltanto l’evento sportivo più seguito negli Stati Uniti. È anche uno specchio dell’America, delle sue contraddizioni e delle sue tensioni culturali. Lo show dell’intervallo di Bad Bunny ha offerto molto più di musica e spettacolo mettendo in scena due visioni opposte dell’America, senza proclami, senza attacchi diretti, ma con un messaggio politico limpido per la sua semplicità.
Per la prima volta lo spagnolo, parlato da circa 600 milioni di persone nel mondo, ha occupato il centro del palcoscenico del Super Bowl. Non si è trattato di una concessione folkloristica, divenendo la lingua principale dell’esibizione. Nei precedenti halftime show lo spagnolo era comparso solo in frammenti, spesso inglobato in un contesto anglofono dominante. Bad Bunny ha fatto il contrario portandosul palcoscenico mondiale la sua lingua, lo spagnolo del Porto Rico, con la sua cultura e la sua identità, senza tradurle né attenuarle. Una scelta che ha irritato parte del mondo conservatore che non si rende conto che negli Usa lo spagnolo è parlato da quasi quarantacinque milioni di abitanti, anche se, ovviamente l’inglese è la lingua dominante.Da ricordare anche che gli Usa riflettono un mosaico linguistico poiché si parlano 350 lingue, secondo il censimento americano.
Bad Bunny (Conejo malo), nato Benito Antonio Martínez Ocasio a Porto Rico nel 1994, non è una meteora della cultura pop. Il nome d’arte ha origine in una foto da bambino in cui Benito fu fotografato a una festa scolastica vestito da coniglietto. La foto lo ritrae con un’espressione arrabbiata e contrariata, tutt’altro che un coniglio dolce. Anni dopo, ripensando a quella foto, Benito scelse il nome “Conejo malo”. In pochi anni è diventato uno degli artisti più ascoltati al mondo, con record di streaming, tournée sold-out e un’influenza che va oltre la musica. La sua ascesa coincide con la crescente centralità dei latinos negli Stati Uniti, un gruppo che continua a crescere numericamente ma che resta spesso marginalizzato nel discorso politico. Non è un caso che la NFL abbia scelto Bad Bunny per un evento che i conservatori guardano con sospetto. La decisione della NFL di affidare lo spettacolo dell’intervallo a Bad Bunny riflette questo riconoscimento. Inoltre ci dice che i quattrini hanno anche influenzato la decisione poiché i latinosspendono meno nel football rispetto ad altri sport e sono meno legati alla tradizione della NFL. Lo show è stato dunque un investimento economico, che ha cercato allargare il pubblico. I 140 milioni di telespettatori ci confermano questo successo anche se lo spettacolo si è trasformato in qualcosa di più profondo.
La scelta di Bad Bunny ha riflesso anche il coraggio perché contrasta con il clima politico in cui versa il Paese. Trump non ha gradito ovviamente. Nella sua piattaforma Truth Social ha detto che lo spettacolo è stato “terribile” e che non si capiva nulla. Trump non è grande fan di opera perché se lo fosse avrebbe un’idea che la lingua nell’arte penetra lo spirito anche quando le parole sono poco comprensibili.
Il momento più simbolico dello spettacolo è arrivato all’inizio, quando Bad Bunny ha pronunciato “God Bless America”, una frase che negli Stati Uniti è spesso monopolizzata da una visione nazionalista e ristretta del Paese. Ma Bad Bunny ha giustamente ricordato al mondo che la parola America va oltre i confini statunitensi. L’artista lo ha fatto subito elencandotutti i Paesi delle Americhe, dal Canada all’Argentina, includendo i Caraibi e l’America Centrale. Il messaggio era evidente: l’America non è solo gli Stati Uniti. È un continente, con una pluralità di popoli, storie e lingue. Una definizione che contrasta nettamente con la visione di Donald Trump. Perl’inquilino alla Casa Bianca “America” è sinonimo esclusivo di Stati Uniti e, spesso, di una specifica identità etnica e culturale che si rifà al passato e che esclude i notevoli contributi dei gruppi minoritari e immigrati che formano il mosaico americano.
