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Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale): “difendere il giornalismo d’inchiesta significa difendere libertà e democrazia. La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”

📰 Difendere il giornalismo d’inchiesta significa difendere libertà e democrazia: Sforzini richiama al principio “la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Trasparenza, fatti e nessuna intimidazione alla stampa.

✊ Chi ha responsabilità pubbliche deve accettare il controllo e rispondere ai fatti con i fatti; alla magistratura l’accertamento delle colpe, all’inchiesta il presidio di trasparenza.

🔍 Libertà d’informare = democrazia più forte.

#LibertàDiStampa #Democrazia #GiornalismoDInchiesta #Trasparenza

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Castello Sforzini di Castellar Ponzano “Il giornalismo d’inchiesta è una funzione essenziale di ogni democrazia reale, non solo apparente.” Con queste parole Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, interviene nel dibattito pubblico rivendicando il ruolo degli spazi di approfondimento e verifica dei fatti come presìdi irrinunciabili della vita civile.

Secondo Sforzini, la qualità di una democrazia non si misura dal consenso verso una singola trasmissione o inchiesta, ma dalla capacità del sistema di garantire la libertà di informare e di essere informati. “Può piacere o non piacere, si possono condividere o contestare le conclusioni – afferma – ma democrazia e libertà si tutelano ampliando e proteggendo gli spazi del giornalismo d’inchiesta, non restringendoli.”

“Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere”

Il presidente del Centro Studi richiama alla responsabilità chi ricopre ruoli pubblici e istituzionali. “Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere dal giornalismo d’inchiesta. Gli italiani non sono spettatori ingenui: sanno distinguere sostanza e macchinazioni, fatti e forzature, inchieste serie e ricostruzioni pretestuose. Per questo la risposta non può mai essere limitare l’inchiesta, ma semmai rispondere ai fatti con altri fatti.”

Il concetto è chiaro: la trasparenza non si difende con la censura, ma con la disponibilità a sottoporre condotte, decisioni e procedure a una verifica pubblica, rigorosa e documentata. L’inchiesta giornalistica – prosegue Sforzini – è un tassello del controllo diffuso, complementare e non sostitutivo di quello giudiziario, che resta l’unico luogo deputato all’accertamento di eventuali responsabilità penali.

Il monito di Cesare e la responsabilità di chi governa

Sforzini richiama quindi il celebre monito di Caio Giulio Cesare: “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.” Un principio di responsabilità pubblica che, sottolinea, “conserva oggi tutta la sua forza”. Se si vuole restituire fiducia e speranza al Paese, chi esercita funzioni di rilievo – politiche, istituzionali, economiche o mediatiche – deve sentire il peso di questo imperativo e circondarsi di collaboratori all’altezza.

La trasparenza, insiste Sforzini, non è uno slogan ma una pratica quotidiana che si misura con le scelte, la selezione della classe dirigente, la coerenza dei comportamenti e la disponibilità a rendere conto. “Proprio chi crede nella libertà – afferma – deve difendere il diritto di ogni testata e di ogni giornalista a svolgere il proprio lavoro senza il sospetto di ritorsioni o intimidazioni.”

Magistratura e informazione: ruoli distinti, stesso orizzonte di legalità

Nel suo intervento, Sforzini ribadisce la distinzione dei piani: l’eventuale accertamento delle responsabilità individuali spetta esclusivamente alla magistratura; il giornalismo d’inchiesta rimane un presidio di trasparenza e controllo diffuso che va tutelato a prescindere dalle simpatie politiche o dalle appartenenze. Due funzioni diverse, entrambe necessarie alla tenuta democratica: la prima garantisce legalità formale e sostanziale; la seconda alimenta il circuito dell’opinione pubblica informata, premessa di ogni scelta consapevole.

“Se vogliamo una democrazia adulta – conclude Sforzini – dobbiamo accettare che le domande scomode si facciano, che i poteri si lascino interrogare, che i fatti siano messi in fila. Limitare l’inchiesta significa indebolire la libertà; difenderla significa difendere la democrazia.”

