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Nezi Plaku Velaj: “Le avete trovato le mie lacrime?”

Sin dai primi versi, la poesia “Le avete trovato le mie lacrime?” si presenta come un grido accorato di dolore e sofferenza, in cui l’autrice albanese Nezi Plaku Velaj, attraverso allegorie intense e simboliche, rievoca un vissuto personale che si fa collettivo: quello dell’orrore, della violenza e della disumanizzazione subita sotto la dittatura del regime comunista in Albania.

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Nezi Plaku Velaj

Solo chi ha vissuto sulla propria pelle la repressione della dittatura comunista, sa cosa vuol dire sprofondarsi nelle oscurità dell’inferno che essa impone

Redazione-  Sin dai primi versi, la poesia “Le avete trovato le mie lacrime?” si presenta come un grido accorato di dolore e sofferenza, in cui l’autrice albanese Nezi Plaku Velaj, attraverso allegorie intense e simboliche, rievoca un vissuto personale che si fa collettivo: quello dell’orrore, della violenza e della disumanizzazione subita sotto la dittatura del regime comunista in Albania.
La poesia inizia con la domanda retorica:

“Le avete trovato le mie lacrime?”

Non si tratta di una semplice richiesta – domanda – indagine, ma bensì di un sentimento poetico potente. Le lacrime diventano il ritratto della sofferenza repressa, dimenticata, occultata. Non sono solo lacrime versate, ma “perle” che brillano negli occhi di una bambina, fragile e preziosa che il regime non ha saputo proteggere. Questo approccio trasforma la sua vulnerabilità in un gioiello di rispetto, orgoglio e dignità.

Il secondo verso: “Quelle perle che brillavano nelle pupille degli occhi”, rafforza la sacralità di questo dolore. Come uno scrigno che custodisce la sofferenza umana, la pupilla, dà al pianto una dimensione visiva e spirituale.
“Quel giorno… lacrime bollenti si versarono sui gradini di pietra”, emerge con forza la concretezza della memoria: il dolore non è astratto, ma inciso nel tempo e nello spazio.
I “gradini di pietra”, richiamano non solo i luoghi istituzionali o carcerari di un paese sotto regime, ma rappresentano inoltre anche la freddezza dell’oppressione.

La poesia assume toni di invettiva e testimonianza: “cariche d’ira e maledizioni erano, di sospiri e lamenti”.

La pluralità degli elementi emotivi: ira – maledizioni – sospiri, ci mette di fronte la propria tragedia collettiva: non solo l’anima ferita della poetessa, ma anche quello di un intero popolo sofferente.

Il boato nell’innocenza del dolore di una bambina”, è un passaggio straziante.
Qui l’autrice Velaj, affonda la baionetta nel cuore dell’ingiustizia: l’infanzia violata, la tenerezza tradita, il trauma precoce che si insinua in una creatura che avrebbe dovuto conoscere solo l’amore paterno e quello universale.

“Nel vortice di un mondo falso, colmo di menzogne, vivevano”, è un’accusa diretta al sistema. Il “vortice”, proclama l’inganno ideologico, la propaganda, l’ipocrisia di un potere che predicava uguaglianza ma produceva terrore e annientamento dell’identità.

Poi, con uno slancio lirico e tragico insieme, la poetessa Velaj confessa: “Non ho potuto abbracciare il grande amore, quello più sacro, più divino”. Qui viene messo a fuoco l’assenza paterna. La figura del padre non è solo quella di un genitore, ma è anche l’emblema della protezione, del fondamento psicologico e spirituale. La sua assenza è metafora dell’assenza dello Stato, della sicurezza degli esseri umani e della giustizia di un popolo taciturno dinnanzi alla repressione.

“Le fondamenta dell’affetto che un padre dona a un figlio, demolirono” , e la soppressione della speranza, “le scintille ardenti del cielo spensero”, sono espressioni di un annientamento sistematico della dimensione umana, affettiva e relazionale.

Il verso: “il cuore in croce misero, una baionetta conficcarono”, riprende toni fortemente cristologici: il dolore personale si fa sacrificio, martirio. La crocifissione è il rispecchio dell’ingiustizia estrema. La baionetta rappresenta la violenza brutale, fisica e simbolica, inferta non solo sul corpo di un individuo, di una intera patria ma anche sull’anima.

In tutta la poesia di Velaj, emerge chiaramente la denuncia contro un sistema totalitario che ha violato l’infanzia, l’amore, la famiglia e la sacra memoria. L’uso delle potenti metafore – allegorie: lacrime come perle, occhi come reliquiari, cuori crocifissi, testimoniano un dolore tanto personale dell’autrice albanese, quanto quello politico della sua patria. Il tono è tragico ma trasparente, perciò la sua parola poetica diventa uno strumento di memoria storica e di giustizia morale.

Anche nel seguire dei versi, la poetessa Velaj intensifica questo tono tragico ed espone con maggior forza, il trauma collettivo e personale che essa mette in scena: un dramma che, pur avendo radici autobiografiche, rappresenta le innumerevoli violenze del regime comunista in Albania.

Il verso: “Quello più sacro quanto lo cercai… Se sapeste… Ma non lo trovai mai e da nessuna parte…”, è l’ammissione dolente di una ricerca vana, un pellegrinaggio esistenziale alla ricerca di ciò che è irrecuperabile: l’amore paterno, la protezione perduta, la giustizia. Qui, l’autrice non si limita a una lamentazione passiva: la sua voce è quella di chi e di ciò ha cercato disperatamente, lottando con l’anima, ma che purtroppo ha incontrato solo assenza oppure indifferenza.

Leggendo, i versi, notiamo che segue un’immagine poetica di grande impatto:
“E la minuscola goccia, un grido di lampi divenne”. La lacrima, già metafora di dolore dall’inizio della poesia, ora esplode in una metamorfosi violenta. Non è più silenziosa, ma diventa grido, scossa, tempesta. Ciò, è un’urgenza dell’anima che si ribella alla repressione.

L’amore sognato viene descritto: “vasto come il mare e limpido come il cielo”, ma questa vastità viene spezzata: “con pietre focaie lo colpirono, entrambi gli occhi le cavarono”.
Qui, la crudeltà che la poetessa mette a disposizione è estrema. L’amore viene accecato, mutilato, brutalizzato. La perdita del padre, o della figura paterna, diventa la negazione di ogni riferimento affettivo e morale. La bambina “senza padre… con le braccia aperte” , è l’apice dell’innocenza disarmata, della creatura esposta a un mondo ostile senza alcuna difesa.

Il passaggio “La uccisero alcuni demoni con la pelle rossa del diavolo”, è carico di valenze allegoriche: i demoni, connotati dal “rosso” (colore del comunismo), rappresentano il potere repressivo che si traveste da ideologia ma agisce come forza distruttiva. Inoltre, la pelle rossa espone il sangue, il fuoco, ma anche il quadro ideologico di un regime che si è reso carnefice.

Con: “Predatori di cuori”, “la lacerarono con gli artigli, con i zoccoli venne calpestata ”, l’autrice dà ai persecutori una forma selvaggia, animalesca, ferina, quasi mitologica. Non sono solo uomini, ma esseri spietati, privi di umanità. L’oppressione non è solo fisica, ma anche affettiva: essi distruggono la possibilità stessa, di andare oltre l’amare.

Molto significativo è anche il verso: “la stella, al cielo strapparono”. Questa metafora, non è solo una stella, ma è la guida verso la speranza e il destino. Strappata al cielo, indica l’interruzione del cammino e del sogno di essere tra le braccia di suo padre. “Misero degli angoli, solo cinque…”, è un’allusione amara all’allegoria della stella a cinque punte, la quale rappresenta l’emblema del comunismo. La stella che nel cielo avrebbe dovuto indicare la luce, nella propaganda, diventa invece un sigillo di oppressione.

