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Salute

MAX FROM GABIN | WALKING, MOVING, LOVING LIVING

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Redazione-  Dal 24 aprile 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming “Walking, Moving, Loving Living”, il nuovo album di MAX FROM GABIN per Irma Records, dal quale è estratto il singolo in rotazione radiofonica “Loving Living”.

“Loving Living” è un brano le cui sonorità rievocano il sound raffinato dei Gabin (con un richiamo particolare all’uso del pianoforte), ma presentano un arrangiamento dal carattere più elettronico e moderno. Nell’inciso, Max esegue un trascinante riff vocale cantando le parole “Walking-Moving-Loving-Living”, il mantra che dà il titolo all’intero album.

“Walking, Moving, Loving Living” è un album che rappresenta un viaggio sonoro poliedrico in cui Max fonde la sua essenza di bassista con una produzione elettronica moderna e sofisticata. Il disco si apre con sonorità che omaggiano il sound dei Gabin, caratterizzate da un pianoforte evocativo che si intreccia a un arrangiamento contemporaneo, definendo fin da subito l’identità dell’opera attraverso il riff vocale della title track. In ogni traccia emerge prepotentemente il ruolo del basso, strumento che guida l’ascoltatore attraverso atmosfere che ricordano viaggi on the road californiani o raffinati club grazie a contaminazioni Funk, Acid Jazz e Soul. La struttura del disco alterna con fluidità momenti di pura energia New Disco a ballate pop in 6/8 dal forte impatto emotivo, senza disdegnare esperimenti ritmici audaci come l’uso della cassa dritta su tempi in 3/4 o suggestioni Electro Bossa. Max arricchisce il progetto collaborando con voci storiche come Mia Cooper e talenti emergenti come Marta o Angelo De Bonis, esplorando temi che spaziano dalla forza interiore e l’accettazione di sé fino alla spiritualità della reincarnazione e a intimi ricordi personali trascorsi nella natura. Nonostante le sfumature fusion anni ’80 e i richiami rétro, l’uso sapiente di tastiere elettroniche e batterie sintetiche attualizza costantemente il sound; inoltre, l’uso del basso elettrico in molti brani, che culmina nell’assolo di “Play that damn Bass Max!”, celebra la vera anima dell’artista.

Spiega l’artista a proposito del nuovo album: “Dopo il grande successo internazionale ottenuto con il progetto Gabin e le collaborazioni con artisti come Dee Dee Bridgewater, Edwyn Collins, China Moses, Chris Cornell, Flora Purim e Gary Go, e dopo aver visto le nostre canzoni diventare colonne sonore per film e serie come Monster In Law, Fantastic Four, Ugly Betty, Sex Drive, Notes From The Underbelly, The Fast and the Furious: Tokyo Drift, Modern Men e The Umbrella Academy, ho sentito il bisogno di riprendere un percorso interrotto troppo presto. Anche dopo lo scioglimento del gruppo, il catalogo Gabin ha continuato a vivere tra streaming e sincronizzazioni e, mentre ero in America a registrare nuova musica, l’ennesima richiesta per il film Black Bag (regia di Steven Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett) mi ha fatto capire che era il momento di tornare. Così nasce Max from Gabin: per dare continuità a quella storia aprendo un nuovo capitolo. In questo album non mi sono posto limiti di genere: ho semplicemente creato la musica che avrei voluto ascoltare, con la stessa libertà e curiosità che hanno sempre guidato il mio lavoro.”

TRACK-LIST:

LOVING LIVING

INTO MIDNIGHT (feat. Phantoman)

AROUND (feat. Marta)

MAKE UP (feat. Mia Cooper)

I GUESS (feat. Phantoman & Mia Cooper)

AFRAID OF THE DARK (feat. Mia Cooper)

MY LOVE (feat. Diana Winter)

UNIVERSE’S LOVERS (feat. Marta)

RED AND BLUE DRAGONFLY (feat. Angelo De Bonis)

TAKE ME AWAY (feat. Angelo De Bonis)

BANGING JUST LIKE A DYNAMITE (feat. Armando Muro)

PLAY THAT DAMN BASS MAX!

