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Gli arcani diventano letteratura dell’anima
Un viaggio tra storia, arte e simboli per riscoprire il misterioso alfabeto delle immagini. Dai Tarocchi delle corti rinascimentali alla cartomante contemporanea, un racconto che attraversa i secoli e arriva fino a noi.
Ci sono immagini che non invecchiano.
Restano lì, immobili e silenziose, mentre intorno cambiano gli uomini, le mode, le città, persino il modo di guardare il mondo. Eppure, quando torniamo a osservarle, quelle immagini sembrano sapere ancora qualcosa di noi.
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Redazione- Un viaggio tra storia, arte e simboli per riscoprire il misterioso alfabeto delle immagini. Dai Tarocchi delle corti rinascimentali alla cartomante contemporanea, un racconto che attraversa i secoli e arriva fino a noi.
Ci sono immagini che non invecchiano.
Restano lì, immobili e silenziose, mentre intorno cambiano gli uomini, le mode, le città, persino il modo di guardare il mondo. Eppure, quando torniamo a osservarle, quelle immagini sembrano sapere ancora qualcosa di noi.
È forse questo il segreto degli Arcani Maggiori: non raccontano soltanto una storia antica, ma continuano a suggerirne una nuova ogni volta che qualcuno posa lo sguardo su di loro.
“Dalla strega alla cartomante: il viaggio degli Arcani nell’anima” nasce proprio da questa suggestione. Una conferenza storico-simbolica che attraversa la storia dei Tarocchi per arrivare al loro significato contemporaneo, là dove il simbolo incontra la letteratura, l’arte, la psicologia, la memoria e quella parte misteriosa dell’essere umano che ancora oggi abbiamo difficoltà a chiamare per nome.
Non è un viaggio nel futuro. È, semmai, un viaggio dentro il presente.
Prima ancora di essere interpretati, gli Arcani sono stati guardati. E guardare un’immagine significa già cominciare a raccontare.
La storia dei Tarocchi può essere letta anche come la storia di una straordinaria letteratura senza parole, costruita attraverso volti, gesti, paesaggi, animali, colori, corone, stelle, torri e sentieri.
Le loro figure appartengono a un immaginario che ha attraversato pittura, teatro, narrativa e cultura popolare. Sono diventate personaggi prima ancora che qualcuno decidesse di chiamarli archetipi.
Il percorso storico conduce alle corti italiane del XV secolo, quando nascono alcuni dei più importanti esempi della tradizione tarologica. I preziosi mazzi Visconti-Sforza raccontano già un mondo nel quale l’immagine non è semplice ornamento, ma rappresentazione di valori, potere, destino e condizione umana.
Poi arriveranno altre tradizioni, altri linguaggi, altre interpretazioni: il Tarot de Marseille, fino alla rivoluzione iconografica del Rider-Waite e alle molteplici riletture contemporanee.
Il mazzo cambia. Il bisogno dell’uomo di interrogare le immagini, invece, rimane.
Dentro questa lunga storia c’è anche una storia tutta femminile. È quella della donna che conosce ciò che gli altri temono di conoscere.
La strega, per secoli, è stata una figura sospesa tra paura e fascinazione, tra conoscenza popolare e persecuzione. La cartomante ne raccoglie, in parte, l’eredità simbolica trasformandola in un’altra figura dell’immaginario: la donna che osserva, interpreta, ascolta.
Non più necessariamente colei che possiede una verità assoluta, ma colei che custodisce un linguaggio.
Un linguaggio fatto di simboli.
Ed è forse proprio qui che la figura della cartomante acquista una dimensione culturale più ampia: diventa una sorta di narratrice dell’invisibile, una mediatrice tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.
La domanda più interessante, allora, diventa inevitabile: a cosa servono davvero gli Arcani?
La risposta di questo percorso è affidata a una prospettiva precisa: non alla certezza della predizione, ma alla possibilità dell’interpretazione.
Una carta non deve necessariamente dirci cosa accadrà. Può aiutarci a capire come stiamo guardando ciò che accade.
Può diventare uno specchio emotivo. Una finestra. Talvolta persino una domanda.
Il simbolo, infatti, non impone una risposta: apre uno spazio. Ed è in quello spazio che ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.
L’Eremita può diventare il racconto della solitudine, ma anche della ricerca. La Torre può evocare la distruzione, ma anche la liberazione da ciò che non regge più. La Stella può parlare di speranza, mentre la Morte, forse la più fraintesa delle immagini, può diventare metafora di trasformazione e rinascita.
Sono immagini che non hanno una sola voce. E forse proprio per questo continuano a parlarci.
Il grande fascino degli Arcani è anche nella loro capacità di dialogare con la creatività.
Uno scrittore può osservare una carta e trovarvi un personaggio. Un pittore può trovarvi un paesaggio. Un lettore può riconoscervi una parte della propria vita. Un autore può trasformarla nell’inizio di un racconto.
È qui che il simbolo diventa letteratura.
Le antologie dedicate agli Arcani rappresentano, in questo senso, un interessante esempio di narrazione collettiva: uno stesso simbolo affidato a più autori può generare storie differenti, talvolta persino opposte.
La carta rimane la stessa. Cambiano gli occhi che la guardano. E cambia, con essi, la storia.
La conferenza potrà ospitare voci provenienti da mondi differenti: psicologi o counselor, autori e curatori di antologie tematiche, cartomanti professionisti.
Professioni ed esperienze diverse chiamate a confrontarsi sul medesimo territorio: quello del simbolo.
Non per trasformare gli Arcani in una formula magica, ma per comprenderne il fascino e la capacità di attivare domande, emozioni e percorsi narrativi.
Perché ogni simbolo, in fondo, è una piccola porta. E ogni porta presuppone qualcuno disposto ad attraversarla.
Poi, quando le parole della conferenza saranno finite, arriverà il momento più semplice e forse più suggestivo.
Una carta verrà estratta. E da quella carta nascerà un racconto improvvisato.
Sarà il simbolo a suggerire la strada, lasciando che l’immaginazione faccia il resto.
Un piccolo teatro dell’imprevisto. Un’immagine consegnata al pubblico come ultimo fotogramma di un viaggio.
E forse sarà proprio allora che gli Arcani mostreranno la loro natura più autentica: non quella di strumenti capaci di consegnarci un destino già scritto, ma quella di specchi nei quali possiamo provare a leggere le infinite possibilità della nostra storia.
A margine della conferenza potrà inoltre essere creato un piccolo spazio riservato al pubblico, nel quale offrire, a chi lo desidererà, brevi letture individuali gratuite della durata di circa dieci minuti.
Un momento intimo, organizzabile prima o dopo l’incontro, nel rispetto delle esigenze della manifestazione.
Non una sentenza sul domani. Piuttosto, un incontro con un’immagine.
