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Economia

Desertificazione bancaria in Abruzzo: sportelli chiusi, rischio usura e la rabbia dei cittadini

Il dramma della desertificazione bancaria in Abruzzo: filiali chiuse, anziani a rischio truffe e l’ombra dell’usura sulle imprese. 🏦 📉

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Fulvio Furlan

L’Aquila – Nel panorama economico e sociale dell’Italia interna si sta consumando una crisi silenziosa che tocca da vicino la vita quotidiana di migliaia di famiglie, pensionati e piccoli imprenditori. È il fenomeno della desertificazione bancaria, la progressiva e inarrestabile chiusura degli sportelli fisici che sta lasciando interi territori privi di presìdi finanziari essenziali. I dati emersi dal terzo Rapporto nazionale della Uilca (Unione Italiana Lavoratori Credito Esattoriali) delineano per l’Abruzzo un quadro di profonda sofferenza e di forte allarme sociale. Nella nostra regione, ben nove persone su dieci si dichiarano apertamente insoddisfatte (94,2%) per la scomparsa o la riduzione dei servizi bancari nel comune in cui risiedono. Non si tratta di una semplice transizione verso il mondo digitale, ma di un vero e proprio strappo nel tessuto civile, dove la presenza fredda di un bancomat automatico non riesce in alcun modo a sostituire il valore umano dell’ascolto e della consulenza diretta.

I numeri del declino: ogni mese chiudono due filiali in regione

I dati contabili raccolti dal sindacato di categoria tra il 2020 e il 2025 fotografano la velocità con cui i piccoli borghi abruzzesi stanno perdendo i propri punti di riferimento economici. In appena cinque anni, il numero dei comuni serviti da almeno una banca è crollato del 19,7%, passando da 147 a soli 118 centri attivi. Questo significa che, in media, ogni mese sono stati serrati definitivamente due sportelli sul territorio regionale. Complessivamente, le filiali bancarie abruzzesi sono scese da 496 a 392, registrando una contrazione netta del 21%. Ad oggi, la dura realtà materiale racconta che ben 164.933 cittadini abruzzesi risiedono in municipalità completamente prive di una banca, costretti a percorrere decine di chilometri anche solo per sbrigare le operazioni più semplici o per chiedere un consiglio sul futuro dei propri risparmi.

L’impatto sullo spopolamento e il rischio delle truffe online

La scomposizione del rapporto Uilca evidenzia come la fuga degli istituti di credito dalle aree interne non sia solo una questione di bilancio aziendale, ma rappresenti una potente dinamo per lo spopolamento e la marginalizzazione dei territori collinari e montani dell’Appennino. Per sei persone su dieci, la presenza di una filiale fisica incide pesantemente sulla scelta di continuare a vivere o meno in un determinato comprensorio. Inoltre, la sostituzione del personale di sportello con sistemi digitali automatizzati espone i cittadini, in particolare gli anziani in condizione di solitudine, a crescenti vulnerabilità. Più di otto intervistati su dieci evidenziano come la digitalizzazione forzata aumenti il rischio di subire truffe informatiche e raggiri online, privando le fasce deboli di un volto amico a cui rivolgersi per verificare la sicurezza dei propri conti.

La piaga dell’usura e il blocco degli investimenti per le imprese

Il risvolto più cupo e preoccupante della desertificazione bancaria investe direttamente la legalità e la sicurezza economica del tessuto produttivo abruzzese. Per l’81,2% degli intervistati, la scomparsa totale delle banche dal territorio contribuisce in modo lineare al diffondersi della piaga dell’usura e del riciclaggio. Quando un piccolo artigiano, un commerciante o una famiglia in difficoltà non trovano più un interlocutore formale a cui chiedere un prestito, il rischio di scivolare nelle mani della criminalità e degli usurai diventa drammaticamente reale. A questo si aggiunge un forte freno allo sviluppo: per l’82,9% dei cittadini, la vicinanza di una filiale influisce in modo determinante sulla propensione a investire, mentre il 67,9% ritiene la banca fisica un luogo insostituibile per ricevere assistenza trasparente su mutui e gestione del risparmio.