BIOGRAFIA | MAX from GABIN

Nel nuovo progetto di MAX from GABIN, al secolo Max Bottini, rimane intatta la radice lounge e soul clubbing, tanto cara ai GABIN, ma con atmosfere decisamente più attuali e moderne.

Nel mondo di MAX c’è sempre stata la grande passione per il jazz, ma anche quel desiderio di sperimentare e contaminare; ed è così che nascono le collaborazioni con il Bluesman Roberto Ciotti, con Ginger Baker (Cream), con Billy Cobham e Enrico Rava, con Roberto Gatto. Con quest’ultimo collabora alla pubblicazione di due album, il primo dei quali con la partecipazione del chitarrista di Miles Davis John Scofield.

Una pausa in Olanda, in cui affronta anche delle produzioni pop e dance, rivela la sua grande capacità di produttore che metterà a frutto alle soglie del 2000 quando incontra il DJ Filippo Clary; è con lui che crea e produce i GABIN.

Pubblicato con la Virgin Music Italy, il primo album, che includeva la hit internazionale “Doo uap, doo uap”, è stato pubblicato in 35 paesi e alla fine del 2001 conquistò il mercato americano attraverso la leggendaria etichetta Astralwerks.

Dopo tre anni di immenso successo mondiale, nel 2004, i GABIN mettono a segno il loro secondo colpo con “Mr Freedom”, con la collaborazione di grandi artisti internazionali quali Dee Dee Bridgewater, Edwyn Collins e China Moses. Il successo di questo secondo disco contagia anche il cinema e la televisione, i singoli contenuti diventano colonne sonore per film e serie tv e nuove frontiere.

“Third and double” segna il confine nel 2010: il terzo album dei GABIN è infatti un doppio cd, uno ciascuno, una scelta produttiva che introduce l’esigenza per Max Bottini di lasciare la band e affrontare un nuovo percorso artistico.

Si trasferisce negli Stati Uniti dove decide di iniziare la sua carriera come compositore di musica per film e TV e avviare nello stesso tempo un nuovo progetto musicale: MAX from GABIN.

L’esigenza, espressa chiaramente anche nel nome, non è quella di gettare via, ma, al contrario, di conservare l’eredità musicale dei GABIN, alimentandola attraverso la sua insaziabile voglia di contaminazione, spingendosi oltre.

Nel 2017 pubblica “Keep on driving”, con la collaborazione di Mia Cooper, un album creato ad hoc per il mercato americano delle sincronizzazioni.

In questi anni MAX ha capitalizzato una grande esperienza come produttore, songwriter e compositore, mettendo a punto un’alchimia di suoni e stili di grande efficacia e originalità.

Tornato recentemente in Italia inizia a registrare un nuovo album di prossima pubblicazione e ricostruisce qui la sua Band per puntare sui concerti, ritrovando il contatto più diretto ed efficace con l’enorme pubblico che è rimasto legato a quel mondo. È in allestimento un nuovo Tour e sarà uno spettacolo che saprà evocare, in giusta misura, le atmosfere del suo passato storico ed esprimere, con energia, il nuovo ed affascinante mondo musicale di MAX from GABIN.

“Walking, Moving, Loving, Living” è il nuovo album di Max from Gabin per Irma Records disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 24 aprile 2026 dal quale è estratto il singolo in rotazione radiofonica “Loving Living”.

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“Che colpa ho io ” è il nuovo singolo che segna il ritorno di Sambiglion

🎵 Il nuovo singolo di Sambiglion, intitolato “Che colpa ho io”, esplora il dolore delle scelte non comprese in un viaggio intimo tra folk elettrico e cantautorato.
Guarda il videoclip su YouTube e ascolta il brano su tutte le piattaforme digitali. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Sambiglion #NuovaMusica #CantautoratoItaliano #CheColpaHoIo

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Redazione- Milano segna il punto di partenza per il nuovo capitolo artistico di Ruben Caparrotta, in arte Sambiglion, che torna sulla scena musicale con il singolo intitolato Che colpa ho io. Il brano, che sarà disponibile sulle piattaforme digitali a partire da giovedì 11 giugno, approderà ufficialmente in rotazione radiofonica il giorno successivo, venerdì 12 giugno, sotto l’etichetta Maionese Project. La canzone si inserisce in un percorso di maturazione cantautorale che l’artista porta avanti da anni, fondendo narrazione intimista e sonorità ricercate.