Perché a volte basta una carta per cominciare un racconto. E a volte quel racconto parla proprio di noi.
Dalla strega alla cartomante, dunque. Dalle corti rinascimentali alle sale contemporanee. Dal gioco al simbolo, dal simbolo alla narrazione, dalla narrazione alla consapevolezza.
È questa la traiettoria degli Arcani: una strada lunga secoli che continua a sorprenderci perché, mentre pensiamo di osservare le carte, scopriamo che sono loro, in qualche modo, a osservare noi.
E forse il loro vero mistero non consiste nel dirci cosa ci aspetta domani.
Consiste nel ricordarci che il futuro, prima ancora di essere previsto, è una storia che deve ancora essere scritta.
CHIARA DE MAGISTRIS: «GLI ARCANI NON CI DICONO CHI SAREMO. CI AIUTANO A GUARDARE CHI SIAMO»
Intervista a Chiara De Magistris, responsabile centro di cartomanzia online TarotLuna.it e studia i Tarocchi per lavoro e per passione, sul viaggio degli Arcani nell’anima, tra storia, simboli, intuizione e consapevolezza
Buongiorno Chiara, partirei da una domanda apparentemente semplice, ma forse proprio per questo difficile: perché, dopo secoli, l’umanità continua ad avere bisogno delle carte?
Perché continuiamo ad avere bisogno di raccontarci e perché spesso il futuro e le scelte ci rendono insicuri. L’essere umano cambia strumenti, linguaggi e abitudini, ma rimane sempre alla ricerca di un significato. Gli Arcani parlano attraverso immagini e le immagini arrivano in luoghi nei quali le parole, qualche volta, non riescono ad arrivare. Una carta può suscitare una domanda, un ricordo, un’emozione. E già questo, secondo me, è un modo per entrare in contatto con una parte di noi.
Nel titolo della conferenza c’è un passaggio molto suggestivo: “dalla strega alla cartomante”. Che cosa racconta, secondo Lei, questa trasformazione?
Racconta soprattutto il cambiamento dello sguardo della società sulla figura femminile e sul sapere. La strega è stata spesso rappresentata come una donna pericolosa perché possedeva conoscenze che sfuggivano al controllo comune. La cartomante appartiene a un immaginario diverso, ma conserva quella figura femminile che osserva, interpreta e custodisce un linguaggio simbolico. È interessante perché dietro queste figure c’è una domanda antica: quanto siamo disposti ad accettare ciò che non comprendiamo completamente?
Lei pensa che oggi abbiamo più paura dell’ignoto o, al contrario, ne siamo ancora profondamente affascinati?
Credo entrambe le cose. L’ignoto ci spaventa perché non possiamo controllarlo, ma proprio per questo ci attrae. Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo strumenti straordinari per conoscere e prevedere moltissime cose. Eppure rimane una parte dell’esistenza che non possiamo programmare. Gli Arcani abitano proprio quella zona di confine.
C’è una differenza importante tra predire e interpretare. Perché è così importante sottolinearla?
Perché credo sia fondamentale restituire alle carte il loro valore simbolico. Io non vedo gli Arcani come sentenze. Non credo che una carta debba togliere a una persona la libertà di scegliere il libero arbitrio è comunque importante. Al contrario, può aiutarla a interrogarsi. Il futuro non è una pagina già stampata: è anche il risultato delle nostre decisioni. Una lettura dovrebbe aprire possibilità, non chiuderle.
Se gli Arcani sono uno specchio, che cosa rischiamo di vedere quando ci guardiamo davvero?
Potremmo vedere proprio ciò che per tanto tempo abbiamo cercato di evitare. Una paura, un desiderio, una scelta rimandata, una relazione che non ci appartiene più. Ma possiamo vedere soprattutto le nostre risorse. Lo specchio non serve soltanto a mostrarci le fragilità. Può ricordarci chi siamo e ciò che abbiamo dimenticato di essere.
Esiste un Arcano che, secondo Lei, viene particolarmente frainteso?
Sì. Sicuramente la Morte. Il nome può generare timore, ma nel linguaggio simbolico non deve essere necessariamente letto in senso letterale. Può rappresentare una conclusione, una trasformazione, la necessità di lasciare andare qualcosa perché possa nascere una fase nuova. A volte abbiamo paura della fine, quando quella fine è semplicemente una soglia.
E qual è, invece, il rapporto tra gli Arcani e la scrittura?
È un rapporto straordinario. Ogni Arcano contiene una storia potenziale sono pieni di simboli. Basta osservare un’immagine e chiedersi: chi è quella persona? Da dove viene? Che cosa ha perduto? Che cosa desidera? Che cosa accadrà dopo? Cosa rappresenta il simbolismo contenuto? Da una carta può nascere un racconto, una poesia, un personaggio. Per questo trovo molto interessante il dialogo con le antologie: più autori possono guardare lo stesso simbolo e restituirne mondi completamente differenti.
Quindi lo stesso Arcano può raccontare persone diverse?
Assolutamente sì. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti. Il simbolo è comune, ma l’esperienza è individuale. Una stessa carta può parlare di amore a una persona, di solitudine a un’altra, di coraggio a una terza. Non è necessariamente la carta a cambiare: cambiamo noi mentre la osserviamo.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere il rapporto tra una persona e i suoi Arcani, quale sceglierebbe?
Ascolto.
Perché proprio “ascolto”?
Perché siamo abituati a parlare molto e ad ascoltarci poco. Una carta ci obbliga, in qualche modo, a fermarci. A osservare. A lasciare emergere una sensazione prima ancora di cercare una spiegazione razionale. L’ascolto è il primo passo verso la consapevolezza.
Durante la conferenza è prevista anche l’estrazione di una carta e una narrazione improvvisata. Che cosa vorrebbe lasciare, attraverso quel momento, al pubblico?
Vorrei lasciare una sensazione. Non necessariamente una risposta. Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala con un’immagine nella mente, una frase, una domanda. Qualcosa che continui a lavorare dentro anche dopo la fine dell’incontro. Perché il simbolo, quando è autentico, non finisce quando termina la spiegazione: continua a vivere dentro di noi.
E nelle brevi letture individuali che saranno eventualmente proposte, che cosa dovrebbe cercare una persona?
Non una certezza sul domani. Cercherei piuttosto un momento di ascolto personale. Dieci minuti possono sembrare pochi, ma possono essere sufficienti per fermarsi e guardare una questione da una prospettiva diversa. La cosa importante è mantenere sempre il rispetto per la libertà e per la sensibilità di chi abbiamo davanti.
Vorrei chiudere con una domanda che non riguarda le carte, ma l’uomo. Secondo Lei, abbiamo ancora la capacità di stupirci?
