Esteri
DAL SUPER BOWL UNA SFIDA CULTURALE A TRUMP: L’AMERICA INCLUSIVA DI BAD BUNNY
Redazione- Il Super Bowl non è soltanto l’evento sportivo più seguito negli Stati Uniti. È anche uno specchio dell’America, delle sue contraddizioni e delle sue tensioni culturali. Lo show dell’intervallo di Bad Bunny ha offerto molto più di musica e spettacolo mettendo in scena due visioni opposte dell’America, senza proclami, senza attacchi diretti, ma con un messaggio politico limpido per la sua semplicità.
Per la prima volta lo spagnolo, parlato da circa 600 milioni di persone nel mondo, ha occupato il centro del palcoscenico del Super Bowl. Non si è trattato di una concessione folkloristica, divenendo la lingua principale dell’esibizione. Nei precedenti halftime show lo spagnolo era comparso solo in frammenti, spesso inglobato in un contesto anglofono dominante. Bad Bunny ha fatto il contrario portandosul palcoscenico mondiale la sua lingua, lo spagnolo del Porto Rico, con la sua cultura e la sua identità, senza tradurle né attenuarle. Una scelta che ha irritato parte del mondo conservatore che non si rende conto che negli Usa lo spagnolo è parlato da quasi quarantacinque milioni di abitanti, anche se, ovviamente l’inglese è la lingua dominante.Da ricordare anche che gli Usa riflettono un mosaico linguistico poiché si parlano 350 lingue, secondo il censimento americano.
Bad Bunny (Conejo malo), nato Benito Antonio Martínez Ocasio a Porto Rico nel 1994, non è una meteora della cultura pop. Il nome d’arte ha origine in una foto da bambino in cui Benito fu fotografato a una festa scolastica vestito da coniglietto. La foto lo ritrae con un’espressione arrabbiata e contrariata, tutt’altro che un coniglio dolce. Anni dopo, ripensando a quella foto, Benito scelse il nome “Conejo malo”. In pochi anni è diventato uno degli artisti più ascoltati al mondo, con record di streaming, tournée sold-out e un’influenza che va oltre la musica. La sua ascesa coincide con la crescente centralità dei latinos negli Stati Uniti, un gruppo che continua a crescere numericamente ma che resta spesso marginalizzato nel discorso politico. Non è un caso che la NFL abbia scelto Bad Bunny per un evento che i conservatori guardano con sospetto. La decisione della NFL di affidare lo spettacolo dell’intervallo a Bad Bunny riflette questo riconoscimento. Inoltre ci dice che i quattrini hanno anche influenzato la decisione poiché i latinosspendono meno nel football rispetto ad altri sport e sono meno legati alla tradizione della NFL. Lo show è stato dunque un investimento economico, che ha cercato allargare il pubblico. I 140 milioni di telespettatori ci confermano questo successo anche se lo spettacolo si è trasformato in qualcosa di più profondo.
La scelta di Bad Bunny ha riflesso anche il coraggio perché contrasta con il clima politico in cui versa il Paese. Trump non ha gradito ovviamente. Nella sua piattaforma Truth Social ha detto che lo spettacolo è stato “terribile” e che non si capiva nulla. Trump non è grande fan di opera perché se lo fosse avrebbe un’idea che la lingua nell’arte penetra lo spirito anche quando le parole sono poco comprensibili.
Il momento più simbolico dello spettacolo è arrivato all’inizio, quando Bad Bunny ha pronunciato “God Bless America”, una frase che negli Stati Uniti è spesso monopolizzata da una visione nazionalista e ristretta del Paese. Ma Bad Bunny ha giustamente ricordato al mondo che la parola America va oltre i confini statunitensi. L’artista lo ha fatto subito elencandotutti i Paesi delle Americhe, dal Canada all’Argentina, includendo i Caraibi e l’America Centrale. Il messaggio era evidente: l’America non è solo gli Stati Uniti. È un continente, con una pluralità di popoli, storie e lingue. Una definizione che contrasta nettamente con la visione di Donald Trump. Perl’inquilino alla Casa Bianca “America” è sinonimo esclusivo di Stati Uniti e, spesso, di una specifica identità etnica e culturale che si rifà al passato e che esclude i notevoli contributi dei gruppi minoritari e immigrati che formano il mosaico americano.
