Esteri
GIUDICI SOTTO PRESSIONE: L’ALLARME DI ROBERTS SUI TONI INTIMIDATORI DI TRUMP
Redazione- “Il problema è che a volte le critiche si spostano da un’enfasi legale a quella personale…. E quello può essere molto pericoloso… e deve finire”. Con queste parole John Roberts, il presidente della Corte Suprema statunitense, cercava di suonare un campanello di allarme sul clima di violenza che coinvolge i giudici americani. Nel suo discorso alla Rice University nel Texas, Roberts non ha diretto il suo monito direttamente al presidente Donald Trump ma con ogni
probabilità mirava ovviamente al linguaggio bellicoso contro i giudici le cui decisioni non sono gradite all’attuale inquilino della Casa Bianca. Proprio dopo la decisione della Corte Suprema che con un voto di 6-3 ha dichiarato illegali i dazi, Trump disse che “Il nostro Paese è stato SACCHEGGIATO dalla Corte Suprema che è divenuta poco più che un’organizzazione politica strumentalizzata e ingiusta”.
I giudici della Corte Suprema sono ben protetti. Un po’ meno gli altri giudici federali, specialmente quelli che stanno facendo da contrappeso alla luce delle tantissime denunce contro l’amministrazione Trump. In comparazione al suo predecessore Joe Biden, l’attuale presidente ha decretato ordini esecutivi a destra e manca e più di 600 delle sue azioni sono sfociate in denunce. Secondo il New York Times in 95 di questi casi i giudici hanno chiesto ai legali di Trump perché non dovrebbero essere considerati in oltraggio alla Corte per la loro mancanza di professionalità. Oltraggio alla Corte significa che i legali davanti ai giudici sono vicinissimi ad essere sanzionati o incarcerati.
Non poche decisioni di questi magistrati sono andate contro l’amministrazione Trump, causando reazioni fortissime con innumerevoli minacce causate dal linguaggio bellicoso del presidente. Spesso i giudici sono attaccati con un linguaggio che Trump ripete accusandoli di essere “corrotti …. e lunatici radicali di sinistra”. Queste dichiarazioni spesso citano i nomi dei giudici in questione i quali ricevono numerose minacce. La giudice Ana Reyes del distretto di Washington D. C., che aveva bloccato il tentativo di Trump di deportare migranti haitiani con visti temporanei, ha messo a nudo queste minacce ricevute. Il mese scorso ha letto nella sua aula del tribunale tutte le minacce ricevute per la sua decisione che fu attaccata da Trump. La questione è andata a finire alla Corte Suprema dove Trump spera di ribaltare la sentenza della Reyes e deportare 350 mila haitiani.
In un recente incontro online organizzato dal gruppo “Speak Up for Justice” (Alza la voce per la giustizia) la Reyes e altri tre giudici nella sua stessa situazione hanno sottolineato il problema che in passato era raro ma adesso è divenuto “normale”. La Reyes ha diretto la colpa ai social media ma anche alla “paura e incomprensione” del lavoro fatto dai magistrati. In sintesi il clima è molto teso specialmente perché i giudici federali sono l’unico contrappeso all’amministrazione muscolare di Trump che non riceve nessun freno dalla sonnolenta legislatura dominata dai repubblicani.
I giudici non sono gli unici a vivere in un clima di tensione. Anche parecchi collaboratori di Trump sono stati costretti a trovare residenze in basi militari per ragioni di sicurezza. Questi includono Stephen Miller (Vice Capo di Gabinetto alla Casa Bianca), Kristi Noem (ex Ministro della Homeland Security), Marco Rubio (Segretario di Stato), Pete Hegseth ( Ministro della Difesa), Pam Bondi (ministro della Giustizia).
Quando Roberts dice che il pericolo dei giudici deve finire ha assolutamente ragione ma ciò si applica anche per gli altri, sia di destra che di sinistra, la cui sicurezza, e spesso anche quella delle loro famiglie, è minacciata. Trump però non si dirige mai ai sostenitori per incoraggiare alla calma. Le sue soluzioni sono troppo spesso un linguaggio che fa esattamente il contrario e mirano ad intimidire i suoi avversari. Lo sta facendo proprio in questi giorni con lo schieramento di agenti dell’Ice, Immigration and Customs Enforcement, nei maggiori aeroporti. Le numerose assenze di agenti del TSA (Transportation and Security Administration), che si occupano del controllo dei passeggeri prima che entrino nelle aree protette dell’aeroporto, hanno causato seri disagi ai viaggiatori a causa delle inevitabili lunghissime code. Questa situazione ha spinto Trump all’uso dell’Ice. Cosa potranno fare? Ben poco poiché sono sprovvisti dell’addestramento necessario per fare il lavoro degli agenti del TSA. La loro presenza però ha un effetto intimidatorio che fa piacere alla politica aggressiva di Trump.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
Esteri
Le ragazze dell’Afghanistan: vittime di voci, fanatismo e delitti d’ono
Parte tre
Redazione- I delitti d’onore in Afghanistan rappresentano una delle realtà sociali più dolorose e complesse. In questi casi, ragazze e donne non vengono uccise per un crimine reale, ma per sospetti, voci, pressioni sociali, rifiuto di matrimoni forzati o semplicemente per il desiderio di continuare gli studi e scegliere liberamente il proprio futuro. Spesso l’autore della violenza è una persona molto vicina alla vittima: un padre, un fratello o un marito, individui che dovrebbero garantire protezione e sicurezza, ma che invece diventano protagonisti della tragedia.