Terribile e potentissima la chiusura di questo verso: “Con il quinto angolo, accecarono l’aquila con le due teste sulla bandiera”.
Qui la poetessa tocca – attacca direttamente il cuore dell’identità dell’Albania: l’aquila bicipite, simbolo storico e patriottico, viene accecata. La simbologia è netta: la patria è stata resa cieca, incapace di vedere la verità, la giustizia, la libertà. Tale ideologia, ha strappato la vista a un popolo intero per quasi mezzo secolo.

Segue pure la perdita della forza vitale: “le soffocarono il respiro, la libertà le derubarono”. L’essere umano viene spogliato della sua essenza, non solo fisicamente ma anche psicologicamente e spiritualmente.

E ancora più toccante, è: “Sulle labbra come una valanga, si congelò la pronuncia padre
Il ghiaccio della paura, del trauma, dell’assenza ha sigillato la possibilità di rinunciare- pronunciare ciò che è più caro. Non si tratta solo della perdita del padre biologico, ma anche della soppressione della paternità come riferimento etico, affettivo e sociale. “Mai più fu balbettata” indica una rottura definitiva: ciò che è stato strappato, non può più essere restituito.

Il verso: “E quella lacrima… come il latte del seno di Rozafa… si versò e mai più si asciugò”, è denso di risonanza storica.
Rozafa è figura mitologica e archetipica non solo di Scutari ma dell’intera Albania. Essa rappresenta la donna martire che murata si sacrifica per la fondazione e per l’edificazione. Accostare la lacrima simile al suo latte che continua a scorrere al di là del passare dei secoli,
è un gesto poetico potentissimo da parte di Velaj e quasi sovrannaturale direi. Con ciò, essa ci presenta la sofferenza della donna, della madre, della figlia che non si estingue, ma che diventa materia viva, memoria liquida, fluida e permanente. Scorrendo come una sorgente, senza fermarsi mai, senza asciugarsi mai, quella lacrima divenne perenne, e come tale, si trasforma in un atto di riscatto.

In questa poesia, Velaj assume toni epici e mitici, intrecciando non solo i ricordi personali, ma anche il lutto della sua nazione.
La poetessa costruisce un linguaggio che fonde biografia e metafora, trasformando il dolore in affermazioni, e la poesia in strumento di giustizia verso chi ha pagato le conseguenze dall’orribile regime comunista.

Appunto per questo, (ripetendola varie volte nei suoi versi), Velaj definisce la lacrima esplicitamente: “di cristallo” e “perla preziosa”, definizioni che le conferiscono un’aura di purezza e sacralità.
La “cavità del muro” in cui la lacrima è nascosta, proclama un luogo segreto, un nascondiglio sotterraneo, dove il dolore si conserva e si cela alla vista, come fosse un tesoro fragile ma vitale. La lacrima diventa pure “unica con il goccino del latte del seno”, un’immagine di estrema tenerezza e nutrimento, che unisce la fragilità della vita neonatale con il sangue, suggerendo la commistione di sofferenza e vita.

Il verso “scivolava, colava dalla bocca tenera della neonata”, è estremamente autentico: così, la lacrima è legata all’innocenza e alla vulnerabilità da apparire come parte stessa della vita più pura. “Il sorriso di cristallo” e “la luce diffusa alle costellazioni”, rendono la poesia ancora più magica, elevando la lacrima a una sorta di grande energia vitale.

“Palpebre bruciate dal sole” e “fili delle palpebre”, è una metafora potente del dolore che arde e segna, ma anche della sofferenza che rimane sospesa e invisibile agli altri, nascosta dietro un’apparenza duramente e difficilmente dura. La lacrima è definita “ambra”, una gemma fossile, preziosa ma antica, quasi un ricordo immutabile nel tempo.

Velaj invoca pure Dio, con il verso “Vi supplico in nome del Dio”, conferendo al suo dolore un carattere sacro, quasi a chiedere giustizia o una risposta da un ordine superiore a quello umano. Ma le lacrime, immerse nel fango, nei canali, tra i giunchi, sembrano dimenticate e calpestate:
“lo zoccolo di uno stivale malvagio lo calpestò”. In questa ferocità, appare la brutalità del potere che schiaccia e ignora le vittime.

La fatica della ricerca, la disperazione dei ricordi, il corpo che cammina tra rovi e giunchi fitti, è un viaggio figurativo nella sofferenza e nella perdita, dove si sono persi la bellezza, la gioventù e la speranza. Le “spine del tormento e della sofferenza”, rappresentano la tortura non solo fisica ma profonda, psicologica e morale.

La “lacrima degli anni spietati”, dà voce all’innocenza violata, specialmente quella di una ragazza con “occhi verdi” e “cigli neri”, un’immagine viva e personale che si generalizza in tutte le creature innocenti che hanno subito le stesse oppressioni.

La “lacrima congelata sulla bocca della neonata, mescolata con sangue e latte bollente”, è una figura intensamente tragica, che rappresenta il dolore precoce, la perdita del nutrimento fisico e quello morale. Il verso: “metà lacrima succhiata e metà caduta giù”, evoca la frantumazione, la divisione tra ciò che è stato perso e ciò che ancora resiste e persiste.

Velaj tenta di evitare, “le voci dei corvi”.
Questo idealizza la paura dei presagi, della morte o di avversità inevitabili, poiché,  spesso i corvi sono simboli di disgrazia e di oscurità.

Tutta la poesia di Velaj è una meditazione dolorosa, una lirica sul dolore incancellabile e sulla memoria di un trauma non solo della poetessa in sé, ma di un popolo intero, e tale trauma – tragedia, non può essere ignorata o sepolta. La sua lacrima, purché nascosta nelle “cavità dei muri”, continua a scorrere come lacrima eterna, capace di illuminare anche nell’oscurità più profonda.

LE AVETE TROVATO LE MIE LACRIME?…

Le avete trovato le mie lacrime?
Quelle perle che brillavano nelle pupille degli occhi?
Quel giorno…
lacrime bollenti si versarono sui gradini di pietra,
come una sorgente,
cariche d’ira e maledizioni erano,
di sospiri e lamenti,
oh, quanti sospiri!

Boato
nell’innocenza del dolore di un bambina,
tra lamenti taciturni,
nel vortice di un mondo falso,
colmo di menzogne, sopravvivevano.

Non ho potuto abbracciare il grande amore,
quello più sacro, più divino.
Le fondamenta d’affetto che un padre dona a una figlia, demolirono,
le scintille ardenti del cielo spensero,
con manette in prigione li pietrificarono.
Lì morirono…
La mia lacrima di cristallo graffiarono,
il cuore in croce misero
una baionetta conficcarono…
Quello più sacro
quanto lo cercai…
se sapeste…
ma non lo trovai
mai più e da nessuna parte…

E la minuscola goccia,
un grido di lampi divenne,
quel grande amore,
vasto come il mare e limpido come il cielo,
con pietre focaie lo colpirono
entrambi gli occhi le cavarono,
senza padre la lasciarono,
il pargoletto con le braccia aperte.
La uccisero alcuni demoni
con la pelle rossa del diavolo
la lacerarono con gli artigli
alcuni predatori di cuori.

La lacrima sulle palpebra le asciugarono,
la stella, al cielo strapparono,
e misero degli angoli,
solo cinque…
Con il quinto angolo,
l’aquila con le due teste sulla bandiera, accecarono
le rubarono la forza,
le soffocarono il respiro
la libertà le derubarono…

Sulle labbra come una valanga,
si congelò la pronuncia “padre”
mai più fu balbettata.
E quella lacrima, scorrere la lasciarono
come il latte del seno di Rozafa,
quella lacrima,
come una cascata si versò
e mai più si asciugò.

La lacrima…
L’avete trovato la lacrima di cristallo,
quella perla preziosa?

