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Attualità

La tragedia di Palermo scuote l’Italia: morire di difterite nel 2026. ASNAS: “Una sconfitta per tutto il sistema sanitario”

Morire di una malattia “scomparsa” nel 2026: la tragedia di Palermo è una sconfitta per tutti. 💔 🏥 La straziante morte di una bambina a Palermo, sospettata di aver contratto la difterite, ha scosso l’Italia. Una malattia che, grazie ai vaccini, nel nostro Paese non faceva registrare decessi in età pediatrica dal lontano 1991! L’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari (AsNAS) lancia un grido d’allarme fortissimo: i vaccini sono diventati vittime del loro stesso successo. Non vedendo più i danni di queste malattie, è calata la percezione del rischio e la disinformazione ha fatto abbassare l’immunità di gregge in molte aree d’Italia sotto la soglia vitale del 95%. “Questa perdita non deve servire per cercare un capro espiatorio, ma è una sconfitta su cui tutto il sistema sanitario deve interrogarsi”, dichiara la Presidente Nazionale AsNAS Elena Nichetti. Avere vaccini gratuiti e sicuri non basta: la sanità deve “uscire” dagli ospedali, andare nelle zone più disagiate, dialogare con i genitori senza pregiudizi e abbattere la disinformazione con la fiducia. Leggi questa profonda riflessione sulla salute pubblica nel nostro ultimo articolo. 👇 🩺

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Palermo – Ci sono lutti che strappano il cuore e ci sono lutti che, oltre al dolore insopportabile per la perdita di una giovane vita, impongono alla società intera una riflessione severa e ineludibile. La tragedia che si è consumata nelle scorse ore a Palermo, con la morte di una bambina sospettata di aver contratto la difterite, è uno di quegli eventi che non possono e non devono passare sotto silenzio. Morire nel 2026 per una patologia batterica considerata ormai un lontano e polveroso ricordo dei libri di medicina, rappresenta un vero e proprio cortocircuito sociale e sanitario. A lanciare un profondo e accorato grido d’allarme, che va ben oltre il pietismo o la sterile caccia alle streghe, è l’AsNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che pone al mondo della prevenzione un interrogativo drammatico: siamo ancora in grado di mantenere nel tempo le difese contro le malattie evitabili?

La malattia dimenticata: l’ultimo decesso risaliva al 1991

Per decenni, generazioni di genitori hanno vissuto nel terrore di malattie infettive gravissime, capaci di provocare disabilità permanenti o morte. Poi, il miracolo della scienza medica e delle vaccinazioni di massa ha modificato profondamente il corso della storia umana.

Nel caso specifico della difterite, il vaccino è stato reso obbligatorio in Italia sin dal lontano 1939. Da allora, l’impatto è stato strabiliante: basti pensare che, prima del dramma palermitano, l’ultimo caso autoctono registrato in Italia in età pediatrica risaliva addirittura al 1996, e l’ultimo decesso certificato al 1991. Una lunghissima assenza dalla memoria collettiva che, paradossalmente, si è trasformata in un’arma a doppio taglio.

Il paradosso: l’efficacia che abbassa la percezione del rischio

«Questa lunghissima assenza dalla memoria collettiva testimonia l’incredibile efficacia della vaccinazione nel proteggere intere generazioni», sottolinea con fermezza Luigi Vitale, Presidente di AsNAS Sicilia. Ma è proprio questa invisibilità il nemico più subdolo.

I vaccini sono diventati vittime del loro stesso successo: non vedendo più bambini morire o rimanere paralizzati, la società ha drasticamente ridotto la percezione della gravità di molte malattie prevenibili. A questo, denuncia AsNAS, si è aggiunta negli ultimi anni la capillare e tossica diffusione di informazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico sul web, che ha alimentato un’ingiustificata e pericolosissima esitazione vaccinale tra le famiglie moderne.

L’allarme immunità di gregge: soglia a rischio nel Paese

Perché la protezione funzioni e tuteli anche i soggetti più fragili che non possono vaccinarsi per motivi di salute, è necessaria una barriera sociale impenetrabile, la cosiddetta “immunità di gregge”. Per arginare la difterite, la comunità scientifica internazionale stima che questa soglia debba attestarsi saldamente intorno al 95% di copertura vaccinale. Un livello di sicurezza assoluta che, purtroppo, non viene più raggiunto e garantito in diverse aree del nostro Paese, lasciando pericolosi varchi aperti per il ritorno dei patogeni, come ampiamente dimostrato dalle recenti e preoccupanti recrudescenze del morbillo.

