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Cultura

Marcinelle, 70 anni dopo

L’8 agosto 1956 è una data che non appartiene solo alla storia dell’emigrazione italiana, appartiene alla storia della dignità umana. Settant’anni fa, nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, 262 minatori persero la vita. Uno dei più gravi disastri minerari per l’emigrazione italiana, dopo quelli di Monongah (nel 1907 in West Virginia) e Dawson (nel 1913 in New Mexico). Delle 262 vittime a Marcinelle, 136 erano italiani. Ben 60 provenivano dall’Abruzzo: da Manoppello (23), Turrivalignani (9), Lettomanoppello (6), Farindola (6), Roccascalegna (6), Castel del Monte (2) e con una vittima da Alanno, Casoli, Castelvecchio Subequo, Elice, Isola del Gran Sasso, Ovindoli, Rosciano, Sant’Eusanio del Sangro.

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Miniera Bois du Cazier, tragedia 1956

La tragedia che cambiò l’emigrazione italiana e la coscienza del lavoro nel mondo

L’AQUILA – L’8 agosto 1956 è una data che non appartiene solo alla storia dell’emigrazione italiana, appartiene alla storia della dignità umana. Settant’anni fa, nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, 262 minatori persero la vita. Uno dei più gravi disastri minerari per l’emigrazione italiana, dopo quelli di Monongah (nel 1907 in West Virginia) e Dawson (nel 1913 in New Mexico). Delle 262 vittime a Marcinelle, 136 erano italiani. Ben 60 provenivano dall’Abruzzo: da Manoppello (23), Turrivalignani (9), Lettomanoppello (6), Farindola (6), Roccascalegna (6), Castel del Monte (2) e con una vittima da Alanno, Casoli, Castelvecchio Subequo, Elice, Isola del Gran Sasso, Ovindoli, Rosciano, Sant’Eusanio del Sangro.

Piccoli i paesi di provenienza, vite che scesero nel sottosuolo profondo, per risalire solo nella memoria. Marcinelle non è solo un luogo, è una ferita profonda. Una ferita che ha attraversato generazioni, che ha segnato la storia del lavoro italiano nel mondo, che ha rivelato la verità di un accordo – quello italo-belga del 1946 – che scambiava “uomini per carbone”, braccia per tonnellate di antracite, speranze di futuro per contratti capestro.

Nel 1945, immediato dopoguerra, l’Italia era un paese stremato, con l’economia in ginocchio e la disoccupazione diffusa. Ferite materiali e morali ancora aperte, dopo 20 anni di dittatura fascista, cinque anni di guerra, di cui due di occupazione nazista e di lotta di Resistenza per liberare il Paese, riconquistare la libertà e avviare la democrazia. Il Belgio, invece, pur con le distruzioni belliche, aveva bisogno di tanta manodopera per sfruttare le sue cospicue risorse minerarie, estrarre carbon fossile per alimentare le industrie e la ricostruzione del Paese. Nacque così l’accordo del 23 giugno 1946. Per ogni italiano inviato nelle miniere belghe l’Italia avrebbe ricevuto 2,5 tonnellate di carbone.

Sui muri delle città italiane comparvero manifesti rosa. Promettevano salari vantaggiosi, alloggi dignitosi, viaggi gratuiti, ferie pagate, carbone per le famiglie. La realtà era ben diversa. I minatori venivano reclutati alla stazione centrale di Milano, sottoposti a visite mediche sommarie, caricati su treni speciali che attraversavano la Svizzera senza fermarsi – per evitare fughe – e spediti in Vallonia. Ad attenderli non c’erano case, ma baracche di legno, bassi di vecchie case umidi e malsani e hangar di lamiera che pochi anni prima avevano ospitato prigionieri di guerra.

E poi c’erano chiari messaggi di pregiudizio xenofobo nei confronti degli immigrati. Sulle porte degli appartamenti di frequente un cartello crudele recitava «Ni animaux, ni étrangers». Né animali, né stranieri. Molti dei nostri emigranti erano braccianti e contadini, abituati al sole dei campi. In miniera li aspettava invece il buio, il caldo infernale, il grisù, cunicoli alti talvolta solo 40 centimetri, turni massacranti, silicosi e incidenti quotidiani. E un contratto capestro che non permetteva loro di tornare indietro. Chi abbandonava il lavoro veniva infatti rinchiuso in centri di detenzione. Marcinelle fu il punto di non ritorno.

