Rimani in contatto con noi
#

Salute

NEURODIVERGENZA – DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ (ADHD) NEI BAMBINI: COMPRENDERLA E AFFRONTARLA. L’IMPORTANZA DELLA DIAGNOSI PRECOCE

Pubblicato

a

NEURODIVERGENZA – DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ (ADHD) NEI BAMBINI: COMPRENDERLA E AFFRONTARLA. L’IMPORTANZA DELLA DIAGNOSI PRECOCE

Lucattini: “Quando emerge il sospetto di un disturbo attentivo è importante effettuare una valutazione integrata, che consideri sia gli aspetti neuropsicologici sia quelli emotivi e relazionali. Da una prospettiva psicoanalitica, l’osservazione del gioco, della qualità delle relazioni e della capacità di simbolizzazione aiuta a comprendere se la difficoltà attentiva sia legata principalmente a un disturbo del neurosviluppo o anche a vissuti emotivi e dinamiche relazionali che interferiscono con la regolazione interna del bambino”.

 

 

Redazione-  L’ADHD è una neurodivergenza: un modo diverso in cui il cervello elabora le informazioni, gestisce gli stimoli e regola gli impulsi. Si manifesta principalmente in tre modi: disattenzione, iperattività e impulsività, con “Hyperfocus”: quando un argomento li appassiona, possono raggiungere livelli di concentrazione e competenza incredibili, con “Energia e Resilienza”: una vitalità contagiosa e una grande capacità di ripartire dopo un errore.

Spesso ci si concentra solo sulle sfide, ma la neurodivergenza porta con sé talenti unici: bambini con capacità di trovare soluzioni creative a cui altri, magari, non pensano, come supportare allora un bambino neurodivergente – ADHD? Lo vediamo, in occasione della Settimana del Cervello 2026, in questa intervista insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, in modo chiaro, togliendo un po’ di quel peso che spesso accompagna questo tipo di diagnosi.

Dott.ssa Lucattini, può spiegare cos’è, nello specifico, il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e che genere di fattori, a Suo avviso, può contribuire o amplificare la sua manifestazione?

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è definito dalle principali classificazioni internazionali come un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà persistenti nell’attenzione, nell’autoregolazione e nel controllo degli impulsi. Le ricerche più recenti mostrano che si tratta di una condizione multifattoriale, in cui predisposizioni neurobiologiche e genetiche interagiscono con fattori ambientali e relazionali.

L’attenzione non è soltanto una funzione intellettiva, ma si costruisce anche all’interno delle prime relazioni affettive. Il bambino sviluppa progressivamente la capacità di regolare gli impulsi e di concentrarsi grazie alle esperienze di contenimento emotivo e alla qualità dei legami familiari. Quando l’ambiente è segnato da stress, conflittualità o depressione genitoriale, il bambino può rimanere in uno stato di maggiore tensione emotiva che interferisce con la concentrazione e l’apprendimento. Gli studi più recenti indicano che il clima familiare e lo stile genitoriale possono rappresentare fattori protettivi oppure amplificare le difficoltà attentive nei bambini predisposti, confermando come lo sviluppo dell’attenzione sia il risultato dell’interazione tra vulnerabilità biologiche e contesto relazionale. La prevalenza stimata dell’ADHD nei bambini è oggi intorno al 5–7% a livello globale. (Prevention Science Journal, 2024).

Quali sono i segnali precoci da non sottovalutare?

 

I genitori osservano spesso alcune difficoltà già nelle attività quotidiane: fatica a mantenere la concentrazione nel gioco, irrequietezza motoria, tendenza a passare rapidamente da un’attività all’altra o a distrarsi anche durante esperienze che normalmente risultano piacevoli. Un elemento importante riguarda anche la qualità della relazione con l’adulto durante il compito: alcuni bambini faticano a condividere l’attenzione, a tollerare l’attesa o a mantenere un’attività insieme all’altro.

La capacità di attenzione è strettamente legata alla regolazione degli stati emotivi. Quando il bambino non riesce a “sostare” mentalmente su un’attività o a restare fermo fisicamente, può essere segnale di una difficoltà nel modulare eccitazione, frustrazione o tensione interna. Anche incidenti frequenti, comportamenti impulsivi o una apparente “sordità” ai richiami degli adulti possono indicare una difficoltà nella regolazione degli impulsi e nell’organizzazione dell’esperienza emotiva.