Nichetti: “Non cerchiamo colpevoli, interroghiamo il sistema”

Davanti a un lutto così straziante, la reazione istintiva dell’opinione pubblica è quella di cercare un capro espiatorio. Ma Elena Nichetti, Presidente nazionale di AsNAS, invita a uno sguardo più profondo e autocritico. Se gli accertamenti confermeranno la morte per difterite su un soggetto non adeguatamente immunizzato, «la perdita di una vita così giovane per una malattia evitabile rappresenterà una sconfitta per tutto il mondo della prevenzione e delle vaccinazioni. Questo non deve essere un evento da cui partire per cercare colpevoli, ma un dramma sul quale l’intero sistema sanitario dovrà interrogarsi severamente».

Oltre il vaccino: l’urgenza di una sanità che accolga e ascolti

La vera lezione che l’AsNAS vuole trasmettere alle istituzioni è che non basta avere frigoriferi pieni di vaccini sicuri, efficaci e gratuiti. Serve un approccio umano e logistico totalmente diverso. «Il sistema sanitario deve fisicamente raggiungere le persone, anche e soprattutto nelle zone sociali e geografiche più disagiate, riconoscendo chi non è adeguatamente protetto e intercettandone precocemente i bisogni», prosegue Vitale.

Di fronte ai dubbi e alle paure (spesso legittime) dei genitori, la risposta dello Stato non può essere il giudizio o lo stigma sociale, ma una comunicazione accogliente ed empatica. Serve un solido raccordo tra pediatri, scuole e medici di base, capace di costruire fiducia e sradicare la disinformazione. «Quando una malattia prevenibile torna a sottrarre una vita – conclude amaramente la presidente Nichetti – occorre chiedersi perché quella protezione non abbia raggiunto quella specifica persona». Per evitare che tragedie simili si ripetano, servono professionisti sul territorio e un sistema che non si limiti ad aspettare i pazienti, ma che vada attivamente a cercarli e a proteggerli.

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Attualità

Haiku, la poesia che educa allo sguardo. Intervista alla Dott.ssa Barbara Anna Gaiardoni pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese

Barbara Anna Gaiardoni racconta la concretezza dell’haiku, il valore della misura e il ruolo della narrazione nei percorsi educativi.

Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese, ha sviluppato un percorso specifico intorno alla poesia giapponese.Tre versi possono contenere un paesaggio, un’emozione e perfino una storia. Ma l’haiku non è una semplice formula metrica: è attenzione, concretezza, misura e capacità di osservare. In questa intervista Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese, dialoga con la Dott.ssa Assunta Di Basilico sul rapporto tra poesia in stile giapponese, narrazione ed educazione.

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Gaiardoni credits photo Andrea Vanacore

Haiku, la poesia che educa allo sguardo. Intervista alla Dott.ssa Barbara Anna Gaiardoni pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese

Barbara Anna Gaiardoni racconta la concretezza dell’haiku, il valore della misura e il ruolo della narrazione nei percorsi educativi.

Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese ha sviluppato un percorso specifico intorno alla poesia giapponese.

Intervista realizzata e curata dalla Dott.ssa Assunta Di Basilico
pedagogista ed educatrice socio-pedagogica psicologa magistrale plusiartista

Tre versi possono contenere un paesaggio, un’emozione e perfino una storia. Ma l’haiku non è una semplice formula metrica: è attenzione, concretezza, misura e capacità di osservare. In questa intervista Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese, dialoga con la Dott.ssa Assunta Di Basilico sul rapporto tra poesia in stile giapponese, narrazione ed educazione.

Il confronto nasce dal desiderio di chiarire che cosa sia davvero l’haiku, oltre la riduzione allo schema 5-7-5, e di comprenderne le possibilità come strumento espressivo. Gaiardoni precisa di non svolgere didattica dell’haiku e di non avere condotto laboratori di haiku nelle scuole: ha invece realizzato workshop di scrittura e lettura ad alta voce rivolti ad adulti, ispirati a questa forma poetica.