Nella cavità del muro, fu nascosta
nella profondità misteriosa,
unica con il goccino di latte del seno era diventata,
dentro al capezzolo, con il sangue era mescolata.
Scivolava, colava dalla bocca tenera della neonata,
con sorrisi di cristallo
luce alle costellazioni diffondeva,
galleggiando con quel latte bianco
che dal seno mungeva.

La lacrima…
L’avete trovata la lacrima
nascosta
tra i fili delle palpebre bruciate dal sole?
Quell’ambra, quella perla candida, preziosa?
Quella goccia d’anima giovanile,
tradita dai venti dei tempi senza la luce delle lumi,
insieme al sudore
scorrevano nei solchi
nei campi e nelle pianure di grano.

Vi supplico in nome del Dio:
Le avete trovate?
Guardate là!
Immerse nel fango, nei canali e nei giunchi sono,  con la testa in giù,
pure l’acqua torbida si beveva.
Acqua lurida,
mischiata con larve e vermi scuri.

La lacrima,
lo zoccolo di un stivale malvagio la calpestò,
non la lasciarono la lacrima
per custodirla nemmeno come ricordo?

Sono esausta a respirare con gemiti,
cercando le mie lacrime
mentre tra i rovi cammino
tra i giunchi fitti.
Là,
dove la meditazione
con la bellezza giovanile da fata persi,
tra i cespugli e il rimorso
della perdita e del dispiacere,
sopra le spine del tormento e della sofferenza.

L’avete trovato la lacrima degli anni spietati
d’innocenza di quella ragazza?
Quelle lacrime, calde, che dagli occhi verdi, scesero,
sotto i folti cigli neri si nascosero,
quella perla di cristallo, quella rara ambra.

Pure quella che si era congelata sulla tenera bocca della neonata,
mescolata col sangue rosso e il latte bollente del seno fu,
dalla fretta, solo la metà succhiava
mentre l’altra metà giù dalla bocca le scivolava.
In quel baccano, alcuni voci di corvi
di evitarli, tentai…

BIOGRAFIA

Nezi Plaku Velaj è nata a Konispol, nella provincia di Saranda in Albania. Residente a Tirana, ha saputo costruire una carriera poliedrica, alternando impegni istituzionali a momenti di intensa attività creativa.
La sua voce poetica, espressa attraverso numerose raccolte e partecipazioni a antologie nazionali e internazionali, si fa portavoce di un’anima sensibile e riflessiva, capace di toccare temi universali con delicatezza e profondità. Riconosciuta con premi prestigiosi e attestati di merito, Velaj incarna il giusto equilibrio tra rigore professionale e fervore artistico, facendosi apprezzare non solo come autrice, ma anche come attiva promotrice culturale e figura impegnata nel dialogo tra diritto e letteratura.

La sua professione è giurista e avvocata.

Ha lavorato presso il Ministero del Lavoro e delle Questioni Sociali e alla Direzione Generale delle Dogane; inoltre, ha esercitato la professione di avvocato in tribunale per alcuni anni. Ha interrotto questa attività per motivi di conflitto di interessi con la posizione lavorativa che essa ricopriva. Per un certo periodo, ha lavorato come ideatrice e conduttrice del programma “Personalitete – Personalità ” sui canali televisivi: RTSH e NTV. Finora ha pubblicato tre raccolte di poesie e ha in preparazione un raccolta di poesie, nonché raccolta di prosa intitolata: “Il Viaggio Della Cita”.

I suoi versi hanno avuto un posto di rilievo sulle pagine di numerosi giornali e riviste prestigiose, sia a livello nazionale che internazionale.

Velaj ha partecipato due volte al Festival Europeo della Poesia, ricevendo in entrambe occasioni il “Premio Speciale della Giuria”.

Membro del Consiglio Organizzativo del Congresso Nazionale Albanese, Velaj è molto attiva e parte integrante di essa.

Come citato in precedenza, il diritto è la sua professione ufficiale, perciò la conoscenza della giustizia e l’integrità, sono elementi fondamentali del suo carattere.

La letteratura è la sua passione e il suo cuore, mentre la poesia rappresenta la sua anima, il suo amore e il suo respiro; ciò è la vita con cui essa viaggia ogni giorno.

Da: Angela Kosta giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice

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Intervista al Cavaliere di Stato, candidata al Premio “Strega” Dott.ssa Maria Concetta Borgese

Esiste un pregiudizio tanto diffuso quanto ostinato secondo cui il rigore freddo della scienza non possa in alcun modo convivere con i sussulti imprevedibili dell’anima. A scardinare definitivamente questa falsa credenza ci pensa la straordinaria parabola umana e professionale della Dott.ssa Maria Concetta Borgese, una donna che ha saputo fondere l’esattezza della chimica con l’infinita libertà della poesia. Laureata con 110 e lode e per decenni al servizio dello Stato come ispettrice per la tutela della qualità (ruolo che le è valso il prestigioso titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana), la Dott.ssa Borgese non ha mai smesso di affidare i propri sentimenti più intimi a foglietti di carta e vecchie agende.

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a

Maria Concetta Borgese

Redazione-  Esiste un pregiudizio tanto diffuso quanto ostinato secondo cui il rigore freddo della scienza non possa in alcun modo convivere con i sussulti imprevedibili dell’anima. A scardinare definitivamente questa falsa credenza ci pensa la straordinaria parabola umana e professionale della Dott.ssa Maria Concetta Borgese, una donna che ha saputo fondere l’esattezza della chimica con l’infinita libertà della poesia. Laureata con 110 e lode e per decenni al servizio dello Stato come ispettrice per la tutela della qualità (ruolo che le è valso il prestigioso titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana), la Dott.ssa Borgese non ha mai smesso di affidare i propri sentimenti più intimi a foglietti di carta e vecchie agende.

Da quei versi nati “di getto” e tenuti a lungo nascosti, è sbocciata un’incredibile seconda vita letteraria. Dalla toccante silloge d’esordio “Il mio tempo”, impreziosita dagli acquarelli del figlio Ruggero affetto da autismo, fino al clamoroso successo di “E nulla è più” e “Luci e ombre” (entrambe arrivate a sfiorare il prestigiosissimo Premio Strega), la sua penna si è imposta nel panorama culturale nazionale e internazionale, facendole collezionare premi, incarichi prestigiosi e ben tre Lauree Honoris Causa.

In questa intensa ed esclusiva conversazione a cuore aperto con Angela Kosta, Maria Concetta Borgese si racconta senza filtri: dalle sfide affrontate come donna nel mondo del lavoro, fino alla fiera difesa della cultura umana e delle nostre fragilità contro la fredda omologazione dei social network e dell’Intelligenza Artificiale. Un’intervista che è, prima di tutto, un inno al coraggio di vivere.<< Benvenuta in quest’intervista Dott.ssa Maria Concetta Borghese. Lei nasce chimica e diventa poeta premiata e candidata al Premio Strega: in che modo la formazione scientifica ha influenzato la struttura e il linguaggio delle sue poesie?

Bentrovata Angela. Lieta di essere qui con lei.Prima dell’Università ho frequentato il Liceo Classico, ed ero appassionata di letteratura, amavo leggere e studiare i testi classici. Già dal liceo, scrivevo, poesie, che poi negli anni sono andate perse. Poi ho intrapreso lo studio della chimica e ho conseguito la laurea con 110/110 e la lode. La chimica mi aveva sempre incuriosito ed interessato dalle scuole medie e già da allora avevo deciso quali sarebbero stati i miei studi futuri. Negli anni però ho continuato a scrivere versi, poesie, con minore assiduità, però.
Scrivevo di getto, su pezzetti di carta, quaderni, agende, molto si perdeva. Così un giorno ho deciso di trascrivere al computer quello che era rimasto e riuscivo a ritrovare. È nata la mia prima silloge “Il mio tempo”. Una silloge molto particolare perché le illustrazioni sono immagini degli acquarelli di mio figlio Ruggero, affetto da autismo. Ho cercato di associare alle poesie delle immagini che avessero una correlazione emotiva. Con questa silloge nel 2019 sono risultata vincitrice del X Premio Arenella Città di Palermo. Dopo questa esperienza ho iniziato a partecipare a qualche concorso poetico, ottenendo riconoscimenti.
Con la Persia E nulla è più sono risultata vincitrice del Premio Mochi da Montevarchi.
Il premio consisteva nella pubblicazione di una silloge. Ed è nata la mia seconda silloge “E nulla è più “candidata al Primo Premio Strega.