È importante ricordare che ciò che appare come semplice disattenzione può talvolta rappresentare una modalità con cui il bambino esprime o gestisce stati di ansia, eccitazione o disagio che non riesce ancora ad esprime attraverso il linguaggio verbale, a parole. Per questo l’osservazione precoce è fondamentale. Studi recenti mostrano infatti che interventi strutturati, soprattutto in ambito scolastico e familiare, possono migliorare significativamente le capacità attentive e la regolazione comportamentale nei bambini con ADHD, confermando l’importanza di riconoscere e affrontare precocemente questi segnali (Frontiers in Psychology, 2025).

Dott.ssa Lucattini, supportare un bambino con ADHD o altre neurodivergenze non significa solo fargli fare terapia, ma creare anche un ambiente favorevole intorno a lui, che sia a casa, a Scuola e in posti ricreativi dove solitamente svolge delle attività, cosa può dirci al riguardo?

 

Quando un adulto attraversa periodi di depressione, ansia o forte sovraccarico emotivo, può diventare più difficile offrire al figlio quella stabilità affettiva che favorisce la costruzione delle funzioni di regolazione, tra cui anche l’attenzione.

Dal punto di vista psicoanalitico, i genitori svolgono una funzione di contenimento emotivo: aiutano il bambino a dare senso alle proprie esperienze interne e a modulare stati di eccitazione, frustrazione o angoscia. Se questo contenimento è fragile perché l’adulto è a sua volta sopraffatto da tristezza, irritabilità o stress, il bambino può mostrare precocemente segni di disregolazione emotiva, che talvolta si esprimono come irrequietezza, difficoltà nel gioco condiviso o nel mantenere l’attenzione.

Per questo è importante che, quando un genitore si sente in difficoltà, possa chiedere un aiuto professionale. Prendersi cura del proprio benessere psicologico non è solo un atto personale, ma anche un modo per rafforzare la qualità della relazione con il bambino, offrendo un ambiente emotivo più sicuro e prevedibile. Numerosi studi recenti indicano infatti che la qualità delle interazioni genitore-figlio e la salute mentale dei genitori svolgono un ruolo significativo nello sviluppo della regolazione emotiva e attentiva nei bambini (Child Psychiatry & Human Development, 2025).

In che modo, è possibile migliorare il livello di concentrazione nei bambini durante le attività quotidiane?

 

La capacità di attenzione si sviluppa gradualmente e nasce all’interno di esperienze ripetute e condivise con i genitori e le persone a cui sono legati affettivamente. Il bambino impara a concentrarsi quando può fare esperienza di tempi prevedibili, relazioni stabili e attività svolte insieme all’adulto. La presenza di routine quotidiane, un ambiente ordinato e momenti dedicati al gioco o al lavoro condiviso aiutano il bambino a interiorizzare un ritmo che sostiene la capacità di restare mentalmente su un compito.

È utile favorire attività che richiedano attenzione progressiva – come leggere, disegnare, costruire o contare – evitando una stimolazione eccessiva o il multitasking precoce. Queste esperienze permettono al bambino di organizzare meglio il pensiero e di tollerare l’attesa e la frustrazione, aspetti fondamentali per la concentrazione.

Anche la ricerca scientifica più recente conferma che abitudini stabili, attività strutturate e movimento fisico regolare favoriscono lo sviluppo delle funzioni esecutive (come scritture, lettura, calcolo, disegno, etc.), dell’autoregolazione emotiva e dell’attenzione nei bambini, in particolare quando queste esperienze sono inserite in un contesto familiare e scolastico prevedibile e di supporto (Personality and Individual Differences, 2025).

Come è possibile intervenire per aiutare e supportare un bambino che presenta un disturbo attentivo?

Quando emerge il sospetto di un disturbo attentivo è importante effettuare una valutazione integrata, che consideri sia gli aspetti neuropsicologici sia quelli emotivi e relazionali. Da una prospettiva psicoanalitica, l’osservazione del gioco, della qualità delle relazioni e della capacità di simbolizzazione aiuta a comprendere se la difficoltà attentiva sia legata principalmente a un disturbo del neurosviluppo o anche a vissuti emotivi e dinamiche relazionali che interferiscono con la regolazione interna del bambino.