 

L’8 agosto 1956 fu l’inferno sotto terra. Alle 7 del mattino, 274 minatori scesero nel pozzo per il primo turno. A 975 metri di profondità un carrello rimase incastrato nell’ascensore. Nonostante l’anomalia, la cabina fu fatta risalire. Il carrello tranciò tubi dell’aria compressa, condutture dell’olio e cavi elettrici. Il fuoco divampò in un lampo. Il fumo invase i cunicoli. Il grisù esplose. E la miniera divenne un inferno. Le operazioni di soccorso durarono due settimane. Il 22 agosto, alle tre di notte, un soccorritore risalì dall’ultima galleria e pronunciò le parole che chiusero ogni speranza: «Tutti cadaveri.» Marcinelle non fu solo un incidente, fu la rivelazione di un sistema. Di una sicurezza inesistente, di impianti obsoleti, di una gestione che sacrificava vite per la produzione. Fu la denuncia di un accordo che aveva trasformato uomini in numeri, famiglie in statistiche, speranze in carbone.

Nel 2016, in occasione del Sessantennale, andai in Belgio per partecipare alla cerimonia conclusiva delle commemorazioni. A Hornu, presso Mons, il 16 dicembre ci fu l’incontro conclusivo di un anno di eventi che di quella tragedia aveva fatto memoria e raccolto testimonianze. Presenti a quel convegno rappresentanti di associazioni che si occupano di emigrazione, di istituzioni pubbliche e del Ministero degli Affari Esteri italiano. Era presente anche Elio Di Rupo, figlio di un emigrato abruzzese, allora Sindaco di Mons e già Primo Ministro del Belgio. Una testimonianza vivente di ciò che gli italiani hanno saputo costruire, nonostante tutto. Nel mio intervento ringraziai gli emigrati per il servizio che avevano reso all’Italia con il lavoro, la serietà, la dignità, la capacità di onorare la terra d’origine. Per il rispetto guadagnato sul campo, contro ogni pregiudizio. Per aver mostrato al mondo il valore degli italiani, spesso più riconosciuto all’estero che in patria.

Il giorno dopo andammo visitare la miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle. Alain Forti, Conservateur del sito nel 2012 riconosciuto Patrimonio dell’umanità – grazie alla lotta degli ex minatori che ne scongiurò la trasformazione a supermercato e ne promosse il riconoscimento dall’Unesco -, ci guidò tra i luoghi della tragedia. La visita fu una via crucis, con il racconto degli ultimi testimoni della tragedia sui cunicoli, le attrezzature, i ricordi del caldo soffocante, del pericolo del grisù. Poi la visita al Memoriale, 262 fotografie. 262 vite perdute. 136 i minatori italiani. Davanti a quelle immagini il silenzio, non solo rispetto, ma dolore, memoria e responsabilità.

La tragedia cambiò molte cose. Marcinelle segnò la fine degli accordi bilaterali tra Italia e Belgio. Segnò la fine dell’idea che il lavoro potesse essere barattato con carbone. Segnò l’inizio di una nuova consapevolezza: che la sicurezza non è un optional, che la dignità non è negoziabile, che la vita non può essere sacrificata per la produzione. Nacque una nuova attenzione verso i diritti dei lavoratori all’estero. Nacque la consapevolezza che l’emigrazione italiana non è solo una storia di partenze, ma una storia di sacrifici, di lotte, di conquiste civili. Una storia che non può essere più relegata a memoria circoscritta, ma riconosciuta come una delle grandi vicende nazionali.

Da quella tragedia è nata la Giornata del Lavoro Italiano nel Mondo, celebrata ogni 8 agosto. Ma da Marcinelle – aggiungo – dovrebbe nascere anche un dovere civile e un impegno politico corale e imprescindibile: che la storia dell’emigrazione italiana entri nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Che diventi parte significativa della Storia d’Italia, per essere stata una diaspora che in poco più di un secolo ha visto partire 29 milioni di italiani per le terre d’emigrazione in ogni angolo del mondo.