L’appello della Uilca e l’assenza dei grandi istituti bancari

Di fronte a questo scenario di forte sofferenza, il segretario generale della Uilca, Fulvio Furlan, ha invocato l’adozione di una strategia industriale di lungo periodo che rimetta al centro la persona, tutelando l’occupazione ed evitando fusioni guidate unicamente da logiche speculative. Furlan ha proposto l’istituzione di Osservatori Regionali permanenti per monitorare il fenomeno e intervenire in anticipo sulle chiusure. In Abruzzo, come spiegato dal segretario generale regionale Maurizio D’Antonio, l’Osservatorio è già attivo e ha avviato un confronto costante con le forze politiche. Tuttavia, a destare forte preoccupazione è l’assenza ingiustificata al tavolo dei grandi gruppi bancari, i quali, nonostante i ripetuti inviti, rifiutano il dialogo con le istituzioni locali, danneggiando pesantemente l’economia reale.

Un patto di solidarietà per difendere il valore sociale della banca

In ultima analisi, la battaglia contro la desertificazione bancaria si offre alla pubblica opinione come una necessità non più differibile per salvaguardare la dignità dei cittadini onesti e la sopravvivenza stessa delle nostre province. Negli ultimi mesi, la consapevolezza sociale sul problema è cresciuta notevolmente, grazie soprattutto all’impegno dei sindacati e alle inchieste della stampa locale. La banca deve saper recuperare il proprio ruolo sussidiario e sociale originario, che non può essere sottomesso ad automatismi burocratici o ad applicazioni su smartphone. Solo attraverso una forte cooperazione tra la politica regionale, le forze sociali e i residenti sarà possibile pretendere il rispetto del territorio, garantendo alle future generazioni una rete di servizi equa, sicura e vicina ai bisogni reali delle persone.

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Economia

La terra tradita: il dramma dei contadini che salvano il “Made in Italy”

Il dramma silenzioso dei contadini italiani: schiacciati da costi alle stelle, siccità e finto Made in Italy. L’inchiesta sulle campagne. 🌾 🚜

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Contadino in un campo

Roma – C’è un’Italia che si sveglia prima dell’alba, che ha le mani segnate dalla terra e la schiena spezzata dal lavoro nei campi. È l’Italia dei nostri agricoltori, dei piccoli produttori locali che per generazioni hanno custodito il paesaggio, le tradizioni e quella straordinaria eccellenza che tutto il mondo ci invidia con il nome di Made in Italy. Eppure, proprio questa parte così nobile e viva del nostro Paese sta attraversando una crisi silenziosa, profonda e drammatica, che rischia di cancellare per sempre la nostra civiltà contadina. Non si tratta di una fredda questione di numeri o di grafici statistici, ma di un vero e proprio dramma umano che consuma le famiglie, azzera i risparmi di una vita e spinge alla chiusura attività storiche che avevano resistito a guerre e carestie. Chi lavora la terra oggi si sente profondamente solo, abbandonato e tradito da un sistema economico che premia la speculazione e calpesta il sacrificio quotidiano.

I costi alle stelle e la morsa soffocante delle grandi catene

Il primo grande nemico di chi coltiva i nostri campi è l’aumento spropositato e fuori controllo dei costi necessari per produrre anche un solo chilo di pomodori, un litro di latte o un quintale di grano. Il prezzo del carburante per i trattori, le sementi antiche, i concimi e le tariffe per l’energia elettrica necessaria a far funzionare i pozzi hanno raggiunto cifre insostenibili per i bilanci delle piccole aziende familiari. Al tempo stesso, il guadagno riconosciuto ai contadini è rimasto fermo a trent’anni fa. Le grandi catene dei supermercati impongono prezzi di acquisto offensivi, pagando la frutta e la verdura pochi centesimi al chilo, per poi rivenderla sugli scaffali delle città a prezzi quadruplicati. Mentre i colossi della grande distribuzione accumulano guadagni miliardari, chi produce il cibo che portiamo in tavola non riesce nemmeno a coprire le spese vive, trovandosi costretto a indebitarsi per continuare a lavorare.