Sì, ma dobbiamo concederci il tempo per farlo. Lo stupore nasce quando smettiamo, almeno per un momento, di pretendere di avere già tutte le risposte. Gli Arcani possono ricordarci proprio questo: che la vita conserva zone misteriose e che non tutto deve essere immediatamente spiegato, ascoltare il nostro io interiore è un grande passo e certamente potrebbe stupirci
Se potesse lasciare al pubblico una sola frase prima che venga voltata l’ultima carta, quale sarebbe?
Gli direi chiedete alla Carta cosa accadrà, perché spesso la risposta è già nel vostro cammino. Gli Arcani non predicono: rivelano. Sono il varco che illumina l’interiore e il compagno che guida nei momenti difficili, un percorso che si apre dentro di voi.”
L’appuntamento è fissato per il 13 settembre 2026 presso la sede della Riserva Naturale Regionale Nazzano, Tevere-Farfa.
“Dalla strega alla cartomante: il viaggio degli Arcani nell anima”
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“Secondi al mondo solo ai Rolling Stones”: Beppe Carletti festeggia 80 anni in tv e fa piangere e cantare l’Italia intera
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Agosto 13, 2026Da
Redazione
Roma – Ci sono traguardi anagrafici che non sono soltanto candeline da spegnere su una torta, ma veri e propri monumenti eretti alla storia della cultura popolare di un intero Paese. È esattamente quello che è andato in scena nel salotto televisivo di “La Vita in Diretta”, dove la padrona di casa Manuela Moreno ha celebrato in grande stile l’ottantesimo compleanno di una leggenda vivente della musica italiana: Beppe Carletti, storico fondatore, tastierista e leader incontrastato de I Nomadi. Visibilmente emozionato, ma con la grinta e la lucidità di un ragazzino che ha appena fondato la sua prima garage-band, Carletti ha regalato al pubblico di Rai 1 un’intervista meravigliosa, un viaggio intimo tra ricordi, rimpianti, amicizie immortali e un amore viscerale per il palcoscenico che non accenna a spegnersi.
Un record planetario: “Siamo secondi solo ai Rolling Stones, e mi sta bene”
La statistica, di per sé, fa venire i brividi a chiunque ami la musica suonata. I Nomadi, nati nell’ormai lontanissimo 1963 nelle nebbie e nel fermento della provincia emiliana, sono oggi la band più longeva dell’intero panorama musicale italiano e la seconda in assoluto a livello mondiale. «Nel mondo siamo secondi solo ai Rolling Stones, ed è un secondo posto che mi sta assolutamente bene!», ha scherzato Carletti con gli occhi che brillavano di orgoglio. Ed è vero: mentre le mode passavano, i governi cadevano e le tecnologie stravolgevano il mondo, I Nomadi sono rimasti lì, aggrappati ai loro strumenti, continuando a suonare per un pubblico sterminato e transgenerazionale che non li ha mai traditi.
Il ricordo struggente di Augusto Daolio: un vuoto impossibile da colmare
Impossibile, ripercorrendo questi sessantatré anni di carriera inarrestabile, non fermarsi a piangere l’altra metà del cielo della band. Il ricordo del compianto Augusto Daolio, co-fondatore e voce inarrivabile del gruppo, è ancora una ferita aperta nel cuore di Carletti. «Io e Augusto eravamo estremamente affini. Ci siamo incontrati che avevamo appena 16 anni e, di fatto, siamo diventati uomini insieme», ha ricordato il tastierista con la voce incrinata dalla commozione. «Aveva una voce incredibile, unica, e un carisma magnetico. Ancora oggi, sinceramente, non so come abbiamo fatto a trovare la forza di continuare senza di lui».
L’omaggio a Francesco Guccini: “Senza di lui ci sentiamo tutti più piccoli”
La storia dei Nomadi è indissolubilmente legata a quella dei più grandi cantautori italiani, primo fra tutti il Maestro Francesco Guccini, autore di inni immortali portati al successo dalla band emiliana (da “Dio è morto” a “Canzone per un’amica”). «La sua morte», ha dichiarato Carletti in un passaggio profondamente toccante dell’intervista, riferendosi alla scomparsa del cantautore, «ci ha fatto diventare improvvisamente tutti un po’ più piccoli. È stato un gigante, un grande poeta del Novecento. Custodisco tantissimi ricordi insieme a lui, c’era una stima incredibile e reciproca che ci legava».
Dalla provincia ai Måneskin: la musica suona sempre allo stesso modo
Ma I Nomadi non sono mai stati artisti con la “puzza sotto il naso”. Hanno sempre evitato il divismo da rockstar, preferendo rimanere ben ancorati alla loro terra. «Siamo sempre stati abbastanza schivi», ha spiegato Carletti, «abbiamo continuato a vivere tranquilli nei nostri paesi, tra la nostra gente. E proprio da lì ci siamo tolti la soddisfazione immensa di cantare canzoni impegnate che hanno girato il mondo».
Oggi, a 80 anni compiuti, Beppe Carletti guarda alla musica contemporanea senza pregiudizi, con la curiosità di un vero appassionato. E spiazza tutti facendo un grande complimento alla rock-band italiana del momento: «I Måneskin mi piacciono tantissimo, ho gioito in modo sincero quando hanno vinto Sanremo». Perché, in fondo, l’energia del rock è universale. «Mi diverto ancora un mondo a salire sul palco», ha rassicurato infine il suo sterminato pubblico. «Per quanto riguarda I Nomadi, ve lo garantisco: la musica suona e suonerà sempre allo stesso modo».
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Intervista al Cavaliere di Stato, candidata al Premio “Strega” Dott.ssa Maria Concetta Borgese
Esiste un pregiudizio tanto diffuso quanto ostinato secondo cui il rigore freddo della scienza non possa in alcun modo convivere con i sussulti imprevedibili dell’anima. A scardinare definitivamente questa falsa credenza ci pensa la straordinaria parabola umana e professionale della Dott.ssa Maria Concetta Borgese, una donna che ha saputo fondere l’esattezza della chimica con l’infinita libertà della poesia. Laureata con 110 e lode e per decenni al servizio dello Stato come ispettrice per la tutela della qualità (ruolo che le è valso il prestigioso titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana), la Dott.ssa Borgese non ha mai smesso di affidare i propri sentimenti più intimi a foglietti di carta e vecchie agende.
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8 ore faa
Agosto 13, 2026Da
Angela Kosta
Redazione- Esiste un pregiudizio tanto diffuso quanto ostinato secondo cui il rigore freddo della scienza non possa in alcun modo convivere con i sussulti imprevedibili dell’anima. A scardinare definitivamente questa falsa credenza ci pensa la straordinaria parabola umana e professionale della Dott.ssa Maria Concetta Borgese, una donna che ha saputo fondere l’esattezza della chimica con l’infinita libertà della poesia. Laureata con 110 e lode e per decenni al servizio dello Stato come ispettrice per la tutela della qualità (ruolo che le è valso il prestigioso titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana), la Dott.ssa Borgese non ha mai smesso di affidare i propri sentimenti più intimi a foglietti di carta e vecchie agende.