 

Settant’anni dopo Marcinelle continua dunque a parlare. Proclama un monito per l’intera umanità. Ci ricorda che il lavoro è dignità, ma può diventare tragedia quando la dignità viene negata. Ci ricorda che gli emigrati italiani hanno costruito il mondo con le loro mani, spesso pagando un prezzo altissimo. Ci ricorda che la sicurezza non è un lusso, ma un diritto. Ci ricorda che la memoria non è un esercizio del passato, ma un impegno del presente. Settant’anni dopo, Marcinelle non è solo un luogo. È un monito, è una ferita, è una responsabilità, è un tributo alla vita di 262 uomini che non devono essere dimenticati. E soprattutto è un dovere, quello di continuare a raccontare e fare memoria.

 

 

 

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Cultura

“… E adesso parlo!”: l’urlo di verità di Maria Teresa Liuzzo nell’intensa intervista a Patrick Sammut

“La Scrittura è purezza e verità, sangue e dolore. Scrivo per non morire.” 📖 🖋️ In questa lunghissima, complessa e profonda intervista a cura del Prof. Patrick Sammut, la scrittrice Maria Teresa Liuzzo si mette a nudo. Affronta il dramma della violenza e degli abusi al centro della “Saga di Mary” e lancia un durissimo atto d’accusa contro l’ipocrisia dei moderni “salotti letterari”. Un urlo di libertà e dignità dedicato a tutte le donne. Leggi l’intervista integrale! 🌸 ❤️

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Maria Teresa Liuzzo

Cultura e Società – Ci sono libri che si leggono per svago e libri che, invece, si leggono per sopravvivere. Opere in cui l’inchiostro si mescola inevitabilmente al sangue, al dolore e alla cruda verità. È questo il caso della dirompente produzione letteraria di Maria Teresa Liuzzo, scrittrice e poetessa dall’animo fiero e indomabile, autrice della celebre “Saga di Mary”. In questa profonda e complessa intervista esclusiva, rilasciata al giornalista e Professore maltese Patrick Sammut (Direttore della rivista “Il-Pont”), la Liuzzo si mette completamente a nudo. Affronta i temi delicati del suo ultimo romanzo, del confine sottile tra l’inferno degli abusi domestici e la salvezza spirituale, e si scaglia con rabbia e fierezza contro la corruzione e l’ipocrisia dei moderni salotti letterari.


Tra incubo e salvezza: la genesi di Mary e del suo angelo Raf

D) Questo è un romanzo non semplice da categorizzare. Ha del reale, dell’onirico, del mistico, della fiaba, del fantastico, dello psicologico, ma è anche un romanzo di memoria. Quali sono le tue reazioni?
R) Guardo sempre il lato positivo che si regge sulla verità e non sulla menzogna, ed è proprio nel dolore che mi alzo più forte di prima.

D) Infatti, ci sono momenti in cui dal reale (la vita difficile di Mary) si passa al surreale. Quanto è vero questo, o è tutto un sogno?
R) Sia la vita che il sogno hanno una loro metamorfosi o, se vogliamo, una “sintesi clorofilliana”. Del resto, nel bene e nel male, la vita non è tutta un sogno? È evidente che la Mary del romanzo sta vivendo un’altra vita (reincarnazione), ma vive parallelamente su altri piani (corpo – psiche – spirito). La sofferenza e la schiavitù, invece, sono reali. Mary attendeva il boia come una liberazione da una vita abusata e consumata nel terrore e nell’angoscia.

D) Ci si chiede: ma chi è Raf? E chi è S.A.I.R.?
R) Raf è il daimon di Mary (un angelo che nel tempo si materializza): le rimane accanto, la protegge, l’ama disperatamente. Sia lui che l’”Angelo Bianco” hanno suggerito a Mary di scrivere il romanzo, il primo di una fortunata e ormai famosa trilogia. S.A.I.R. è il titolo nobiliare di un Principe che corrisponde a Sua Altezza Reale Imperiale. Anche lui un personaggio realmente esistito e reincarnato. Sin da bambino fu sempre vicino a Mary, discreto e devoto. Si incontrarono per caso, anni dopo la guerra, in Svizzera. Nel lungo e commosso abbraccio capirono che non si erano mai perduti.