La piaga della siccità e i campi riarsi dall’assenza di pioggia

A rendere ancora più amaro il lavoro quotidiano si è aggiunta una crisi climatica che sta desertificando le aree interne e le pianure più fertili della nostra penisola. La prolungata assenza di piogge invernali e le temperature record di queste settimane estive hanno ridotto i fiumi a distese di fango e svuotato i canali di irrigazione, costringendo i sindaci e le autorità locali a imporre severe restrizioni sull’uso dell’acqua. I contadini assistono impotenti allo spettacolo straziante dei loro raccolti che seccano sotto il sole, delle piante che muoiono prima di dare i frutti e dei terreni che si spaccano per l’aridità. La mancanza di una programmazione pubblica per la pulizia dei bacini e per la raccolta delle acque piovane aggrava un’emergenza che non può più essere considerata passeggera, ma che rappresenta ormai una minaccia costante per la sopravvivenza stessa delle coltivazioni tipiche del nostro territorio.

L’inganno dei prodotti esteri e la concorrenza sleale che uccide il gusto

Il tradimento più doloroso per i nostri produttori arriva però dai banchi dei negozi, dove ogni giorno si consuma un inganno silenzioso ai danni dei consumatori e della legalità. Quintali di merci a basso costo — grano proveniente dal Canada, pomodori coltivati in Nord Africa, olio d’oliva che arriva da paesi extraeuropei — invadono il nostro mercato dopo viaggi lunghissimi all’interno di navi e container. Spesso questi prodotti vengono confezionati in Italia e spacciati per autentico Made in Italy grazie a etichette ambigue o a piccoli simboli tricolori che confondono le famiglie in cerca di qualità. Si tratta di una vera e propria concorrenza sleale: queste merci straniere vengono prodotte senza rispettare i rigidi controlli sanitari, ambientali e di tutela dei lavoratori che lo Stato impone giustamente alle nostre aziende, permettendo così la diffusione di cibi di scarso valore che deprimono i prezzi e tolgono spazio alle eccellenze locali.

La solitudine della provincia e il rischio di perdere le nostre radici

Questo scenario sta provocando una ferita profonda soprattutto nelle realtà di provincia e nei piccoli borghi collinari, dove l’agricoltura non è solo un settore economico, ma rappresenta il fulcro delle relazioni sociali, della cultura rurale e della difesa del suolo contro le frane e il dissesto idrogeologico. Quando una stalla chiude o un campo viene abbandonato, non si perde solo un posto di lavoro, ma si cancella un pezzo della nostra storia e della nostra identità. I giovani, privati di prospettive certe e di un giusto compenso per il proprio merito, scelgono di abbandonare i paesi d’origine per cercare impiego nelle grandi città o all’estero, alimentando lo spopolamento e lasciando gli anziani in una condizione di crescente solitudine. La fine della piccola proprietà contadina rischia di trasformare le nostre campagne in distese incolte in mano a grandi fondi di investimento speculativi, distanti dal cuore delle comunità.

Il risveglio delle coscienze: un nuovo patto tra cittadini e contadini

In ultima analisi, la difesa della nostra terra e del vero Made in Italy esige un cambio di rotta immediato, coraggioso e non più differibile da parte della politica e della stessa società civile. Sostenere chi lavora nei campi non significa varare piccoli aiuti di emergenza o promesse estemporanee nei momenti critici, ma attuare riforme stabili che garantiscano il prezzo minimo di vendita dei prodotti, vietando le speculazioni e bloccando l’ingresso delle merci straniere che non rispettano le nostre regole. Anche i cittadini hanno un ruolo fondamentale in questa battaglia di civiltà: scegliere la spesa nei mercati di vicinato, acquistare direttamente dai piccoli produttori ed esigere la massima trasparenza sull’origine dei cibi costituisce il primo passo per ridare dignità al lavoro contadino. Solo riallacciando questo patto di fiducia e solidarietà potremo salvare le nostre radici e garantire un futuro di benessere e libertà alle future generazioni del nostro Paese.