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Compie 117 anni la persona piu’ anziana al mondo

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Compie 117 anni la persona piu' anziana al mondo

Ethel Caterham festeggia 117 anni nel Surrey: la storia della donna più anziana del mondo, guarita dal Covid a 110 anni, dall’India coloniale all’incontro con re Carlo III fino al primato da Guinness.Nata il 21 agosto 1909 a Shipton Bellinger, un piccolo villaggio dell’Hampshire, Ethel Caterham ha raggiunto il traguardo dei 117 anni, consolidando la sua posizione di persona più anziana del mondo. Il suo primato è stato certificato ufficialmente da Guinness World Records e dall’organizzazione LongeviQuest il 30 aprile 2025, a seguito della scomparsa della religiosa brasiliana Inah Canabarro Lucas, deceduta all’età di 116 anni. Oggi la supercentenaria britannica risiede presso la struttura di ricovero per anziani Lightwater, situata nella contea del Surrey, dove ha festeggiato l’evento circondata dai propri familiari e amici.Penultima di otto figli,la vita di Ethel Caterham comincia sotto il regno di Edoardo VII, ben tre anni prima del disastro del Titanic e prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel 1927, all’età di 18 anni, la donna lasciò l’Inghilterra per trasferirsi nell’India coloniale, lavorando come ragazza alla pari presso la residenza di un ufficiale dell’esercito britannico.

Dopo il rientro in patria, conobbe il tenente colonnello Norman Caterham, con cui si sposò nel 1933. La coppia visse a lungo all’estero, spostandosi tra Gibilterra e Hong Kong; in quest’ultima località, la donna fondò e gestì una scuola materna. Rimasta vedova nel 1976 e sopravvissuta alle sue due figlie, ha mantenuto un’autonomia straordinaria, continuando a guidare l’automobile fino al compimento dei 100 anni.

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Iran – minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

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Iran - minacce a Barron Trump in un video della tv di stato, taglia da dieci milioni

La televisione di Stato iraniana ha trasmesso un video che sostiene di seguire gli spostamenti di Barron Trump, il figlio ventenne di Donald Trump, e afferma che sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia da 10 milioni di dollari (8,5 milioni di euro).

Le immagini, diffuse da media legati ai Guardiani della Rivoluzione e mandate in onda sul Canale 3 della tv di Stato iraniana, hanno per titolo “Where and how should we kill Barron Trump?”.

Il filmato sostiene di mostrare la posizione della sua università, i veicoli di scorta e la disposizione degli agenti del Secret Service, e afferma che i suoi movimenti sarebbero stati ‘completamente monitorati’. La notizia sulla taglia non ha potuto essere verificata in modo indipendente al momento della pubblicazione.

Il video sostiene inoltre che ‘una ragazza’ sarebbe riuscita a eludere la protezione del Secret Service, si sarebbe seduta con Barron Trump in un incontro privato e avrebbe passato informazioni agli autori del programma.

Afferma anche che Barron Trump comunicherebbe in privato tramite messaggi vocali e di testo su Xbox, lontano dal controllo della sua scorta. Euronews non ha potuto verificare in modo indipendente nessuna di queste affermazioni.

La trasmissione segue un video simile diffuso a luglio dall’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione, intitolato “Where and how is Melania Trump accessible?”, che descriveva i movimenti di Melania Trump a New York e indicava presunte falle nel suo sistema di sicurezza. Alla fine di maggio, il New York Post ha riferito di un presunto complotto contro Ivanka Trump.

I media statali iraniani hanno inoltre diffuso minacce dirette contro lo stesso Trump. A luglio, un cartellone nella piazza della Rivoluzione islamica a Teheran mostrava Trump apparentemente morto in una bara, con la scritta in inglese “We will kill Trump”.

Un altro video, diffuso in precedenza, sosteneva di tracciare il percorso del corteo di Trump tra gli aeroporti e le sue residenze in Florida e a New York. Il Secret Service statunitense ha confermato di star esaminando le immagini.

Nel gennaio 2020 un attacco con droni statunitensi ha ucciso il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani, all’aeroporto internazionale di Baghdad. L’operazione era stata autorizzata da Trump durante il suo primo mandato.

Le autorità iraniane promisero vendetta per l’uccisione di Soleimani e da allora hanno ribadito più volte quelle minacce.

Il secondo, e più recente, fattore scatenante è la morte dell’ayatollah Ali Khamenei nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio, il primo atto della guerra in corso.

Alcune figure dei media statali iraniani hanno inquadrato le minacce personali contro Trump esplicitamente nel concetto giuridico islamico di “qisas”, o giustizia retributiva, sostenendo che l’uccisione della guida della Repubblica islamica crea l’obbligo di uccidere la persona ritenuta responsabile.

Mohammad-Javad Larijani, commentatore della televisione di Stato iraniana, ha definito il qisas un “diritto inalienabile” della Repubblica islamica. Parlando di chi ritiene responsabile della morte di Khamenei, ha affermato: “Faremo tutto ciò che è in nostro potere e non esiste alcun ostacolo legale internazionale che possa fermarci”.

“Se non applichiamo il qisas a Trump, se non puniamo l’uccisore della nostra guida, l’attuale guida e i dirigenti della Repubblica islamica dovranno sempre vivere nascosti”, ha dichiarato Mohsen Ghanbarian, un altro volto abituale dell’emittente statale.

