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Storia

L’AQUILA – ERA IL 25 FEBBRAIO DEL 1971, PER UN ERRORE DI UNA LETTERA NELLO STATUTO REGIONALE LA CITTA’ FU VITTIMA DI TRE GIORNI DI GUERRIGLIA URBANA, A FUOCO E FIAMME

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Redazione-  Una lettera. Una singola lettera tra “e” e “o”. Tre giorni di molotov, sassate e incendi. Siamo il 26 febbraio 1971. Il Consiglio regionale dell’Abruzzo è riunito per approvare il nuovo Statuto. In ballo c’è una questione caldissima: chi sarà il capoluogo ufficiale della regione, L’Aquila o Pescara? Lo Statuto dice chiaramente: le riunioni si tengono “a L’Aquila o a Pescara” — cioè in alternativa, con L’Aquila capoluogo principale. Spoiler. Il presidente del Consiglio regionale Emilio Mattucci apre la bocca e legge: “a L’Aquila e a Pescara.” Una lettera in più. Una congiunzione diversa. Il significato ribaltato. In aula partono le prime monetine. In strada, nel giro di minuti, parte il resto. L’Aquila si rivolta letteralmente contro se stessa. I cittadini danno fuoco alle sedi di DC, PLI, PSDI e PCI in piazza Palazzo e lungo il Corso Vittorio Emanuele. Vengono assaltate le abitazioni dei consiglieri regionali accusati di tradimento. La Prefettura viene presa d’assedio con blocchi di sanpietrini strappati dal selciato. Aspetta. Non è una protesta. È guerriglia urbana.

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“FRONTE RUSSO”: A L’AQUILA L’EVENTO CONCLUSIVO DEL PROGETTO DIDATTICO “HO FATTO LA STORIA”

Il 12 maggio 2026 al Palazzetto dei Nobili studenti, istituzioni civili e militari e mondo della scuola insieme per riflettere sulla memoria storica della Campagna di Russia e sul ruolo degli Alpini abruzzesi

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Redazione-   Si terrà il prossimo 12 maggio 2026, presso il Palazzetto dei Nobili in Piazza Santa Margherita a L’Aquila, l’evento conclusivo del progetto didattico “Fronte Russo”, inserito nell’ambito della seconda edizione di “Ho Fatto la Storia”, iniziativa dedicata alla valorizzazione della memoria storica e alla formazione delle giovani generazioni attraverso un percorso educativo partecipato.

L’evento, patrocinato dal Ministero della Difesa, dalla Regione Abruzzo, dalla Provincia dell’Aquila, dall’Ufficio Scolastico Regionale per l’Abruzzo, dal Comune dell’Aquila, dal Comune di Scoppito e dal Comune di Tornimparte, rappresenta il momento conclusivo di un articolato percorso formativo promosso dall’associazione culturale De Historia, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Statale “Comenio” di Scoppito e con il supporto a scopo didattico dei cimeli storici del 9^ Reggimento Alpini.

Il progetto, giunto alla seconda edizione, si propone di diffondere tra gli studenti la conoscenza della partecipazione della gioventù abruzzese alla Seconda guerra mondiale, con particolare attenzione al ruolo svolto dagli Alpini del Battaglione “L’Aquila”. Attraverso una lettura storica e antropologica degli eventi, gli studenti sono stati guidati a riflettere sulle condizioni di vita delle popolazioni montane abruzzesi durante il conflitto e sulle conseguenze umane e sociali della guerra in tutti gli strati di popolazione.

Particolare rilievo è stato attribuito alla figura di Valentino Di Franco, simbolo della tragedia vissuta dai reduci del fronte orientale, la cui vicenda personale diventa essa stessa strumento di approfondimento storico e civile per le nuove generazioni.

Il percorso didattico ha coinvolto gli alunni nella realizzazione di elaborati originali – diari immaginari di guerra, lettere dal fronte, disegni, poster e riflessioni – finalizzati a sviluppare capacità critica, consapevolezza storica e collegamenti tra passato e presente, anche alla luce degli attuali scenari internazionali.