L’intervento può includere percorsi di riabilitazione neuropsicologica, psicoterapia psicodinamica o psicoanalitica infantile e, quando necessario, un lavoro di sostegno ai genitori. L’attenzione, infatti, si sviluppa anche grazie all’esperienza di contenimento emotivo: quando il bambino si sente sostenuto da adulti prevedibili e capaci di modulare gli stati affettivi, diventa più facile organizzare il pensiero e mantenere la concentrazione.

Le ricerche più recenti confermano che gli interventi risultano più efficaci quando integrano regolazione emotiva, supporto genitoriale e organizzazione dell’ambiente di vita, perché agiscono proprio sui processi di autoregolazione che sostengono l’attenzione (The Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2026).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Osservare con attenzione senza allarmarsi. Se un bambino mostra difficoltà persistenti di concentrazione, impulsività o irrequietezza, meno frequente nelle bambine, è utile notare quando e in quali situazioni si manifestano. Non tutti i bambini vivaci hanno un disturbo da ADHD, ma segnali che durano nel tempo meritano attenzione;

-Rivolgersi a specialisti per una valutazione accurata. In presenza di dubbi è importante richiedere una valutazione specialistica, preferibilmente integrata tra neuropsichiatria infantile e psicologia clinica, per comprendere gli aspetti intellettivi, emotivi e relazionali del bambino per arrivare una diagnosi corretta;

-Costruire un ambiente quotidiano stabile e prevedibile. Routine chiare, tempi regolari per studio, gioco e riposo e attività svolte insieme all’adulto aiutano il bambino a sviluppare gradualmente la capacità di concentrazione e di autoregolazione;

-Collaborare con la scuola e, se necessario, predisporre un PDP. Quando le difficoltà attentive interferiscono con l’apprendimento, è utile lavorare insieme agli insegnanti per creare strategie didattiche adeguate e, se indicato, attivare un Piano Didattico Personalizzato (PDP) che aiuti il bambino a esprimere al meglio le proprie capacità ed a esprimersi liberamente;

-Affiancare il bambino con percorsi terapeutici adeguati. Gli interventi possono includere supporto psicologico e psicoanalitico, riabilitazione neuropsicologica, parent training e, quando necessario, trattamenti farmacologici. Il lavoro con i genitori è fondamentale perché un ambiente emotivamente caloroso e costante, favorisce lo sviluppo dell’attenzione e della regolazione emotiva del bambino.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Salute

Allarme vaccini: l’Italia è spaccata in due. Una crudele “lotteria” sulla pelle dei bambini e il disperato appello degli Assistenti Sanitari

Allarme Rosso e Disuguaglianza spaventosa sulla pelle dei BAMBINI ITALIANI: 13 Regioni sono ampiamente SOTTO la soglia di sicurezza! 🚨 💉 C’è una terribile, silenziosa e crudele ingiustizia che si sta consumando ogni singolo giorno in Italia ai danni delle creature più fragili e indifese! Il Diritto inalienabile alla Salute Pubblica dovrebbe essere granitico, garantito e identico per tutti, da Nord a Sud. Invece, la fredda realtà dei numeri emessi dal Ministero della Salute racconta una storia raccapricciante: la prevenzione infantile in Italia è diventata un’assurda “Lotteria Geografica”! Le recenti e allarmanti statistiche raccontano che ben 13 Regioni (o Province Autonome) non riescono a raggiungere il 95% delle Vaccinazioni infantili obbligatorie (la famosa e vitale soglia matematica per garantire alla società l’Immunità di Gregge per bloccare le malattie infettive!). Le peggiori criticità sono a Bolzano e in Sicilia. Il Commento disperato e furioso di DANIELA ADDIS, Presidente della “Commissione Albo Nazionale degli Assistenti Sanitari” è netto: “Significa che, a seconda della Regione in cui ha la fortuna (o la sfortuna) di nascere, un Bambino ha più probabilità o meno di contrarre terribili malattie!”. Un divario che non è degno di un Paese Civile! A inquinare pesantemente la mente dei genitori ci pensa poi il Web: i social network vomitano continuamente gravissime bufale complottiste e malate “Fake News” senza basi scientifiche, spaventando e terrorizzando a morte le mamme! Gli Assistenti Sanitari hanno diramato un appello disperato per sconfiggere questo mostro della Disinformazione: servono assunzioni massicce negli Ambulatori per avere il Tempo necessario di Ascoltare i dubbi dei genitori (vittime delle bufale di internet) e di aiutarli a scegliere il meglio per i propri figli! Leggi tutti i numeri drammatici, la lista delle priorità e il duro attacco alle “Bufale Informatiche” nel nostro articolo di approfondimento medico! 👇 🩺 Vi siete mai lasciati spaventare dalle dicerie che girano su internet per quanto riguarda i vaccini dei vostri figli? Pensate che sia accettabile vivere in un Paese spaccato a metà dove i servizi ospedalieri e le tutele per i bambini cambiano drasticamente da Sud a Nord? Diteci la vostra fondamentale opinione nei commenti e CONDIVIDETE per appoggiare la vera Scienza Ufficiale!