Bad Bunny non ha usato toni aggressivi né slogan espliciti contro Trump. Non ha ripetuto la parola “ICE”, come aveva fatto agli Emmy per criticare l’Immigration and Customs Enforcement. L’ha sostituita con una frase semplice: “L’amore può battere l’odio”. Una scelta significativa. In un momento in cui la politica americana è dominata dalla paura — paura degli immigrati, ma anche paura del cambiamento, della perdita di status, persino tra molti bianchi — Bad Bunny ha risposto con la gioia. La sua performance era colorata, danzante, aperta. Nessuna retorica cupa, nessuna invettiva. Solo la rappresentazione della vera America che non si limita ad un gruppo razziale e etnico.
Il contrasto con il clima politico promosso da Trump è evidente. L’attuale presidente ha costruito gran parte del suo consenso sulla paura: paura dell’altro, del diverso, dello straniero. Ma questa paura non colpisce solo gli immigrati. Colpisce anche molti americani bianchi, convinti che l’inclusione altrui comporti automaticamente la loro esclusione. Bad Bunny ha ribaltato questa logica senza nominarla, mostrando che l’identità non è un gioco a somma zero.
Lo show del Super Bowl non è stato un comizio e proprio per questo è stato efficace. Bad Bunny non ha “attaccato” Trump. Infatti non lo ha neppure citato, facendo però qualcosa di più sottile e più potente: ha mostrato un’America che esiste già, anche se spesso viene ignorata o demonizzata. Un’America bilingue, multiculturale, continentale. Un’America in cui l’arte può inviare un messaggio politico senza diventare propaganda. In questo senso, lo spettacolo di Bad Bunny rappresenta una sfida diretta alla narrativa trumpiana. Non attraverso lo scontro, ma attraverso l’esempio. Due visioni dell’America si fronteggiano: una chiusa, impaurita, ossessionata dai confini; l’altra aperta, inclusiva, consapevole della propria complessità, ricca di ottimismo e gioia. Il Super Bowl ha offerto il suo palcoscenico a questa America. Bad Bunny ha colto l’occasione. Trump, ancora una volta, è rimasto sullo sfondo, sconfitto non da un attacco, ma da una canzone. Bad Bunny non ha solo suggerito la pochezza di Trump: ha anche suggerito la grandezza dell’America.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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La lunga ombra dei talebani arriva fino alla Germania
Redazione- Per molti afghani, lasciare l’Afghanistan non significa necessariamente lasciarsi alle spalle la paura. La minaccia dei talebani, secondo diversi attivisti afghani residenti in Germania, continua a farsi sentire anche fuori dai confini del Paese.
Giovedì 19 Sunbula, attivisti afghani hanno incontrato alcuni deputati e rappresentanti di quattro importanti partiti tedeschi per parlare delle loro preoccupazioni: dalle espulsioni verso l’Afghanistan controllato dai talebani fino alle presunte minacce e pressioni esercitate sugli afghani che vivono in Germania.
Durante l’incontro, gli attivisti hanno raccontato di casi in cui rappresentanti dei talebani presenti nei consolati afghani avrebbero chiesto informazioni sull’identità delle persone, sul loro luogo di residenza e sulle loro famiglie rimaste in Afghanistan.
Per alcuni afghani, andare al consolato per sbrigare una semplice pratica amministrativa è diventato quindi motivo di paura.
«Non possiamo sentirci al sicuro se le nostre informazioni finiscono nelle mani dei talebani», è il timore espresso dagli attivisti.
Un’altra questione centrale è quella delle espulsioni. Secondo gli attivisti, il ritorno in Afghanistan non può essere considerato sicuro, nemmeno per le persone che non hanno commesso alcun reato in Germania.
Il dibattito ha riguardato anche i servizi consolari e il denaro che, secondo quanto denunciato durante l’incontro, potrebbe finire nelle casse dei talebani. La deputata di origine afghana Shahina Gambir ha affermato che i talebani potrebbero ottenere quotidianamente più di 10.000 euro attraverso questo canale, sollevando interrogativi sul possibile finanziamento del gruppo.
I deputati tedeschi hanno sottolineato che le intimidazioni e la repressione degli oppositori talebani all’estero non devono essere considerate soltanto una questione legata all’Afghanistan.
È anche una questione di sicurezza interna per la Germania.
Per questo hanno chiesto che i casi di minaccia vengano documentati e seguiti con maggiore attenzione e che venga creato un meccanismo indipendente per monitorare la repressione transnazionale dei talebani.
