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Esteri

L’America compie 250 anni: Trump promuove la sua agenda, Papa Leone XIV ricorda i veri valori dei Padri Fondatori

“Di solito leggo storie su di me”. Questa è stata la risposta di Donald Trump alla Second Lady Usha Vance, che gli aveva chiesto se avesse molto tempo per leggere libri. Trump ha continuato dicendo che legge i giornali.

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250 U.S.A

Redazione-  “Di solito leggo storie su di me”. Questa è stata la risposta di Donald Trump alla Second Lady Usha Vance, che gli aveva chiesto se avesse molto tempo per leggere libri. Trump ha continuato dicendo che legge i giornali. In questo incontro allo Studio Ovale della Casa Bianca, però, si è registrato un episodio del podcast della Second Lady in cui gli ospiti leggono libri ai bambini; Trump ha letto un libro sui presidenti, offrendo battute personali sui suoi predecessori. Bisogna ammirare la sincerità di Trump, che ha confessato senza alcuna vergogna il suo narcisismo nelle sue letture. La Goldwater Rule della American Psychiatric Association proibisce agli psichiatri di offrire diagnosi senza un contatto diretto con i pazienti. Ciononostante, un gruppo anti-Trump nel 2024 ha diffuso una lettera firmata da 200 addetti alla salute mentale in cui si legge che il presidente soffre di narcisismo maligno, il che lo rende inadeguato alla leadership politica.

Gli interventi di Trump in occasione del duecentocinquantesimo anniversario degli Usa confermano il suo narcisismo, che sta alla base della sua condotta personale, che egli mescola con quella politica. Trump ha usato le occasioni per promuovere la sua agenda politica invece di reiterare i principi e gli ideali storici della fondazione degli Usa. Nel suo primo intervento al Mount Rushmore, in South Dakota — monumento iconico che esibisce i volti dei presidenti storici George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln, fra i quali lui si immagina — ha iniziato creando un ritratto positivo ed ottimistico degli Usa. Poco dopo, però, ha cambiato tono facendo nient’altro che un comizio politico per promuovere la sua agenda, attaccando i nemici. Il 47esimo presidente ha avvertito del pericolo dei “nuovi arrivati che sostengono idee” contrarie al successo del Paese. Trump ha continuato asserendo che il partito comunista “è pieno zeppo di immigrati illegali, criminali e tutti quelli che non vogliono lavorare”.

In un altro discorso al National Mall di Washington, che gli organizzatori volevano cancellare per il maltempo, Trump ha ripreso la sua tematica politica, reiterando l’importanza del Save America Act. Si tratta di una proposta legislativa restrittiva contraria ai principi democratici. La proposta di legge non ha i voti al Senato a causa del filibuster, il requisito per l’ostruzionismo che richiede 60 consensi della Camera Alta per procedere ai voti. Invece di fare, dunque, un discorso presidenziale che unisca tutti gli americani in un momento storico del Paese, Trump lo ha usato per i suoi obiettivi politici.

Se Trump non è riuscito ad andare oltre i suoi scopi politici ribadendo i principi democratici e idealistici (anche se storicamente non completamente realizzati), Papa Leone XIV, nato negli Usa, lo ha fatto per gli americani. Dopo avere ricevuto l’invito a partecipare alle celebrazioni del 250esimo anniversario degli Usa dalle mani di J. D. Vance, vice di Trump, la Santa Sede ha spiegato che non era possibile per altri impegni. In realtà, si trattava di inviare un messaggio sulle priorità e sulle persone che il Papa considera meritevoli di attenzione. Il quattro luglio, dunque, il Papa si è recato a Lampedusa, divenuta il simbolo dei migranti in ingresso in Europa, riecheggiando in un certo senso la Statua della Libertà a New York.

Papa Leone intendeva ovviamente sottolineare la tragica situazione dei migranti, non pochi dei quali perdono la vita alla ricerca di un futuro. Il Pontefice ha dichiarato che “ogni barca che arriva non porta solo migranti”, ma include anche la domanda sul mondo che abbiamo creato, ovvero “se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita”.

Il Papa è però andato oltre la questione dei migranti e, in un discorso in occasione del conferimento della prestigiosa “Liberty Medal” del U.S. National Constitution Center, ha toccato tasti presidenziali che Trump ha ignorato. Parlando da Roma in video al pubblico radunato a Philadelphia, il Pontefice ha pregato per il 250esimo anniversario della fondazione degli Usa. Leone XIV ha ribadito il coraggio dei padri fondatori e “gli ideali sanciti” dalla Dichiarazione di Indipendenza, pregando che possano “continuare a guidare la fioritura dell’unità nazionale, la giustizia e la pace”. Il Sommo Pontefice ha aggiunto la visione dei padri fondatori che hanno fatto dell’America un Paese di “libertà che ha aperto le porte a numerose ondate di immigrati, concedendo loro e ai loro figli di contribuire a formare il futuro della nazione”.