Il brano affronta il tema complesso delle scelte e delle rinunce che segnano la vita di ogni individuo, specialmente durante quella fase in cui la consapevolezza non è ancora pienamente formata. Sambiglion descrive il processo creativo come una valvola di sfogo necessaria, dove le emozioni improvvise e talvolta dolorose si trasformano in musica. La penna, nelle sue parole, diventa uno strumento per gestire lo smarrimento, trasformandosi in un luogo dove è possibile dare sfogo ai propri vissuti, che si tratti di un pianto liberatorio o di una forma di resistenza emotiva.

le sonorità e la struttura della nuova produzione

Sotto il profilo tecnico, la produzione oscilla tra atmosfere delicate e aperture sonore più corpose. L’arrangiamento si basa su un impianto indie pop dalla trama morbida, dove le chitarre acustiche dominano la prima parte, tessendo una melodia intima che accompagna l’ascoltatore nelle fasi iniziali del racconto. Con il progredire della traccia, il sound subisce una metamorfosi, introducendo elementi elettrici che creano una tensione crescente fino a culminare in un assolo finale, pensato per dare forza emotiva all’intero messaggio del brano.

Il lavoro di arrangiamento è frutto di una collaborazione consolidata con Davide Maggioni. La sinergia tra i due professionisti permette di rifinire ogni dettaglio: mentre l’artista arriva in studio con testi e melodie già definiti, il lavoro condiviso sulla struttura si concentra sulla ricerca di un equilibrio armonico che soddisfi l’intento comunicativo originale. Questa attenzione alla cura del suono rispecchia l’obiettivo di Sambiglion di costruire un prodotto organico, capace di parlare a un pubblico eterogeneo che, secondo le rilevazioni algoritmiche, spazia dai 29 ai 45 anni, pur senza precludere un ascolto più ampio e trasversale.

il significato del videoclip e il percorso dell’artista

Ad accompagnare l’uscita del brano c’è un videoclip curato da Stefano Di Giovanni su idea di Ruben Caparrotta. Le riprese si sviluppano interamente all’interno di un’automobile, scelta non casuale che funge da metafora per uno spazio sospeso, simile a quello dei sogni. La vettura diventa il teatro di un viaggio interiore dove i personaggi che si alternano a bordo rappresentano allegorie di memorie, emozioni e tappe fondamentali dell’esistenza. Ogni elemento visivo è orientato a sottolineare il concetto di crescita personale, un tema centrale nella poetica di questo cantautore che cita influenze che vanno dai grandi della musica italiana, come Fabrizio De André e Rino Gaetano, fino a suggestioni internazionali.

Il percorso che ha portato a questa pubblicazione è frutto di una gavetta lunga oltre un decennio. Dai primi esperimenti autoprodotti nel 2010 con lo pseudonimo ispirato ai romanzi di Emilio Salgari, Sambiglion è passato attraverso diverse fasi: dai tributi d’autore alla produzione di album come Tu eri lì nel 2018. Il sodalizio con La Stanza Nascosta Records, che ha pubblicato i suoi lavori recenti, ha consolidato la sua presenza in un panorama dove la scrittura sincera rimane la priorità. Attualmente, l’artista guarda al futuro con la realizzazione del suo prossimo disco, il cui titolo provvisorio è Ozio, confermando la volontà di affermarsi nel circuito live italiano in modo naturale, senza forzature, portando sul palco quel mondo interiore che ha saputo costruire in questi anni di ricerca artistica costante e appassionata.

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Ini Canistro: il 18 giugno open day per la prevenzione delle patologie reumatiche e dell’osteoporosi

🏥 La prevenzione è lo strumento più potente a nostra disposizione per contrastare le malattie reumatiche e l’osteoporosi. Il 18 giugno, presso la clinica Ini di Canistro, una mattinata dedicata a visite gratuite per tutelare il benessere delle ossa e delle articolazioni. Non perdere l’opportunità di monitorare la tua salute con il dottor Mauro Ranieri.
Prenota subito il tuo posto chiamando il numero verde 800951595 o scrivendo su WhatsApp al 348.2322841. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
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ini canistro open day patologie reumatiche osteoporosi

Redazione- Canistro, in provincia dell’Aquila, si prepara a ospitare una nuova giornata dedicata interamente alla salute della cittadinanza. Il prossimo 18 giugno, presso la clinica Ini, si terrà un open day finalizzato alla prevenzione e alla diagnosi precoce delle patologie reumatiche e dell’osteoporosi. L’iniziativa, che si svolgerà dalle ore 9.00 alle ore 13.00, segue il successo dei precedenti appuntamenti dedicati all’ortopedia e all’urologia, confermando l’impegno costante della struttura sanitaria nel promuovere la cultura della prevenzione sul territorio abruzzese.