Il deputato Marcel Emmerich ha inoltre sottolineato la necessità che le autorità tedesche sappiano chi è esposto a minacce e che polizia e uffici per l’immigrazione siano adeguatamente formati per riconoscere e affrontare questi casi.
Gli attivisti sperano ora che le questioni emerse durante l’incontro arrivino nell’aula del Bundestag.
Perché per molti afghani che vivono in Germania, la domanda non è soltanto se possono restare in Germania, ma anche se possono continuare a vivere, protestare e parlare liberamente senza che la paura dei talebani li raggiunga anche qui.
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Il “Ricatto” dell’Iran sul Petrolio Mondiale: Pezeshkian apre alla riapertura dello Stretto di Hormuz, ma lancia un avvertimento durissimo agli Stati Uniti d’America
IL RICATTO DELL’IRAN SUL PETROLIO CHE TERRORIZZA IL MONDO E FA TREMARE I MERCATI! Il Presidente Iraniano annuncia la Riapertura dell’importantissimo Stretto di Hormuz, ma lancia un Durissimo Avvertimento agli Stati Uniti: “Dovete fermare il Blocco Navale!” 🚢 🛢️ C’è un sottilissimo e caldissimo lembo di mare, nel Golfo Persico, che vale infinitamente di più di intere nazioni: si tratta del famigerato STRETTO DI HORMUZ! Per capire la sua vitale e mostruosa importanza, vi basti sapere che in quelle acque passa ben il 20% di tutto il Petrolio trasportato via mare a Livello Globale! Se quel passaggio viene “Bloccato” a causa della Guerra, le economie occidentali sprofonderanno nella paralisi, i prezzi di Benzina e Bollette schizzeranno alle stelle e l’Inflazione ci divorerà vivi! Ed è proprio su questo nervo scoperto che l’Iran sta compiendo il suo “Capolavoro” di Ricatto Geopolitico contro l’America! Il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato al mondo intero di essere pronto a “Riaprire” lo Stretto e a far fluire liberamente le enormi e gigantesche Petroliere… MA HA DETTATO CONDIZIONI FERREE E INVALICABILI ALL’OCCIDENTE: gli Stati Uniti devono interrompere immediatamente l’assedio economico, togliere le pesantissime Sanzioni e ritirare le Navicelle Militari e il “Blocco Navale”! Da mesi ormai le enormi Corazzate Americane e i barchini armati delle Guardie Rivoluzionarie iraniane si sfidano a distanza ravvicinata, rischiando ogni giorno di far scoppiare la Terza Guerra Mondiale! L’Iran, che non è più isolato grazie all’ingresso nei potentissimi Paesi “BRICS”, ha firmato un grandioso accordo di pace marittima con gli Sceicchi Arabi e ha ottenuto il supporto commerciale e diplomatico nientemeno che del Premier Indiano Modi! Un chiaro messaggio a Washington: “L’America non comanda più in questi Mari!”. Leggi tutti gli inquietanti scenari politici e la strategia del Petrolio nel nostro lungo articolo di Geopolitica Internazionale! 👇 🌍 Voi cosa pensate di questo durissimo Braccio di Ferro tra il blocco “Americano/Europeo” e quello Asiatico per il dominio Energetico ed Economico Mondiale? Secondo voi gli Stati Uniti farebbero bene ad “ammorbidire” le Sanzioni e il Blocco Navale all’Iran per evitare di far schizzare alle stelle i Prezzi della Benzina da noi, oppure devono continuare a combattere duramente a costo di una Guerra disastrosa per tutti? Diteci la vostra sviscerando a fondo tutti i vostri pensieri Geopolitici ed economici nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo importantissimo articolo per informare i vostri amici su quanto sta accadendo nel mondo!
Redazione – Nel complesso, cinico e spietato scacchiere della geopolitica internazionale, ci sono alcuni sottilissimi lembi di mare che valgono infinitamente di più di intere nazioni o continenti. Lo Stretto di Hormuz è senza alcun dubbio il più vitale, pericoloso e strategico di questi “colli di bottiglia”. In queste acque calde e tesissime passa infatti quasi il 20 per cento di tutto il greggio trasportato via mare a livello globale. Chiudete quello stretto, e l’intera economia del mondo occidentale (già fiaccata dall’inflazione) si ritroverà paralizzata, con i prezzi della benzina e dell’energia destinati a schizzare alle stelle. Nelle ultime ore, a smuovere violentemente le acque di questa crisi senza precedenti, è intervenuto direttamente il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il quale ha lanciato un segnale di enorme portata: una possibile, attesissima “riapertura” dello Stretto. Ma il suo non è un gesto di pace incondizionata, bensì un durissimo diktat rivolto direttamente al cuore di Washington.