Da quei versi nati “di getto” e tenuti a lungo nascosti, è sbocciata un’incredibile seconda vita letteraria. Dalla toccante silloge d’esordio “Il mio tempo”, impreziosita dagli acquarelli del figlio Ruggero affetto da autismo, fino al clamoroso successo di “E nulla è più” e “Luci e ombre” (entrambe arrivate a sfiorare il prestigiosissimo Premio Strega), la sua penna si è imposta nel panorama culturale nazionale e internazionale, facendole collezionare premi, incarichi prestigiosi e ben tre Lauree Honoris Causa.
In questa intensa ed esclusiva conversazione a cuore aperto con Angela Kosta, Maria Concetta Borgese si racconta senza filtri: dalle sfide affrontate come donna nel mondo del lavoro, fino alla fiera difesa della cultura umana e delle nostre fragilità contro la fredda omologazione dei social network e dell’Intelligenza Artificiale. Un’intervista che è, prima di tutto, un inno al coraggio di vivere.<< Benvenuta in quest’intervista Dott.ssa Maria Concetta Borghese. Lei nasce chimica e diventa poeta premiata e candidata al Premio Strega: in che modo la formazione scientifica ha influenzato la struttura e il linguaggio delle sue poesie?
Bentrovata Angela. Lieta di essere qui con lei.Prima dell’Università ho frequentato il Liceo Classico, ed ero appassionata di letteratura, amavo leggere e studiare i testi classici. Già dal liceo, scrivevo, poesie, che poi negli anni sono andate perse. Poi ho intrapreso lo studio della chimica e ho conseguito la laurea con 110/110 e la lode. La chimica mi aveva sempre incuriosito ed interessato dalle scuole medie e già da allora avevo deciso quali sarebbero stati i miei studi futuri. Negli anni però ho continuato a scrivere versi, poesie, con minore assiduità, però.
Scrivevo di getto, su pezzetti di carta, quaderni, agende, molto si perdeva. Così un giorno ho deciso di trascrivere al computer quello che era rimasto e riuscivo a ritrovare. È nata la mia prima silloge “Il mio tempo”. Una silloge molto particolare perché le illustrazioni sono immagini degli acquarelli di mio figlio Ruggero, affetto da autismo. Ho cercato di associare alle poesie delle immagini che avessero una correlazione emotiva. Con questa silloge nel 2019 sono risultata vincitrice del X Premio Arenella Città di Palermo. Dopo questa esperienza ho iniziato a partecipare a qualche concorso poetico, ottenendo riconoscimenti.
Con la Persia E nulla è più sono risultata vincitrice del Premio Mochi da Montevarchi.
Il premio consisteva nella pubblicazione di una silloge. Ed è nata la mia seconda silloge “E nulla è più “candidata al Primo Premio Strega.
Lei ha ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: cosa significa per una poetessa essere riconosciuta attraverso l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana? È più responsabilità o più emozione?
Il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana l’ho ricevuto nel 2015 su segnalazione del Direttore dell’Ufficio presso cui svolgevo la mia attività, dopo le opportune valutazioni il Ministro dell’allora Ministero delle Politiche Agricole, ha comunicato i nominativi alla Presidenza della Repubblica.
Credo molto nelle Istituzioni, ho svolto la mia attività al servizio dello Stato, ed essere insignita di questa Onorificenza è stata una grande emozione, mi rende orgogliosa e mi onora. Come ho detto non ho ottenuto il titolo di Cavaliere per meriti culturali, ma appartenere all’Ordine è una responsabilità nella condotta personale e sociale, nelle attività che si intraprendono. Ritengo che la cultura sia un ponte tra popoli, che possa unire le coscienze e cercare di essere un portavoce di messaggi positivi e che la divulgazione di cultura sia anche nello spirito dell’Onorificenza ricevuta.
La sua silloge E nulla è più è stata candidata al Premio Strega: cosa “non è più”, oggi, nella società contemporanea che lei osserva e racconta?
La società contemporanea, è prigioniera dei social, della tecnologia, dell’efficienza, dell’immediatezza, della velocità dell’informazione. Ogni azione, evento, anche quelli della vita personale, deve conformarsi a questi standard, immagini, slogan, sms, ecc…
E, se ciò ha il pregio della comunicazione immediata dell’informazione dalla geopolitica, agli eventi naturali, diventa riduttivo in ambito personale. La comunicazione personale, il dialogo la condivisione vengono sempre più abbandonati utilizzando sms con acronimi o con emoticon. Tutto ciò porta le giovani generazioni ad isolarsi utilizzando mondi virtuali, amici online, avatar, un mondo dove spesso tutto è quasi perfetto perché non è reale!
Dopo tanti riconoscimenti internazionali, dal Menotti Art Festival al Nobel Week Dialogue, sente che la poesia italiana è più letta all’estero o in patria?
Purtroppo devo constatare che in Italia la poesia non è il genere letterario che riscuote un grande consenso. Ci sono invece altri paesi dell’U.E come per esempio la Francia o la Spagna dove la poesia, come genere letterario è più apprezzata e seguita.
Lei è stata nominata Presidente del Comitato Scientifico del Premio “Oscar Wilde”. Cosa rappresenta per lei quest’importante nomina?
Per me, l’incarico di presidente Comitato scientifico Oscar Wilde è un vanto e un onore e mi rende immensamente felice. La nomina mi pone come esponente di cultura nel panorama nazionale e internazionale, insieme a nomi illustri come il Professore Luca Filipponi e la Dottoressa Sabrina Morelli e sono grata a loro per la fiducia che hanno riposto nella mia persona. È un impegno volto a valorizzare e far conoscere autori emergenti e aprire loro un futuro nazionale e internazionale. Un modo per porre in evidenza che oltre a tecnologie avanzate e nuovi orizzonti come l’Intelligenza Artificiale, esiste l’uomo con le sue fragilità, il suo pensiero, il suo sentire, la sua anima, le sue imperfezioni che lo rendono unico e irripetibile, è una testimonianza della nostra esistenza.
“Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna” (Ugo Foscolo).
La sua produzione poetica attraversa titoli come Luci e Ombre, Castelli di Sabbia, Note di Silenzio pone alla sua scrittura la nascita più dalla luce o dall’ombra?
L’esistenza umana è governata da momenti di luce e di ombra come l’alternarsi del giorno e della notte. La scrittura come espressione dell’Io si sviluppa sia nella luce, che nell’ombra, nei giorni di sole, nell’esuberanza dell’estate, ma pure nei giorni uggiosi d’autunno, nelle notti senza stelle, dove lo spirito si sente smarrito e cerca di trovare uno spiraglio, un risveglio, un riscatto. La speranza, spesso presente nelle mie poesie, è la luce, l’elemento che aiuta a vivere e traccia una strada, guida l’animo affranto lenisce il cuore ferito. Ultima speme per sostenere la fragile esistenza dell’uomo nel suo viaggio.