La clinica Ini di Canistro, parte di un gruppo nazionale con oltre settant’anni di attività nel settore sanitario tra Abruzzo, Lazio e centro-sud Italia, rappresenta un presidio di eccellenza. La struttura conta dieci sedi, dispone di oltre 1.200 posti letto e impiega circa 2mila dipendenti, distinguendosi come punto di riferimento per l’ortopedia e la traumatologia in regime di convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. L’evento del 18 giugno vedrà protagonista il dottor Mauro Ranieri, reumatologo che ha rafforzato recentemente l’equipe medica del centro.

l’importanza della diagnosi precoce per le malattie reumatiche

Il dottor Ranieri pone l’accento sulla necessità di intervenire tempestivamente di fronte ai primi segnali di malessere articolare o muscolare. Le malattie infiammatorie reumatologiche, tra cui l’artrite, tendono a generare le conseguenze più serie proprio durante la fase iniziale, ovvero nel primo anno di insorgenza. Intervenire in questa finestra temporale permette di limitare in modo significativo i danni permanenti a carico dell’apparato osteoarticolare.

Il quadro clinico che rientra nell’ambito reumatologico si presenta spesso eterogeneo e complesso. Spazia infatti da problematiche tendinee ad alterazioni articolari, fino a coinvolgere muscoli e, in alcuni casi, distretti neurologici. Grazie all’avvento di opzioni terapeutiche moderne, come i farmaci biologici — la cui prescrizione rimane vincolata ai centri autorizzati — è possibile oggi gestire queste patologie con una precisione superiore rispetto al passato. Tuttavia, il punto cardine rimane la visita specialistica, integrata da una serie di esami di laboratorio mirati, che verranno offerti gratuitamente durante l’open day previa prenotazione.

come combattere l’osteoporosi e monitorare la salute delle ossa

Oltre alle patologie di natura strettamente infiammatoria, lo screening si concentra sulla fragilità ossea. L’osteoporosi è una condizione che interessa un’ampia fetta della popolazione, specialmente con l’avanzare dell’età. In Italia, si stima che siano circa 5 milioni le persone colpite da queste problematiche, un numero equivalente al 10% della popolazione totale. Il progressivo invecchiamento demografico rende l’attività di monitoraggio un pilastro per la tenuta del sistema salute.

Il dottor Ranieri spiega che la combinazione tra un’indagine anamnestica approfondita e l’esecuzione di una mineralometria ossea consente di inquadrare correttamente il paziente. Identificare la predisposizione all’osteoporosi o uno stato di fragilità già conclamato consente di instaurare percorsi terapeutici mirati. Prevenire il peggioramento della malattia significa, di fatto, ridurre drasticamente il rischio di fratture ossee, che possono verificarsi anche in assenza di traumi violenti, compromettendo gravemente la qualità della vita quotidiana, specialmente negli anziani.

Per partecipare all’iniziativa, è necessaria la prenotazione obbligatoria, valida fino a esaurimento dei posti disponibili. Gli interessati possono contattare il numero verde 800951595 o inviare un messaggio WhatsApp al numero 348.2322841. Informazioni dettagliate sono anche reperibili consultando la pagina dedicata sul portale ufficiale del gruppo Ini. L’evento rappresenta un’occasione preziosa per i cittadini per sottoporsi a uno screening specialistico in un ambiente altamente qualificato, contribuendo attivamente alla tutela della propria salute a lungo termine.