La giornata del 12 maggio vedrà protagonisti proprio gli studenti, chiamati a presentare pubblicamente i lavori realizzati nel corso dell’anno scolastico. Un momento di forte valore educativo e simbolico, che intende dimostrare come la Storia possa essere vissuta non come semplice materia scolastica, ma come strumento vivo di comprensione della realtà contemporanea.

Il programma prenderà il via alle ore 9.00 con i saluti delle autorità civili e militari. Seguiranno gli interventi della Dirigente scolastica dell’I.C. “Comenio”, Prof.ssa Monica Maccarrone, e del vicepresidente di De Historia, Dott. Francesco Fagnani, storico e curatore del progetto, che approfondirà i temi legati alla presenza italiana in URSS durante la Seconda guerra mondiale, al ruolo degli Alpini e al valore storico della memoria.

A partire dalle ore 10.00 si entrerà nel vivo della sessione “Ho Fatto la Storia”, patrocinata dal Ministero della Difesa, con la presentazione degli elaborati degli studenti e la consegna degli attestati di merito De Historia ai ragazzi e ai docenti coinvolti nel progetto.

Nel pomeriggio, dalle ore 15.30, sarà inaugurata presso il Palazzetto dei Nobili una mostra dedicata ai lavori realizzati dagli studenti, aperta alla popolazione, visitabile anche nella giornata del 13 maggio 2026.

L’iniziativa si propone di consolidare il dialogo tra scuola, istituzioni e territorio, riaffermando il valore della memoria storica quale elemento fondamentale per la crescita civile e culturale delle nuove generazioni e, allo stesso tempo, diffondendo fra le giovani generazioni il concetto di guerra e le conseguenze di breve, medio e lungo periodo non solo per chi si trova al fonte, ma anche per chi resta a casa, in particolare, fino ai più piccoli centri della nostra regione.

Per informazioni: Associazione culturale De Historia Via del Picchio, 5 – 67100 L’Aquila – eventidehistoria@gmail.com

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IL MISTERO E LA FEDE: STORIA DEI MIRACOLI AL SANTUARIO DELLA SANTISSIMA TRINITÀ DI VALLEPIETRA

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Redazione-  Incastonato come un gioiello di pietra nelle pareti a strapiombo del Monte Autore, nel cuore dei Monti Simbruini nel Lazio, sorge uno dei luoghi di culto più suggestivi d’Italia: il Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra. Questo luogo non è solo un capolavoro di architettura rupestre, ma è il palcoscenico secolare di una profonda devozione popolare, alimentata da storie di miracoli, leggende e una fede incrollabile.

Ecco un viaggio attraverso la storia e i miracoli che hanno reso celebre questo sacro rifugio.

Il Miracolo Fondativo: Il Contadino e i Buoi

La storia del Santuario è indissolubilmente legata alla sua leggenda fondativa, un racconto tramandato di generazione in generazione che segna l’inizio della devozione in questo luogo impervio.

Secondo la tradizione popolare, l’origine del luogo sacro risale al miracolo di un contadino che stava arando un piccolo appezzamento di terra sulla cima del Monte Autore.

  • L’incidente: Improvvisamente, i due buoi che trainavano l’aratro, spaventati o spintisi troppo oltre il ciglio del precipizio, precipitarono nel vuoto portando con sé l’aratro stesso.
  • La scoperta: Il contadino, disperato per la perdita del suo unico mezzo di sostentamento, scese a valle aspettandosi di trovare le povere bestie sfracellate al suolo.
  • Il prodigio: Con sua immensa sorpresa, trovò i buoi perfettamente illesi. Le bestie erano inginocchiate in adorazione davanti a una piccola grotta. All’interno della cavità, sulla nuda roccia, era miracolosamente apparso un affresco raffigurante la Santissima Trinità.

Questo evento prodigioso segnò la nascita del Santuario, richiamando immediatamente l’attenzione dei fedeli dei paesi limitrofi.

Il Mistero dell’Affresco e le Tre Figure Identiche

Il cuore pulsante del Santuario è proprio l’affresco rinvenuto nella grotta. A differenza della tradizionale iconografia cristiana (che spesso rappresenta la Trinità come un uomo anziano, un uomo più giovane e una colomba), l’affresco di Vallepietra mostra tre figure umane perfettamente identiche, sedute l’una accanto all’altra, che tengono un libro aperto e benedicono alla maniera greca.