Dodici anni fa, una di queste vittime era una ragazza di nome Zahra.
Zahra aveva solo diciannove anni. Era una studentessa di letteratura inglese e, oltre all’università, frequentava anche corsi di lingua. Era una ragazza tranquilla, diligente, con grandi sogni per il futuro. Voleva studiare, diventare traduttrice, essere indipendente e costruirsi una vita propria. Per lei, i libri non erano solo studio, ma speranza: la speranza di un futuro diverso, nonostante le difficoltà.
Ma in un contesto in cui una voce può diventare più forte della verità, la sua vita cambiò in modo irreversibile.
Alcuni amici del fratello le sussurrarono che “sua sorella aveva una relazione con il professore del corso”. Non c’erano prove, nessuna verifica, nessuna domanda rivolta direttamente a Zahra. Eppure quella sola frase fu sufficiente a scatenare nella mente del fratello sospetto, rabbia e un’idea distorta dell’onore familiare.
Più volte egli chiese ai genitori di impedire a Zahra di continuare gli studi. Ma loro si opposero. Credevano nel diritto della figlia all’istruzione e non vollero privarla del suo futuro.
Il giorno della festa di Eid al-Adha, mentre i genitori erano in moschea per la preghiera, la casa divenne il luogo di una tragedia irreversibile. In quelle ore di assenza, Zahra fu vittima di una violenza estrema. Quando i genitori tornarono, era già troppo tardi: la loro figlia non respirava più.
I delitti d’onore in Afghanistan non sono episodi isolati, ma il riflesso di una profonda crisi sociale in cui la vita delle donne viene talvolta considerata meno importante delle opinioni altrui, delle voci di strada e di interpretazioni distorte del concetto di onore. Spesso queste tragedie restano nascoste, normalizzate o non denunciate, e le vittime non hanno nemmeno la possibilità di ottenere giustizia.
Zahra avrebbe potuto avere un futuro diverso. Avrebbe potuto laurearsi, lavorare, vivere. Ma come molte altre ragazze vittime di questo tipo di violenza, il suo nome è diventato parte di una lunga lista di sogni interrotti.
Questa non è solo la storia di Zahra. È un monito doloroso: finché le voci avranno più peso della verità e il fanatismo più spazio della giustizia, altre ragazze continueranno a rischiare di perdere non solo i propri sogni, ma la vita stessa.
Esteri
Crimini d’onore in Afghanistan; quando la voce della calunnia sostituisce la giustizia, la vita di una donna sotto il peso del giudizio
seconda parte
Redazione- Questo racconto risale a molti anni fa, a un’epoca in cui, in alcune regioni, il confine tra tradizione, giudizio collettivo e giustizia era così sottile da rendere la vita delle persone vulnerabile alle voci e alle interpretazioni incomplete. In contesti simili, il concetto di “onore” poteva prevalere sulla verità, e le decisioni venivano spesso influenzate dalla pressione sociale più che da un’analisi dei fatti.
Jamila aveva solo sedici anni; una ragazza tranquilla che fu costretta a sposarsi molto presto, contro la propria volontà. Venne separata dalla casa paterna e data in matrimonio a un uomo che trascorreva gran parte della sua vita tra spostamenti militari. Era ancora un’età in cui avrebbe dovuto crescere accanto alla propria famiglia, ma si ritrovò invece dentro una vita che non aveva scelto.
Dopo il matrimonio fu portata in un villaggio isolato, tra montagne e silenzi. La casa in cui viveva non somigliava a un vero focolare, ma piuttosto a un luogo di attesa. Suo marito, un comandante, era spesso assente: a volte per settimane, a volte per mesi, tornando solo per brevi periodi. Queste assenze prolungate resero la sua vita quotidiana sempre più solitaria, una solitudine fatta non solo di assenza fisica, ma anche di mancanza di ascolto, affetto e sicurezza.
In questo vuoto emotivo, nacque un contatto semplice con un giovane del villaggio; un legame che non nasceva da una scelta consapevole, ma dal bisogno umano di essere vista e ascoltata. In quei momenti, Jamila aveva la sensazione di esistere ancora per qualcuno.
Ma nei piccoli villaggi le parole corrono più veloci della verità. Le voci iniziarono lentamente a diffondersi: sguardi, mezze frasi, supposizioni mai verificate. Senza alcun accertamento, l’immagine di Jamila venne costruita e poi accettata come realtà. In un simile contesto, nessuno cercava di capire; tutti giudicavano.