D) Amore e morte si legano forte in questo romanzo, ricordando la vita di certe Sante. Cosa ne pensi?
R) Concordo pienamente. L’intera trilogia è un impasto di carne e sangue. Non è spiegabile altrimenti come un corpo umano (quello esile, denutrito e martoriato di una bambina indesiderata) potesse sopravvivere sepolta viva, ustionata da ogni male e succube di una violenza cieca e criminale. Eppure, la Mary del romanzo ha trovato nel buio più profondo la luce che acceca, quella dell’Infinito e della Fede. Mary sapeva sin d’allora che il letto più sicuro, più accogliente, è la ferita.

Un grido disperato contro gli abusi e una carezza per l’umanità

D) Subentra anche l’elemento sociale: prostituzione, traffico d’organi e tanto abuso domestico. È anche un romanzo di denuncia?
R) Sì, è soprattutto un romanzo di denuncia, come gran parte della mia scrittura. Un grido disperato che possa scuotere le coscienze di un mondo sanguinario, surreale, disumano e cinico, dove i bambini sono i nuovi martiri.

D) Mary viene vista quasi come un Cristo crocifisso in versione femminile, o una Cenerentola senza un lieto fine. La scrittura è salvezza contro tutta l’umiliazione patita?
R) Moltissimo. Mary è stata un Cristo crocifisso (non dimentichiamo che la mente Divina è Donna). Mary non conosce odio né rivalsa. La sua bocca ha masticato fiele trasformandolo in miele. Ha amato molto e perdonato sempre, per dare pace al suo cuore. Il romanzo ha riscosso interesse in tutto il mondo ed è stato tradotto in innumerevoli lingue. Nei progetti c’è persino un film sul nuovo realismo.

D) Quello tra Mary e Raf è un amore sensuale ma anche platonico…
R) Raf e Mary sono legati dal destino. Anche i loro nomi sono biblici e hanno conosciuto l’estasi spirituale e terrena.

L’allergia ai “salotti letterari” e la Scrittura come Tempio Sacro

D) Si legge tanto di Mary come scrittrice di successo. Eppure, non sappiamo quasi niente della sua vita pubblica. Quanto c’è di vero?
R) Mary è una donna molto riservata, legata al ruolo di sposa e di madre prima ancora di essere scrittrice. La Scrittura ebbe un ruolo importante nella sua vita: fu una necessità organica. Durante un’intervista rispose: “Scrivo per non morire”.
Ha vissuto molti anni di “clausura” senza mai lamentarsi. Da sempre è allergica ai salotti letterari. Non ama le “passerelle” e non partecipa ai concorsi che si moltiplicano in modo nauseante, trasformati spesso in alcove vivaci e spumeggianti. Oggi va di moda l’autocelebrarsi, scrivere soltanto per gli amici della propria consorteria, diventando “stampelle di mutuo soccorso”. I critici diventano politicanti, addestrato è il piccolo esercito di nani pronti a inchinarsi al “gran signore”.

Se la Scrittura è purezza, verità, sangue e dolore, non dovrebbe mai subire contaminazioni. Non ho patologie quali l’invidia, l’ingratitudine o l’odio. Opero nel campo della cultura da oltre mezzo secolo, ho pubblicato dodici libri di poesie e quattro romanzi, e ho ricevuto circa 800 recensioni in tutto il mondo da critici di altissimo spessore internazionale (da Thomas Fleming ad Athanase Vnthev De Thracy, da Folco Quilici a Giulio Andreotti, ndr).

D) C’è chi l’ha definita “l’agnello sacrificale” della letteratura…
R) È fuori da ogni dubbio che la Liuzzo non si genuflette ai “poteri loschi”. La dignità non deve essere confusa con la superbia. Mary è una donna libera che ben conosce quel filo sottile tra libertà e libertinaggio (sa che la bellezza fisica è solo caducità e che il “cervello” è quello che rimane). Qualcuno mi ha definita scherzando “Musulmana” per la mia estrema riservatezza: per me è soltanto rispetto verso me stessa. Penso che il corpo, quanto la mente, siano un Tempio Sacro.