La sua esperienza attraversa pedagogia, scrittura, musica e contesti di fragilità. Ne emerge una riflessione sulla capacità della parola breve di rendere osservabili narrazioni che, altrimenti, potrebbero restare inespresse, nel rispetto dei confini tra accompagnamento educativo e intervento terapeutico.

L’intervista

1. Chi è Barbara Anna Gaiardoni e quali esperienze hanno segnato il suo percorso?

 

Sono pedagogista e autrice. Ho lavorato nell’ambito della psichiatria, della demenza di tipo Alzheimer e, solo successivamente, del disagio scolastico. La narrazione scritta e manoscritta è sempre stata lo strumento centrale della mia professione. A questo si unisce un passato da violinista professionista, che mi ha insegnato il senso del ritmo, dell’ascolto e della misura.

2. Com’è nato il suo interesse per l’haiku?

Il vero motivo vorrei restasse segreto. È risaputa, invece, la mia passione per la narrazione scritta e per Hayao Miyazaki, la cui arte è, a mio parere, essa stessa haiku. Molti sono i motivi che mi hanno avvicinata a questo genere, diventato ormai parte della mia quotidianità.

Ho iniziato a scrivere haiku nel 2019 e, dal 2022, ho cominciato a comporre anche in inglese e in francese. Soprattutto, ho iniziato a confrontarmi con il contesto internazionale e con questa forma d’arte, la cui immensità mi ha conquistata. Il confronto quotidiano sul campo con riviste e giurie internazionali è stato la mia vera palestra.

Mi sono innamorata della concretezza dell’haiku. Proprio di recente ho ricevuto la notizia dell’accettazione per la pubblicazione di un mio haiku dedicato a un cavallo, uno dei miei grandi amori. La poesia racconta una storia vera e concreta che punta dritta al cuore, nonostante parli anche di carote, poco poetiche a un primo sguardo! È un perfetto esempio di come un haiku possa concretizzare narrazioni appartenenti a realtà complesse, perché legate alle emozioni e ai sentimenti umani.

Mi affascina anche questa pacatezza nel raccontarsi: una misura che ritrovo molto meno nella poesia studiata sui banchi di scuola, dove spesso prevalgono l’io del poeta e l’autoreferenzialità. Questi aspetti possono diventare controproducenti quando si desidera educare alla “giusta distanza” dalle emozioni e dai sentimenti, evitando identificazioni dannose per il benessere e l’equilibrio della persona.

3. Perché lo schema 5-7-5 è riduttivo rispetto a un autentico haiku?

Occorre innanzitutto chiarire che io scrivo haiku esclusivamente in lingua italiana, inglese e francese. Non ho mai scritto un haiku in lingua giapponese; per questo motivo, quando mi presento, dico sempre che scrivo poesie in stile giapponese. È una premessa fondamentale rispetto alla metrica, poiché il giapponese e le lingue occidentali rispondono a strutture linguistiche del tutto differenti.

Ridurre l’haiku a un mero conteggio di sillabe – 5-7-5 – ne svuota il senso e la complessità. Peraltro, questa gabbia metrica è pretesa quasi esclusivamente in Italia, mentre sono rari gli editori internazionali che richiedono questo schema sillabico. Nel corso dei secoli, inoltre, all’haiku classico si sono affiancate molteplici altre forme. È quindi fondamentale far comprendere che non basta comporre un testo rispettando lo schema 5-7-5 per poter affermare di avere scritto una poesia haiku.

4. Quali sono gli equivoci più frequenti quando si accostano haiku ed educazione?

Ci tengo a precisare che i miei workshop non hanno nulla a che fare con la didattica dell’haiku: io non insegno a scrivere haiku. Affermare di saperlo fare senza averne composti a centinaia e senza essersi mai confrontati con editori e giurie nazionali e internazionali è un atto di presunzione che non va avallato.

L’haiku è per me uno strumento di cui mi servo nella mia professione di pedagogista e autrice: aiuta a “tirare fuori” – ex-ducere, educare – narrazioni che diversamente rimarrebbero inespresse, nascoste, ovattate. Questo utilizzo chiarisce anche l’equivoco sull’educazione, spesso confusa con l’insegnamento e la didattica. Conoscere l’etimologia delle parole aiuterebbe a evitare simili confusioni.