Dopo una carriera al MIPAAF-ICQRF, quindi nel controllo e nella tutela della qualità, crede che oggi la cultura abbia bisogno di controllo, di tutela o di coraggio?
Nel mondo odierno, dove spesso sono smarriti principi umani come la solidarietà, la compassione, la tolleranza, l’amicizia, il dialogo, e spesso la vita si snoda attraverso stressanti percorsi lavorativi, svuotati dell’ingegno personale, sostituito da software o intelligenza artificiale, dove si tende all’isolamento con dispositivi informatici, la cultura rappresenta un antidoto all’omologazione, una affermazione della supremazia dell’uomo e delle sue potenzialità sulla tecnologia, del genio sulla perfezione statistica. Controllare la cultura può essere molto pericoloso, dove la cultura viene controllata, non c’è libertà!
Si cade nella cultura di Stato, la storia l’insegna!
La cultura deve essere libera di esprimere le proprie ideologie e quindi tutelata nella sua massima essenza ed espressione di libertà.
Ma è anche coraggio di andare controcorrente, di perseguire l’obiettivo.
Nel ricevere la Laurea Honoris Causa dall’Universum University of Peace, ha sentito di chiudere un cerchio o di aprirne uno nuovo?
Ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Letteratura conferita dall’ Universum University of Peace (2024), la Laurea Honoris Causa in Scienze Filosofiche e Letterarie, registrata al MIUR, conferita dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo (2025) e la Laurea Accademica Honoris Causa. in Scienze Filosofiche e Letterarie dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo- con partnership internazionali Audencia Business Scool e Princeton University ( 2026). Questi riconoscimenti non sono solo un ambìto traguardo ma uno stimolo per continuare ad accrescere competenze e conoscenze e sempre più cercare di promuovere e divulgare la cultura sia a livello nazionale che internazionale.
Nei suoi versi ricorre spesso il tema del tempo: se potesse parlare alla giovane studentessa del Liceo Classico G. Meli di Palermo, cosa le direbbe oggi?
Alcune volte ripenso a quegli anni dove si apriva un avvenire incerto. Ogni passo intrapreso era inconsapevolmente una scelta, e quella ne avrebbe generato un’altra e così via.
Il tempo scorre, corre veloce e l’istante va vissuto con consapevolezza e nella sua interezza. La vita ci dispensa eventi dolorosi e felici e i momenti felici sono gioielli, gemme nella nostra memoria. Oggi mi sento una persona, una donna abbastanza soddisfatta. Ho avuto momenti difficili, ho dovuto combattere per ottenere il mio ruolo all’ICQRF. Non faccio demagogia, ma per le donne è, purtroppo, più difficile riuscire ad ottenere risultati, e negli anni in cui ho iniziato a svolgere il mio ruolo ancor più di oggi. Per questo motivo ho abbracciato con grande entusiasmo il mio ruolo di Membro del Consiglio Direttivo della Cattedra delle Donne ONU. Le manifestazioni culturali, invece, prescindono dal genere, e questo ha un grande significato morale e sociale.
Quindi direi a me stessa:
“Guarda avanti con fermezza e coraggio, persegui le tue idee e i tuoi progetti, non arrenderti alle difficoltà, potrai avere quello a cui miri solo se t’impegni e credi nelle tue capacità e potenzialità”.
Dopo premi, accademie e riconoscimenti internazionali, qual è la sfida che ancora la intimorisce, quella che le fa tremare la mano prima di scrivere?
Credo che ogni evento sia una sfida. Nel tempo si acquisisce esperienza e maggiore capacità di gestire, ma ogni volta è un nuovo traguardo, una nuova emozione, una crescita personale e culturale. Scrivere, scrivere poesie, è espressione dell’io, del sentire, fissare in parole, in versi, quel momento, quell’evento e renderlo partecipe al lettore, senza veli, senza falsità.
È esporsi agli altri e accettare il giudizio, la valutazione, quindi nonostante i premi e i riconoscimenti, la mano che scrive non è ferma, perché a guidarla è il cuore>>.
Note biografiche e bibliografiche
Maria Concetta Borgese, nata a San Pier Niceto, diploma di maturità Classica Liceo Classico G. Meli di Palermo, laurea in Chimica Università degli Studi di Palermo, 110/110 e la lode.
Insegna Chimica e Merceologia e Scienze Matematiche e nel 1982, inizia a svolgere le proprie funzioni presso il MIPAAF-ICQRF, fino al 31/12/2019.
Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2 giugno 2015)
Cavaliere Benemerito della cultura, è nell’elenco degli Accademici Emeriti dell’Accademia Ruggero II di Sicilia, Oscar per la letteratura e la carriera.
Accademico Onorario dell’ Accademia Tiberina e Accademico dell’Accademia della Contea di Modica.
Membro onorario del Consiglio direttivo nella Cattedra Delle Donne
Nell’anno 2023: Premio alla Carriera della International Academy Universum, Riconoscimento alla Carriera Letteraria The Grand Award to Excellence, Premio Internazionale Costieraarte Natale 2023 e il Premio Culturale Internazionale Cartagine.
Nell’anno 2024 Laurea H.C. in letteratura conferita dall’ Universum University of Peace; Gran Premio al Merito della Cultura internazionale “The Grand Award to Excellence”.
Premiata al Salotto del Premio Bancarella e Menotti Art Festival 2024 con la Silloge “Luci e ombre” e al Salotto del Premio Bancarella 2025 con la silloge “E nulla è più” seconda edizione.
Nominata Presidente del Comitato Scientifico del Premio “Oscar Wilde 2024” e “Oscar Wilde 2025” Eurepean Award alle Eccellenze Europee e del “Menotti Art Festival Spoleto” e “Quotidiano La Notte”, Componente del Comitato scientifico del premio “Il salotto del Bancarella 2025” e componente della Giuria del Concorso Letterario Internazionale d’Eccellenza della Accademia Tiberina, G. Belli F. Lami e del Concorso Sarzanae.
Nel 2025, le è stato conferito il Premio Internazionale “Comunicare l’Europa” e la laurea Honoris Causa in Scienze Filosofiche e Letterarie dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo, il Premio Menotti Art Festival Spoleto e Quotidiano La Notte – Leon d’Oro Venezia, il Premio Internazionale Eccellenze italiane nel mondo, il Grand Prix Excellence Paris – Saint- Germain – Des – Pres 2025 e The Gold Star Award XXVI Edizione 2025 “The Grand Award to Excellence”
Ha partecipato con merito al Nobel Week Dialogue 2025 di Gothenburg.