  • L’origine inspiegabile: Sebbene gli storici dell’arte datino l’opera tra l’XI e il XII secolo (probabilmente opera di monaci basiliani o benedettini sfuggiti alle persecuzioni iconoclaste), per i fedeli l’immagine è un’opera acheropita, ovvero “non dipinta da mano umana”, apparsa per volontà divina.
  • Il miracolo della conservazione: L’affresco ha resistito per secoli all’umidità della grotta, al fumo delle candele e alle intemperie senza perdere la vividezza dei suoi colori, un fatto che molti devoti considerano di per sé un miracolo.

Gli “Ex-Voto” e le Grazie Quotidiane

La storia del Santuario non è fatta solo di grandi miti fondativi, ma di una costellazione infinita di “piccoli” miracoli quotidiani. Questo è testimoniato dall’impressionante collezione di Ex-Voto (oggetti donati per grazia ricevuta) che tappezzano le pareti limitrofe alla grotta.

  1. Guarigioni inspiegabili: Molti pellegrini raccontano di guarigioni da malattie considerate incurabili dopo aver pregato la Trinità di Vallepietra o dopo aver bevuto l’acqua delle sorgenti vicine.
  2. Salvezza dai pericoli: Tra gli oggetti esposti si trovano stampelle, fotografie di gravi incidenti automobilistici da cui le persone sono uscite miracolosamente illese, e antichi dipinti naif che raffigurano scampati pericoli mortali (cadute nei boschi, attacchi di animali, fulmini).
  3. Il pianto devozionale: Il Santuario è famoso per il rito del “Pianto”, un’espressione profonda e catartica di devozione in cui i pellegrini cantano antiche lodi tradizionali, spesso sciogliendosi in lacrime mentre si avvicinano al santuario, considerandolo un momento di grazia e liberazione spirituale profonda.

Il Miracolo del Pellegrinaggio: Le “Compagnie”

Forse uno dei miracoli più visibili oggi è proprio il pellegrinaggio stesso. Ogni anno, specialmente durante il periodo della festa principale che culmina la Domenica della Santissima Trinità (la domenica successiva alla Pentecoste), decine di migliaia di pellegrini si mettono in cammino.

Si organizzano nelle cosiddette “Compagnie”, gruppi strutturati guidati da uno stendardo, che percorrono a piedi decine, a volte centinaia di chilometri attraverso montagne e boschi, intonando canti antichissimi. Vedere bambini, anziani e intere famiglie affrontare la fatica fisica del pellegrinaggio con una gioia e un vigore inesauribili è considerato dai credenti una manifestazione vivente del potere spirituale di questo luogo.Il Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra rimane un luogo dove il confine tra il reale e il divino sembra assottigliarsi. Che si guardi a esso con gli occhi dello storico affascinato dalla resilienza delle tradizioni popolari, o con il cuore del pellegrino in cerca di conforto, le rupi del Monte Autore continuano a sussurrare storie di fede incrollabile e di speranza, ricordando che, a volte, i miracoli più grandi si trovano nella devozione di chi decide di mettersi in cammino.