Pubblicato

a

Copertura vaccinale 2025

Roma – C’è un’ingiustizia profonda, silenziosa e crudele che si sta consumando quotidianamente sulla pelle di chi è più fragile e indifeso: i nostri bambini. In una nazione civile e moderna come l’Italia, il diritto fondamentale e sacrosanto alla Salute pubblica dovrebbe essere granitico e identico per tutti, da Nord a Sud. Eppure, la fredda realtà dei numeri ci racconta una storia drammaticamente diversa, in cui la prevenzione e la sopravvivenza sembrano trasformarsi in una vera e propria e inaccettabile “lotteria” geografica.
La denuncia durissima e accorata arriva direttamente dalla Commissione di Albo Nazionale degli Assistenti Sanitari (Fno Tsrm e Pstrp), che ha deciso di lanciare un profondo monito per risvegliare le coscienze delle istituzioni: colmare il divario territoriale in Italia per garantire a tutti i neonati il diritto inalienabile di essere protetti in modo sicuro dalle malattie infettive più pericolose e letali.

I numeri del dramma: 13 Regioni sotto la “soglia di sicurezza”

Basta dare uno sguardo ai recenti e allarmanti dati diffusi nel 2025 dal Ministero della Salute (relativi ai piccoli nati nell’anno 2023) per far venire i brividi a qualsiasi genitore. Il bollettino ufficiale fotografa senza sconti un Paese spaccato, che viaggia a velocità completamente diverse.
L’Italia, ad oggi, conta la bellezza di 13 tra Regioni e Province autonome che non riescono minimamente a raggiungere la vitale soglia del 95% per la “vaccinazione esavalente”: l’unica, vera percentuale matematica in grado di garantire alla società la cosiddetta e fondamentale “immunità di gregge”, capace di bloccare il ritorno di malattie ormai debellate. Le situazioni di criticità più assolute e spaventose si registrano agli antipodi del Paese: nella ricca Provincia Autonoma di Bolzano (ferma a un misero 87,39%) e in Sicilia (ferma al 85,88%). Come ha duramente commentato Daniela Addis, Presidente della Commissione: «Questo significa, in modo inaccettabile, che a seconda del territorio in cui ha la “fortuna” o la “sfortuna” di nascere, un bambino ha più o meno probabilità di contrarre patologie pericolosissime».

Il veleno delle “Fake News” e la lotta alla disinformazione

Di fronte a questo abisso, gli Assistenti Sanitari propongono tre “ancore di salvezza” disperate per evitare il disastro. La prima e più urgente direttrice è la lotta titanica e senza quartiere contro il veleno della Disinformazione.
I genitori di oggi sono bombardati da una valanga di notizie false, “fake news” terroristiche diffuse sui social network e falsi miti pseudoscientifici che insinuano il seme del dubbio e della paura nei cuori delle mamme. La sanità deve promuovere con urgenza la cosiddetta “Vaccine Literacy”: lo Stato deve scendere in campo e sul web per insegnare alle famiglie a riconoscere e smascherare le bufale, affidandosi unicamente e ciecamente alle reali fonti mediche ufficiali.