Nel 2026 le è stata conferita la Laurea Accademica H.C. in Scienze Filosofiche e Letterarie dal Comitato Interfacoltà dell’Istituto Europeo di Formazione – Ente formativo accreditato al Parlamento Europeo- con partnership internazionali Audencia Business Scool e Princeton University.
Candidata al Premio Strega 2023 con la silloge “E nulla è più”; Proposta al Premio Strega 2024 con la silloge “Luci e ombre”.
Maria Concetta Borghese, ha conseguito numerosi riconoscimenti e premi prestigiosi in Italia e all’estero.
Lifestyle
Nezi Plaku Velaj: “Le avete trovato le mie lacrime?”
Sin dai primi versi, la poesia “Le avete trovato le mie lacrime?” si presenta come un grido accorato di dolore e sofferenza, in cui l’autrice albanese Nezi Plaku Velaj, attraverso allegorie intense e simboliche, rievoca un vissuto personale che si fa collettivo: quello dell’orrore, della violenza e della disumanizzazione subita sotto la dittatura del regime comunista in Albania.
Pubblicato
9 ore faa
Agosto 13, 2026Da
Angela Kosta
Solo chi ha vissuto sulla propria pelle la repressione della dittatura comunista, sa cosa vuol dire sprofondarsi nelle oscurità dell’inferno che essa impone
Redazione- Sin dai primi versi, la poesia “Le avete trovato le mie lacrime?” si presenta come un grido accorato di dolore e sofferenza, in cui l’autrice albanese Nezi Plaku Velaj, attraverso allegorie intense e simboliche, rievoca un vissuto personale che si fa collettivo: quello dell’orrore, della violenza e della disumanizzazione subita sotto la dittatura del regime comunista in Albania.
La poesia inizia con la domanda retorica:
“Le avete trovato le mie lacrime?”
Non si tratta di una semplice richiesta – domanda – indagine, ma bensì di un sentimento poetico potente. Le lacrime diventano il ritratto della sofferenza repressa, dimenticata, occultata. Non sono solo lacrime versate, ma “perle” che brillano negli occhi di una bambina, fragile e preziosa che il regime non ha saputo proteggere. Questo approccio trasforma la sua vulnerabilità in un gioiello di rispetto, orgoglio e dignità.
Il secondo verso: “Quelle perle che brillavano nelle pupille degli occhi”, rafforza la sacralità di questo dolore. Come uno scrigno che custodisce la sofferenza umana, la pupilla, dà al pianto una dimensione visiva e spirituale.
“Quel giorno… lacrime bollenti si versarono sui gradini di pietra”, emerge con forza la concretezza della memoria: il dolore non è astratto, ma inciso nel tempo e nello spazio.
I “gradini di pietra”, richiamano non solo i luoghi istituzionali o carcerari di un paese sotto regime, ma rappresentano inoltre anche la freddezza dell’oppressione.
La poesia assume toni di invettiva e testimonianza: “cariche d’ira e maledizioni erano, di sospiri e lamenti”.
La pluralità degli elementi emotivi: ira – maledizioni – sospiri, ci mette di fronte la propria tragedia collettiva: non solo l’anima ferita della poetessa, ma anche quello di un intero popolo sofferente.
“Il boato nell’innocenza del dolore di una bambina”, è un passaggio straziante.
Qui l’autrice Velaj, affonda la baionetta nel cuore dell’ingiustizia: l’infanzia violata, la tenerezza tradita, il trauma precoce che si insinua in una creatura che avrebbe dovuto conoscere solo l’amore paterno e quello universale.
“Nel vortice di un mondo falso, colmo di menzogne, vivevano”, è un’accusa diretta al sistema. Il “vortice”, proclama l’inganno ideologico, la propaganda, l’ipocrisia di un potere che predicava uguaglianza ma produceva terrore e annientamento dell’identità.
Poi, con uno slancio lirico e tragico insieme, la poetessa Velaj confessa: “Non ho potuto abbracciare il grande amore, quello più sacro, più divino”. Qui viene messo a fuoco l’assenza paterna. La figura del padre non è solo quella di un genitore, ma è anche l’emblema della protezione, del fondamento psicologico e spirituale. La sua assenza è metafora dell’assenza dello Stato, della sicurezza degli esseri umani e della giustizia di un popolo taciturno dinnanzi alla repressione.
“Le fondamenta dell’affetto che un padre dona a un figlio, demolirono” , e la soppressione della speranza, “le scintille ardenti del cielo spensero”, sono espressioni di un annientamento sistematico della dimensione umana, affettiva e relazionale.
Il verso: “il cuore in croce misero, una baionetta conficcarono”, riprende toni fortemente cristologici: il dolore personale si fa sacrificio, martirio. La crocifissione è il rispecchio dell’ingiustizia estrema. La baionetta rappresenta la violenza brutale, fisica e simbolica, inferta non solo sul corpo di un individuo, di una intera patria ma anche sull’anima.
In tutta la poesia di Velaj, emerge chiaramente la denuncia contro un sistema totalitario che ha violato l’infanzia, l’amore, la famiglia e la sacra memoria. L’uso delle potenti metafore – allegorie: lacrime come perle, occhi come reliquiari, cuori crocifissi, testimoniano un dolore tanto personale dell’autrice albanese, quanto quello politico della sua patria. Il tono è tragico ma trasparente, perciò la sua parola poetica diventa uno strumento di memoria storica e di giustizia morale.
Anche nel seguire dei versi, la poetessa Velaj intensifica questo tono tragico ed espone con maggior forza, il trauma collettivo e personale che essa mette in scena: un dramma che, pur avendo radici autobiografiche, rappresenta le innumerevoli violenze del regime comunista in Albania.
Il verso: “Quello più sacro quanto lo cercai… Se sapeste… Ma non lo trovai mai e da nessuna parte…”, è l’ammissione dolente di una ricerca vana, un pellegrinaggio esistenziale alla ricerca di ciò che è irrecuperabile: l’amore paterno, la protezione perduta, la giustizia. Qui, l’autrice non si limita a una lamentazione passiva: la sua voce è quella di chi e di ciò ha cercato disperatamente, lottando con l’anima, ma che purtroppo ha incontrato solo assenza oppure indifferenza.
Leggendo, i versi, notiamo che segue un’immagine poetica di grande impatto:
“E la minuscola goccia, un grido di lampi divenne”. La lacrima, già metafora di dolore dall’inizio della poesia, ora esplode in una metamorfosi violenta. Non è più silenziosa, ma diventa grido, scossa, tempesta. Ciò, è un’urgenza dell’anima che si ribella alla repressione.
L’amore sognato viene descritto: “vasto come il mare e limpido come il cielo”, ma questa vastità viene spezzata: “con pietre focaie lo colpirono, entrambi gli occhi le cavarono”.