Alcuni a volte criticano il Papa accusandolo di andare oltre le sue mansioni spirituali toccando tasti politici. L’accusa di fare politica questa volta appare veritiera, ma giustificata perché corregge le lacune evidenziate da Trump.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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L’America di Trump tra sogni imperiali e lo stop della Corte Suprema

“È il presidente più consequenziale del XXI secolo”. Con queste parole Jeffrey Goldberg ha descritto Donald Trump durante il programma Washington Week della Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica statunitense. Goldberg non ha torto, ma forse Trump lo avrebbe corretto aggiungendo che la sua influenza oltrepassa i confini degli Usa.

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Corte Suprema degli Stati Uniti

Redazione-  “È il presidente più consequenziale del XXI secolo”. Con queste parole Jeffrey Goldberg ha descritto Donald Trump durante il programma Washington Week della Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica statunitense. Goldberg non ha torto, ma forse Trump lo avrebbe corretto aggiungendo che la sua influenza oltrepassa i confini degli Usa. In un’intervista a Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times, il presidente statunitense consegnò loro una pagina scritta da uno storico che lo vede come l’uomo più potente che sia mai esistito. Il documento include leader storici come Alessandro Magno, i Cesari, Napoleone, Hitler e Stalin, e afferma che Trump è più potente di tutti loro. L’aneddoto dei giornalisti è incluso nel loro libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”.

Lo storico citato da Trump è infatti Dave King, un caddie del giocatore di golf Dave King. Poco importa per Trump, la cui fame di adulazione non ha limiti, anche se il suo potere reale ne ha. Ciononostante, c’è una dose di verità sulla sua rilevanza da quando è entrato in politica, specialmente alla luce del duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti. E ci si domanda se la democrazia sopravviverà agli attacchi di Trump al sistema americano, che hanno indebolito i contrappesi al potere esecutivo. Le ultimissime decisioni della Corte Suprema, però, ci rendono ottimisti, anche se non tolgono alcuni dubbi.

Con un voto di 6-3, la Corte Suprema ha proprio in questi giorni riaffermato la validità del XIV emendamento sulla cittadinanza, mantenendo lo ius soli per tutti i nati negli Usa senza riguardo all’origine dei loro genitori. Come si ricorda, l’anno scorso Trump aveva annunciato un ordine esecutivo che imponeva limiti, sostenendo che la cittadinanza non si applicasse a coloro i quali avessero genitori senza documenti legali. Si temeva che la Corte Suprema, con una maggioranza che pende a destra perché sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani (tre dei quali proprio da Trump), potesse ribaltare l’emendamento, ridefinendo cosa vuol dire essere americano.

Trump, però, era già riuscito a scuotere la definizione di americano con la sua campagna contro gli immigrati. Senza distinguere tra immigrati non autorizzati e coloro in possesso di documenti legali, il 47esimo presidente è riuscito a cambiare la visione degli Usa come un Paese composto di gente proveniente da tutte le parti del globo. Gli stranieri non sono benvenuti, specialmente quelli provenienti da Paesi che Trump ha classificato come “del Terzo Mondo”, usando anche un linguaggio volgare per descriverli. In questo aspetto, il presidente statunitense è riuscito a riportare la visione degli immigrati alla discriminazione delle leggi degli anni Venti, che stabilivano preferenze per gli ingressi dal Nord Europa a scapito di quelli del Sud e dell’Asia. Questi provvedimenti discriminatori furono eliminati nel 1965 con la nuova legge sui diritti civili.

Trump ha ovviamente guardato indietro e la Corte Suprema lo ha sostenuto nel caso dei migranti haitiani e siriani con Temporary Protected Status, un visto temporaneo per ragioni umanitarie. Una recente decisione ha stabilito che l’amministrazione Trump può eliminare questi visti e deportare quasi un milione di persone in Paesi che non sono sicuri.

La deportazione di questi individui si aggiunge ovviamente a quella massiccia contro i migranti senza documenti legali, che possono essere detenuti se l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) li sospetta. Anche qui la Corte Suprema ha dato una grossa mano a Trump, permettendo agli agenti dell’Ice di fermare individui sospettati in base all’accento, all’etnia o al tipo di lavoro svolto. Queste detenzioni dovrebbero essere brevi, ma spesso si protraggono per lunghi periodi e, in alcuni casi, hanno incluso anche cittadini americani.