Bad Bunny non ha usato toni aggressivi né slogan espliciti contro Trump. Non ha ripetuto la parola “ICE”, come aveva fatto agli Emmy per criticare l’Immigration and Customs Enforcement. L’ha sostituita con una frase semplice: “L’amore può battere l’odio”. Una scelta significativa. In un momento in cui la politica americana è dominata dalla paura — paura degli immigrati, ma anche paura del cambiamento, della perdita di status, persino tra molti bianchi — Bad Bunny ha risposto con la gioia. La sua performance era colorata, danzante, aperta. Nessuna retorica cupa, nessuna invettiva. Solo la rappresentazione della vera America che non si limita ad un gruppo razziale e etnico.
Il contrasto con il clima politico promosso da Trump è evidente. L’attuale presidente ha costruito gran parte del suo consenso sulla paura: paura dell’altro, del diverso, dello straniero. Ma questa paura non colpisce solo gli immigrati. Colpisce anche molti americani bianchi, convinti che l’inclusione altrui comporti automaticamente la loro esclusione. Bad Bunny ha ribaltato questa logica senza nominarla, mostrando che l’identità non è un gioco a somma zero.
Lo show del Super Bowl non è stato un comizio e proprio per questo è stato efficace. Bad Bunny non ha “attaccato” Trump. Infatti non lo ha neppure citato, facendo però qualcosa di più sottile e più potente: ha mostrato un’America che esiste già, anche se spesso viene ignorata o demonizzata. Un’America bilingue, multiculturale, continentale. Un’America in cui l’arte può inviare un messaggio politico senza diventare propaganda. In questo senso, lo spettacolo di Bad Bunny rappresenta una sfida diretta alla narrativa trumpiana. Non attraverso lo scontro, ma attraverso l’esempio. Due visioni dell’America si fronteggiano: una chiusa, impaurita, ossessionata dai confini; l’altra aperta, inclusiva, consapevole della propria complessità, ricca di ottimismo e gioia. Il Super Bowl ha offerto il suo palcoscenico a questa America. Bad Bunny ha colto l’occasione. Trump, ancora una volta, è rimasto sullo sfondo, sconfitto non da un attacco, ma da una canzone. Bad Bunny non ha solo suggerito la pochezza di Trump: ha anche suggerito la grandezza dell’America.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Esteri
Herat, Afghanistan: il grido soffocato delle donne tra repressione e paura
Redazione- Herat, città situata nell’ovest dell’Afghanistan, sta vivendo giorni segnati dalla paura e da un silenzio imposto. Una paura che non resta più confinata nelle strade, ma che si è infiltrata nelle case, nelle famiglie e nella quotidianità della popolazione. Dopo una serie di arresti di donne accusate di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto, la città è stata attraversata da proteste popolari che chiedevano giustizia, dignità e libertà.
Secondo fonti locali, uomini e donne sono scesi in strada a Herat per denunciare le restrizioni sempre più dure imposte alla vita delle donne e gli arresti effettuati negli ultimi giorni. Ma alle richieste pacifiche della popolazione non è seguita alcuna apertura al dialogo. La risposta è stata una repressione rapida e violenta.

I testimoni riferiscono che le forze hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Il bilancio sarebbe di almeno due morti e decine di feriti. Le strade di Herat, un tempo luoghi di lavoro, commercio e incontro, si sono trasformate in scenari di caos, dolore e disperazione. Intere famiglie hanno trascorso la notte tra ospedali e centri medici, alla ricerca di notizie dei propri cari.

Tra le immagini simboliche di questi giorni resta quella di una persona che ha dato fuoco a un velo in un gesto disperato di protesta. Ha dichiarato: «Non sto bruciando solo un tessuto, ma anni di imposizioni, silenzi e restrizioni imposte alle donne». Un gesto diventato simbolo della rabbia e della frustrazione di una popolazione allo stremo.