Il calore umano: il colloquio non è “burocrazia”

Il secondo, vitale pilastro del piano di salvezza è il drastico cambiamento dell’approccio psicologico: il colloquio pre-vaccinale non può e non deve più essere trattato come una noiosa, fredda e sbrigativa scartoffia burocratica fatta di timbri e firme.
Quel momento deve diventare un preziosissimo e insostituibile “luogo dell’Anima”, in cui il personale sanitario deve avere il tempo e lo spazio fisico per rassicurare i genitori, ascoltare le loro paure più recondite, asciugare le loro ansie e accompagnarli dolcemente (ma con competenza) verso una scelta informata e salvifica per l’intera comunità.

L’appello per le assunzioni: non lasciate soli i medici

Per realizzare questa utopia, serve ovviamente l’ultimo e definitivo sforzo politico: le assunzioni. Gli ambulatori sanitari sono oggi al collasso, schiacciati da carichi di lavoro disumani. Secondo la Commissione, è indispensabile potenziare massicciamente le piante organiche e le assunzioni sul territorio, inserendo un numero adeguato di Assistenti Sanitari capaci di garantire una presenza fisica e costante a supporto delle famiglie nei Dipartimenti di prevenzione.
«La prevenzione non può mai essere un diritto “diverso” a seconda del territorio in cui si vive» conclude con forza la Presidente Addis. Rafforzare la Sanità e consolidare la fiducia dei cittadini nel Servizio Sanitario Nazionale è l’unica arma che abbiamo per fermare questa crudele “lotteria” geografica e difendere il futuro dei nostri amati figli.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Salute

Disturbi alimentari: quando il cibo diventa il linguaggio del disagio giovanile. Intervista ad Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Quella dei disturbi alimentari è oggi una priorità sanitaria non più rimandabile, una vera e propria crisi culturale che colpisce sempre di più i giovani, radicandosi in età progressivamente più anticipate.

Un giovane su venti combatte oggi contro un disturbo del comportamento alimentare, ma la vera emergenza è che la malattia ha cambiato volto, età e confini. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Disturbi alimentari

Redazione-  Quella dei disturbi alimentari è oggi una priorità sanitaria non più rimandabile, una vera e propria crisi culturale che colpisce sempre di più i giovani, radicandosi in età progressivamente più anticipate.

Un giovane su venti combatte oggi contro un disturbo del comportamento alimentare, ma la vera emergenza è che la malattia ha cambiato volto, età e confini.

La Psichiatra e Psicoanalista Lucattini avverte: “Dimentichiamo gli stereotipi legati esclusivamente all’anoressia classica e alle passerelle della magrezza estrema, la mappa clinica odierna è dominata da un sommerso di forme atipiche, le categorie other specified e vede l’esordio abbassarsi pericolosamente fino all’infanzia, dove il disagio si traveste da selettività a tavola, somatizzazioni e rigidità relazionali. In questo scenario di estrema complessità e multifattorialità, i social media agiscono da potenti casse di risonanza, amplificando insoddisfazioni e vuoti emotivi che trovano nel cibo o nel controllo del corpo un disperato terreno di compensazione”.

Un fenomeno, dunque, che non nasce mai da una singola causa e che chiama in causa famiglie, educatori e clinici in un’unica urgenza, spostare l’attenzione dal sintomo estetico alla radice profonda delle relazioni umane ed emotive. Di questo e molto altro, ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, partiamo dai dati scientifici. Oggi si stima che circa un giovane su venti sperimenta un disturbo alimentare, e che le forme atipiche o non classiche sono la maggioranza. Che cosa ci dice al riguardo la letteratura scientifica su questa eterogeneità clinica?

La letteratura più recente ci dice che dobbiamo abbandonare l’idea di un disturbo alimentare riconoscibile soltanto attraverso l’anoressia o la bulimia “classiche”. Uno studio apparso sull’European Child & Adolescent Psychiatry (2026) stima una prevalenza puntuale  del 5,23% nei bambini e nei giovani e indica le forme «OSFED», cioè altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione , come la categoria più frequente. Questo significa che una sofferenza anche grave può esistere senza corrispondere allo stereotipo della magrezza estrema, clinicamente dobbiamo guardare al funzionamento psichico e al rapporto con cibo e corpo, non soltanto al peso.