In sintesi, Trump ha cercato di limitare la cittadinanza a quelli che storicamente hanno detenuto il potere: i bianchi. Infatti, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha anche colpito i diritti dei gruppi minoritari, attaccando le politiche di inclusione. Lo abbiamo visto persino nella composizione della sua amministrazione che, a differenza del suo primo mandato, ha escluso in grande misura i membri delle minoranze. Inoltre, gli attacchi alle università da parte dell’amministrazione Trump hanno colpito i programmi di inclusione, visti dal presidente come favoritismi non meritati a scapito dei bianchi.

Gli strapoteri che Trump ha cercato di accaparrarsi, citando il “caddie storico”, esisterebbero in mancanza di resistenza, come si è visto in politica estera. La guerra con l’Iran che il presidente statunitense ha scatenato rimane in un limbo fatto di scaramucce quasi quotidiane. Non si è trattato di un esempio di strapotere di Trump, come lui ha declamato ad nauseam. Infatti, anche gli analisti conservatori hanno rilevato che l’Iran ne è uscito molto bene e il trattato firmato gli concede tanti benefici.

Ma tornando alla politica interna, il potere infinito del presidente statunitense è un’illusione, come ci confermano le recentissime decisioni dei magistrati. Trump, però, non ammette mai le sconfitte e, nel caso dello ius soli, ha già indicato che correrà ai ripari, usando il ramo legislativo per ottenere l’obiettivo negatogli dalla Corte Suprema. Un’idea improbabile dal punto di vista costituzionale, ma anche pratico, considerando la situazione politica e le maggioranze risicate del Partito Repubblicano nelle due Camere. Inoltre, con le elezioni di midterm quasi alle porte, altre nuvole si stanno avvicinando per Trump. Secondo tutti i sondaggi, i democratici si trovano in una buona situazione per conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e, potenzialmente, anche al Senato.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Fuggire per sopravvivere, senza mai sentirsi al sicuro: la storia delle persone transgender afghane continua a essere segnata dalla violenza

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transgender Afghana

Redazione- Per molte persone transgender in Afghanistan, vivere significa nascondersi. Non è una scelta, ma una necessità per sopravvivere. Per anni hanno dovuto celare la propria identità, rinunciare a essere se stesse e convivere con la paura costante di violenze, discriminazioni, arresti o addirittura della morte. Dopo il ritorno dei talebani al potere, la loro condizione è precipitata ulteriormente: la casa non è più un rifugio, la famiglia può trasformarsi in una fonte di minacce e lo spazio pubblico è diventato ancora più ostile.

Molte hanno deciso di fuggire dall’Afghanistan nella speranza di trovare sicurezza oltre confine. Ma l’esilio non ha posto fine al loro incubo.

A Peshawar, in Pakistan, due donne transgender sono rimaste ferite dopo essere state raggiunte da colpi d’arma da fuoco esplosi da uomini armati in motocicletta nel quartiere di Faqirabad. Tra le vittime c’è Maskan, cittadina afghana, insieme a Neelam, cittadina pakistana. Entrambe sono state trasportate in ospedale, mentre gli aggressori sono riusciti a fuggire. La polizia ha avviato le indagini e il movente dell’attacco resta ancora sconosciuto.

Per chi è fuggito dall’Afghanistan, però, la violenza non è una sorpresa: è spesso la continuazione di una persecuzione iniziata nel proprio Paese.

In una precedente testimonianza, Maskan aveva raccontato che tornare in Afghanistan significherebbe affrontare violenze, persecuzioni e persino la morte. «Per noi – aveva detto – anche il nostro Paese è diventato una terra straniera. La vita qui a Peshawar è difficile, ma preferiamo sopportare queste difficoltà piuttosto che tornare in Afghanistan e affrontare una morte fatta di violenza e umiliazione.»

La sua storia rappresenta quella di molte persone transgender afghane, costrette a scegliere tra due realtà ugualmente dolorose: restare in un Paese dove la loro identità le espone a gravissimi rischi oppure cercare rifugio altrove, senza la certezza di trovare davvero protezione.

Non è la prima volta che una persona transgender afghana viene presa di mira a Peshawar. Nel dicembre 2023, Nur Mohammad Abidi, rifugiato afghano transgender, è stato ucciso da uomini armati sconosciuti nella stessa città. Un episodio che dimostra come, per molte persone transgender afghane, la fuga non rappresenti la fine della paura, ma soltanto il cambiamento del luogo in cui essa continua a perseguitarle.