Nel frattempo, le segnalazioni di perquisizioni e rastrellamenti porta a porta per identificare i partecipanti alle proteste hanno ulteriormente aggravato il clima di terrore. Molti abitanti vivono nell’angoscia, senza sapere se il giorno successivo potranno ancora camminare liberi o se saranno colpiti dalla repressione.
Herat non è più soltanto una città; è diventata il simbolo di un dolore collettivo: quello delle madri che piangono i propri figli, delle donne private dei loro diritti fondamentali e di una popolazione che continua a chiedere dignità e libertà. Anche se le loro voci vengono soffocate dalla paura e dalla repressione, il loro grido rimane inciso nella memoria di un Paese che sembra non riuscire più a respirare.
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FRANCIA SOTTO CHOC: OMICIDIO DI LYHANNA, 11 ANNI. IL DIPARTIMENTO DEL GERS E LE LACUNE DELLA GIUSTIZIA
La Francia è sotto shock per la morte della piccola Lyhanna, 11 anni. Un pedofilo già noto alle autorità è il sospettato principale, scatenando un’ondata di indignazione e aprendo un’inchiesta sulle gravi falle della giustizia. #Lyhanna #FranciaSottoChoc #Giustizia #ProtezioneMinori
Redazione- La Francia è sconvolta dalla tragica morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni scomparsa lo scorso 29 maggio e il cui corpo è stato rinvenuto pochi giorni fa in un silo agricolo abbandonato vicino al villaggio di Puycasquier, nel dipartimento del Gers. Al centro delle indagini, e già posto in custodia cautelare, c’è Jérome Barella, 41 anni, un individuo con un passato inquietante, già noto alle autorità per reati sessuali fin dal 2017. La vicenda ha scatenato un’ondata di indignazione nazionale e innescato un acceso dibattito sulle presunte gravi lacune del sistema giudiziario francese, costringendo il governo a intervenire con dichiarazioni di condanna e promesse di accertamento delle responsabilità.
Il ritrovamento del corpo della studentessa, che frequentava la scuola media, è avvenuto nella giornata di ieri, gettando un’ombra di orrore su una comunità già in ansia. Le cause del decesso sono ancora in fase di accertamento, come precisato dalla procura di Agen, che ha disposto ulteriori analisi e verifiche. Mentre l’inchiesta procede per “sequestro di persona, sottrazione di minore e omicidio di una minore di 15 anni”, l’attenzione si concentra sul principale sospettato, Jérome Barella. L’uomo, padre di famiglia, lavorava nell’azienda agricola dove è stato trovato il cadavere e, secondo quanto riportato dall’emittente Bfmtv, è stato oggetto di numerose denunce e segnalazioni per violenza sessuale e stupro, alcune delle quali archiviate nel corso degli anni.
Le rivelazioni sul passato del sospettato hanno provocato una reazione politica veemente. Il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso la “solidarietà e l’affetto dell’intera nazione” alla famiglia e agli amici di Lyhanna, definendo l’accaduto un “momento di riflessione, affetto, sostegno e pensiero”. Parlando dal Montenegro, dove si trovava in visita ufficiale, Macron ha riconosciuto l’esistenza di un “malfunzionamento” e di “falle che devono essere chiarite”. “Le cose non sono andate come avrebbero dovuto, questo è evidente. Ed è inaccettabile”, ha dichiarato, aggiungendo che “non possiamo guardare negli occhi la famiglia di Lyhanna e dire che tutto è andato bene”. Il presidente ha sollecitato un esame approfondito delle “responsabilità collettive, sistemiche e individuali”.
Anche il primo ministro francese Sébastien Lecornu si è dichiarato “particolarmente scioccato” dalle irregolarità giudiziarie emerse in relazione al caso di Lyhanna e ha chiesto di verificare “se tutti i segnali d’allarme siano stati presi in considerazione”. L’ufficio del Primo Ministro ha sottolineato la necessità di accertare “se tutte le procedure abbiano funzionato come avrebbero dovuto e se le priorità fossero corrette”.