Negli ultimi anni, l’attenzione clinica si è spostata anche sui bambini, dove l’esordio assume caratteristiche peculiari rispetto agli adolescenti. Come si manifesta in particolare il disagio nei più piccoli?

Nei bambini il disagio spesso non passa ancora attraverso il desiderio di dimagrire, spesso è espressione di un disagio emotivo, relazionale o di forme depressive, altre volte come fobie solitamente transitorie. Le manifestazioni vanno dalla selettività alimentare marcata, al rifiuto di consistenze e sapori, fino ad uno scarso interesse per il cibo. Forme più rilevanti si manifestano come paura di soffocare o vomitare, associate ad ansia intensa e forte rigidità psicofisica durante i pasti. In termini psicoanalitici, in un’età in cui la capacità di dare parole agli stati interni è ancora in formazione, il corpo e l’alimentazione possono diventare il luogo in cui l’angoscia viene concretamente rappresentata (Journal of Eating Disorders, 2026).

Dott.ssa Lucattini, di fronte a un disagio che si manifesta in età sempre più precoce, quali sono i primi campanelli d’allarme concreti che genitori dovrebbero imparare a riconoscere prima che il quadro clinico si strutturi?

Più del singolo comportamento, deve preoccupare un cambiamento importante ma soprattutto duraturo nel tempo, alcuni segnali possono indicare l’eliminazione improvvisa di alcuni cibi, avere rituali sempre più accentuati a tavola, saltare i pasti, mangiare con crescente ansia, iniziare a controllare insistentemente il proprio peso e essere ossessionati dal corpo. Fanno parte di questo insieme di sintomi e comportamenti anche fare attività fisica in modo compulsivo e eccessivo nel tentativo di dimagrire. Dal punto di vista mentale, un segno costante nel disagio psicologico è il ritiro, cercare e riuscire ad isolarsi trascurando amici, scuola, interessi e familiari. Anche frequenti disturbi somatici e gastrointestinali meritano attenzione. Un importante studio pubblicato sul Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition (2026) mostra infatti che tale insieme di sintomi, inizialmente sfumati, possono sia precedere che predire comportamenti alimentari disfunzionali già nella prima adolescenza (13-15 anni), sia nei ragazzi che nelle ragazze.

Alla luce di questa complessità multifattoriale, quale direzione deve prendere l’educazione alimentare e la prevenzione?

L’educazione alimentare non può limitarsi a insegnare calorie, nutrienti o cibi “giusti” e “sbagliati”. Deve comprendere educazione emotiva, alfabetizzazione ai social media, rispetto della diversità corporea e capacità critica verso gli ideali estetici. Il bambino e l’adolescente devono poter riconoscere fame, sazietà, emozioni e pressioni esterne senza trasformare il cibo in un terreno di giudizio morale. Le strategie preventive più recenti si orientano proprio verso interventi multidimensionali, anziché esclusivamente nutrizionali (Adolescent Mental Health, 2026).

Dal punto di vista psicoanalitico, qual è il confine sottile, secondo Lei, tra dinamiche relazionali disfunzionali e la sofferenza di un ragazzo che vive questo disagio?

Non esiste una relazione lineare in cui una determinata dinamica familiare “produca” un disturbo alimentare. Esiste piuttosto una circolarità, vulnerabilità individuali e difficoltà relazionali possono incontrarsi, mentre il sintomo, una volta comparso, modifica a sua volta l’intero equilibrio familiare. Psicoanaliticamente il controllo del cibo può diventare un modo per governare angosce legate a dipendenza, separazione, autonomia e modulare distanza e dipendenza affettiva. La famiglia, quindi, non deve essere colpevolizzata, ma aiutata a riconoscere le dinamiche, a comprendere in che modo possono aiutare i propri figli con disturbi del comportamento alimentare e trasformare le fragilità comprese e gli errori precedenti, spesso inconsapevoli, in una risorsa personale e terapeutica. Uno studio del 2026 sulle famiglie di adolescenti con disturbi restrittivi conferma la complessità e la reciprocità di questi pattern relazionali.