5. In che modo la brevità dell’haiku può offrire possibilità espressive a bambini e adolescenti?

Offre una struttura essenziale in cui stati d’animo complessi, fragilità o disagi vissuti in silenzio possono trovare una forma espressiva immediata, protetta, osservabile e ascoltabile. Nella didattica tradizionale, spesso, il discente si limita ad ascoltare. Mi chiedo allora: quando entreremo nell’ordine di idee che occorre, prima di tutto, ascoltare e osservare il nostro interlocutore? Anche così potremmo diventare buoni esempi per gli educandi che desiderano apprendere l’arte della sintesi richiesta da questa forma poetica.

6. Nel lavoro educativo e narrativo, come si accompagna una persona dall’osservazione alla scrittura? Qual è il ruolo specifico del pedagogista?

L’accompagnamento nasce prima di tutto dall’educazione all’attenzione e alla percezione: si parte dall’immersione nella realtà e nella Natura, aiutando il soggetto a cogliere l’istante senza giudizio. Dal momento percettivo si passa poi alla scrittura. Da lì in avanti, chi sceglie di avvicinarsi a questa forma poetica viene guidato a mettersi concretamente alla prova, confrontandosi direttamente con autori, esperti ed editori nazionali e internazionali.

Si cresce nella composizione degli haiku anche attraverso i rifiuti editoriali che, nella mia esperienza, sono numericamente sempre maggiori rispetto alle accettazioni. Il ruolo specifico del pedagogista è proprio questo: sostenere l’intero percorso di confronto, promuovendo la resilienza, la consapevolezza espressiva e la valorizzazione delle competenze altrui.

7. Come si accoglie ciò che emerge dalla narrazione senza sovrapporsi alla terapia?

L’intervento resta rigorosamente sul piano educativo e narrativo: la narrazione diventa un modo per prendersi cura di sé e del contesto circostante, aspetto fondamentale nella poesia haiku, dove lo sguardo è orientato principalmente al mondo esterno e alla Natura. Ciò che affiora viene accolto con rispetto, ascolto e assenza di giudizio. Qualora si manifestassero disagi complessi, il ruolo del pedagogista è garantire la trasparenza necessaria a consentire e facilitare l’invio ai servizi di supporto adeguati.

8. L’haiku può educare a un rapporto diverso con il tempo e con l’attenzione?

Educa a cogliere l’istante: invita a fermarsi, anche solo per un attimo, per riconnettersi con sé stessi e con la natura. In questo senso può certamente invitare alla lentezza, anche se, nella mia esperienza, i migliori haiku e haibun – forma che coniuga prosa e haiku – sono nati dopo avere camminato, un’attività che pratico quasi quotidianamente. Più che di lentezza in senso assoluto, parlerei quindi di un ritmo interiore che ritrova il proprio equilibrio e la giusta distanza dall’attività della mente.

9. Qual è la differenza tra haiku e senryū?

L’haiku si focalizza sulla Natura, che diventa la narratrice di ciò di cui siamo testimoni. Il senryū, invece, sposta l’attenzione sull’umano sentire, sulle relazioni e su tutto ciò che ne consegue. Anche la tecnica di scrittura deve adattarsi di conseguenza.

10. Che cosa suggerirebbe a un docente o a un professionista interessato a conoscere seriamente l’haiku nei contesti educativi?

Non posso indicare competenze specifiche per la didattica dell’haiku, poiché non ricopro questo ruolo né l’ho mai esercitato. Esistono gruppi di cultori ed esperti della didattica, presenti anche sui social network: frequentandoli è possibile conoscere direttamente gli strumenti del loro mestiere.

Chi desidera leggere le mie pubblicazioni – in gran parte fruibili gratuitamente – e conoscere i miei riconoscimenti può consultare i miei profili social su Facebook, Instagram e X, oltre alla sezione “Haiku & Co.” del mio blog. A me non resta che augurarvi buona scrittura!

Uno sguardo pedagogico sulla parola breve

Dalle parole di Barbara Anna Gaiardoni emerge un’idea dell’haiku lontana dalla semplificazione scolastica e dalle formule precostituite. La brevità non coincide con la povertà espressiva: richiede, al contrario, precisione dello sguardo, responsabilità nella scelta delle parole e capacità di sostare davanti alla realtà senza invaderla.