Ad alcuni critici disonesti chiedo di guardare in fondo ai loro cuori e costituirsi alla propria coscienza. Mary non è un oggetto di consumo, né mercanzia, e mai scenderà a compromessi. Il mio motto da sempre è: “Più crepe mi fate, e più luce mi entra”. Sono orgogliosa di essere me stessa: Maria – Mary – Mia.

Per me hanno viaggiato i miei libri: sono stati i miei occhi, la mia bocca, le mie gambe, la mia coscienza. La Scrittura è il cuore del mondo. L’omaggio più bello che si possa fare a una Donna costa meno di un fiore di campo. Si chiama: RISPETTO.

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Cultura

35 anni dopo, il mare non ha cancellato la memoria: l’esodo, il dolore e la rinascita del popolo albanese

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Sbarco Albanesi in Italia

Cultura e Società – 35 anni fa, migliaia di albanesi furono costretti a lasciare tutto: la propria terra, le case, i genitori, i figli, le mogli e i mariti. Lasciarono strade conosciute, volti familiari, ricordi d’infanzia e una vita che, per quanto difficile, rappresentava comunque la propria casa.

Fuggivano da un regime che aveva tolto dignità, libertà e speranza. Un regime che aveva chiuso le porte al mondo e che aveva trasformato la vita quotidiana in una lunga attesa, fatta di privazioni, paura e silenzio.
Partire non era un desiderio. Per molti era una necessità.
Era il bisogno disperato di respirare un’aria diversa, di poter immaginare un futuro, di dare ai propri figli ciò che loro stessi non avevano avuto: la libertà di scegliere, di studiare, di lavorare, di viaggiare, di sognare.

Il viaggio verso l’ignoto

E così migliaia di persone si misero in cammino.
Non avevano valigie piene di ricchezze. Spesso avevano soltanto pochi vestiti, qualche fotografia, documenti, piccoli oggetti di valore affettivo e una speranza immensa.
Una speranza più grande della paura.

Molti affrontarono il mare su navi e imbarcazioni di fortuna, stipati insieme ad altre persone, senza sapere quale sarebbe stato il loro destino. Il mare diventò improvvisamente il confine tra ciò che avevano conosciuto e ciò che speravano di trovare.
Dall’altra parte c’era l’ignoto.
C’erano la fame, la sete, il freddo, la paura, le onde e l’incertezza. Ma c’era anche una parola che per molti valeva più di qualsiasi altra cosa: futuro.

Quanti pensieri avranno attraversato quelle menti durante il viaggio?
Quante persone avranno guardato l’orizzonte chiedendosi se sarebbero riuscite ad arrivare?
Quanti genitori avranno stretto i propri figli cercando di proteggerli?
Quanti giovani avranno immaginato per la prima volta una vita diversa?
E quanti, invece, non hanno mai visto quella terra promessa?

Il prezzo altissimo del mare

Tanti, troppi, non ce l’hanno fatta.
Hanno perso la vita tra le acque, in silenzio, lontano dalla propria patria e dagli affetti. Sono diventati nomi che forse soltanto le loro famiglie continuano a pronunciare ogni giorno. Sono diventati fotografie conservate nei cassetti, ricordi custoditi nel cuore, domande rimaste senza risposta.
A loro va il pensiero più doloroso.

Perché dietro ogni persona che non è arrivata c’era una famiglia. C’era una madre che aspettava un figlio, un padre che sperava di riabbracciarlo, una moglie che attendeva il ritorno del marito, un bambino che aspettava il proprio genitore.
Dietro ogni vita spezzata c’era una storia.
E nessuna di quelle storie dovrebbe essere dimenticata.

L’accoglienza e la resistenza

A chi ha accolto quegli uomini e quelle donne con umanità, offrendo una possibilità quando non avevano quasi più nulla, va il nostro più profondo ringraziamento.
L’accoglienza, in quei momenti, non significò soltanto aprire una porta. Significò riconoscere nell’altro un essere umano. Significò comprendere che dietro quella massa di persone c’erano individui, famiglie, sogni e paure.