La situazione ha richiesto un incontro di emergenza a Matignon tra il ministro della Giustizia Gérald Darmanin e il ministro degli Interni Laurent Nuñez. Secondo quanto appreso da Bfmtv, durante la riunione si sarebbe discusso di “prove schiaccianti” che sarebbero state ignorate. I due ministri hanno trovato “incomprensibile” che il principale sospettato non fosse stato interrogato nell’ambito delle indagini successive a una denuncia di stupro presentata lo scorso agosto. Lecornu ha auspicato che le prime conclusioni dell’inchiesta amministrativa avviata dai ministri siano disponibili “entro 15 giorni”.
Con un post su ‘X’, Darmanin ha denunciato “le enormi e inaccettabili disfunzioni dei servizi statali” nella gestione delle denunce contro Barella. “Il nostro dovere è proteggere i bambini come priorità assoluta, come ho già richiesto fin dal mio arrivo al Ministero della Giustizia”, ha proseguito il ministro, che ha convocato tutti i Procuratori Generali per una riunione di lavoro. Intervenendo al telegiornale di TF1 dopo il ritrovamento del corpo, Darmanin ha dichiarato: “L’istituzione giudiziaria che rappresento mira a proteggere il popolo francese. E oggi non è riuscita a proteggere questa bambina. Desidero chiedere scusa alla sua famiglia e al popolo francese, che è giustamente scioccato e terrorizzato nel constatare tali fallimenti”. Ha aggiunto di essere “furioso per questa situazione e per questo immenso fallimento”, affermando che la “mancanza di risorse” non deve costituire una scusa per le carenze del sistema. Il ministro si è assunto la responsabilità e ha promesso sanzioni in caso di illeciti e irregolarità.
Le critiche più aspre si concentrano sulla gestione del caso di “Rosa”, una minore che lo scorso agosto aveva accusato Jérome Barella di stupro. Secondo Bfmtv, il caso sarebbe stato trattato “come se fosse un semplice caso di furto con scasso”. Rosa aveva sporto denuncia per stupro insieme alla madre, ma la trasmissione del fascicolo dalla procura di Tolosa a quella di Auch, avvenuta in ottobre, con una gestione che ora viene definita “discutibile”, non è stata trattata con l’urgenza richiesta. Al ministero della Giustizia è stata espressa “grande irritazione” per le decisioni prese dai vari magistrati coinvolti.
L’indignazione non si limita agli ambienti politici. Numerosi gruppi e associazioni, tra cui Nous Toutes, il collettivo Enfantiste e la Fondazione delle Donne, hanno indetto manifestazioni per lunedì, a partire dalle 19, davanti ai tribunali di tutta la Francia e al ministero della Giustizia, sotto lo slogan “Io sono Lyhanna”. “Non possiamo più tollerare che i nostri figli vengano violentati da uomini noti al sistema giudiziario”, ha scritto la regista Andréa Bescond sul suo account Instagram, esprimendo il sentimento di una nazione scossa nel profondo e desiderosa di giustizia e prevenzione. Questo tragico evento riaccende il dibattito sulla necessità di una riforma profonda del sistema di protezione dei minori e di una maggiore efficacia nella gestione dei casi di reati sessuali da parte della giustizia.
Esteri
L’ITALO-AMERICANO JAMES TALARICO ALLA CONQUISTA DEL TEXAS: L’ASSIST DI TRUMP A PAXTON SARÀ UN BOOMERANG?
Redazione- “In un’epoca in cui si dibatte aspramente sul significato di uomo, mio padre me lo ha dimostrato ogni sabato mattina. Tagliava il prato davanti casa mia e poi faceva la stessa cosa per la vicina senza mai dire niente a nessuno….”. Così James Talarico ha risposto a un’accusa che metteva in dubbio la sua mascolinità. Talarico, come si sa, è il candidato al seggio al Senato degli Stati Uniti per lo Stato del Texas e ha buone opportunità di sconfiggere il suo avversario repubblicano a novembre. Sarebbe la prima volta dal 1994 che un democratico conquista una carica valida per tutto il Lone Star State.