In prospettiva pedagogica, questo esercizio di attenzione può diventare occasione di ascolto, consapevolezza e narrazione. Non una terapia, né un corso improvvisato di scrittura haiku, ma uno spazio educativo nel quale ciò che viene percepito può trovare una forma essenziale e condivisibile. Il confine professionale resta decisivo: quando emergono disagi complessi, l’accompagnamento educativo deve aprirsi responsabilmente alla rete dei servizi competenti.

L’haiku ricorda così che educare non significa soltanto trasmettere contenuti, ma anche creare le condizioni affinché una persona possa osservare, riconoscere e dare parola alla propria esperienza. Talvolta bastano pochi versi; non perché dicano poco, ma perché imparano a custodire l’essenziale.

Per approfondire: Haiku & Co. di Barbara Anna Gaiardoni — http://barbaragaiardoni.altervista.org/blog/haikuco-2-2/

A cura della Dott.ssa Assunta Di Basilico
Pedagogista ed educatrice socio-pedagogica

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L’amaro ricordo di Ottaviano Del Turco a due anni dalla scomparsa. Cazzola e Magno: «Perseguitato e voluto dimenticare da troppi»

“Lo ricordiamo a quanti lo vollero dimenticare”: il duro e commosso tributo a Ottaviano Del Turco a due anni dalla morte. 🌹 ⚖️ Sono passati esattamente due anni da quel 23 agosto 2024, quando Ottaviano Del Turco si spegneva nella sua amata Collelongo. Oggi, Giuliano Cazzola e Michele Magno rompono il silenzio con un comunicato durissimo che pesa come un macigno sulle coscienze della politica. Ricordano lo storico Sindacalista, l’abile Ministro e il Governatore dell’Abruzzo, ma usano soprattutto una parola fortissima: “Perseguitato”. Il riferimento al devastante e lunghissimo calvario giudiziario che gli distrusse la carriera e la salute è chiaro, così come è chiara la feroce stoccata verso quegli “amici” e colleghi di partito che lo abbandonarono e lo isolarono al primo avviso di garanzia, prima ancora delle sentenze. “Noi che gli fummo compagni e veri amici lo ricordiamo anche a chi lo ha voluto di proposito dimenticare”. Un monito severo contro il giustizialismo e l’ipocrisia della politica italiana. L’Abruzzo non dimentica il suo Governatore. Leggi l’editoriale completo nel nostro nuovo articolo. 👇

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Ottaviano Del Turco

Redazione – Ci sono anniversari che la memoria collettiva e istituzionale di un Paese dovrebbe onorare con rispetto e riflessione profonda. E poi ci sono anniversari che, purtroppo, pesano come macigni sulle coscienze, portando con sé un retrogusto amaro fatto di ingiustizie, ipocrisie politiche e dolorosi abbandoni umani. Il  23 agosto, ricorre esattamente il secondo anniversario della morte di Ottaviano Del Turco, una delle figure più complesse, brillanti e drammatiche della Prima e della Seconda Repubblica. A squarciare il velo del silenzio e della memoria selettiva in questa giornata ci hanno pensato due voci autorevoli e a lui umanamente vicinissime, Giuliano Cazzola e Michele Magno, che hanno voluto lanciare un messaggio durissimo e carico di emozione per ricordare il politico, ma soprattutto l’amico e l’uomo.

Il ritorno alle radici: Collelongo e l’ultimo respiro

«Il 22 agosto del 2024 moriva nella sua Collelongo, Ottaviano Del Turco», esordisce il toccante comunicato diffuso oggi. Parole semplici che racchiudono l’essenza dell’uomo prima ancora che del politico. Nonostante i prestigiosi palcoscenici nazionali e internazionali calcati nel corso della sua fulgida carriera, Del Turco aveva infatti scelto di chiudere gli occhi per sempre circondato dall’affetto dei suoi cari, ritirandosi nel silenzio protettivo del suo amato borgo natale marsicano, in quell’Abruzzo che aveva guidato e che non aveva mai smesso di portare nel cuore, anche e soprattutto nei momenti più bui della malattia.