Lei ha ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: cosa significa per una poetessa essere riconosciuta attraverso l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana? È più responsabilità o più emozione?

Il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana l’ho ricevuto nel 2015 su segnalazione del Direttore  dell’Ufficio presso cui svolgevo la mia attività, dopo le opportune valutazioni il Ministro dell’allora Ministero delle Politiche Agricole, ha comunicato i nominativi alla Presidenza della Repubblica.
Credo molto nelle Istituzioni, ho svolto la mia attività al servizio dello Stato, ed essere insignita di questa Onorificenza è stata una grande emozione, mi rende orgogliosa e mi onora. Come ho detto non ho ottenuto il titolo di Cavaliere per meriti culturali, ma appartenere all’Ordine è una responsabilità nella condotta personale e sociale, nelle attività che si intraprendono. Ritengo che la cultura sia un ponte tra popoli, che possa unire le coscienze e cercare di essere un portavoce di messaggi positivi e che la divulgazione di cultura sia anche nello spirito dell’Onorificenza ricevuta.

La sua silloge E nulla è più è stata candidata al Premio Strega: cosa “non è più”, oggi, nella società contemporanea che lei osserva e racconta?

La società contemporanea, è prigioniera dei social, della tecnologia, dell’efficienza, dell’immediatezza, della velocità dell’informazione. Ogni azione, evento, anche quelli della vita personale, deve conformarsi a questi standard, immagini, slogan, sms, ecc…
E, se ciò ha il pregio della comunicazione immediata dell’informazione dalla geopolitica, agli eventi naturali, diventa riduttivo in ambito personale. La comunicazione personale, il dialogo la condivisione vengono sempre più abbandonati utilizzando sms con acronimi o con emoticon. Tutto ciò porta le giovani generazioni ad isolarsi utilizzando mondi virtuali, amici online, avatar, un mondo dove spesso tutto è quasi perfetto perché non è reale!

Dopo tanti riconoscimenti internazionali, dal Menotti Art Festival al Nobel Week Dialogue, sente che la poesia italiana è più letta all’estero o in patria?

Purtroppo devo constatare che in Italia la poesia non è il genere letterario che riscuote un grande consenso. Ci sono invece altri paesi dell’U.E  come per esempio la Francia o la Spagna dove la poesia, come genere letterario è più apprezzata e seguita.

Lei è stata nominata Presidente del Comitato Scientifico del Premio “Oscar Wilde”. Cosa rappresenta per lei quest’importante nomina?

Per me, l’incarico di presidente Comitato scientifico Oscar Wilde è un vanto e un onore e mi rende immensamente felice. La nomina mi pone come esponente di cultura nel panorama nazionale e internazionale, insieme a nomi illustri come il Professore Luca Filipponi e la Dottoressa Sabrina Morelli e sono grata a loro per la fiducia che hanno riposto nella mia persona. È un impegno volto a valorizzare e far conoscere autori emergenti e aprire loro un futuro nazionale e internazionale. Un modo per porre in evidenza che oltre a tecnologie avanzate e nuovi orizzonti come l’Intelligenza Artificiale, esiste l’uomo con le sue fragilità, il suo pensiero, il suo sentire, la sua anima, le sue imperfezioni che lo rendono unico e irripetibile, è una testimonianza della nostra esistenza.
“Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna” (Ugo Foscolo).

La sua produzione poetica attraversa titoli come Luci e Ombre, Castelli di Sabbia, Note di Silenzio pone alla sua scrittura la nascita più dalla luce o dall’ombra?

L’esistenza umana è governata da momenti di luce e di ombra come l’alternarsi del giorno e della notte. La scrittura come espressione dell’Io si sviluppa sia nella luce, che nell’ombra, nei giorni di sole, nell’esuberanza dell’estate, ma pure nei giorni uggiosi d’autunno, nelle notti senza stelle, dove lo spirito si sente smarrito e cerca di trovare uno spiraglio, un risveglio, un riscatto. La speranza, spesso presente nelle mie poesie, è la luce, l’elemento che aiuta a vivere e traccia una strada, guida l’animo affranto lenisce il cuore ferito. Ultima speme per sostenere la fragile esistenza dell’uomo nel suo viaggio.

Dopo una carriera al MIPAAF-ICQRF, quindi nel controllo e nella tutela della qualità, crede che oggi la cultura abbia bisogno di controllo, di tutela o di coraggio?

Nel mondo odierno, dove spesso sono smarriti principi umani come la solidarietà, la compassione, la tolleranza, l’amicizia, il dialogo, e spesso la vita si snoda attraverso stressanti percorsi lavorativi, svuotati dell’ingegno personale, sostituito da software o intelligenza artificiale, dove si tende all’isolamento con dispositivi informatici, la cultura rappresenta  un antidoto all’omologazione, una affermazione della supremazia dell’uomo e delle sue potenzialità sulla tecnologia, del genio sulla perfezione statistica. Controllare la cultura può essere molto pericoloso, dove la cultura viene controllata, non c’è libertà!
Si cade nella cultura di Stato, la storia l’insegna!
La cultura deve essere libera di esprimere le proprie ideologie e quindi tutelata nella sua massima essenza ed espressione di libertà.
Ma è anche coraggio di andare controcorrente, di perseguire l’obiettivo.

Nel ricevere la Laurea Honoris Causa dall’Universum University of Peace, ha sentito di chiudere un cerchio o di aprirne uno nuovo?

Ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Letteratura conferita dall’ Universum University of Peace (2024), la Laurea Honoris Causa in Scienze Filosofiche e Letterarie, registrata al MIUR, conferita dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo (2025) e la Laurea Accademica Honoris Causa. in Scienze Filosofiche e Letterarie dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo- con partnership internazionali Audencia Business Scool e Princeton University ( 2026). Questi riconoscimenti non sono solo un ambìto traguardo ma uno stimolo per continuare ad accrescere competenze e conoscenze e sempre più cercare di promuovere e divulgare la cultura sia a livello nazionale che internazionale.

Nei suoi versi ricorre spesso il tema del tempo: se potesse parlare alla giovane studentessa del Liceo Classico G. Meli di Palermo, cosa le direbbe oggi?

Alcune volte ripenso a quegli anni dove si apriva un avvenire incerto. Ogni passo intrapreso era inconsapevolmente una scelta, e quella ne avrebbe generato un’altra e così via.
Il tempo scorre, corre veloce e l’istante va vissuto con consapevolezza e nella sua interezza. La vita ci dispensa eventi dolorosi e felici e i momenti felici sono gioielli, gemme nella nostra memoria. Oggi mi sento una persona, una donna abbastanza soddisfatta. Ho avuto momenti difficili, ho dovuto combattere per ottenere il mio ruolo all’ICQRF. Non faccio demagogia, ma per le donne è, purtroppo, più difficile riuscire ad ottenere risultati, e negli anni in cui ho iniziato a svolgere il mio ruolo ancor più di oggi. Per questo motivo ho abbracciato con grande entusiasmo il mio ruolo di Membro del Consiglio Direttivo della Cattedra delle Donne ONU. Le manifestazioni culturali, invece, prescindono dal genere, e questo ha un grande significato morale e sociale.
Quindi direi a me stessa:
“Guarda avanti con fermezza e coraggio, persegui le tue idee e i tuoi progetti, non arrenderti alle difficoltà, potrai avere quello a cui miri solo se t’impegni e credi nelle tue capacità e potenzialità”.