Le condizioni di Teheran: “Stop al blocco navale e alle aggressioni”
Secondo le dichiarazioni ufficiali rilanciate con forza dall’agenzia di stampa statale iraniana ISNA, il leader di Teheran ha messo le carte in tavola con brutale chiarezza. La via d’acqua vitale per il trasporto petrolifero potrebbe tornare pienamente operativa, ma a una condizione ferrea, non negoziabile: gli Stati Uniti d’America devono interrompere immediatamente l’assedio economico, il blocco navale e le azioni militari ostili contro la Repubblica Islamica.
Si tratta di un vero e proprio braccio di ferro che arriva nel momento di massima e febbrile tensione regionale. Negli ultimi mesi, infatti, gli Stati Uniti hanno esercitato una pressione asfissiante e letale su Teheran. L’amministrazione americana ha stretto la morsa utilizzando un letale mix di pesantissime sanzioni economiche e un massiccio dispiegamento navale, situazioni che hanno portato, quasi quotidianamente, a pericolosissimi confronti militari ravvicinati, a un passo dal conflitto aperto, tra le potentissime flotte statunitensi e i barchini d’assalto delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (i famigerati Pasdaran).
Il cruciale vertice di Muscat e la mediazione Araba
In questo clima di terrore navale, si apre però un inaspettato e importantissimo spiraglio di diplomazia marittima. Lunedì prossimo, nella neutrale capitale dell’Oman, Muscat, Iran e Oman dovrebbero firmare uno storico accordo bilaterale. L’importanza dell’evento, come anticipato dallo stesso Pezeshkian, è testimoniata dal fatto che alla cerimonia parteciperanno fisicamente anche i Ministri degli Esteri degli altri ricchissimi Stati arabi che si affacciano sul Golfo Persico.
La mossa iraniana è politicamente geniale: sedersi al tavolo con i vicini arabi (storicamente alleati degli americani) per firmare un patto di stabilità da sottoporre poi all’Organizzazione Marittima Internazionale. L’obiettivo dell’Iran è dimostrare al mondo di essere pronto a garantire la pace commerciale nella regione, scaricando interamente sugli Stati Uniti la colpa di eventuali embarghi o nuove escalation militari.
L’ombra dei BRICS e l’intervento diplomatico dell’India
Ma la vera novità geopolitica, che spaventa enormemente l’Occidente, è che l’Iran non è più isolato come un tempo. Teheran sta tessendo una fitta e impenetrabile ragnatela di alleanze con le nuove superpotenze mondiali. Un chiaro esempio di questa strategia si è materializzato a margine del recente e importantissimo Vertice BRICS, tenutosi eccezionalmente a Nuova Delhi.
Proprio in questa cornice internazionale, lontanissima dall’influenza di Washington, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha voluto incontrare separatamente e faccia a faccia il leader iraniano Pezeshkian. Al centro dei colloqui, non a caso, ci sono stati i cruciali sviluppi in Asia occidentale, il rafforzamento dei legami bilaterali e, soprattutto, le garanzie per la salvaguardia della libertà di navigazione e del commercio. L’India, gigante economico affamato di energia, non può permettersi un blocco petrolifero, e la sua discesa in campo come “mediatore” dimostra come l’asse del potere mondiale si stia inesorabilmente spostando verso Est. L’America è avvisata: lo Stretto di Hormuz è pronto a riaprirsi, ma le chiavi, questa volta, non sono a Washington.
