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Attualità

L’amaro ricordo di Ottaviano Del Turco a due anni dalla scomparsa. Cazzola e Magno: «Perseguitato e voluto dimenticare da troppi»

“Lo ricordiamo a quanti lo vollero dimenticare”: il duro e commosso tributo a Ottaviano Del Turco a due anni dalla morte. 🌹 ⚖️ Sono passati esattamente due anni da quel 23 agosto 2024, quando Ottaviano Del Turco si spegneva nella sua amata Collelongo. Oggi, Giuliano Cazzola e Michele Magno rompono il silenzio con un comunicato durissimo che pesa come un macigno sulle coscienze della politica. Ricordano lo storico Sindacalista, l’abile Ministro e il Governatore dell’Abruzzo, ma usano soprattutto una parola fortissima: “Perseguitato”. Il riferimento al devastante e lunghissimo calvario giudiziario che gli distrusse la carriera e la salute è chiaro, così come è chiara la feroce stoccata verso quegli “amici” e colleghi di partito che lo abbandonarono e lo isolarono al primo avviso di garanzia, prima ancora delle sentenze. “Noi che gli fummo compagni e veri amici lo ricordiamo anche a chi lo ha voluto di proposito dimenticare”. Un monito severo contro il giustizialismo e l’ipocrisia della politica italiana. L’Abruzzo non dimentica il suo Governatore. Leggi l’editoriale completo nel nostro nuovo articolo. 👇

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Ottaviano Del Turco

Redazione – Ci sono anniversari che la memoria collettiva e istituzionale di un Paese dovrebbe onorare con rispetto e riflessione profonda. E poi ci sono anniversari che, purtroppo, pesano come macigni sulle coscienze, portando con sé un retrogusto amaro fatto di ingiustizie, ipocrisie politiche e dolorosi abbandoni umani. Il  23 agosto, ricorre esattamente il secondo anniversario della morte di Ottaviano Del Turco, una delle figure più complesse, brillanti e drammatiche della Prima e della Seconda Repubblica. A squarciare il velo del silenzio e della memoria selettiva in questa giornata ci hanno pensato due voci autorevoli e a lui umanamente vicinissime, Giuliano Cazzola e Michele Magno, che hanno voluto lanciare un messaggio durissimo e carico di emozione per ricordare il politico, ma soprattutto l’amico e l’uomo.

Il ritorno alle radici: Collelongo e l’ultimo respiro

«Il 22 agosto del 2024 moriva nella sua Collelongo, Ottaviano Del Turco», esordisce il toccante comunicato diffuso oggi. Parole semplici che racchiudono l’essenza dell’uomo prima ancora che del politico. Nonostante i prestigiosi palcoscenici nazionali e internazionali calcati nel corso della sua fulgida carriera, Del Turco aveva infatti scelto di chiudere gli occhi per sempre circondato dall’affetto dei suoi cari, ritirandosi nel silenzio protettivo del suo amato borgo natale marsicano, in quell’Abruzzo che aveva guidato e che non aveva mai smesso di portare nel cuore, anche e soprattutto nei momenti più bui della malattia.

Sindacalista, Ministro, Governatore: una vita per lo Stato

La nota diffusa da Cazzola e Magno ripercorre in poche, ma pesantissime righe, un curriculum istituzionale che pochissimi altri politici italiani possono vantare. Ottaviano Del Turco non è stato un politico costruito a tavolino, ma un uomo forgiato nelle piazze e nelle lotte per i diritti. È stato un carismatico e autorevole sindacalista della CGIL ai tempi storici di Luciano Lama, per poi diventare Parlamentare nazionale, apprezzatissimo Ministro delle Finanze nel governo Amato, influente Parlamentare Europeo e, infine, il vulcanico Governatore della Regione Abruzzo. Una vita intera (e un’intelligenza politica fuori dal comune) messa totalmente a disposizione delle Istituzioni e dello Stato italiano.