Dopo premi, accademie e riconoscimenti internazionali, qual è la sfida che ancora la intimorisce, quella che le fa tremare la mano prima di scrivere?

Credo che ogni evento sia una sfida. Nel tempo si acquisisce esperienza e maggiore capacità di gestire, ma ogni volta è un nuovo traguardo, una nuova emozione, una crescita personale e culturale. Scrivere, scrivere poesie, è espressione dell’io, del sentire, fissare in parole, in versi, quel momento, quell’evento e renderlo partecipe al lettore, senza veli, senza falsità.
È esporsi agli altri e accettare il giudizio, la valutazione, quindi nonostante i premi e i riconoscimenti, la mano che scrive non è ferma, perché a guidarla è il cuore>>.

Note biografiche e bibliografiche

Maria Concetta Borgese, nata a San Pier Niceto, diploma di maturità Classica Liceo Classico G. Meli di Palermo, laurea in Chimica Università degli Studi di Palermo, 110/110 e la lode.
Insegna Chimica e Merceologia e Scienze Matematiche e nel 1982, inizia a svolgere le proprie funzioni presso il MIPAAF-ICQRF, fino al 31/12/2019.
Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2 giugno 2015)
Cavaliere Benemerito della cultura, è nell’elenco degli Accademici Emeriti dell’Accademia Ruggero II di Sicilia, Oscar per la letteratura e la carriera.
Accademico Onorario dell’ Accademia Tiberina e Accademico dell’Accademia della Contea di Modica.

Membro onorario del Consiglio direttivo nella Cattedra Delle Donne
Nell’anno 2023: Premio alla Carriera della International Academy Universum, Riconoscimento alla Carriera Letteraria The Grand Award to Excellence, Premio Internazionale Costieraarte Natale 2023 e il Premio Culturale Internazionale Cartagine.
Nell’anno 2024 Laurea H.C. in letteratura conferita dall’ Universum University of Peace; Gran Premio al Merito della Cultura internazionale “The Grand Award to Excellence”.
Premiata al Salotto del Premio Bancarella e Menotti Art Festival 2024 con la Silloge “Luci e ombre” e al Salotto del Premio Bancarella 2025 con la silloge “E nulla è più” seconda edizione.
Nominata Presidente del Comitato Scientifico del Premio “Oscar Wilde 2024” e “Oscar Wilde 2025” Eurepean Award alle Eccellenze Europee e del “Menotti Art Festival Spoleto” e “Quotidiano La Notte”, Componente del Comitato scientifico del premio “Il salotto del Bancarella 2025” e componente della Giuria del Concorso Letterario Internazionale d’Eccellenza della Accademia Tiberina, G. Belli F. Lami e del Concorso Sarzanae.
Nel 2025, le è stato conferito il Premio Internazionale “Comunicare l’Europa” e la laurea Honoris Causa in Scienze Filosofiche e Letterarie dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo, il Premio Menotti Art Festival Spoleto e Quotidiano La Notte – Leon d’Oro Venezia, il Premio Internazionale Eccellenze italiane nel mondo, il Grand Prix Excellence Paris – Saint- Germain –  Des – Pres 2025 e The Gold Star Award XXVI Edizione 2025 “The Grand Award to Excellence”
Ha partecipato con merito al Nobel Week Dialogue 2025 di Gothenburg.
Nel 2026 le è stata conferita la Laurea Accademica H.C. in Scienze Filosofiche e Letterarie dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo- con partnership internazionali Audencia Business Scool e Princeton University.
Candidata al Premio Strega 2023 con la silloge “E nulla è più”; Proposta al Premio Strega 2024 con la silloge “Luci e ombre”.
Maria Concetta Borghese, ha conseguito numerosi riconoscimenti e premi prestigiosi in Italia e all’estero.


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Lifestyle

Caterina Grechi, una donna al servizio dei valori

Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.

Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.

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Caterina Grechi

Redazione-  Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.

Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.

Responsabilità verso il proprio ruolo, verso la famiglia, verso le persone incontrate lungo il cammino e verso quella società nella quale la donna continua a conquistare spazi, pur dovendo ancora fare i conti con stereotipi, pregiudizi e dinamiche di potere.

Caterina Grechi affronta anche il tema della maternità, raccontandone la gioia e quella trasformazione interiore che porta una donna a guardare il futuro con occhi diversi. Essere madre diventa così non soltanto un’esperienza privata, ma una straordinaria scuola di vita, capace di insegnare pazienza, ascolto e responsabilità.

Nel suo racconto trova spazio anche l’Umbria, terra amata e complessa, capace di suscitare sentimenti apparentemente contrapposti. Un rapporto di amore e, talvolta, di difficoltà che non cancella il legame con una regione dalla forte identità culturale e spirituale. Ed è impossibile parlare dell’Umbria senza incontrare la figura di San Francesco di Assisi, il cui messaggio di semplicità, fratellanza, pace e rispetto per il creato continua a parlare all’uomo contemporaneo.

Ma questa intervista guarda anche alle relazioni tra donne. Alla necessità di superare rivalità, competizioni e atteggiamenti che troppo spesso trasformano il successo di una donna nella presunta sconfitta di un’altra.

Caterina Grechi rivendica invece il valore della solidarietà e della capacità di tendere la mano, soprattutto quando si ricoprono ruoli che consentono di aprire nuove strade.

Non manca una riflessione sulle ferite del percorso. Perché anche chi ricopre incarichi autorevoli può incontrare persone che, invece di incoraggiare, scelgono di ostacolare. Figure che utilizzano il proprio prestigio non per costruire opportunità, ma per chiudere porte. Un tema affrontato senza rancore, ma con una considerazione precisa: l’autorevolezza autentica non dovrebbe mai essere uno strumento per ridimensionare gli altri. Al contrario, dovrebbe diventare una responsabilità capace di valorizzare.

E poi ci sono i sogni: quelli già realizzati e quelli ancora custoditi nel cassetto. Perché una vita piena non è una vita priva di desideri, ma una vita che continua a progettare, a interrogarsi e a guardare avanti.

È proprio partendo da questi temi che nasce il dialogo con Caterina Grechi: un’intervista che supera i confini del ruolo professionale per raccontare la persona, la donna, la madre e l’essere umano. Una conversazione sul valore delle scelte, sul significato della responsabilità e sulla necessità, oggi più che mai, di non permettere alle difficoltà o alle incomprensioni degli altri di spegnere la propria luce.

«Mi considero una donna che ha scelto di vivere con coerenza, responsabilità e rispetto. Se c’è qualcosa che può rendere una persona davvero senza tempo, non è la fama né l’immagine, ma la capacità di custodire valori, affrontare le difficoltà senza perdere la propria umanità e continuare a credere nei propri sogni. La vera eleganza, per me, è rimanere fedeli a se stessi, soprattutto quando sarebbe più facile cambiare per piacere agli altri», C.Grechi.

L’INTERVISTA…

Ufficiale Grechi, partirei da una parola che oggi viene pronunciata spesso, ma non sempre compresa fino in fondo: ‘donna’. Che cosa significa essere donna nella società contemporanea?

Significa, prima di tutto, avere il diritto di essere se stesse. La donna contemporanea vive una stagione di grandi conquiste, ma anche di profonde contraddizioni. Abbiamo raggiunto ruoli e responsabilità che un tempo sembravano impensabili, eppure ancora oggi ci troviamo a dover dimostrare, talvolta più degli uomini, di essere all’altezza. Io credo che la vera libertà consista nel non dover scegliere tra autorevolezza e sensibilità, tra carriera e famiglia, tra forza e fragilità. Una donna può essere tutto questo contemporaneamente.

