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Attualità

La dignità non ha data di scadenza

Tutto è registrato, archiviato, indicizzato, il web lascia dietro di sé successi, errori, debolezze e cadute con una memoria che spesso è maggiore di quella umana, ma una società veramente civile non può mai accettare che una persona sia per sempre associata al momento più difficile della sua esistenza.

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Letizia Bonelli

Redazione-  Tutto è registrato, archiviato, indicizzato, il web lascia dietro di sé successi, errori, debolezze e cadute con una memoria che spesso è maggiore di quella umana, ma una società veramente civile non può mai accettare che una persona sia per sempre associata al momento più difficile della sua esistenza.
La dignità umana non è un’astrazione dello Stato o dei motori di ricerca o dell’opinione pubblica, è un valore originale e inviolabile che appartiene a ogni persona semplicemente per il fatto di essere una persona, ma nell’era digitale, troppo spesso il passato diventa una condanna perpetua.
Il diritto all’oblio non è il diritto di cancellare la verità, ma il diritto di ristabilire l’equilibrio tra memoria e giustizia. Significa riconoscere che una notizia, sebbene vera, può perdere il suo interesse pubblico nel tempo e trasformarsi in uno strumento di esclusione sociale, professionale e personale.
Nessuno dovrebbe dover rivivere ogni giorno una pagina già scritta quando la vita ha dato loro la possibilità di cambiare, riparare, ricostruire e una democrazia matura non si misura dalla severità con cui punisce, ma dalla capacità di restituire un futuro a coloro che hanno già pagato il loro debito alla giustizia o alla vita.
Internet è una grande conquista dell’umanità, ma non può mai diventare un tribunale permanente. Gli algoritmi non conoscono pentimento, crescita, perdono.; per questo motivo, la legge deve continuare a concentrarsi sulla persona, ricordando che la tecnologia è uno strumento e non un giudice.
Abbiamo bisogno di una nuova cultura digitale, basata non solo sulla libertà di informazione, ma anche sulla responsabilità dell’informazione. Informare significa raccontare i fatti; perpetuare una condanna significa negare la possibilità di rinascita. Ogni nome ha una storia che va oltre un titolo di giornale. Ogni volto racconta una storia che nessun motore di ricerca potrà mai comprendere appieno e così difendere il diritto all’oblio significa, ancor prima di proteggere un diritto legale, difendere l’essenza stessa dell’essere umano.
Una società che non dà una seconda possibilità perde la sua umanità e senza umanità non c’è né giustizia, né libertà, né alcun vero progresso.

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Attualità

Il Principe, le cornacchie e il Granducato: Luca Sforzini e il “vizio” del Toscano-centrismo nella politica italiana

“L’Italia non è un Granducato: qualcuno avvisi i nuovi strateghi politici che Firenze non è più Capitale!”. L’editoriale al vetriolo di Luca Sforzini. ⚜️ 📜 Torna la penna tagliente di Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) con un’analisi durissima sui mali della politica italiana. Nel suo ultimo editoriale, Sforzini si scaglia contro il “Toscano-centrismo” e la “sindrome del cerchio magico” che affligge molti leader. Il problema? I cattivi consiglieri (le famigerate “cornacchie nere”) che restringono l’orizzonte del leader fino a farlo coincidere con la propria rubrica telefonica! “Trasformano la prossimità geografica in un merito, riempiono i palazzi di amici degli amici e convincono il Principe che il mondo finisca sulle rive dell’Arno”, accusa Sforzini (con chiari riferimenti ai “gigli magici” della politica contemporanea). Ma l’Italia è grande, e per governarla serve un respiro nazionale, non un cortiletto rinascimentale fatto di patti segreti. “La Capitale si è spostata a Roma nel 1871, mandate una circolare a questi strateghi!”. Leggi l’editoriale completo nel nostro articolo! 👇 🗣️ E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo sul fatto che troppi politici si circondino solo di cortigiani “fedeli” e non di persone davvero competenti?