Qui, la crudeltà che la poetessa mette a disposizione è estrema. L’amore viene accecato, mutilato, brutalizzato. La perdita del padre, o della figura paterna, diventa la negazione di ogni riferimento affettivo e morale. La bambina “senza padre… con le braccia aperte” , è l’apice dell’innocenza disarmata, della creatura esposta a un mondo ostile senza alcuna difesa.
Il passaggio “La uccisero alcuni demoni con la pelle rossa del diavolo”, è carico di valenze allegoriche: i demoni, connotati dal “rosso” (colore del comunismo), rappresentano il potere repressivo che si traveste da ideologia ma agisce come forza distruttiva. Inoltre, la pelle rossa espone il sangue, il fuoco, ma anche il quadro ideologico di un regime che si è reso carnefice.
Con: “Predatori di cuori”, “la lacerarono con gli artigli, con i zoccoli venne calpestata ”, l’autrice dà ai persecutori una forma selvaggia, animalesca, ferina, quasi mitologica. Non sono solo uomini, ma esseri spietati, privi di umanità. L’oppressione non è solo fisica, ma anche affettiva: essi distruggono la possibilità stessa, di andare oltre l’amare.
Molto significativo è anche il verso: “la stella, al cielo strapparono”. Questa metafora, non è solo una stella, ma è la guida verso la speranza e il destino. Strappata al cielo, indica l’interruzione del cammino e del sogno di essere tra le braccia di suo padre. “Misero degli angoli, solo cinque…”, è un’allusione amara all’allegoria della stella a cinque punte, la quale rappresenta l’emblema del comunismo. La stella che nel cielo avrebbe dovuto indicare la luce, nella propaganda, diventa invece un sigillo di oppressione.
Terribile e potentissima la chiusura di questo verso: “Con il quinto angolo, accecarono l’aquila con le due teste sulla bandiera”.
Qui la poetessa tocca – attacca direttamente il cuore dell’identità dell’Albania: l’aquila bicipite, simbolo storico e patriottico, viene accecata. La simbologia è netta: la patria è stata resa cieca, incapace di vedere la verità, la giustizia, la libertà. Tale ideologia, ha strappato la vista a un popolo intero per quasi mezzo secolo.
Segue pure la perdita della forza vitale: “le soffocarono il respiro, la libertà le derubarono”. L’essere umano viene spogliato della sua essenza, non solo fisicamente ma anche psicologicamente e spiritualmente.
E ancora più toccante, è: “Sulle labbra come una valanga, si congelò la pronuncia padre“
Il ghiaccio della paura, del trauma, dell’assenza ha sigillato la possibilità di rinunciare- pronunciare ciò che è più caro. Non si tratta solo della perdita del padre biologico, ma anche della soppressione della paternità come riferimento etico, affettivo e sociale. “Mai più fu balbettata” indica una rottura definitiva: ciò che è stato strappato, non può più essere restituito.
Il verso: “E quella lacrima… come il latte del seno di Rozafa… si versò e mai più si asciugò”, è denso di risonanza storica.
Rozafa è figura mitologica e archetipica non solo di Scutari ma dell’intera Albania. Essa rappresenta la donna martire che murata si sacrifica per la fondazione e per l’edificazione. Accostare la lacrima simile al suo latte che continua a scorrere al di là del passare dei secoli,
è un gesto poetico potentissimo da parte di Velaj e quasi sovrannaturale direi. Con ciò, essa ci presenta la sofferenza della donna, della madre, della figlia che non si estingue, ma che diventa materia viva, memoria liquida, fluida e permanente. Scorrendo come una sorgente, senza fermarsi mai, senza asciugarsi mai, quella lacrima divenne perenne, e come tale, si trasforma in un atto di riscatto.
In questa poesia, Velaj assume toni epici e mitici, intrecciando non solo i ricordi personali, ma anche il lutto della sua nazione.
La poetessa costruisce un linguaggio che fonde biografia e metafora, trasformando il dolore in affermazioni, e la poesia in strumento di giustizia verso chi ha pagato le conseguenze dall’orribile regime comunista.
Appunto per questo, (ripetendola varie volte nei suoi versi), Velaj definisce la lacrima esplicitamente: “di cristallo” e “perla preziosa”, definizioni che le conferiscono un’aura di purezza e sacralità.
La “cavità del muro” in cui la lacrima è nascosta, proclama un luogo segreto, un nascondiglio sotterraneo, dove il dolore si conserva e si cela alla vista, come fosse un tesoro fragile ma vitale. La lacrima diventa pure “unica con il goccino del latte del seno”, un’immagine di estrema tenerezza e nutrimento, che unisce la fragilità della vita neonatale con il sangue, suggerendo la commistione di sofferenza e vita.
Il verso “scivolava, colava dalla bocca tenera della neonata”, è estremamente autentico: così, la lacrima è legata all’innocenza e alla vulnerabilità da apparire come parte stessa della vita più pura. “Il sorriso di cristallo” e “la luce diffusa alle costellazioni”, rendono la poesia ancora più magica, elevando la lacrima a una sorta di grande energia vitale.
“Palpebre bruciate dal sole” e “fili delle palpebre”, è una metafora potente del dolore che arde e segna, ma anche della sofferenza che rimane sospesa e invisibile agli altri, nascosta dietro un’apparenza duramente e difficilmente dura. La lacrima è definita “ambra”, una gemma fossile, preziosa ma antica, quasi un ricordo immutabile nel tempo.
Velaj invoca pure Dio, con il verso “Vi supplico in nome del Dio”, conferendo al suo dolore un carattere sacro, quasi a chiedere giustizia o una risposta da un ordine superiore a quello umano. Ma le lacrime, immerse nel fango, nei canali, tra i giunchi, sembrano dimenticate e calpestate:
“lo zoccolo di uno stivale malvagio lo calpestò”. In questa ferocità, appare la brutalità del potere che schiaccia e ignora le vittime.
La fatica della ricerca, la disperazione dei ricordi, il corpo che cammina tra rovi e giunchi fitti, è un viaggio figurativo nella sofferenza e nella perdita, dove si sono persi la bellezza, la gioventù e la speranza. Le “spine del tormento e della sofferenza”, rappresentano la tortura non solo fisica ma profonda, psicologica e morale.
La “lacrima degli anni spietati”, dà voce all’innocenza violata, specialmente quella di una ragazza con “occhi verdi” e “cigli neri”, un’immagine viva e personale che si generalizza in tutte le creature innocenti che hanno subito le stesse oppressioni.
La “lacrima congelata sulla bocca della neonata, mescolata con sangue e latte bollente”, è una figura intensamente tragica, che rappresenta il dolore precoce, la perdita del nutrimento fisico e quello morale. Il verso: “metà lacrima succhiata e metà caduta giù”, evoca la frantumazione, la divisione tra ciò che è stato perso e ciò che ancora resiste e persiste.
Velaj tenta di evitare, “le voci dei corvi”.