Lei rappresenta un ruolo istituzionale. Quanto è importante, in un contesto così rigoroso, non perdere la propria dimensione umana?

È fondamentale. Un’uniforme rappresenta un ruolo, ma non cancella la persona che la indossa. Dietro ogni grado, ogni incarico e ogni responsabilità esiste una donna con la propria storia, i propri valori, le proprie paure e i propri sogni. Credo che l’autorevolezza autentica non nasca dalla distanza, ma dalla capacità di essere rispettati senza smettere di essere umani. È una differenza sottile, ma sostanziale.

Nella Sua vita c’è anche la maternità. Che cosa Le ha insegnato essere madre?

La maternità mi ha insegnato una forma d’amore che non conosce calcolo. È una gioia immensa, ma anche una responsabilità quotidiana. Quando diventi madre cambia la prospettiva con cui guardi il futuro: non pensi più soltanto a ciò che desideri per te, ma a ciò che vorresti lasciare a chi verrà dopo di te. Mi ha insegnato la pazienza, la capacità di ascoltare e, soprattutto, mi ha fatto comprendere che essere forti non significa non avere paura. Significa continuare ad andare avanti anche quando la paura esiste.

 

 

Possiamo dire che la maternità abbia reso ancora più profonda la Sua idea di responsabilità?

Assolutamente sì. Essere madre significa comprendere che ogni gesto può diventare un esempio. I figli osservano molto più di quanto immaginiamo. Per questo credo che il modo migliore per educarli sia cercare di essere coerenti con ciò che insegniamo loro. Ho insegnato ai miei figli che nella vita bisogna lavorare per ciò in cui si crede, rispettare gli altri e non lasciarsi influenzare dai giudizi altrui.

 

Cosa ha insegnato ai suoi figli?

Che nella vita è importante studiare, impegnarsi, lavorare e non arrendersi mai: perché quando si cade, la vera forza sta nel rialzarsi, imparare dalla caduta e trovare il coraggio di ricominciare.

C’è poi l’Umbria, una terra che sembra occupare un posto particolare nella Sua vita. È un amore senza condizioni?

 

Diciamo che è un amore complesso. L’Umbria per me è un rapporto di amore e, qualche volta, anche di insofferenza. È una terra che sa regalare emozioni straordinarie, ma che mi ha anche posto davanti a situazioni difficili. Però forse è proprio questo il senso dell’appartenenza: non amare soltanto ciò che è perfetto, ma anche ciò che ci mette alla prova. L’Umbria è parte della mia storia e, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi quella che sono.

In questa terra c’è una figura che ha assunto una dimensione universale: San Francesco di Assisi. Che cosa rappresenta per Lei?

San Francesco è una delle figure più rivoluzionarie della storia proprio perché ha scelto la semplicità in un mondo che cercava il possesso. Il suo messaggio continua a essere moderno: la pace, il rispetto per il creato, la fratellanza, l’attenzione agli ultimi. Mi colpisce soprattutto la sua capacità di guardare la vita senza volerla dominare. In una società spesso rumorosa, competitiva e concentrata sull’apparire, Francesco ci ricorda il valore dell’essenziale.

Quasi una lezione necessaria anche per la società di oggi, vero?

Più che mai. Abbiamo tantissimi strumenti per comunicare, ma forse facciamo sempre più fatica ad ascoltarci. Abbiamo la possibilità di mostrare tutto, ma spesso perdiamo il contatto con ciò che siamo realmente. San Francesco ci insegna che non tutto ciò che ha valore deve essere esibito. Alcune delle cose più importanti della vita non fanno rumore.

 

Veniamo al rapporto tra donne. Lei crede davvero nella solidarietà femminile?

Sì, ma deve essere una solidarietà autentica, non soltanto dichiarata. Una donna dovrebbe essere capace di gioire del successo di un’altra senza viverlo come una minaccia. Purtroppo qualche volta accade il contrario: si giudica, si compete, si cerca di ridimensionare chi emerge. È un atteggiamento che dobbiamo superare. Se una donna raggiunge un traguardo, quel traguardo dovrebbe diventare una porta aperta anche per altre.

E Lei ha incontrato donne che hanno saputo tendere quella mano?

Sì, e alcune hanno lasciato un segno indelebile. Ci sono donne che arrivano nella nostra vita senza fare rumore e diventano punti di riferimento. A loro va una gratitudine particolare. Credo che la vera sorellanza non consista nel dirsi sempre d’accordo, ma nel riuscire a esserci anche quando l’altra attraversa un momento difficile.

Parliamo di sogni. Quali sono quelli che ha già realizzato e che oggi guarda con maggiore soddisfazione?

Alcuni sogni li ho realizzati, altri li ho trasformati strada facendo. E credo sia proprio questo il bello della vita: scopriamo che il sogno iniziale non sempre coincide con quello che realmente ci rende felici. Sono orgogliosa delle responsabilità che ho assunto, del percorso compiuto e soprattutto della persona che sono diventata. Ma non considero nulla come un punto di arrivo definitivo.

Perché chi sogna continua a guardare avanti. Quali sono allora i sogni ancora custoditi nel cassetto?

Ce ne sono diversi. Alcuni riguardano il lavoro, altri la mia crescita personale, altri ancora sono più intimi. Non tutti i sogni hanno bisogno di essere raccontati. Alcuni vanno protetti, coltivati nel silenzio e lasciati maturare. Quello che posso dire è che non ho intenzione di smettere di desiderare. Finché abbiamo un sogno, abbiamo ancora una direzione.

C’è però anche un lato meno luminoso del percorso: le persone che, pur occupando posizioni autorevoli, scelgono di ostacolare il cammino degli altri. È qualcosa che l’ha fatta soffrire?

Sì. E più che rabbia, in me genera tristezza. Perché da una persona autorevole ti aspetti maturità, equilibrio e capacità di riconoscere il valore altrui. Quando invece qualcuno usa il proprio ruolo per chiudere una porta, alimentare una rivalità o impedire a qualcun altro di crescere, secondo me impoverisce prima di tutto se stesso.

Perché secondo Lei alcune persone hanno bisogno di ostacolare gli altri?

 

Spesso dietro questo comportamento c’è insicurezza. Una persona realmente consapevole del proprio valore non ha bisogno di spegnere la luce degli altri per brillare. Chi è forte può permettersi di valorizzare, incoraggiare, insegnare. Chi invece teme di perdere il proprio spazio può arrivare a considerare il talento altrui come una minaccia. È una dinamica umana che mi dispiace profondamente.

 

Ha mai pensato che certi ostacoli possano, paradossalmente, diventare una forma di insegnamento?

Si. Assolutamente. Alcune persone ci insegnano come comportarci; altre ci insegnano come non comportarci mai. Le delusioni sono dolorose, ma possono diventare straordinari strumenti di consapevolezza. L’importante è non lasciare che la cattiveria degli altri ci trasformi in persone cattive. Questa, per me, è una delle vittorie più difficili.

Quindi il vero riscatto non è necessariamente arrivare più lontano di chi ci ha ostacolato?

No. Il vero riscatto è arrivare lontano senza perdere noi stessi. Non mi interessa dimostrare qualcosa a chi non ha creduto in me. Mi interessa poter guardare la mia vita e sapere di aver camminato secondo coscienza. Il tempo, alla fine, mette molte cose al loro posto. E credo che non ci sia bisogno di vendicarsi quando la propria serenità diventa la risposta più eloquente.

 

Se dovesse rivolgere oggi un pensiero alle giovani donne che stanno cercando la propria strada, che cosa direbbe loro?