L’attuale dipendenza dai social media espone i giovani a uno sguardo sociale continuo. In chiave psicoanalitica, come si trasforma l’immagine corporea virtuale rispetto all’Ideale dell’Io e quanto l’incorporazione di questi modelli patinati finisce per scardinare la strutturazione profonda dell’identità personale?

Il rischio è che il corpo passi dall’essere un corpo vissuto a un corpo continuamente osservato, confrontato, modificato e sottoposto all’approvazione altrui. L’Ideale dell’Io, l’ideale interiore cui l’adolescente aspira naturalmente, può così essere progressivamente occupato da modelli esterni, perfetti e irraggiungibili. Nell’adolescente più vulnerabile, l’identità rischia allora di restringersi dall’essere all’apparire, il valore personale viene allora misurato attraverso l’immagine, il modo più immediato ed anche immaturo. L’uso eccessivo dei social, l’interiorizzazione della magrezza come ideale e valore assoluto, il confronto costante con l’aspetto dei modelli proposti, sono strettamente correlati nel rischio di sintomatologia alimentar (Journal of Health Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare al riguardo ai ragazzi?

-Non fissarsi sul proprio corpo nei momenti di maggiore fragilità. Il modo in cui ci si vede può cambiare con l’umore, l’ansia e il confronto con gli altri;

-Non usare il cibo per punirsi o controllarsi. Saltare i pasti, abbuffarsi o eliminare intere categorie di alimenti sono segnali da non sottovalutare;

-Parlare con qualcuno prima che il problema diventi più grande. Un genitore, un insegnante, il medico o uno psicologo possono offrire un aiuto concreto;

-Non confrontarsi continuamente con ciò che si vede sui social. Immagini, corpi e vite online sono spesso selezionati, modificati e poco realistici;

-Imparare ad ascoltare anche le proprie emozioni. Ansia, rabbia, tristezza e senso di inadeguatezza possono esprimersi attraverso il rapporto con il cibo e con il corpo che non è un capo di battaglia. Il corpo è “se stessi”, non qualcosa da controllare o abbandonare;

-Non isolarsi. Mantenere amicizie, interessi e relazioni aiuta a non lasciare che il sintomo occupi tutto lo spazio della vita, anche se sembra difficile;

-Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Significa riconoscere che qualcosa sta facendo soffrire e scegliere di prendersene cura.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Salute

La rivoluzione Basaglia conquista l’Impero del Sol Levante: una delegazione del Giappone a Roma per studiare il miracolo italiano della salute mentale territoriale

Il modello italiano della salute mentale fa scuola nel mondo e conquista il Giappone! 🇮🇹✈️🇯🇵 Una delegazione di rilievo nazionale del Sol Levante ha visitato la ASL Roma 2 e la storica “Comunità Basaglia” per studiare la rivoluzione della legge 180. Di fronte a un sistema giapponese ancora segnato da lunghi ricoveri in ospedale, l’équipe del dottor Massimo Cozza ha mostrato la forza terapeutica dei centri diurni e degli appartamenti assistiti. Un trionfo internazionale per la sanità pubblica e i diritti dei più fragili: scoprite tutti i dettagli del summit nel nostro articolo! 👇❤️occhiali puntati sul futuro della cura! ✨

Pubblicato

a

Delegazione giapponese

Roma – Ci sono riforme legislative che superano il freddo valore dei codici e dei commi per trasformarsi in autentiche rivoluzioni di civiltà, capaci di restituire dignità, voce e diritti a chi per secoli è rimasto confinato nel buio dell’isolamento sociale. La legge 180 del 1978, indissolubilmente legata al nome e al coraggio profetico di Franco Basaglia, ha cambiato per sempre il volto della sanità in Italia, smantellando i vecchi e spietati manicomi per edificare una rete di cura fondata sull’empatia, sulla prossimità e sull’inclusione. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni da quella svolta epocale, il modello italiano continua a fare scuola nel mondo, imponendosi come un faro di progresso etico e organizzativo per le più grandi potenze del pianeta. Nei giorni scorsi si è consumato un incontro internazionale di altissimo profilo istituzionale: una prestigiosa delegazione nazionale proveniente dal Giappone ha fatto visita alla ASL Roma 2 per carpirne i segreti operativi.