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TRASACCO – LA STORIA DI FACCETTA NERA, ERA IL 22 MAGGIO DEL 1944

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Redazione- Un drammatico episodio della seconda Guerra Mondiale, che ha colpito le nostre zone, la nostra gente, le nostre anime. Era il 22 Maggio del 1945, a Trasacco. La brutta storia coinvolge Maria Carlesimo, una giovane donna vittima di un linciaggio collettivo che ha lasciato un segno profondo nella memoria storica della Marsica.
Maria Carlesimo (Adalgisa Antonia Carlesimo), detta “Faccetta nera” per il suo aspetto bruno, aveva 23 anni nel 1945.
Nel 1944, durante l’occupazione tedesca, Maria si era innamorata di un sottufficiale tedesco e, per questo motivo, era fuggita con le truppe tedesche in ritirata. La popolazione di Trasacco la riteneva responsabile, insieme a un collaborazionista locale (Domenico Castronovo, detto “Mimmo il Siciliano”), della fucilazione di quattro trasaccani (Domenico Paponetti, Giuseppe Lucarelli, Pasquale Apone e Tauro Sabatino), avvenuta il 31 maggio 1944 in località Tre Portoni, nelle vicinanze di Trasacco. I cadaveri furono scoperti nel pomeriggio del 31. Il fatto suscitò enorme clamore, odio e risentimento verso i nazisti resisi autori di un così vile e barbaro eccidio. Tutta Trasacco si recò sul posto per assistere al recupero dei corpi, che furono caricati su di un carretto condotto da tal Clario Biancone e condotti presso la ex chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso, che in quegli anni fungeva da camera mortuaria.
Il 22 maggio 1945, secondo un testimone di Trasacco ma residente in Luco dei Marsi al tempo dei fatti, la ragazza mentre passava per Luco fu riconosciuta da questo suo concittadino, che le consigliò caldamente di non tornare a Trasacco, poiché per lei tirava una brutta aria. Ma la giovane non ascoltò il consiglio. Tornata in paese, Maria fu riconosciuta e presa di mira da una folla inferocita. Nonostante il tentativo dei carabinieri di proteggerla portandola in caserma, la folla assalì l’edificio. La giovane venne torturata, linciata e brutalmente uccisa a colpi di scure e coltello nella piazza principale.
Secondo le cronache dell’epoca riportate nel libro “Accadde a Trasacco nel 1945. L’olocausto di Faccetta Nera”, non fu un’esecuzione rapida, ma un linciaggio brutale caratterizzato da particolari raccapriccianti: la folla prelevò la ragazza dalla caserma e la trascinò in piazza sottoponendola a torture pubbliche usando i più svariati oggetti. La donna, ancora in vita, fu legata e appesa a testa in giù per una gamba (chi dice con entrambe e divaricate), a un ramo di un olmo monumentale sulla piazza del paese. Le testimonianze confermano l’uso di una scure (ma anche seghe, roncole e attrezzi agricoli simili) per infierire sul corpo, arrivando a un vero e proprio scempio che ne causò lo squartamento, rendendo l’episodio uno dei crimini di “giustizia sommaria” più spietati del dopoguerra italiano.
Nel 1948, la Corte di Assise di L’Aquila definì il fatto come un atto di vendetta collettiva folle e senza motivo, poiché non fu mai provata la sua diretta responsabilità nella delazione che portò alla morte dei concittadini, e le accuse sembrano essere state frutto solamente di dicerie popolari.
La vicenda è stata documentata da diverse fonti, tra cui il libro “Sconosciuto 1945” di Giampaolo Pansa e “L’olocausto di Faccetta Nera” di Alvaro Salvi, ed è stata oggetto di rappresentazioni teatrali e documentari che esplorano le dinamiche dell’odio e della giustizia sommaria nel dopoguerra.
L’olmo di Trasacco, divenuto tristemente noto come “l’olmo della vergogna”, rimase nella piazza del paese per altri cinque anni dopo il linciaggio di Adalgisa Antonia Carlesimo.
Venne definitivamente abbattuto e rimosso nel 1950.
L’albero era diventato un simbolo insopportabile di odio collettivo e di un crimine che aveva segnato profondamente la comunità. La sua presenza continua alimentava tensioni e ricordi dolorosi, portando l’amministrazione comunale dell’epoca a deciderne lo sradicamento per cercare di rimuovere quel ricordo traumatico e di voltare pagina.
Nonostante la rimozione fisica del monumento “vivente”, la vicenda continuò a dividere l’opinione pubblica locale per decenni. La lapide della tomba di Maria fu persino oggetto di vandalismi, costringendo i familiari a renderla anonima per evitarne la profanazione. Solo in anni recenti la figura della ragazza è stata riabilitata attraverso studi storici e rappresentazioni teatrali (come quelle tratte dal libro di Alvaro Salvi), che hanno cercato di restituire verità a una vittima di dicerie mai provate.
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