Erano persone. Non numeri. Non immagini televisive. Non statistiche.
Non erano “formiche”, come qualcuno ebbe la vergogna di definirli.
Erano uomini, donne, bambini, anziani. Erano persone a cui era stato rubato il futuro e che stavano cercando di riprenderselo.

E molti di loro, una volta arrivati in Italia, hanno dovuto ricominciare da zero.
Hanno imparato una nuova lingua, hanno cercato un lavoro, hanno affrontato difficoltà economiche, hanno conosciuto la nostalgia e la solitudine. Hanno dovuto dimostrare continuamente il proprio valore.
Hanno lavorato nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche, nei ristoranti, nei negozi. Hanno fatto lavori umili e pesanti, spesso lontani dai propri studi e dalle proprie aspirazioni.
Ma hanno resistito.

Perché chi ha conosciuto la fame non si spaventa davanti alla fatica.
Chi ha conosciuto la paura non si arrende facilmente.
Chi ha perso tutto sa quanto vale anche una piccola opportunità.

Il riscatto di una generazione

E quella generazione, lentamente, ha iniziato a costruire.
Una casa. Una famiglia. Un lavoro. Una nuova vita.
Poi sono arrivati i figli. Figli cresciuti tra due culture, due lingue, due mondi. Figli che hanno ascoltato le storie dei propri genitori e dei propri nonni. Storie di partenze improvvise, di viaggi difficili, di sacrifici, di nostalgia e di speranza.
Molti di quei figli hanno potuto studiare. Sono diventati dottori, ingegneri, avvocati, professori, scrittori, giornalisti, scienziati, artisti, imprenditori, professionisti.
Altri hanno costruito piccole imprese, creato posti di lavoro, contribuito alle comunità nelle quali vivono. Altri ancora hanno semplicemente costruito una famiglia serena, crescendo i propri figli con valori, educazione e dignità.
E anche questo è un successo. Perché il successo non si misura soltanto in denaro o riconoscimenti.

A volte il più grande successo è riuscire a trasformare una vita iniziata nella paura in una vita costruita nella libertà. È riuscire a dire ai propri figli: “Io ho sofferto perché tu potessi avere una possibilità”.
Questa frase racchiude forse il sacrificio di un’intera generazione. Una generazione che ha pagato un prezzo altissimo per cambiare il proprio destino.

Le radici che attraversano il mare

Eppure, nonostante tutto, molti non hanno mai smesso di guardare verso l’Albania.
Perché si può lasciare un Paese, ma non si lascia facilmente il luogo in cui si è imparato a vivere. L’Albania resta nelle parole, nei ricordi, nei profumi della cucina, nelle canzoni, nelle tradizioni, nelle fotografie, nelle feste di famiglia, nelle storie raccontate ai figli.
Resta nei paesi d’origine. Nelle montagne. Nel mare. Nelle strade dell’infanzia. Nelle tombe dei propri cari. Resta soprattutto nella memoria.

Per molti emigrati, tornare in Albania significa ritrovare una parte di sé. Anche quando tutto è cambiato, anche quando le strade non sono più quelle di una volta, anche quando la casa dell’infanzia non esiste più, c’è sempre qualcosa che rimane.
Una voce. Un paesaggio. Un ricordo. Una sensazione.
La sensazione di essere tornati, almeno per un momento, nel luogo da cui tutto è iniziato.
E questo dimostra che l’emigrazione non cancella le radici. Le radici possono attraversare il mare, le frontiere. Possono crescere in una terra diversa. Ma rimangono.

35 anni dopo: una memoria da proteggere

A distanza di 35 anni, guardare indietro significa anche riconoscere le responsabilità di una pagina drammatica della nostra storia.
Ai governi albanesi dell’epoca resta addosso il peso della vergogna per non essere stati capaci di proteggere il proprio popolo e di offrirgli una prospettiva. Quando un essere umano è costretto a rischiare la propria vita pur di poter sperare in un futuro migliore, significa che qualcosa di profondamente sbagliato è accaduto.
Nessun governo dovrebbe mai dimenticare che dietro le decisioni politiche ci sono persone. Vite reali. E nessuna ideologia dovrebbe mai valere più della dignità umana.