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Le disabilità invisibili: esisto anche se non lo vedi. Dare voce e dignità a ciò che l’occhio ignora

Esiste un’abitudine dello sguardo che cerca conferme visive per validare la sofferenza o la limitazione altrui. Nella mia professione di psicoterapeuta, noto quotidianamente quanto questa tendenza sia radicata. Siamo stati

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Redazione-  Esiste un’abitudine dello sguardo che cerca conferme visive per validare la sofferenza o la limitazione altrui. Nella mia professione di psicoterapeuta, noto quotidianamente quanto questa tendenza sia radicata. Siamo stati educati a leggere la disabilità solo attraverso i simboli universali come una sedia a rotelle, un bastone bianco, un tutore. Ma cosa succede quando il limite non occupa uno spazio fisico visibile?

​Qui cadiamo nella trappola dell’evidenza. Se l’occhio non vede un segno netto, la mente conclude che il problema non esista. Questo pregiudizio visivo crea una barriera invisibile tra chi soffre e chi osserva, caricando la persona di un peso ulteriore, e cioè l’obbligo estenuante di doversi giustificare.

​Il vero dramma non è l’invisibilità in sé, ma la negazione. Accade quando la burocrazia, la società e persino la medicina decidono che una sofferenza sia un’invenzione solo perché non lascia tracce negli esami strumentali standard. Senza un riscontro visivo, perdi il diritto alla tua fragilità. Diventi agli occhi del mondo un soggetto difficile, quello pigro, un problema. Se il dolore non ha un’immagine, il mondo conclude che non c’è.

​Questa è una violenza subdola e silenziosa. Si manifesta in modo emblematico con la Fibromialgia, sindrome tanto devastante quanto drammaticamente orfana di tutele perché ancora non riconosciuta; con l’Ipoacusia, spesso accompagnata dal tormento silenzioso degli acufeni; con l’Endometriosi, dove un dolore ginecologico devastante e sistemico è stato per decenni normalizzato come un semplice “fatto intimo”. In mancanza di segni esterni, la comprensione viene sostituita dal sospetto, trasformando un limite strutturale e fisico in esagerazione, in scarsa tolleranza e colpa caratteriale.

​Per abbattere questa cecità collettiva, dobbiamo considerare che il disturbo mentale rappresenta spesso l’apice di questa invisibilità. È qui che si radica profondamente il problema dello stigma. Il pregiudizio sociale trasforma la malattia in una macchia che diventa un’ulteriore patologia. Non solo devi gestire il tuo malessere, ma anche difenderti dal giudizio. Spesso persino chi ti ama, come familiari e amici, finisce per allontanarsi, perché hanno paura di ciò che non possono vedere e non sanno comprendere.

​Questa dinamica si riflette ferocemente in ogni forma di sofferenza non esibita, dallo stress cronico da lavoro al burnout. Il corpo non ha gessi o bende, ma è svuotato. La violenza si manifesta nel presupposto che la sofferenza sia una mancanza di tempra. La depressione e l’ansia non usano stampelle, eppure rallentano i pensieri e i movimenti con la stessa pesantezza di un arto paralizzato. E se sei giovane e sorridi, la tua fatica viene liquidata come un capriccio. Lo stigma isola, silenzia e impedisce la richiesta di aiuto per timore dell’emarginazione.

​Dobbiamo capire che il dolore non ha bisogno di un’immagine per essere reale. Pensiamo al Disturbo Post-Traumatico da Stress – PTSD. È una ferita invisibile che altera la percepzione dello spazio personale e la soglia di tolleranza agli stimoli. Un evento banale, come un rumore improvviso o persino un odore particolare, può scatenare una reazione di difesa estrema. In quel momento, la società non vede la ferita aperta che l’ha generata, ma giudica e condanna solo la reazione scomposta.

​Ci sono infiniti modi di essere invisibili. Penso alle condizioni organiche, metaboliche e immunitarie, come il Diabete di Tipo 1 o le tiroiditi autoimmuni, prima fra tutte quella di Hashimoto, esempio di come un organo minuscolo possa spegnere la luce a tutto il corpo, senza che all’esterno si veda. Chi ne soffre vive una stanchezza che non è semplice sonnolenza, ma un’incapacità cellulare di produrre energia, accompagnata da sbalzi d’umore e da quella “nebbia cognitiva” (brain fog) che il mondo scambia per svogliatezza. È quella stessa, logorante spossatezza cellulare che oggi riscontriamo nella realtà clinica sommersa del Long Covid o nelle aggressioni silenziose del Lupus, condizioni che spengono l’energia vitale di corpi apparentemente sani, esponendo allo scetticismo di medici e datori di lavoro.