Direi di non avere paura della propria ambizione. Di studiare, di impegnarsi, di lavorare, e se si cade di alzarsi e ricominciare. Ma soprattutto direi loro di non accettare mai che qualcuno faccia loro credere di valere meno. Nessun ruolo, nessun titolo e nessuna posizione altrui può stabilire il nostro valore. E aggiungerei una cosa: quando arriveranno in alto, non dimentichino chi hanno incontrato lungo la strada e, se potranno, tendano la mano a chi sta iniziando il proprio percorso.

È forse questo il senso più profondo dell’autorevolezza: non chiudere porte, ma aprirne altre.

 

Esattamente. Una persona autorevole dovrebbe lasciare una traccia, non un’ombra. Dovrebbe fare in modo che dopo il proprio passaggio qualcuno possa dire: “Grazie a quella persona, ho avuto un’opportunità”. Se riuscissimo a ragionare così, avremmo una società molto più umana.

 

Ufficiale Grechi, se dovesse descrivere in una sola frase la donna che è oggi, quale sceglierebbe?

Direi: una donna ancora in cammino. Ho imparato, ho sbagliato, ho gioito, ho sofferto, ho incontrato persone meravigliose e altre dalle quali ho dovuto prendere le distanze. Ma sono ancora qui, con la voglia di costruire, di amare, di essere madre, di lavorare e di inseguire ciò che ancora non ho realizzato.

 

 

E forse è proprio questo il significato più autentico della forza: non essere invulnerabili, ma continuare a camminare nonostante le ferite.

 

Sì. Perché la forza non è una corazza. È la capacità di rimanere umani dopo essere stati feriti. Di continuare a credere nel bene dopo aver conosciuto la delusione. Di non smettere di sognare dopo un fallimento. E, soprattutto, di non permettere mai a qualcuno di trasformare la nostra luce in qualcosa di cui vergognarci.

Caterina Grechi

Caterina Grechi

Ufficiale Grechi, dopo tutto ciò che ha raccontato, che cosa rappresenta per Lei il senso della vita?

Credo che il senso della vita non sia racchiuso in una risposta uguale per tutti. Per me significa dare valore al tempo che ci è stato affidato, alle persone che incontriamo e alle responsabilità che scegliamo di assumere. Significa amare, costruire, lasciare qualcosa di buono e cercare di non attraversare l’esistenza senza aver fatto la differenza, anche piccola, nella vita di qualcuno. La vita non è soltanto ciò che riusciamo a ottenere, ma ciò che riusciamo a restituire. E forse il senso più autentico sta proprio nel comprendere che ogni giorno abbiamo la possibilità di essere migliori rispetto al giorno precedente.

 

Se dovesse scegliere una sola parola che sente profondamente Sua, quale sarebbe?

Senza esitazione, direi responsabilità. È una parola che sento molto vicina alla mia vita, al mio ruolo e al modo in cui affronto le relazioni. Essere responsabili significa sapere che le nostre scelte hanno conseguenze, non soltanto su noi stessi ma anche sulle persone che ci sono accanto. La responsabilità non la considero un peso, bensì una forma di libertà: scegliere consapevolmente significa assumersi il coraggio delle proprie decisioni. Anche essere madre significa responsabilità; così come lo è ricoprire un ruolo istituzionale, mantenere una promessa, rispettare una persona, riconoscere un errore. Credo che una società più giusta avrebbe bisogno di recuperare proprio questo valore: meno ricerca di colpevoli e più persone disposte ad assumersi responsabilità. Perché alla fine un ruolo può essere assegnato, un titolo può essere riconosciuto, ma è il senso di responsabilità a dire davvero chi siamo.

Lei ha parlato più volte di responsabilità come di un valore che non dovrebbe essere imposto dall’esterno, ma nascere da una consapevolezza profonda. Che rapporto esiste, secondo Lei, tra responsabilità e amore? E quanto l’amore per gli altri può diventare una forma autentica di responsabilità verso la vita?

Credo che il senso di responsabilità discenda, prima di tutto, dall’amore. Non penso alla responsabilità come a un comando morale, a una regola che qualcuno ci impone o a un dovere che dobbiamo assolvere semplicemente perché è giusto farlo. La responsabilità più autentica nasce quando qualcosa, o qualcuno, diventa importante per noi. Quando amiamo davvero, inevitabilmente cominciamo a prenderci cura. È un passaggio quasi naturale: l’amore ci porta a riconoscere il valore di ciò che abbiamo davanti e, nel momento in cui riconosciamo quel valore, sentiamo di avere una responsabilità nei suoi confronti. Può essere una persona, una relazione, una famiglia, un’amicizia, un lavoro, un progetto, un luogo, persino un ideale. Quando qualcosa entra davvero nel nostro cuore, non possiamo più considerarlo estraneo a noi. Diventa parte della nostra storia e, proprio per questo, ci chiede attenzione, rispetto e cura. La responsabilità, allora, non è più una parola severa. Diventa quasi una forma silenziosa di amore. È esserci quando sarebbe più semplice allontanarsi; mantenere una promessa quando nessuno ci obbligherebbe a farlo; avere rispetto anche quando non riceviamo nulla in cambio. È comprendere che le nostre azioni hanno conseguenze e che ogni gesto, anche il più piccolo, può lasciare una traccia nella vita degli altri. Credo che viviamo in un tempo nel quale spesso si parla molto di diritti e troppo poco di responsabilità. Pretendiamo attenzione, comprensione, rispetto, ma qualche volta dimentichiamo che tutte queste cose devono essere anche offerte. L’amore autentico, invece, non vive soltanto di ciò che riceve: conosce la reciprocità, la presenza, il sacrificio e persino la rinuncia. Per questo penso che essere responsabili significhi anche imparare a guardare oltre noi stessi. Significa comprendere che non siamo isole, che ogni individuo è legato agli altri da fili invisibili. Una parola può ferire, una scelta può cambiare un destino, un gesto di gentilezza può restituire fiducia a chi l’aveva perduta. Siamo molto più interconnessi di quanto immaginiamo.

 

E c’è una responsabilità ancora più grande: quella verso ciò che ci circonda. Vero?

Sí. Verso la natura, verso la cultura, verso la memoria, verso le cose che abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti e che, idealmente, dovremmo consegnare a quelle future in condizioni migliori. Anche in questo caso tutto nasce dall’amore: se amo il luogo in cui vivo, non posso distruggerlo; se amo la cultura, non posso trattarla con superficialità; se amo la memoria, non posso permettere che venga cancellata dall’indifferenza.

 

Forse è proprio questo il senso più alto della responsabilità?

Comprendere che la vita non ci appartiene completamente. Ci viene affidata. E ciò che ci viene affidato merita cura.

 

Penso che una persona responsabile non sia necessariamente una persona perfetta. Lei è d’accordo?

Sì. È una persona che sa fermarsi, interrogarsi, riconoscere i propri errori e assumersi il peso delle proprie scelte. È qualcuno che non cerca sempre un colpevole fuori di sé, ma ha il coraggio di domandarsi: che cosa posso fare io? Ecco perché considero la responsabilità una delle forme più alte dell’amore. Perché amare non significa soltanto provare un sentimento: significa prendersi cura di ciò che quel sentimento ha generato. Significa custodire, proteggere, rispettare. In fondo, credo che la vera maturità consista proprio in questo: passare dal desiderio di essere amati alla capacità di amare responsabilmente. E forse la vita, alla fine, ci chiede proprio questo: non quanto siamo riusciti a possedere, non quante persone abbiamo conquistato, non quante volte siamo stati celebrati, ma quanta cura abbiamo saputo lasciare dietro di noi.

Perché ciò che nasce dall’amore può diventare memoria. E ciò che viene custodito con responsabilità può continuare a vivere anche quando noi non saremo più lì a raccontarlo.