Per questo ricordare quei giorni non significa soltanto celebrare chi è riuscito a partire. Significa ricordare anche chi è rimasto. Chi non ha avuto il coraggio, la possibilità o la fortuna di attraversare il mare.
Significa ricordare chi è morto, perché la memoria non può essere selettiva. Non possiamo ricordare soltanto le storie di successo e dimenticare il prezzo pagato. Ogni conquista ha avuto un costo. Ogni vita ricostruita porta dentro di sé le cicatrici di ciò che è stato.

Oggi una nuova generazione di albanesi vive in Italia e in tanti altri Paesi del mondo. Sono figli e nipoti di quella generazione. E forse non potranno mai comprendere fino in fondo ciò che hanno vissuto i loro genitori, ma hanno il dovere di conoscere quella storia.
Perché conoscere il passato significa capire il valore di ciò che oggi abbiamo: la libertà di studiare, viaggiare, lavorare, sognare. Libertà che oggi sembrano normali, ma che per un’intera generazione non lo erano.

E allora, 35 anni dopo, il ricordo deve essere anche un impegno. L’impegno a non dimenticare. L’impegno a comprendere che nessuno abbandona facilmente la propria terra se non sente di avere una ragione forte per farlo.
Dopo 35 anni, possiamo dire una cosa con certezza: non erano formiche. Erano persone. Erano padri, madri, figli, giovani pieni di sogni. E nessuno dovrebbe mai vergognarsi di aver cercato la libertà.

Trentacinque anni dopo, il mare è ancora lì.
Ma dall’altra parte del mare oggi ci sono milioni di storie. Storie di una generazione che ha conosciuto la paura, ma ha scelto di non arrendersi. Storie di uomini e donne che hanno dimostrato che si può perdere una casa senza perdere le proprie radici, si può ricominciare da zero senza dimenticare il proprio passato, e si può trasformare una ferita in una forza straordinaria.

Questa è la loro storia.
Questa è la nostra memoria.
E questa è una pagina che nessuno dovrebbe mai avere il diritto di cancellare.

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Cultura

“La letteratura è l’arma più forte dello spirito”: la straordinaria vita e la missione dello scrittore Maxhun Osmanaj

“La letteratura e la creatività sono diventate le armi più forti del mio spirito di fronte alle tempeste dell’esistenza”. 📖 ✍️ Un meraviglioso viaggio nella vita e nel pensiero di Maxhun Osmanaj, uno dei più grandi poeti e scrittori dell’Albania e del Kosovo. In questo intenso articolo ripercorriamo la sua sterminata biografia letteraria e pubblichiamo una sua riflessione profonda sul vero senso della letteratura, che non è mai solo intrattenimento, ma una missione umana. Leggi l’articolo completo! 🇽🇰 🇦🇱

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Maxhun Osmanaj

Cultura e Società – Ci sono vite che sembrano scritte apposta per diventare, a loro volta, un romanzo. Vite interamente dedicate al potere salvifico delle parole, capaci di trasformare la lettura e la scrittura in una vera e propria missione umana. Oggi abbiamo il privilegio di presentarvi la figura e il pensiero di Maxhun Osmanaj, una delle penne più prolifiche e sensibili del panorama letterario del Kosovo e dell’Albania. Vi offriamo prima un rapido ritratto biografico di questo straordinario autore, seguito da una sua profonda riflessione in prima persona sul senso intimo della letteratura. Una lettura imperdibile per chiunque ami perdersi tra le pagine di un libro.


Biografia – Chi è Maxhun Osmanaj

Nato il 25 aprile 1958 nel villaggio di Prekallë (Istog, Kosovo), Maxhun Osmanaj ha completato gli studi primari e liceali nella sua terra, per poi laurearsi alla Facoltà di Filologia (indirizzo Lingua e Letteratura Albanese) presso la prestigiosa Università di Pristina. Il suo amore per la carta stampata sboccia prestissimo: dal 1977, anno in cui pubblicò le sue prime due poesie sulla rivista letteraria Pionieri, non ha mai smesso di dedicarsi anima e corpo alla scrittura letteraria e pubblicistica.