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Il Principe, le cornacchie e il Granducato

Redazione-  – La geografia, a volte, può trasformarsi da semplice dato anagrafico a vera e propria prigione culturale. Lo sa bene Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che nel suo ultimo, tagliente editoriale intitolato “Il Principe, le cornacchie e il Granducato di Toscana”, sviscera con chirurgica ironia uno dei mali endemici della politica italiana contemporanea: il “toscano-centrismo” e la perniciosa sindrome del cerchio magico. Un testo denso di riferimenti storici, che parte da Machiavelli per arrivare alle stanze segrete del potere di oggi, puntando il dito contro chi scambia l’orizzonte nazionale con la propria rubrica telefonica.

Quando Firenze torna a sentirsi (segretamente) Capitale

L’analisi di Sforzini parte da un nobile paradosso storico: «La Toscana ha avuto un merito raro nella storia italiana: è stata molte volte al centro senza avere bisogno di credersi il centro». Firenze, culla del Rinascimento, capitale di banche e pensiero, laboratorio di riforme con Pietro Leopoldo e, soprattutto, fugace ma gloriosa Capitale d’Italia. Una città che seppe compiere il gesto più difficile: smettere di essere Capitale quando la storia chiamò a Roma.
Eppure, nota Sforzini con pungente sarcasmo, oggi sembra che qualcuno abbia stracciato la Convenzione di settembre: «Firenze sembra tornata capitale. Non formalmente, s’intende. Il Quirinale può stare “sereno”. Ma esiste una capitale più discreta, fatta di incontri, consiglieri, strategie, investiture e improvvise vocazioni nazionali che sembrano maturare con singolare frequenza fra l’Arno e le colline». Un chiaro, seppur velato, riferimento alle stagioni politiche (passate e presenti) nate nei salotti fiorentini, da Rignano sull’Arno fino ai costruttori e demolitori di maggioranze che popolano il nostro Parlamento.

La “sindrome di corte” e la geometria del potere

Ma qual è il vero problema di questa nuova, presunta “scuola toscana”? Non è l’appartenenza geografica, ma il metodo. Secondo il Presidente del Centro Studi, si sta facendo largo l’idea (tutta rinascimentale, ma nel senso peggiore del termine) che per governare la penisola sia sufficiente controllare i corridoi di una corte. «La convinzione che una buona conversazione fra pochissimi possa sostituire un vasto consenso fra molti», sottolinea Sforzini, evidenziando il distacco siderale tra i palazzi del potere (Palazzo Vecchio) e la folla, che spesso manifesta «opinioni meno sofisticate».
Si rischia, in sostanza, di trasformare l’Arno nel confine del mondo, esattamente l’opposto di ciò che fecero i grandi toscani del passato: «Machiavelli scriveva da Firenze pensando la politica universale; Galileo guardava il cielo, non il campanile. Qualche stratega contemporaneo sembra invece tentato dall’esperimento opposto: far terminare l’Arno in tutta Italia».

Il ritorno delle “cornacchie nere”: la prossimità come unico merito

Ed è a questo punto dell’analisi che tornano in scena le famigerate “cornacchie nere”, metafora tanto cara a Sforzini per descrivere i pessimi consiglieri politici.
Ogni leader che voglia davvero fare la storia ha bisogno di uomini che lo spingano a guardare oltre il proprio naso. Al contrario, i cattivi consiglieri fanno l’esatto opposto: «Restringono progressivamente il mondo finché il mondo coincide con la loro rubrica telefonica». Si circondano di “amici degli amici”, promuovono chi hanno a portata di mano e, soprattutto, trasformano la banale “prossimità geografica” in un merito politico assoluto, scambiando la consuetudine per competenza. «Alla fine», chiosa amaramente l’autore, «persuadono il Principe che il panorama visibile dalla sua finestra sia l’intero regno».

L’Italia non è un Granducato: serve un respiro nazionale

La conclusione dell’editoriale è una formidabile lezione di educazione civica e politica. Si può essere provinciali a New York e cosmopoliti in un paesino sperduto, perché il provincialismo è una categoria dello spirito, non della geografia. Tuttavia, quando la geografia diventa un’abitudine di potere, genera inevitabilmente solo dei “cortigiani”.
«L’Italia non è mai stata un Granducato. Per metterla insieme fu necessario uscire dai propri confini», ricorda Sforzini, lanciando un ultimo, affilato avvertimento ai manovratori politici di oggi. «Firenze fu capitale d’Italia dal 1865 al 1871. Se qualcuno non ha ricevuto la circolare con cui la capitale fu trasferita a Roma, sarebbe cortese fargliene avere una copia. Possibilmente prima del prossimo Consiglio del Granducato».