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L’inchino “Woke” di New York e la Memoria tradita: a 25 anni dall’11 Settembre, l’Occidente ha spalancato le porte a chi voleva distruggerlo
LA DITTATURA “WOKE” E IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE: A 25 anni dal massacro dell’11 Settembre 2001, New York ha dimenticato i suoi Morti, si inginocchia al “politicamente corretto” e spalanca le porte al nemico! 🇺🇸 🗽 Sono passati esattamente Venticinque lunghissimi anni da quel maledetto giorno in cui il cielo limpido di New York fu oscurato dalle fiamme e dai crolli delle due Torri Gemelle. 2.977 innocenti persero la vita, polverizzati in una nube di “Neve Nera” formata dalla cenere e dal cemento. Eppure, nonostante la promessa istituzionale di “Non Dimenticare Mai”, oggi stiamo assistendo all’inesorabile e spaventoso Suicidio Culturale dell’America e dell’Occidente Intero! Lavato via il sangue da Ground Zero, ci ha pensato l’assurda e feroce “Ideologia Woke” della Sinistra Estrema e del finto “Buonismo” a cancellare la Realtà! Oggi, nelle scuole e nelle università americane, è considerato politicamente scorretto parlare del Terrorismo, mentre i professori fanno girare in classe la “Lettera all’America” del terrorista Osama Bin Laden come se fosse un manifesto politico giustificabile! E mentre le donne “Feministe e Liberal” americane indossano orgogliosamente il Velo Islamico per finta inclusività sottomettendosi a chi le vorrebbe schiave, la città di New York (ancora incapace di dare un nome a tutti i resti carbonizzati dei suoi morti) decide di farsi guidare eleggendo un Sindaco Musulmano: Zohran Mamdani, che paragona e mette incredibilmente “sullo stesso piano” le Vittime Innocenti americane delle Torri Gemelle con i civili morti nelle guerre in Medio Oriente! Un copione già tristemente visto in Inghilterra con il sindaco di Londra! L’Occidente sta perdendo la guerra! E non perché “Loro” siano più forti, ma perché noi, in nome del finto e ipocrita Multiculturalismo, non solo abbiamo smesso di difendere i Nostri Valori e la nostra Identità, ma abbiamo deciso di Spalancare le nostre Porte a chi vuole distruggerci! Leggi la durissima riflessione politica ed estera del nostro lungo articolo editoriale! 👇 🗣️ Siete d’accordo con la tesi durissima dell’autore del pezzo? Pensate anche voi che l’Europa e l’Occidente stiano subendo silenziosamente e in modo “Autolesionista” una vera e propria e silenziosa invasione a causa del “Buonismo” dei Governi, dimenticandosi delle nostre Radici, dei nostri Morti e delle nostre Tradizioni? Sviscerate tutte le vostre appassionate (e spassionate) opinioni politiche nei commenti (Oggi dibattito aperto e senza filtri!), e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo coraggiosissimo e forte articolo sulle vostre bacheche!
Redazione – Quel maledetto martedì mattina il cielo sopra Manhattan era di un azzurro limpido, perfetto, quasi innaturale. Non aveva nevicato, eppure, poche ore dopo, le macerie ancora roventi e incandescenti di Downtown erano ricoperte da una fitta, irreale e sottile coltre argentea. Le due Torri Gemelle, i giganti inespugnabili del mondo libero, erano appena venute giù. Poco prima c’erano stati gli schianti, sordi, brutali e inimmaginabili, dei due aeroplani di linea dirottati. E poi le fiamme infernali che, dall’interno, avevano preso a divorare e lambire gli scheletri di cemento e acciaio. Ma l’immagine che ha sfregiato per sempre l’anima dell’umanità sono stati quei corpi. I corpi disperati di uomini e donne che si lanciavano nel vuoto, in braccio alla morte certa, perché era meglio saltare incontro a Dio che ardere vivi in quell’inferno.
Chi aveva potuto si era salvato per miracolo, correndo via coperto da una patina vischiosa, lasciando indietro chi invece non ce l’aveva fatta. Da lontano sembrava quasi neve. Ma non era neve. Era cenere. Era la cenere di una civiltà intera finita brutalmente sotto attacco. Quel giorno morirono 2.977 innocenti, i primi di una lunga scia di sangue che negli anni a venire avrebbe bagnato l’America e l’Europa per mano del fanatismo integralista, prima sotto l’oscuro vessillo di Al Qaeda, poi sotto le bandiere nere dell’Isis. Eppure, a venticinque anni di distanza da quell’orrore, sembra che l’Occidente abbia deciso di chiudere gli occhi e arrendersi.