La delegazione nipponica, composta dai massimi scienziati, clinici e luminari del settore psichiatrico del Sol Levante, ha scelto come meta privilegiata del proprio viaggio di studio il Dipartimento di Salute Mentale e Patologie delle Dipendenze della ASL Roma 2, la più grande azienda sanitaria d’Europa per bacino d’utenza. Ad accogliere gli illustri ospiti stranieri con profondo orgoglio e rigore scientifico è stato il Direttore del Dipartimento, il dottor Massimo Cozza. Il direttore, dopo aver portato i saluti calorosi e istituzionali del Direttore Generale, ha guidato gli ospiti all’interno di un viaggio a ritroso nel tempo, illustrando la complessa e affascinante evoluzione storica della psichiatria italiana: dalle macerie del modello custodiale ed emarginante fino all’attuale, fitta e trasparente rete di assistenza territoriale.

Il superamento del modello ospedaliero: il Giappone guarda alle case alloggio di Roma

I delegati giapponesi hanno manifestato un vivo, profondo e costante interesse nei confronti dell’architettura flessibile e multidisciplinare che governa i servizi romani. Gli esperti orientali hanno voluto radiografare minuziosamente il funzionamento quotidiano dei Centri di Salute Mentale (CSM), dei centri diurni di aggregazione, delle comunità riabilitative a bassa intensità e degli appartamenti assistiti. Si tratta di presidi dove i pazienti psichiatrici non vengono privati della propria libertà o degli affetti, ma vengono scortati in percorsi di riabilitazione personalizzati e centrati sulla dignità della persona, integrando l’assistenza sanitaria farmacologica con laboratori d’arte, inserimenti lavorativi e attività di socializzazione all’interno dei quartieri della Capitale.

Questo confronto ha assunto un valore scientifico ancora più drammatico e urgente quando gli ospiti giapponesi hanno illustrato, taccuino alla mano, le caratteristiche del proprio sistema sanitario nazionale. La realtà psichiatrica in Giappone, infatti, risulta ancora fortemente ancorata a una massiccia presenza ospedaliera e a ricoveri di lunghissima durata all’interno dei reparti, un modello centralizzato che la comunità medica nipponica desidera ardentemente superare in favore di una psichiatria di comunità. L’esperienza della ASL Roma 2 è stata celebrata come l’esempio perfetto di come sia possibile coniugare la massima efficienza dei servizi pubblici alla tutela assoluta dei diritti civili dei più fragili, offrendo risposte flessibili a patologie complesse.

Dall’équipe multidisciplinare alla Comunità Basaglia: il patto della cura

Ampio spazio all’interno delle intense sessioni di lavoro è stato dedicato all’analisi del ruolo e delle competenze delle diverse professioni sanitarie e sociali che compongono l’organico dell’azienda capitolina. Medici, accademici e infermieri si sono confrontati sulla quotidiana e fruttuosa sinergia che unisce i tecnici della riabilitazione psichiatrica, gli educatori professionali, i terapisti occupazionali, gli assistenti sociali, gli psicologi e gli psichiatri. Un’opera di squadra eccezionale, dove ciascuna professionalità apporta il proprio tassello di competenza per non lasciare mai nessuno da solo di fronte al baratro della malattia o delle dipendenze. Il momento di più alta e straziante intensità emotiva della visita si è consumato con il trasferimento della delegazione presso la “Comunità Basaglia”, il centro residenziale d’avanguardia recentemente intitolato proprio al padre del moderno approccio terapeutico.

Il successo di questo storico e accattivante summit bilaterale rappresenta un riconoscimento internazionale senza precedenti per il sudore, il sacrificio e il lavoro quotidiano di centinaia di professionisti della ASL Roma 2. L’entusiasmo manifestato dagli scienziati giapponesi dimostra che la cura della mente non ha bisogno di barriere, contenziosi o schermi digitali, ma di ponti umani basati sulla partecipazione attiva, sulla solidarietà e sulla trasparenza. La sfida di governare il disagio psichico trova a Roma una risposta pulita e intramontabile, un manifesto di civiltà che dal ventre della Capitale attraversa gli oceani per ricordare al mondo intero che la salute mentale si difende solo così: restando vicini alla carne, ai bisogni e alle speranze di ogni singolo essere umano.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Articoli di Tendenza