Caterina Grechi

Ufficiale Caterina Grechi

Grazie, Ufficiale Grechi. Oggi non abbiamo incontrato soltanto una donna che ricopre un ruolo importante, ma una persona che ha scelto di raccontare ciò che esiste dietro quel ruolo: la madre, la professionista, la donna, i suoi legami, le sue ferite e i suoi sogni.

Grazie a Lei. Credo che ogni donna porti dentro una storia che merita di essere ascoltata. E forse il senso più bello del nostro cammino è proprio questo: arrivare a un certo punto della vita e comprendere che non dobbiamo essere perfette. Dobbiamo essere vere.

Premiazione di Caterina Grechi a "Le Onde del Destino"

Un momento della kermesse de ‘Le Onde del Destino – Premio alle Eccellenze Umbre’

Caterina Grechi racconta così una femminilità consapevole, capace di tenere insieme autorevolezza e sensibilità, maternità e impegno, radici e futuro. Nelle sue parole emerge una certezza: la vera forza non sta nel non cadere, ma nel trovare ogni volta il coraggio di rialzarsi. E quella parola, responsabilità, diventa la sintesi di un percorso fatto di scelte, valori e sogni ancora da realizzare.

Foto di Maria Teresa De Rosa

Foto di Maria Teresa De Rosa

 

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Lifestyle

Quando il giornalismo cede il passo all’Arte: Massimo Sebastiani debutta a Roma con la mostra “Mothers of Invention”

Cosa succede quando una grande firma del giornalismo decide di gettare la penna e prendere in mano la “tela digitale”? 🎨 🖥️ L’ex caporedattore dell’ANSA Massimo Sebastiani debutta a Roma con un’attesissima e mostra d’arte visiva intitolata “Mothers of Invention” (un chiaro omaggio al leggendario Frank Zappa). Dopo una vita passata a spiegare la realtà, Sebastiani ora la “sospende” in opere digitali stampate in un’unica copia assoluta, sfidando il paradosso tra uomo e macchina. L’inaugurazione è fissata per il 14 settembre alla Strati d’Arte Gallery di Via Sicilia. Sei curioso di vedere come l’informazione si trasforma in pura percezione artistica? Leggi l’articolo per scoprire tutti i dettagli, gli orari e il significato profondo di questa mostra rivoluzionaria! 👇 🏛️

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Locandina Mothers of Invention

Roma – Si dice spesso che l’arte non vada mai in vacanza, ma in questo rovente 2026 romano l’arte fa molto di più: si prepara a stupire il grande pubblico autunnale con un debutto che sta già facendo discutere i salotti culturali della Capitale. Dal 9 al 26 settembre (con un attesissimo vernissage fissato per il 14 settembre alle ore 18:30), le prestigiose sale della Strati d’Arte Gallery in Via Sicilia ospiteranno “Mothers of Invention”. Non si tratta di una mostra come le altre, e il motivo risiede nell’identità del suo autore: Massimo Sebastiani. Dopo una vita intera trascorsa in trincea, a raccontare e dissezionare le arti, il cinema e la complessa realtà italiana e internazionale come caporedattore dell’Agenzia ANSA, Sebastiani compie un salto quantico, approdando per la prima volta all’arte visiva con una mostra curata minuziosamente dalla collega Diana Daneluz.

Dalla cronaca alla tela digitale: la seconda (e sorprendente) vita di un fuoriclasse

Il curriculum di Massimo Sebastiani (classe 1959, laurea in filosofia in tasca e penna affilatissima) parla da solo: già responsabile della redazione Cultura e capo redattore centrale dell’ANSA con delega al digitale, inviato di punta ai più grandi festival cinematografici mondiali (Cannes, Berlino e Venezia, dove ha persino condotto la serata finale per tre anni consecutivi), autore radiotelevisivo e firma per Repubblica e L’Espresso. Eppure, l’uomo che per una vita ha avuto il compito di spiegare la realtà quotidiana agli italiani con spietata chiarezza ed equilibrio, ha deciso di rimettersi in gioco esplorando un territorio completamente sconosciuto. La sua è una ricerca digitale che si abbevera alla filosofia e agli studi sulla percezione visiva, discipline amate fin dai tempi del liceo e mai veramente abbandonate.

Sospendere la realtà: il paradosso di un cronista che smette di spiegare

Il fascino più dirompente di questa esposizione risiede nel clamoroso e affascinante paradosso filosofico che la sostiene. Per decenni, il lavoro di Sebastiani è stato quello di semplificare, chiarire, dare un ordine logico e cronologico al caos del mondo affinché il lettore potesse comprenderlo. Nelle sue opere d’arte, al contrario, accade l’esatto opposto: l’obiettivo non è più spiegare, ma sospendere. Non chiarire, ma moltiplicare le visioni attraverso l’accumulo, la trasparenza e un audace eccesso cromatico. Si tratta di un cambio di sguardo radicale che, a ben guardare, resta intimamente coerente con la sua missione di sempre: raccontare. Ma questa volta Sebastiani non racconta più ciò che accade fuori da lui, bensì ciò che accade attraverso di lui, nel misterioso connubio tra la mano umana e il calcolo della macchina.

“Mothers of Invention”: un doppio omaggio tra il rock di Frank Zappa e il mistero della creazione

Il titolo scelto per la mostra, “Mothers of Invention”, è un geniale doppio riferimento culturale. Da un lato strizza l’occhio alla storica band che il genio ribelle di Frank Zappa fondò nella Los Angeles degli anni Sessanta (un nome nato per aggirare i vincoli della censura discografica e poi divenuto un vero e proprio manifesto di libertà creativa). Dall’altro lato, richiama il celebre proverbio inglese “Necessity is the mother of invention” (La necessità aguzza l’ingegno). Tuttavia, il plurale scelto da Sebastiani (“Mothers” e non “Mother”) non è casuale: moltiplica le origini possibili dell’opera, ponendo al visitatore un interrogativo modernissimo e inquietante: chi, o cosa, genera davvero un’immagine nata dall’interazione tra la mente dell’uomo e l’algoritmo del computer?

Le opere in mostra: l’unicità della materia contro la riproducibilità infinita

Il percorso espositivo allestito in Via Sicilia si sviluppa attraverso quattro affascinanti filoni narrativi: “Il volto misterioso”, “Le case di Roma”, “Le stagioni” e “Differenza e Ripetizione” (quest’ultima chiaramente ispirata dal celebre testo del filosofo francese Gilles Deleuze). A queste si aggiungono tre imponenti opere fuori serie: “Mothers of Invention”, “The Carpet Crawlers” e “Città sul mare”. C’è un dettaglio tecnico che eleva ulteriormente il valore di questa mostra: in un’epoca in cui l’arte digitale viene spesso banalizzata dalla sua intrinseca riproducibilità infinita (il file che può essere copiato mille volte senza perdere qualità), Sebastiani compie una scelta radicale e romantica. Ogni sua opera digitale viene fissata in un esemplare unico e irripetibile stampato su Poliplat. Un gesto artistico fortissimo, che sacrifica volontariamente la clonazione digitale per restituire sacralità all’unicità e al peso della materia.

Info utili per non perdersi l’evento dell’autunno romano

La mostra promette di essere uno degli appuntamenti più interessanti e stimolanti della ripresa autunnale. L’esposizione sarà visitabile dal 9 al 26 settembre presso la Strati d’Arte Gallery (Via Sicilia 133–135, Roma), con orario continuato dal lunedì al venerdì (10.00–18.00) e il sabato su appuntamento. L’ingresso è rigorosamente libero. Il momento clou, imperdibile per appassionati d’arte e addetti ai lavori, sarà il Vernissage inaugurale di martedì 14 settembre alle ore 18:30. Un’occasione rara per scoprire come l’occhio clinico di un grande giornalista possa trasformarsi nel pennello visionario di un nuovo, sorprendente artista.

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