Sindacalista, Ministro, Governatore: una vita per lo Stato

La nota diffusa da Cazzola e Magno ripercorre in poche, ma pesantissime righe, un curriculum istituzionale che pochissimi altri politici italiani possono vantare. Ottaviano Del Turco non è stato un politico costruito a tavolino, ma un uomo forgiato nelle piazze e nelle lotte per i diritti. È stato un carismatico e autorevole sindacalista della CGIL ai tempi storici di Luciano Lama, per poi diventare Parlamentare nazionale, apprezzatissimo Ministro delle Finanze nel governo Amato, influente Parlamentare Europeo e, infine, il vulcanico Governatore della Regione Abruzzo. Una vita intera (e un’intelligenza politica fuori dal comune) messa totalmente a disposizione delle Istituzioni e dello Stato italiano.

Il calvario giudiziario: l’ombra incancellabile del “Perseguitato”

Ma è la parola che segue quell’elenco di incarichi prestigiosi a pesare come un macigno sulla storia recente del nostro Paese: «Nonché perseguitato». Un termine fortissimo, scelto non a caso. La carriera e l’esistenza serena di Ottaviano Del Turco vennero infatti spazzate via da un’inchiesta giudiziaria sulla sanità abruzzese dai toni clamorosi e altamente spettacolari (con tanto di arresto e detenzione preventiva), che lo travolse mediaticamente prima ancora che processualmente.

Un lunghissimo calvario fatto di accuse infamanti, prime pagine giustizialiste e un iter processuale infinito che ne logorò inesorabilmente lo spirito e, purtroppo, anche il fisico. Quando la verità processuale, dopo anni di agonia, ridimensionò drasticamente e quasi annullò l’impalcatura accusatoria originale, era ormai troppo tardi: la salute di Del Turco era irrimediabilmente compromessa da una spietata malattia neurologica e la sua figura pubblica era stata ingiustamente macchiata.

La stoccata agli “amici” di un tempo: l’ipocrisia dell’oblio

Ed è proprio sulla solitudine politica vissuta dall’ex Governatore negli ultimi anni di vita che si concentra la stoccata finale, dolorosa e chirurgica, di Cazzola e Magno. Una frase che suona come una pesante condanna morale per larga parte della politica italiana e del centrosinistra dell’epoca, che non esitò a voltargli immediatamente le spalle nel momento in cui scattarono le manette, isolandolo per paura di danni elettorali.

«Noi che gli fummo compagni e amici – si chiude l’appello – lo ricordiamo a quanti lo conobbero e lo stimarono, ma anche e soprattutto a quanti lo vollero dimenticare». Un monito severissimo contro l’oblio di comodo e contro il giustizialismo spietato che distrugge le vite umane. Oggi, l’Abruzzo intero e la vera politica garantista hanno il dovere di stringersi attorno alla figura di Ottaviano Del Turco, restituendo all’uomo quella dignità e quel calore che i tribunali e i finti alleati gli hanno crudelmente sottratto.

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Nuovo Codice della Strada 2026: scatta la maxi multa da 400 euro e il sequestro se hai questo in auto. Controlla subito!

Occhio alle nuove regole o la patente sparisce! Maxi multa da oltre 400 euro se fai questo errore comunissimo alla guida! 🚗 🛑 Il Codice della Strada non perdona più! Il nemico pubblico numero uno della sicurezza è lo smartphone. Se i vigili o la Stradale ti beccano con il telefono in mano (anche se sei fermo al semaforo rosso!) scatta subito una sanzione fino a 422 euro e la perdita di 5 punti dalla patente! E se sei recidivo, scatta la sospensione della patente fino a 3 mesi! Attenzione al falso mito: non basta mettere in “vivavoce”! La Cassazione è chiara: se “impugni” fisicamente il cellulare (anche solo per ascoltare un audio vocale di WhatsApp tenendolo davanti alla bocca a mo’ di fetta di pane) la multa te la fanno lo stesso perché devi avere ENTRAMBE le mani sul volante! L’unico modo per salvarsi è bloccare il telefono sugli appositi supporti da cruscotto e usare il Bluetooth o un solo auricolare. Leggi tutti i dettagli sui nuovi severissimi controlli nel nostro articolo! 👇 📱