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Esplosione nel cuore del Principato di Monaco: feriti tre cittadini ucraini in un attentato

⚠️ Una violenta esplosione ha ferito un noto oligarca ucraino e la sua famiglia nel cuore di Monaco. Le autorità indagano su un probabile attentato che ha scosso la sicurezza del Principato.

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#Monaco #CronacaNera #Attentato #Ucraina

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Andrea Battista

Monaco – Una serata di ordinaria tranquillità nel Principato di Monaco è stata brutalmente interrotta ieri da una violenta deflagrazione che ha squarciato il silenzio del centro urbano, lasciando dietro di sé una scia di sangue e interrogativi inquietanti. L’esplosione, di natura dolosa, ha colpito in un’area densamente frequentata, mandando in frantumi la percezione di invulnerabilità che da sempre caratterizza il microstato affacciato sul Mediterraneo. Le autorità locali, supportate dall’intelligence francese, hanno immediatamente avviato una caccia all’uomo per risalire agli esecutori di quello che il governo monegasco ha definito come un probabile attentato.

La dinamica dell’attentato e le condizioni dei feriti

Secondo le prime ricostruzioni fornite dagli inquirenti e confermate dalle dichiarazioni ufficiali rilasciate all’Afp dal ministro di Stato Christophe Mirmand, l’ordigno è stato piazzato con l’intento preciso di colpire un bersaglio definito. Il bilancio parla di tre persone ferite, tutte appartenenti allo stesso nucleo familiare di nazionalità ucraina. Tra loro figurerebbe Vadim Ermolaev, noto oligarca di Kiev, coinvolto nell’esplosione insieme alla moglie e al figlio adolescente.

I due genitori, entrambi di età compresa tra i 50 e i 60 anni, sono stati immediatamente trasportati nei presidi ospedalieri d’eccellenza della zona in condizioni critiche; i medici mantengono per entrambi la prognosi riservata, lottando per contenerne le gravi lesioni. Il figlio tredicenne, seppur presente al momento dell’impatto, ha riportato contusioni meno severe e non verserebbe in pericolo di vita. La zona, situata non lontano da Place du Casino e dalle arterie nevralgiche che collegano il Jardin Exotique al porto, è rimasta transennata per ore per consentire i rilievi scientifici necessari a comprendere la tipologia di esplosivo utilizzata.

Lo sgomento di Evoluzione e Libertà e il clima nelle strade

La vicinanza geografica dell’attentato a luoghi di lavoro e uffici ha generato un forte senso di insicurezza. Andrea Battista, responsabile della sede monegasca di Evoluzione e Libertà, ha espresso pubblicamente la propria preoccupazione, sottolineando come l’esplosione sia avvenuta a breve distanza dagli uffici del movimento. “Apprendo con profondo sgomento la notizia di quanto accaduto – ha dichiarato Battista –. Si tratta di un episodio che ha scosso una comunità nota nel mondo per la qualità delle proprie istituzioni e per la tenuta dei propri sistemi di sicurezza”.

Battista ha voluto rimarcare come Monaco rappresenti per molti professionisti internazionali un modello di convivenza civile e rispetto delle regole. L’evento rappresenta una ferita inaspettata per un territorio che basa la propria esistenza sulla stabilità e sul prestigio delle proprie forze di polizia. L’inquietudine serpeggia ora tra i residenti che abitano gli edifici di Avenue Princesse Grace e le zone limitrofe, testimoni di un livello di violenza che non ha eguali nella storia recente del Principato.

Le indagini e la cooperazione internazionale

Le autorità del Principato stanno operando in stretto coordinamento con la magistratura francese, dato il confine permeabile e la necessità di tracciare i movimenti dei sospettati nei comuni limitrofi, come Beausoleil e Cap-d’Ail. L’ipotesi che si tratti di un regolamento di conti legato ad ambienti finanziari internazionali o a dinamiche geopolitiche collegate al conflitto in Ucraina rimane la pista privilegiata dagli investigatori.

Nonostante la gravità della situazione, il messaggio che arriva dalle istituzioni è di estrema fermezza. Evoluzione e Libertà, attraverso le parole di Battista, ha ribadito il supporto incondizionato ai valori dello Stato di diritto. “La ricerca della verità deve essere affidata esclusivamente alla magistratura – ha proseguito Battista –. Nessun atto di violenza, per quanto efferato, potrà mettere in discussione i principi di libertà e legalità che rappresentano il fondamento delle società democratiche”. L’invito alle autorità resta quello di evitare speculazioni, lasciando che il lavoro investigativo faccia il suo corso per identificare i responsabili di questo atto criminale senza precedenti. La comunità monegasca, seppur colpita, si prepara a reagire, puntando su quella resilienza che ha sempre definito il carattere del Principato di fronte alle avversità.

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