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Esteri

Iran – minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

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Barron Trump

Redazione-  La televisione di Stato iraniana ha trasmesso un video che sostiene di seguire gli spostamenti di Barron Trump, il figlio ventenne di Donald Trump, e afferma che sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia da 10 milioni di dollari (8,5 milioni di euro).

Le immagini, diffuse da media legati ai Guardiani della Rivoluzione e mandate in onda sul Canale 3 della tv di Stato iraniana, hanno per titolo “Where and how should we kill Barron Trump?”.

Il filmato sostiene di mostrare la posizione della sua università, i veicoli di scorta e la disposizione degli agenti del Secret Service, e afferma che i suoi movimenti sarebbero stati ‘completamente monitorati’. La notizia sulla taglia non ha potuto essere verificata in modo indipendente al momento della pubblicazione.

Il video sostiene inoltre che ‘una ragazza’ sarebbe riuscita a eludere la protezione del Secret Service, si sarebbe seduta con Barron Trump in un incontro privato e avrebbe passato informazioni agli autori del programma.

Afferma anche che Barron Trump comunicherebbe in privato tramite messaggi vocali e di testo su Xbox, lontano dal controllo della sua scorta. Euronews non ha potuto verificare in modo indipendente nessuna di queste affermazioni.

La trasmissione segue un video simile diffuso a luglio dall’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione, intitolato “Where and how is Melania Trump accessible?”, che descriveva i movimenti di Melania Trump a New York e indicava presunte falle nel suo sistema di sicurezza. Alla fine di maggio, il New York Post ha riferito di un presunto complotto contro Ivanka Trump.

I media statali iraniani hanno inoltre diffuso minacce dirette contro lo stesso Trump. A luglio, un cartellone nella piazza della Rivoluzione islamica a Teheran mostrava Trump apparentemente morto in una bara, con la scritta in inglese “We will kill Trump”.

Un altro video, diffuso in precedenza, sosteneva di tracciare il percorso del corteo di Trump tra gli aeroporti e le sue residenze in Florida e a New York. Il Secret Service statunitense ha confermato di star esaminando le immagini.

Nel gennaio 2020 un attacco con droni statunitensi ha ucciso il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani, all’aeroporto internazionale di Baghdad. L’operazione era stata autorizzata da Trump durante il suo primo mandato.

Le autorità iraniane promisero vendetta per l’uccisione di Soleimani e da allora hanno ribadito più volte quelle minacce.

Il secondo, e più recente, fattore scatenante è la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio, il primo atto della guerra in corso.

Alcune figure dei media statali iraniani hanno inquadrato le minacce personali contro Trump esplicitamente nel concetto giuridico islamico di “qisas”, o giustizia retributiva, sostenendo che l’uccisione della guida della Repubblica islamica crea l’obbligo di uccidere la persona ritenuta responsabile.

Mohammad-Javad Larijani, commentatore della televisione di Stato iraniana, ha definito il qisas un “diritto inalienabile” della Repubblica islamica. Parlando di chi ritiene responsabile della morte di Khamenei, ha affermato: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere e non esiste alcun ostacolo legale internazionale che possa fermarci”.

“Se non applichiamo il qisas a Trump, se non puniamo l’uccisore della nostra guida, l’attuale guida e i dirigenti della Repubblica islamica dovranno sempre vivere nascosti”, ha dichiarato Mohsen Ghanbarian, un altro volto abituale dell’emittente statale.

Trump ha avvertito che qualsiasi tentativo di ucciderlo provocherebbe una dura risposta degli Stati Uniti. Il 20 gennaio ha dichiarato che, in caso di un attentato contro di lui, “l’intero Paese Iran esploderà”. Ha aggiunto di aver impartito ordini tali da garantire che gli Stati Uniti “cancelleranno la Repubblica islamica dalla faccia della Terra” se le minacce dovessero concretizzarsi.