Il calvario giudiziario: l’ombra incancellabile del “Perseguitato”

Ma è la parola che segue quell’elenco di incarichi prestigiosi a pesare come un macigno sulla storia recente del nostro Paese: «Nonché perseguitato». Un termine fortissimo, scelto non a caso. La carriera e l’esistenza serena di Ottaviano Del Turco vennero infatti spazzate via da un’inchiesta giudiziaria sulla sanità abruzzese dai toni clamorosi e altamente spettacolari (con tanto di arresto e detenzione preventiva), che lo travolse mediaticamente prima ancora che processualmente.

Un lunghissimo calvario fatto di accuse infamanti, prime pagine giustizialiste e un iter processuale infinito che ne logorò inesorabilmente lo spirito e, purtroppo, anche il fisico. Quando la verità processuale, dopo anni di agonia, ridimensionò drasticamente e quasi annullò l’impalcatura accusatoria originale, era ormai troppo tardi: la salute di Del Turco era irrimediabilmente compromessa da una spietata malattia neurologica e la sua figura pubblica era stata ingiustamente macchiata.

La stoccata agli “amici” di un tempo: l’ipocrisia dell’oblio

Ed è proprio sulla solitudine politica vissuta dall’ex Governatore negli ultimi anni di vita che si concentra la stoccata finale, dolorosa e chirurgica, di Cazzola e Magno. Una frase che suona come una pesante condanna morale per larga parte della politica italiana e del centrosinistra dell’epoca, che non esitò a voltargli immediatamente le spalle nel momento in cui scattarono le manette, isolandolo per paura di danni elettorali.

«Noi che gli fummo compagni e amici – si chiude l’appello – lo ricordiamo a quanti lo conobbero e lo stimarono, ma anche e soprattutto a quanti lo vollero dimenticare». Un monito severissimo contro l’oblio di comodo e contro il giustizialismo spietato che distrugge le vite umane. Oggi, l’Abruzzo intero e la vera politica garantista hanno il dovere di stringersi attorno alla figura di Ottaviano Del Turco, restituendo all’uomo quella dignità e quel calore che i tribunali e i finti alleati gli hanno crudelmente sottratto.

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Attualità

La tragedia di Palermo scuote l’Italia: morire di difterite nel 2026. ASNAS: “Una sconfitta per tutto il sistema sanitario”

Morire di una malattia “scomparsa” nel 2026: la tragedia di Palermo è una sconfitta per tutti. 💔 🏥 La straziante morte di una bambina a Palermo, sospettata di aver contratto la difterite, ha scosso l’Italia. Una malattia che, grazie ai vaccini, nel nostro Paese non faceva registrare decessi in età pediatrica dal lontano 1991! L’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari (AsNAS) lancia un grido d’allarme fortissimo: i vaccini sono diventati vittime del loro stesso successo. Non vedendo più i danni di queste malattie, è calata la percezione del rischio e la disinformazione ha fatto abbassare l’immunità di gregge in molte aree d’Italia sotto la soglia vitale del 95%. “Questa perdita non deve servire per cercare un capro espiatorio, ma è una sconfitta su cui tutto il sistema sanitario deve interrogarsi”, dichiara la Presidente Nazionale AsNAS Elena Nichetti. Avere vaccini gratuiti e sicuri non basta: la sanità deve “uscire” dagli ospedali, andare nelle zone più disagiate, dialogare con i genitori senza pregiudizi e abbattere la disinformazione con la fiducia. Leggi questa profonda riflessione sulla salute pubblica nel nostro ultimo articolo. 👇 🩺

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difterite

Palermo – Ci sono lutti che strappano il cuore e ci sono lutti che, oltre al dolore insopportabile per la perdita di una giovane vita, impongono alla società intera una riflessione severa e ineludibile. La tragedia che si è consumata nelle scorse ore a Palermo, con la morte di una bambina sospettata di aver contratto la difterite, è uno di quegli eventi che non possono e non devono passare sotto silenzio. Morire nel 2026 per una patologia batterica considerata ormai un lontano e polveroso ricordo dei libri di medicina, rappresenta un vero e proprio cortocircuito sociale e sanitario. A lanciare un profondo e accorato grido d’allarme, che va ben oltre il pietismo o la sterile caccia alle streghe, è l’AsNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che pone al mondo della prevenzione un interrogativo drammatico: siamo ancora in grado di mantenere nel tempo le difese contro le malattie evitabili?