Questo idealizza la paura dei presagi, della morte o di avversità inevitabili, poiché, spesso i corvi sono simboli di disgrazia e di oscurità.
Tutta la poesia di Velaj è una meditazione dolorosa, una lirica sul dolore incancellabile e sulla memoria di un trauma non solo della poetessa in sé, ma di un popolo intero, e tale trauma – tragedia, non può essere ignorata o sepolta. La sua lacrima, purché nascosta nelle “cavità dei muri”, continua a scorrere come lacrima eterna, capace di illuminare anche nell’oscurità più profonda.
LE AVETE TROVATO LE MIE LACRIME?…
Le avete trovato le mie lacrime?
Quelle perle che brillavano nelle pupille degli occhi?
Quel giorno…
lacrime bollenti si versarono sui gradini di pietra,
come una sorgente,
cariche d’ira e maledizioni erano,
di sospiri e lamenti,
oh, quanti sospiri!
Boato
nell’innocenza del dolore di un bambina,
tra lamenti taciturni,
nel vortice di un mondo falso,
colmo di menzogne, sopravvivevano.
Non ho potuto abbracciare il grande amore,
quello più sacro, più divino.
Le fondamenta d’affetto che un padre dona a una figlia, demolirono,
le scintille ardenti del cielo spensero,
con manette in prigione li pietrificarono.
Lì morirono…
La mia lacrima di cristallo graffiarono,
il cuore in croce misero
una baionetta conficcarono…
Quello più sacro
quanto lo cercai…
se sapeste…
ma non lo trovai
mai più e da nessuna parte…
E la minuscola goccia,
un grido di lampi divenne,
quel grande amore,
vasto come il mare e limpido come il cielo,
con pietre focaie lo colpirono
entrambi gli occhi le cavarono,
senza padre la lasciarono,
il pargoletto con le braccia aperte.
La uccisero alcuni demoni
con la pelle rossa del diavolo
la lacerarono con gli artigli
alcuni predatori di cuori.
La lacrima sulle palpebra le asciugarono,
la stella, al cielo strapparono,
e misero degli angoli,
solo cinque…
Con il quinto angolo,
l’aquila con le due teste sulla bandiera, accecarono
le rubarono la forza,
le soffocarono il respiro
la libertà le derubarono…
Sulle labbra come una valanga,
si congelò la pronuncia “padre”
mai più fu balbettata.
E quella lacrima, scorrere la lasciarono
come il latte del seno di Rozafa,
quella lacrima,
come una cascata si versò
e mai più si asciugò.
La lacrima…
L’avete trovato la lacrima di cristallo,
quella perla preziosa?
Nella cavità del muro, fu nascosta
nella profondità misteriosa,
unica con il goccino di latte del seno era diventata,
dentro al capezzolo, con il sangue era mescolata.
Scivolava, colava dalla bocca tenera della neonata,
con sorrisi di cristallo
luce alle costellazioni diffondeva,
galleggiando con quel latte bianco
che dal seno mungeva.
La lacrima…
L’avete trovata la lacrima
nascosta
tra i fili delle palpebre bruciate dal sole?
Quell’ambra, quella perla candida, preziosa?
Quella goccia d’anima giovanile,
tradita dai venti dei tempi senza la luce delle lumi,
insieme al sudore
scorrevano nei solchi
nei campi e nelle pianure di grano.
Vi supplico in nome del Dio:
Le avete trovate?
Guardate là!
Immerse nel fango, nei canali e nei giunchi sono, con la testa in giù,
pure l’acqua torbida si beveva.
Acqua lurida,
mischiata con larve e vermi scuri.
La lacrima,
lo zoccolo di un stivale malvagio la calpestò,
non la lasciarono la lacrima
per custodirla nemmeno come ricordo?
Sono esausta a respirare con gemiti,
cercando le mie lacrime
mentre tra i rovi cammino
tra i giunchi fitti.
Là,
dove la meditazione
con la bellezza giovanile da fata persi,
tra i cespugli e il rimorso
della perdita e del dispiacere,
sopra le spine del tormento e della sofferenza.
L’avete trovato la lacrima degli anni spietati
d’innocenza di quella ragazza?
Quelle lacrime, calde, che dagli occhi verdi, scesero,
sotto i folti cigli neri si nascosero,
quella perla di cristallo, quella rara ambra.
Pure quella che si era congelata sulla tenera bocca della neonata,
mescolata col sangue rosso e il latte bollente del seno fu,
dalla fretta, solo la metà succhiava
mentre l’altra metà giù dalla bocca le scivolava.
In quel baccano, alcuni voci di corvi
di evitarli, tentai…
BIOGRAFIA
Nezi Plaku Velaj è nata a Konispol, nella provincia di Saranda in Albania. Residente a Tirana, ha saputo costruire una carriera poliedrica, alternando impegni istituzionali a momenti di intensa attività creativa.
La sua voce poetica, espressa attraverso numerose raccolte e partecipazioni a antologie nazionali e internazionali, si fa portavoce di un’anima sensibile e riflessiva, capace di toccare temi universali con delicatezza e profondità. Riconosciuta con premi prestigiosi e attestati di merito, Velaj incarna il giusto equilibrio tra rigore professionale e fervore artistico, facendosi apprezzare non solo come autrice, ma anche come attiva promotrice culturale e figura impegnata nel dialogo tra diritto e letteratura.
La sua professione è giurista e avvocata.
Ha lavorato presso il Ministero del Lavoro e delle Questioni Sociali e alla Direzione Generale delle Dogane; inoltre, ha esercitato la professione di avvocato in tribunale per alcuni anni. Ha interrotto questa attività per motivi di conflitto di interessi con la posizione lavorativa che essa ricopriva. Per un certo periodo, ha lavorato come ideatrice e conduttrice del programma “Personalitete – Personalità ” sui canali televisivi: RTSH e NTV. Finora ha pubblicato tre raccolte di poesie e ha in preparazione un raccolta di poesie, nonché raccolta di prosa intitolata: “Il Viaggio Della Cita”.
I suoi versi hanno avuto un posto di rilievo sulle pagine di numerosi giornali e riviste prestigiose, sia a livello nazionale che internazionale.
Velaj ha partecipato due volte al Festival Europeo della Poesia, ricevendo in entrambe occasioni il “Premio Speciale della Giuria”.
Membro del Consiglio Organizzativo del Congresso Nazionale Albanese, Velaj è molto attiva e parte integrante di essa.
Come citato in precedenza, il diritto è la sua professione ufficiale, perciò la conoscenza della giustizia e l’integrità, sono elementi fondamentali del suo carattere.
La letteratura è la sua passione e il suo cuore, mentre la poesia rappresenta la sua anima, il suo amore e il suo respiro; ciò è la vita con cui essa viaggia ogni giorno.
Da: Angela Kosta giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice
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