​Penso alle malattie infiammatorie croniche intestinali come il Morbo di Crohn e la colite ulcerosa, o alle condizioni neurologiche a decorso episodico, come la Sclerosi Multipla e l’Epilessia. A queste si associano l’isolamento forzato al buio e il dolore violento imposti dalla cefalea a grappolo o dall’emicrania cronica, troppo spesso ridotte a un banale mal di testa da sopportare con più forza di volontà. È un dolore che divora da dentro, che blocca il lavoro e limita la vita sociale, ma che non ha ferite da fasciare. Solo un silenzio che urla.

​Dobbiamo avere il coraggio di guardare dove l’occhio si ferma, specialmente nell’ambito delle neurodivergenze (come l’autismo e l’ADHD) e delle disabilità intellettive. Queste condizioni sono spesso ignorate perché la persona appare integra, magari brillante, mentre sperimenta un sovraccarico sensoriale e cognitivo che l’ambiente circostante etichetta sbrigativamente come “stranezza”. Qui il limite non è fisico, ma risiede in una diversa velocità di elaborazione: le istituzioni non aiutano e la scuola fatica a fornire strumenti fondamentali come le mappe cognitive o metodi di apprendimento alternativi a chi ha solo uno schema cognitivo differente, esattamente come chi necessita di occhiali per vedere bene. È solo un modo diverso di mettere a fuoco la realtà.

​Chi convive con una disabilità invisibile, quindi, si trova a scontare la pena di una doppia malattia: la prima, organica, che aggredisce il corpo e la seconda, psicologica ed emotiva, inflitta dall’incredulità di una società che costringe la persona a un esaurimento emotivo e a una rivendicazione estenuante del proprio vissuto.

​Riconoscere questa fatica significa restituire dignità. Il percorso necessario ci impone di passare dal pregiudizio alla validazione. Dobbiamo smettere di cercare il “segno” e iniziare ad accogliere la narrazione dell’altro. Validare significa considerare che una persona esiste con la sua ferita, anche se io non riesco a vederla. Nel mio lavoro clinico, dare un nome e una legittimità a ciò che è invisibile è un atto di giustizia necessario per restituire dignità a ogni forma di esistenza fondamentale.

​Se accettiamo che il limite esiste anche quando l’occhio non lo certifica, allora la cura deve farsi spazio attraverso l’ascolto, non attraverso la pretesa di prove. Dobbiamo abbattere il sospetto e trasformare la diffidenza in comprensione e accoglienza, restituendo a chi soffre il diritto di abitare la propria fragilità senza l’umiliazione di dovere costantemente dimostrare il proprio dolore.

​Parallelamente, è fondamentale riprogettare gli spazi del quotidiano con una reale flessibilità, dalla scuola ai luoghi di lavoro. Non si tratta di concedere privilegi, ma di fornire strumenti e tempi differenti che permettano a chi convive con disabilità invisibili di operare senza subire un esaurimento delle risorse energetiche.

​Questo cambiamento deve essere sostenuto da un’infrastruttura della dignità che colmi il vuoto burocratico, legittimando finalmente l’invisibile attraverso garanzie giuridiche certe e riconoscimenti ufficiali per le patologie croniche, rare o funzionali attualmente prive di tutele. Solo garantendo misure concrete e canali discreti di segnalazione del bisogno, si permetterà a queste persone di muoversi nel mondo senza dover esibire la propria cicatrice per ottenere assistenza.

​Il passo decisivo risiede, infine, in una profonda rieducazione del nostro sguardo. Dobbiamo smantellare l’idea che soffre solo chi è visibilmente ferito. Educare la società, le scuole e le famiglie a comprendere che la stanchezza cronica, la nebbia cognitiva, il dolore profondo e i differenti modi di funzionare non sono colpe caratteriali, è l’unico modo per impedire che il giudizio diventi un’altra condanna invalidante. Solo così trasformeremo la percezione del “difetto” nella consapevolezza collettiva di un’esistenza che, anche se non vedi, merita tutto il nostro ascolto e rispetto.

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