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Economia

Serrande abbassate e centri storici svuotati: il dramma del commercio locale che spegne le città

Serrande abbassate e cartelli “Affittasi”: l’inchiesta sulla crisi dei piccoli negozi storici che sta trasformando le città in deserti urbani. 🏪 🛒

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Negozio chiuso

Roma – Basta una passeggiata nei centri storici o lungo i corsi principali delle nostre cittadine di provincia per toccare con mano una delle crisi più silenziose e devastanti del nostro tempo. Dove un tempo sorgevano vetrine illuminate, botteghe storiche e caffè affollati che scandivano i ritmi della vita comunitaria, oggi si sussegue una fila ininterrotta di serrande metalliche abbassate e cartelli sbiaditi con la scritta “Vendesi” o “Affittasi”. È l’agonia del piccolo commercio locale, un comparto economico vitale che per decenni ha garantito non solo occupazione e ricchezza diffusa, ma anche identità e decoro urbano. Questa moria di negozi di vicinato non è semplicemente il risultato fisiologico di un libero mercato che evolve, ma l’esito di una tempesta perfetta che sta trasformando i cuori pulsanti delle nostre città in freddi e malinconici dormitori a cielo aperto.

L’avvento dell’e-commerce e il dramma della concorrenza asimmetrica

Il colpo di grazia alla rete commerciale tradizionale è stato senza dubbio assestato dall’esplosione dell’e-commerce e dai colossi delle vendite online. Piattaforme multinazionali, capaci di consegnare qualsiasi bene in poche ore direttamente a domicilio, hanno modificato radicalmente la psicologia del consumatore, abituandolo alla comodità assoluta e alla caccia al prezzo più basso. Tuttavia, la competizione tra il negozio fisico e la vetrina digitale si gioca su un terreno profondamente squilibrato e ingiusto. Mentre il piccolo commerciante è soffocato da un carico fiscale opprimente, dai costi fissi delle utenze e dalle spese di gestione del personale, i giganti del web sfruttano regimi fiscali agevolati in paradisi legali, eludendo di fatto le tasse nei Paesi in cui generano i loro immensi profitti. È una partita truccata in partenza, in cui l’artigiano o il negoziante locale viene abbandonato al proprio destino.

L’espansione dei centri commerciali e la desertificazione urbana

Parallelamente alla minaccia digitale, i commercianti dei centri storici hanno dovuto subire l’assalto delle grandi cattedrali del consumo periferico. I megastore e i poli commerciali edificati ai margini delle autostrade hanno progressivamente drenato il flusso di persone dalle piazze cittadine verso i cosiddetti “non-luoghi”. Questi enormi scatoloni climatizzati, dotati di parcheggi gratuiti e aperti sette giorni su sette, hanno standardizzato l’esperienza di acquisto, cancellando il rapporto umano e fiduciario che si instaurava tra il bottegaio e il cliente. Il risultato di questa migrazione di massa è sotto gli occhi di tutti: i centri urbani si sono svuotati, perdendo la loro naturale vocazione di luoghi di aggregazione, dibattito e incontro sociale, per trasformarsi in vetrine vuote e strade silenziose.

Il danno sociale: il negoziante come presidio di sicurezza e umanità

La chiusura di una bottega storica o di un negozio di quartiere rappresenta una perdita che va ben oltre il calcolo economico del PIL locale. Il commercio di vicinato svolge da sempre una funzione sociale e antropologica insostituibile. Il panettiere, l’edicolante o il barista non sono semplici distributori di merci, ma vere e proprie sentinelle del territorio, confidenti e punti di riferimento per le persone anziane e per i residenti. Una strada ricca di vetrine illuminate è una strada sicura, viva, presidiata e lontana dal degrado. Quando i negozi chiudono, subentra il buio. L’assenza di attività commerciali attira inevitabilmente la microcriminalità, l’incuria e il vandalismo, innescando una spirale di svalutazione immobiliare e di abbandono che condanna interi quartieri a diventare zone franche di emarginazione.