Trump ha avvertito che qualsiasi tentativo di ucciderlo provocherebbe una dura risposta degli Stati Uniti. Il 20 gennaio ha dichiarato che, in caso di un attentato contro di lui, “l’intero Paese Iran esploderà”. Ha aggiunto di aver impartito ordini tali da garantire che gli Stati Uniti “cancelleranno la Repubblica islamica dalla faccia della Terra” se le minacce dovessero concretizzarsi.

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Spagna – e’ morto Carlos Rodriguez, l’uomo allevato dai lupi

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Spagna - e' morto Carlos Rodriguez, l'uomo allevato dai lupi

Il famoso “ragazzo lupo” Marcos Rodriguez, spagnolo è morto la settimana scorsa all’età di 80 anni al termine di una vita straordinaria cominciata con gli anni trascorsi con un branco di lupi.

Nato nel 1946 in un Paese che si stava appena riprendendo da una guerra civile e da una guerra mondiale, Marcos Rodríguez Pantoja sembra avere incarnato il personaggio di Mowgli, il protagonista de Il libro della giungla e di altre opere di Rudyard Kipling.

La vita di Rodríguez è stata segnata da povertà, fame e maltrattamenti. Il padre riusciva a malapena a sfamare la famiglia, mentre la matrigna lo trattava con brutalità.

A sei anni il padre lo vendette a un pastore di capre. L’uomo lo lasciò in una valle isolata, dove avrebbe dovuto badare al bestiame insieme a un vecchio pastore. Il pastore gli insegnò come sopravvivere in montagna e come utilizzare le risorse disponibili.

Quando il pastore morì poco dopo, Marcos rimase completamente solo. Con il tempo trasformò la natura selvaggia nella sua casa e trovò una famiglia negli animali che lo circondavano.

Per dodici anni Rodríguez visse senza alcun contatto umano e sviluppò propri sistemi di comunicazione. Conosceva i versi degli animali, dal canto degli uccelli al richiamo dei cervi, ed era convinto di poter dialogare facilmente con volpi, lupi e perfino serpenti. In tutti quegli anni preferì restare lontano dalla civiltà. Fuggiva o si nascondeva quando sentiva voci umane tra le montagne.

Il bambino conquistò la fiducia di un branco di lupi, nutrendo i cuccioli e ululando quando percepiva un pericolo.

L’antropologo Gabriel Janer Manila lo intervistò per diversi mesi nell’ambito di uno studio di scienze sociali per la Facoltà di Filosofia dell’Università di Palma di Maiorca. I colloqui si svolsero tra novembre 1975 e aprile 1976.

A suo giudizio Rodríguez era riuscito a sopravvivere grazie all’intelligenza e alla capacità di immaginare. Nella sua tesi di dottorato Janer descrisse le diverse fasi della vita di Rodríguez: come sia diventato poco a poco parte di quella comunità, come ne abbia imparato le regole e il linguaggio dell’ambiente e come abbia trattato gli animali come suoi pari.

“Io piangevo e loro mi saltavano addosso… poi mi hanno mostrato la strada verso la loro tana, il rifugio dei lupi”, raccontò Rodríguez a Janer. In quel racconto descriveva come i cuccioli di lupo gli girassero intorno e saltassero in alto per salutarlo.

Col tempo, a quanto pare, si creò una sorta di simbiosi tra lui e i lupi.

“Quando volevo pescare, andavo al fiume e pescavo, quando volevo un coniglio ne prendevo uno, quando volevo un cervo chiamavo i miei genitori, i lupi, lanciavo un ululato, mi nascondevo nel fiume e i lupi spingevano la selvaggina fino a me”, raccontò Rodríguez.

Janer pubblicò in seguito la sua ricerca in Spagna in un libro intitolato He jugado con lobos (Ho giocato con i lupi).Nel 2010 una squadra del programma di TVE Informe Semanal parlò con Rodríguez nel suo paese natale, Añora. In quel momento tornava lì per la prima volta dopo 60 anni. Ripensando al periodo trascorso in montagna, davanti alla telecamera disse: “Stavo benissimo. Non sapevo che cosa fosse il denaro, ma avevo sempre abbastanza da mangiare”.Quando nel 1965, a 19 anni, fu scoperto dalla Guardia Civil, dovette riabituarsi a una vita in mezzo agli esseri umani: un processo di adattamento difficile e lungo. In seguito Rodríguez ha ripetuto più volte di essere stato felice in montagna. A suo dire, le vere sofferenze erano iniziate solo quando era stato trovato e costretto a integrarsi nella società.La sua storia è stata portata anche sul grande schermo nel film Entrelobos uscito nelle sale spagnole il 26 novembre 2010.

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