Il tradimento del “Never Forget” e la feroce dittatura Woke
Oggi, nel 2026, quella cenere è stata lavata via dalle strade. Al posto delle gloriose Torri Gemelle c’è un memoriale asettico, Ground Zero, dove i turisti scattano fotografie e dove le istituzioni si fermano per l’annuale rito della memoria, sussurrando ipocritamente la promessa solenne: «Never forget», non dimenticheremo mai.
Ma la verità è tragicamente un’altra. Se oggi potessimo per assurdo interrogare i fantasmi di quei 2.977 morti, verrebbe da chiedere loro se mai si sarebbero aspettati che la loro amata città, e l’Occidente intero, avrebbero così velocemente rimosso e infangato l’orrore di quel giorno. In mezzo, in questi venticinque anni, ci sono state le inondazioni spaventose dell’ideologia “woke” e della cancel culture, riversatesi sulla società con una ferocia tale da annebbiare la mente anche ai più attenti. Arrivare a un simile livello di autolesionismo culturale e morale nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Nelle scuole, nelle prestigiose Università americane e nei salotti televisivi è diventato improvvisamente più “politicamente corretto” parlare ossessivamente di islamofobia e di finto razzismo, piuttosto che denunciare apertamente l’odio del terrorismo islamista. Siamo arrivati all’assurdo e al grottesco di vedere la delirante «Lettera all’America» di Osama bin Laden circolare liberamente nelle aule scolastiche, letta e giustificata come un qualunque e legittimo manifesto politico.
La resa della politica: da Kathy Hochul a Zohran Mamdani
Il cedimento non è solo culturale, ma drammaticamente politico e istituzionale. Abbiamo assistito attoniti allo spettacolo della governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul (autoproclamatasi fiera femminista e paladina liberal a parole), che alla prova dei fatti ha trovato inspiegabilmente consono sottomettersi a una platea indossando l’hijab, anziché rivendicare e difendere le libertà occidentali delle donne che governa.
Ma il paradosso supremo, la vera e incomprensibile resa incondizionata, si è consumata proprio nelle urne. A venticinque anni da quella straziante tragedia, New York (che ancora oggi non è riuscita a identificare e dare un nome a tutti i resti delle vittime polverizzate dalla jihad) ha deciso di affidare la poltrona di Sindaco proprio a Zohran Mamdani, politico di fede musulmana (entrato in carica il 1° gennaio 2026) per il quale i morti dell’11 settembre andrebbero cinicamente “pianti tanto quanto” i morti delle guerre in Medio Oriente che ne sono seguite. Un relativismo morale inaccettabile, sostenuto da una comunità islamica newyorkese che negli ultimi venticinque anni è quasi raddoppiata, sfondando il tetto del milione di fedeli. Un copione, a ben guardare, già drammaticamente visto e replicato a Londra ben dieci anni prima, con l’elezione di Sadiq Khan alla guida di una capitale europea a sua volta martoriata e straziata dagli attacchi kamikaze.
Chi ha vinto davvero la Guerra? Il suicidio del “Buonismo”
E così, oggi che ricorre il venticinquesimo, pesantissimo anniversario dell’11 settembre, è arrivato il giorno giusto (e forse l’ultimo) per guardarci allo specchio e chiederci: chi ha vinto davvero quella guerra? Una guerra che l’Occidente non ha iniziato, ma che i terroristi ci hanno portato fin dentro i nostri uffici, le nostre piazze e le nostre case.
Il dubbio feroce, che si trasforma in amara certezza, è di averla persa. E non l’abbiamo persa perché “loro” si sono dimostrati militarmente più forti. L’abbiamo persa unicamente perché noi, a un certo punto, accecati dai sensi di colpa imposti dalla Sinistra estrema, non solo abbiamo smesso volontariamente di difenderci e di lottare per i nostri valori, ma abbiamo addirittura deciso di spalancare le nostre porte al nemico. Lo abbiamo fatto irresponsabilmente durante la guerra in Siria, ritrovandoci in Europa i tagliagole che falciavano i nostri cari sulle Ramblas o al Bataclan. E, purtroppo, continuiamo testardamente a farlo ancora oggi, ipnotizzati nel nome di un tossico buonismo e di un multiculturalismo suicida che sta distruggendo la nostra amata civiltà.
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