Affitti insostenibili e la trappola mortale della burocrazia

Ad accelerare questo processo di desertificazione contribuisce anche la rigidità del mercato immobiliare e l’insensibilità di molti proprietari di fondi commerciali. Nonostante la crisi evidente e il calo drastico dei fatturati, i canoni di locazione nei centri storici rimangono spesso bloccati a cifre fuori mercato. Molti proprietari preferiscono tenere i locali vuoti per anni, lasciandoli degradare, piuttosto che adeguare gli affitti alla realtà economica attuale. A questo si aggiunge la morsa implacabile della burocrazia locale e statale: tasse sui rifiuti (TARI) calcolate su parametri anacronistici, imposte per le insegne, concessioni per il suolo pubblico costosissime e una selva di normative che trasformano la gestione di una piccola attività in un percorso a ostacoli burocratico estenuante.

Invertire la rotta: salvare i cuori delle città prima che sia troppo tardi

Fermare la morte del commercio locale è un’emergenza che richiede coraggio politico e una profonda presa di coscienza da parte dei cittadini. È indispensabile che le amministrazioni locali e il governo centrale varino piani straordinari di rigenerazione urbana: servono defiscalizzazioni totali per chi apre attività nei centri storici, fondi di sostegno per le botteghe artigiane e una tassazione finalmente equa che riequilibri il divario tra multinazionali dell’e-commerce e negozi fisici. Ma la vera rivoluzione deve partire dai consumatori: tornare ad acquistare sotto casa, scegliere il rapporto umano e sostenere l’economia del proprio territorio non è solo un atto di acquisto, ma una vera e propria scelta politica e di difesa della propria comunità. Se lasciamo morire i nostri negozi, condanniamo a morte la nostra stessa identità cittadina.

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Economia

Terna approva i conti semestrali: investimenti record a 1,58 miliardi

🚨 TRANSIZIONE ENERGETICA: TERNA APPROVA LA SEMESTRALE 2026 CON INVESTIMENTI RECORD PER OLTRE 1,58 MILIARDI DI EUROUn pilastro fondamentale per l’indipendenza energetica e la competitività dell’Italia. Il CdA di Terna S.p.A., presieduto da Stefano Cuzzilla, ha esaminato i risultati al 30 giugno 2026 presentati dall’AD Pasqualino Monti, evidenziando una crescita eccezionale degli indicatori economico-finanziari. Nei primi sei mesi dell’anno, il gruppo ha investito oltre 1,58 miliardi di euro per modernizzare e digitalizzare la rete elettrica nazionale, con un balzo del +19,8% rispetto al 2025 e un secondo trimestre da record che ha superato il miliardo di euro (+41,3%). 📉⚡🔋I dati mostrano un mercato in ripresa, con la richiesta di energia in Italia cresciuta del 2,5%. Nei primi sei mesi del 2026 le fonti rinnovabili hanno coperto ben il 43% del fabbisogno nazionale, con la capacità installata di eolico e fotovoltaico che ha toccato i 60,5 GW sulla rotta degli obiettivi europei del PNIEC per il 2030. Come sottolineato dall’Amministratore Delegato Pasqualino Monti, lo sviluppo di una rete elettrica resiliente è la chiave strategica per integrare l’energia verde, ridurre i costi delle bollette per famiglie e imprese e garantire l’elettrificazione dei consumi nazionali. 🏛️🇮🇹✨👇 Pensi che l’accelerazione degli investimenti nelle reti elettriche digitali sia la via giusta per abbattere definitivamente il costo della luce in Italia? Scrivilo nei commenti!#Terna #Semestrale2026 #PasqualinoMonti #StefanoCuzzilla #InvestimentiEnergia #RetiElettriche #FontiRinnovabili #PNIEC #TransizioneDigitale #PILItalia