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Esteri

Spagna – e’ morto Carlos Rodriguez, l’uomo allevato dai lupi

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Carlos Rodriguez

Redazione-  Il famoso “ragazzo lupo” Marcos Rodriguez, spagnolo è morto la settimana scorsa all’età di 80 anni al termine di una vita straordinaria cominciata con gli anni trascorsi con un branco di lupi.

Nato nel 1946 in un Paese che si stava appena riprendendo da una guerra civile e da una guerra mondiale, Marcos Rodríguez Pantoja sembra avere incarnato il personaggio di Mowgli, il protagonista de Il libro della giungla e di altre opere di Rudyard Kipling.

La vita di Rodríguez è stata segnata da povertà, fame e maltrattamenti. Il padre riusciva a malapena a sfamare la famiglia, mentre la matrigna lo trattava con brutalità.

A sei anni il padre lo vendette a un pastore di capre. L’uomo lo lasciò in una valle isolata, dove avrebbe dovuto badare al bestiame insieme a un vecchio pastore. Il pastore gli insegnò come sopravvivere in montagna e come utilizzare le risorse disponibili.

Quando il pastore morì poco dopo, Marcos rimase completamente solo. Con il tempo trasformò la natura selvaggia nella sua casa e trovò una famiglia negli animali che lo circondavano.

Per dodici anni Rodríguez visse senza alcun contatto umano e sviluppò propri sistemi di comunicazione. Conosceva i versi degli animali, dal canto degli uccelli al richiamo dei cervi, ed era convinto di poter dialogare facilmente con volpi, lupi e perfino serpenti. In tutti quegli anni preferì restare lontano dalla civiltà. Fuggiva o si nascondeva quando sentiva voci umane tra le montagne.

Il bambino conquistò la fiducia di un branco di lupi, nutrendo i cuccioli e ululando quando percepiva un pericolo.

L’antropologo Gabriel Janer Manila lo intervistò per diversi mesi nell’ambito di uno studio di scienze sociali per la Facoltà di Filosofia dell’Università di Palma di Maiorca. I colloqui si svolsero tra novembre 1975 e aprile 1976.

A suo giudizio Rodríguez era riuscito a sopravvivere grazie all’intelligenza e alla capacità di immaginare. Nella sua tesi di dottorato Janer descrisse le diverse fasi della vita di Rodríguez: come sia diventato poco a poco parte di quella comunità, come ne abbia imparato le regole e il linguaggio dell’ambiente e come abbia trattato gli animali come suoi pari.

“Io piangevo e loro mi saltavano addosso… poi mi hanno mostrato la strada verso la loro tana, il rifugio dei lupi”, raccontò Rodríguez a Janer. In quel racconto descriveva come i cuccioli di lupo gli girassero intorno e saltassero in alto per salutarlo.

Col tempo, a quanto pare, si creò una sorta di simbiosi tra lui e i lupi.

“Quando volevo pescare, andavo al fiume e pescavo, quando volevo un coniglio ne prendevo uno, quando volevo un cervo chiamavo i miei genitori, i lupi, lanciavo un ululato, mi nascondevo nel fiume e i lupi spingevano la selvaggina fino a me”, raccontò Rodríguez.

Janer pubblicò in seguito la sua ricerca in Spagna in un libro intitolato He jugado con lobos (Ho giocato con i lupi).Nel 2010 una squadra del programma di TVE Informe Semanal parlò con Rodríguez nel suo paese natale, Añora. In quel momento tornava lì per la prima volta dopo 60 anni. Ripensando al periodo trascorso in montagna, davanti alla telecamera disse: “Stavo benissimo. Non sapevo che cosa fosse il denaro, ma avevo sempre abbastanza da mangiare”.Quando nel 1965, a 19 anni, fu scoperto dalla Guardia Civil, dovette riabituarsi a una vita in mezzo agli esseri umani: un processo di adattamento difficile e lungo. In seguito Rodríguez ha ripetuto più volte di essere stato felice in montagna. A suo dire, le vere sofferenze erano iniziate solo quando era stato trovato e costretto a integrarsi nella società.La sua storia è stata portata anche sul grande schermo nel film Entrelobos uscito nelle sale spagnole il 26 novembre 2010.

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