Quando il marito tornò, il dialogo non ebbe più spazio. La sua mente era già stata riempita dalle voci e dalle accuse non verificate. Al posto della comprensione, prevalse la rabbia; al posto delle domande, il giudizio.
Jamila fu portata via da casa, senza spiegazioni, senza processo, senza possibilità di difendersi. Attraversò le stesse strade in cui un tempo scorreva la vita quotidiana del villaggio, ma quella volta gli sguardi non erano più semplici osservatori: erano giudizi silenziosi.
Alla fine, ciò che accadde segnò una conclusione irreversibile: una giovane vita si spense nel peso della solitudine, della costrizione, delle voci e della violenza.
Questo episodio risale a molti anni fa, ma il suo significato non appartiene solo al passato. È il riflesso di un meccanismo che, quando non viene spezzato, può continuare a ripetersi nel tempo.
Esteri
Delitti d’onore in Afghanistan: a volte il solo “crimine” di una donna è l’amore
In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto,
prima parte
Redazione- In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto, né l’omicidio, né il tradimento. A volte vengono uccise semplicemente perché hanno osato decidere della propria vita: amare qualcuno, rifiutare un matrimonio imposto o scegliere un futuro diverso da quello stabilito per loro.
In una società in cui l’«onore» viene talvolta considerato più prezioso della vita umana, l’amore di una donna può essere percepito come una minaccia alla reputazione della famiglia e la cosiddetta “difesa dell’onore” diventa una giustificazione della violenza. Molti di questi delitti non vengono mai denunciati e molte vittime scompaiono senza lasciare traccia nella memoria collettiva.
La storia di Tahera è una di queste.
Era una torrida estate. Di quelle in cui il terreno dei cimiteri si screpola sotto il sole e il vento trascina per le strade l’odore della polvere e del silenzio.
Tahera aveva diciotto anni.
Diciotto anni: l’età dei sogni universitari, delle risate con le sorelle, dei progetti per il futuro. Era una ragazza piena di energia. Rideva, sperava, immaginava la propria vita. Come ogni essere umano, desiderava soltanto poter scegliere il proprio destino.
E si innamorò.
Tahera apparteneva alla comunità hazara e si innamorò di un ragazzo pashtun. In un Paese ancora segnato da divisioni etniche e tradizioni rigide, quel sentimento poteva già rappresentare l’inizio di una tragedia.
Ma ciò che rese il suo destino ancora più crudele non fu soltanto l’amore.
Tahera ebbe coraggio.
Fu lei a fare il primo passo e a proporre il matrimonio al ragazzo che amava. Un gesto che, in molte parti del mondo, sarebbe considerato un segno di autonomia e maturità. Per lei, invece, divenne una condanna.
Cominciarono i sussurri.
Vicini e conoscenti la giudicarono senza conoscerla davvero. La definirono «senza pudore», «disonorata», «indegna». Le voci si diffusero fino a raggiungere il fratello, che lavorava in Iran.
Lui tornò in Afghanistan.
Non per ascoltare sua sorella.
Non per capire cosa desiderasse davvero.
Non per chiederle cosa la rendesse felice.
Tornò per eseguire una sentenza che riteneva già scritta.
Fu suo fratello a ucciderla.
Ma la violenza non si fermò a Tahera.
Uccise anche la sorella maggiore e le due sorelle più piccole. Quattro figlie della stessa famiglia persero la vita nel silenzio di un’estate. Quattro esistenze che avrebbero potuto continuare: amare, studiare, lavorare, diventare madri, invecchiare.
Quattro sogni spezzati.
Si racconta che i loro corpi furono portati al cimitero e sepolti sotto lo stesso sole indifferente che illumina tutti.
Eppure, forse la parte più dolorosa della storia venne dopo.
Una parte della comunità non condannò il delitto. Al contrario, lodò l’assassino. Lo definì «un uomo d’onore» e approvò il suo gesto.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più inquietante: quando una società giustifica il carnefice, può davvero dirsi che il colpevole sia uno soltanto?
I delitti d’onore non sono semplici tragedie familiari. Sono il prodotto di una cultura che insegna alle donne il silenzio, che trasforma l’amore femminile in vergogna e che concede agli uomini il potere di decidere sul corpo, sulle scelte e perfino sulla vita delle donne.
La storia di Tahera non è la storia di un «errore».
È la storia di una ragazza di diciotto anni che voleva amare.
Voleva scegliere.
Voleva vivere.
Ma in una società in cui il battito del cuore di una donna può essere considerato una colpa, lei e le sue tre sorelle sono state sepolte per aver osato desiderare una vita propria.
A volte il crimine di una donna non è rubare.
Non è uccidere.
Non è tradire.
A volte il suo unico “crimine” è essersi innamorata.
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