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Terna

Roma – Nel pieno delle trasformazioni strutturali che interessano il mercato energetico dell’Eurozona, la resilienza e l’ammodernamento delle reti di trasmissione elettrica si impongono come asset geopolitici non negoziabili per garantire l’autonomia industriale e la sicurezza degli approvvigionamenti nazionali. Il Consiglio di Amministrazione di Terna S.p.A., riunitosi oggi sotto la presidenza strategica di Stefano Cuzzilla, ha esaminato e approvato i risultati consolidati al 30 giugno 2026 . I dati di bilancio, illustrati dettagliatamente dall’Amministratore Delegato e Direttore Generale Pasqualino Monti, evidenziano un’importante accelerazione finanziaria a supporto della decarbonizzazione, dell’indipendenza energetica e della competitività macroeconomica dell’Italia, in un quadro congiunturale dominato dalla volatilità delle materie prime e dalle persistenti spinte inflazionistiche strutturali nei quadranti continentali.

Il bilancio macroeconomico: la richiesta di energia e la sfida del PNIEC

Il primo semestre del 2026 ha registrato una crescita moderata dell’economia reale, accompagnata da un incremento del fabbisogno elettrico nazionale pari al +2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025, a conferma del trend espansivo dei consumi industriali avviato nella seconda metà dello scorso anno. Sotto il profilo della sostenibilità ambientale e del mix energetico, le fonti rinnovabili hanno coperto circa il 43% della richiesta complessiva della penisola. Al 30 giugno 2026, la capacità installata di tipo eolico e fotovoltaico sul territorio ha raggiunto la soglia critica di 60,5 GW. Questo dato descrive un avanzamento reale ma pone l’esigenza di accelerare le connessioni alla rete di trasmissione nazionale, considerando l’obiettivo vincolante al 2030 delineato all’interno del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), fissato a circa 107 GW complessivi per i settori del green.

Investimenti record nel secondo trimestre: un balzo del 41,3%

Il dato ingegneristico e contabile di maggior rilievo all’interno della semestrale risiede nella massiccia immissione di liquidità destinata alle infrastrutture di rete nZEB e alla digitalizzazione dei nodi di smistamento. Da gennaio a giugno 2026, Terna ha erogato investimenti complessivi per oltre 1,58 miliardi di euro (1.583 milioni), registrando una progressione netta del 19,8% rispetto al corrispondente semestre del 2025. L’accelerazione industriale è stata impressa in modo particolare nel corso del secondo trimestre dell’anno corrente, segmento temporale in cui le spese in conto capitale hanno ampiamente superato il miliardo di euro, attestandosi a 1.069,6 milioni di euro e segnando un incremento geometrico del 41,3% rispetto ai 757,2 milioni contabilizzati nel medesimo trimestre dell’anno precedente.

La dottrina Monti: digitalizzazione e riduzione dei costi in bolletta

A margine del Consiglio di Amministrazione, l’Amministratore Delegato Pasqualino Monti ha tracciato le linee guida del gruppo, interpretando le evidenze finanziarie come una formale validazione della capacità del TSO di generare valore durevole per l’intero Paese attraverso l’innovazione tecnologica di secondo livello e lo sviluppo delle competenze interne dei dipendenti: «I risultati del primo semestre ribadiscono la solidità di Terna e la capacità del Gruppo di generare valore per il Paese attraverso investimenti, innovazione e competenze distintive. Stiamo realizzando una rete elettrica sempre più moderna, resiliente e digitale, capace di integrare quote crescenti di energia rinnovabile. In questo modo potremo favorire la riduzione del costo delle bollette per famiglie e imprese, sostenere l’elettrificazione dei consumi e garantire sicurezza, qualità ed efficienza del servizio di trasmissione, supportando l’indipendenza energetica, la crescita e la competitività del sistema economico del Paese».

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