L’avversario di Talarico sarà Ken Paxton, attuale procuratore generale del Texas, il quale è riuscito a sconfiggere alle recenti primarie repubblicane il senatore in carica John Cornyn, che rappresenta il suo Stato al Senato dal 2002. Paxton ha sconfitto Cornyn in maniera schiacciante grazie all’endorsement di Donald Trump.
Il quarantasettesimo presidente aveva esitato su chi dei due candidati repubblicani offrire il suo appoggio, ma alla fine ha scelto Paxton. Trump ha dichiarato che Paxton “è un guerriero MAGA che ha SEMPRE servito il Texas”. Su Cornyn, invece, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha detto che “è stato MOLTO infedele” per non avere supportato l’agenda politica del suo partito. In realtà, Cornyn era stato un conservatore in economia, pragmatico, e anche leader del suo partito al Senato. I suoi colleghi alla Camera Alta non hanno gradito la scelta di Trump per molte ragioni, ma sotto molti aspetti questo ha fatto sorridere Talarico.
Il candidato democratico, secondo i sondaggi, sarebbe in netto vantaggio su Paxton di 5-8 punti, mentre con Cornyn si sarebbe trattato di un testa a testa. Il Partito Democratico ha accolto con favore la scelta di Trump, come dimostrano le casse di Talarico, che avrebbe già raccolto una trentina di milioni di dollari. Inoltre, la probabile debolezza di Paxton costringerà il Partito Repubblicano a investire ingenti fondi per difenderlo, risorse che potrebbero essere usate in altre corse.
E Paxton avrà bisogno di essere difeso. Il procuratore generale del Texas è un politico notevolmente controverso e accusato di corruzione, e ha persino subito l’impeachment dalla Camera del suo Stato, controllata dal suo stesso partito, anche se alla fine non è stato condannato dal Senato texano. In un’incriminazione ha patteggiato, dovendo però pagare un risarcimento di 300mila dollari. Sposato da 38 anni, è stato anche accusato dalla moglie di averla tradita e la coppia ha recentemente iniziato la procedura per il divorzio. In effetti, il percorso di Paxton riflette quello di Trump. Vanno ricordate le condanne legali a New York, due civili e una penale, e i suoi rapporti con Jeffrey Epstein, condannato per sfruttamento e abusi sessuali di minori. I file del finanziere, suicidatosi in carcere, non sono stati ancora rilasciati come prevede la legge e, ovviamente, se tutti i rapporti fra i due fossero stati completamente innocenti, Trump spingerebbe per rilasciarli invece di farli congelare.
Trump non ha però congelato gli attacchi a Talarico per offrire un assist a Paxton. Il presidente statunitense lo ha persino attaccato asserendo che “è un’offesa a Gesù”. Il candidato democratico gli ha risposto per le rime, ribattendo che Gesù è offeso dall’uso di “bombe su bambini in età scolare, dall’espulsione di innocenti dalle loro case, dalla separazione delle madri dai loro neonati e dall’insabbiamento dei file di Epstein”. Talarico sa qualcosina in più di Gesù, poiché è un seminarista che ha interrotto i suoi studi per dedicarsi alla politica. Infatti, Talarico spesso discute di religione in maniera progressista, riflettendo i valori cristiani che lo vedono a fianco dei poveri, contro i ricchi e i potenti come Trump.
Scegliendo Paxton, il presidente americano ha pensato di dargli un grande assist. Ciò è vero a livello delle primarie repubblicane, dove il presidente esercita un fortissimo peso. L’assist di Trump a Paxton potrebbe alla fine rivelarsi un bacio della morte, poiché include anche le sue politiche che al momento lo vedono ai minimi storici nei sondaggi. Il sostegno a Paxton potrebbe alla fine rivelarsi un effetto boomerang.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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