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Redazione – Guidare un veicolo sulle strade italiane non è mai stato così insidioso. Con l’inarrestabile aumento del traffico, la distrazione ormai cronica causata dalla tecnologia e il moltiplicarsi spaventoso degli autovelox di ultima generazione, le Forze dell’Ordine hanno deciso di usare definitivamente il pugno di ferro per cercare di abbattere l’altissimo tasso di mortalità stradale. Le ultime revisioni al Codice della Strada hanno introdotto pene severissime e sanzioni pecuniarie draconiane per infrazioni che, fino a pochi anni fa, venivano considerate dai guidatori come semplici e perdonabili “cattive abitudini”. C’è però un dettaglio specifico, un oggetto ormai onnipresente nelle nostre vetture, che se non utilizzato secondo rigidissime regole può farvi staccare istantaneamente una multa da oltre 400 euro, con annessa decurtazione dei punti e rischio di sequestro.

Il nemico numero uno: la distrazione alla guida

Dimenticatevi per un momento l’eccesso di velocità o i divieti di sosta. Il vero, grande nemico pubblico numero uno della sicurezza stradale moderna è la distrazione causata dai dispositivi elettronici. Secondo gli ultimi agghiaccianti report della Polizia Stradale, oltre il 30% dei tamponamenti e degli incidenti gravi in ambito urbano ed extraurbano è direttamente causato dall’uso sconsiderato dello smartphone mentre ci si trova al volante. Distogliere lo sguardo dalla strada per soli tre secondi, viaggiando alla moderata velocità di 50 km/h, equivale a percorrere oltre 40 metri (la lunghezza di un campo di basket) completamente “alla cieca”. Un rischio mortale e assolutamente inaccettabile.

La maxi multa da 400 euro e il ritiro della patente

Fino a poco tempo fa, essere fermati con il cellulare in mano comportava una sanzione fastidiosa ma gestibile. Le regole oggi sono state inasprite in maniera brutale. Secondo il rinnovato Articolo 173 del Codice della Strada, chiunque venga sorpreso a maneggiare, impugnare o semplicemente tenere all’orecchio un telefono cellulare o uno smartphone durante la marcia (anche se si è fermi in coda al semaforo rosso!), va incontro a una sanzione amministrativa che parte da ben 165 euro e può schizzare facilmente oltre i 422 euro nei casi più gravi o nelle ore notturne.

Ma la multa è solo l’inizio dell’incubo: l’infrazione comporta la decurtazione automatica di ben 5 punti dalla patente. E se il guidatore incauto viene sorpreso a commettere la stessa identica violazione nel corso del biennio successivo (la cosiddetta “recidiva”), scatta inesorabilmente la sospensione della patente di guida da uno a tre mesi, una mazzata devastante per chi usa l’auto per andare al lavoro tutti i giorni.

Il falso mito del vivavoce: attenzione a dove tieni il telefono

Molti guidatori sono intimamente convinti di essere perfettamente in regola semplicemente accendendo la funzione “vivavoce” o inviando messaggi vocali su WhatsApp portando il microfono vicino alla bocca, senza attaccare il telefono all’orecchio. È un errore madornale che vi costerà carissimo ai posti di blocco.

La legge parla chiarissimo e la Corte di Cassazione lo ha ribadito con recentissime sentenze inappellabili: il conducente deve avere sempre le mani completamente libere e salde sul volante. Questo significa che è severamente vietato “impugnare” fisicamente il dispositivo. Se i Carabinieri vi vedono guidare con una mano sul volante e l’altra che regge il telefono orizzontalmente per ascoltare un audio di WhatsApp (il classico gesto “a fetta di pane”), la multa scatterà immediatamente, senza alcuno sconto.

Come salvarsi: supporti omologati e Bluetooth integrato

Esiste un solo e unico modo legale per utilizzare le funzioni del proprio smartphone alla guida (per esempio per usare Google Maps come navigatore o rispondere a una telefonata urgente): il dispositivo deve essere saldamente agganciato al cruscotto o al parabrezza tramite supporti meccanici o magnetici omologati.

Solo in questo modo il telefono non vi occuperà le mani. Per parlare, è obbligatorio utilizzare il sistema Bluetooth integrato nell’autoradio della vettura oppure degli auricolari (ma attenzione: la legge impone di indossarne uno solo su un solo orecchio, per lasciare l’altro libero di percepire i rumori del traffico e le sirene). Mettete via quel telefono, salvate il vostro portafogli e, soprattutto, la vostra vita.

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