Oggi Osmanaj scrive poesie, prose e recensioni letterarie (sia per adulti che per l’infanzia) e collabora attivamente con testate, riviste e portali in Kosovo, Albania e in Italia. La sua caratura istituzionale e letteraria è testimoniata dai numerosi incarichi che ricopre: è membro della Lega degli Scrittori del Kosovo, membro della Carovana degli Scrittori per Bambini “Agim Deva” e cofondatore del Club Letterario “Podguri” a Istog. Ricopre inoltre il ruolo di collaboratore per il giornale “Nacional” di Tirana, è direttore della testata “Gazeta e Alpeve” (per Istog e Pejë) e fa parte della redazione della rivista scolastica “Zog Mëngjesi” di Pristina.

I versi di Osmanaj hanno superato da tempo i confini nazionali, venendo tradotti in francese, italiano, inglese e svedese e venendo inseriti in innumerevoli antologie internazionali. Alle sue spalle vanta una carriera da insegnante lunga ben 27 anni (presso la scuola di Zallq) e la pubblicazione di ben 17 opere letterarie, coronate da prestigiosi premi internazionali.

Tra i suoi libri più noti spiccano: “Il risveglio del dolore” (1998), “Il sorriso della natura” (2004), “Parla la patria?” (2016), “Dalla finestra della classe” (2018), “Chi abita nella mia poesia?” (2020), “La riva dell’anima” (2022), “Come bussa l’autunno” (vincitore del noto Premio “Ymer Elshani” nel 2024 come migliore opera per bambini) e il freschissimo “Tempo ingrigito nella resistenza” (2025). Attualmente vive e opera a Istog, con una nuova raccolta di racconti e due saggi di critica letteraria già in rampa di lancio.


La letteratura non è solo intrattenimento

di Maxhun Osmanaj

Durante il viaggio letterario attraverso gli anni e i decenni, ho compreso la letteratura in modi diversi. Nell’adolescenza, la letteratura – la lettura – mi è arrivata come una sorta di intrattenimento emotivo. Nella maturità, invece, mi è apparsa come un’avventura più interessante e piacevole, attraverso la quale ho compreso la sua vera natura e la sua missione universale. Come scriveva Tzvetan Todorov: «La conoscenza della letteratura non è un fine in sé, ma è una delle strade maestre che conducono al perfezionamento di ciascuno».

Più tardi, la lettura mi ha fatto cadere nella migliore “trappola” della vita. Dopo tre decenni passati a inseguire la lettura delle grandi opere nazionali e mondiali come un maratoneta instancabile, la letteratura mi ha spinto in un’altra “trappola”, ancora più stimolante e vitale, che mi ha dato il respiro: la creazione letteraria. Così, da lettore appassionato, sono passato a essere un creatore.

La scrittura mi permetteva di comprendere ancora di più il mondo, il rapporto complesso con le persone, con lo scorrere del tempo. In breve, la letteratura e la creatività sono diventate le due armi più forti del mio spirito di fronte alla vita e alle spietate tempeste dell’esistenza. Era come se riuscissi a uscire vincitore persino contro il caos quotidiano, contro i dolori pungenti che incontravo lungo il cammino.

Oggi accetto la letteratura e la creatività come una sacra missione umana, un compito educativo per nutrire il popolo e le nuove generazioni, poiché l’universo dello spirito umano è tanto profondo quanto emotivo e illimitato. Oggi, entrando in punta di piedi nell’anima delle opere in versi e in prosa, “scavando” nei destini e grazie alla lettura vorace dei libri di teoria letteraria, ho compreso fino in fondo i destini dolorosi e le emozioni travolgenti dei personaggi che costituiscono il vero fondamento di un’opera.

Oggi comprendo in modo diverso la geografia emotiva di un testo, con tutte le sue infinite forme e manifestazioni spirituali: la gioia abbagliante, la disperazione più nera, l’amore, l’odio, l’ego, i sogni dell’uomo, le speranze infrante e quelle durature, le delusioni. Insomma, tutto ciò che ruota attorno all’uomo trasformato in arte letteraria. Così, alla fine, mi sembra sempre più chiaro che la letteratura sia vita, e la vita, inevitabilmente, letteratura.

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