La malattia dimenticata: l’ultimo decesso risaliva al 1991

Per decenni, generazioni di genitori hanno vissuto nel terrore di malattie infettive gravissime, capaci di provocare disabilità permanenti o morte. Poi, il miracolo della scienza medica e delle vaccinazioni di massa ha modificato profondamente il corso della storia umana.

Nel caso specifico della difterite, il vaccino è stato reso obbligatorio in Italia sin dal lontano 1939. Da allora, l’impatto è stato strabiliante: basti pensare che, prima del dramma palermitano, l’ultimo caso autoctono registrato in Italia in età pediatrica risaliva addirittura al 1996, e l’ultimo decesso certificato al 1991. Una lunghissima assenza dalla memoria collettiva che, paradossalmente, si è trasformata in un’arma a doppio taglio.

Il paradosso: l’efficacia che abbassa la percezione del rischio

«Questa lunghissima assenza dalla memoria collettiva testimonia l’incredibile efficacia della vaccinazione nel proteggere intere generazioni», sottolinea con fermezza Luigi Vitale, Presidente di AsNAS Sicilia. Ma è proprio questa invisibilità il nemico più subdolo.

I vaccini sono diventati vittime del loro stesso successo: non vedendo più bambini morire o rimanere paralizzati, la società ha drasticamente ridotto la percezione della gravità di molte malattie prevenibili. A questo, denuncia AsNAS, si è aggiunta negli ultimi anni la capillare e tossica diffusione di informazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico sul web, che ha alimentato un’ingiustificata e pericolosissima esitazione vaccinale tra le famiglie moderne.

L’allarme immunità di gregge: soglia a rischio nel Paese

Perché la protezione funzioni e tuteli anche i soggetti più fragili che non possono vaccinarsi per motivi di salute, è necessaria una barriera sociale impenetrabile, la cosiddetta “immunità di gregge”. Per arginare la difterite, la comunità scientifica internazionale stima che questa soglia debba attestarsi saldamente intorno al 95% di copertura vaccinale. Un livello di sicurezza assoluta che, purtroppo, non viene più raggiunto e garantito in diverse aree del nostro Paese, lasciando pericolosi varchi aperti per il ritorno dei patogeni, come ampiamente dimostrato dalle recenti e preoccupanti recrudescenze del morbillo.

Nichetti: “Non cerchiamo colpevoli, interroghiamo il sistema”

Davanti a un lutto così straziante, la reazione istintiva dell’opinione pubblica è quella di cercare un capro espiatorio. Ma Elena Nichetti, Presidente nazionale di AsNAS, invita a uno sguardo più profondo e autocritico. Se gli accertamenti confermeranno la morte per difterite su un soggetto non adeguatamente immunizzato, «la perdita di una vita così giovane per una malattia evitabile rappresenterà una sconfitta per tutto il mondo della prevenzione e delle vaccinazioni. Questo non deve essere un evento da cui partire per cercare colpevoli, ma un dramma sul quale l’intero sistema sanitario dovrà interrogarsi severamente».

Oltre il vaccino: l’urgenza di una sanità che accolga e ascolti

La vera lezione che l’AsNAS vuole trasmettere alle istituzioni è che non basta avere frigoriferi pieni di vaccini sicuri, efficaci e gratuiti. Serve un approccio umano e logistico totalmente diverso. «Il sistema sanitario deve fisicamente raggiungere le persone, anche e soprattutto nelle zone sociali e geografiche più disagiate, riconoscendo chi non è adeguatamente protetto e intercettandone precocemente i bisogni», prosegue Vitale.

Di fronte ai dubbi e alle paure (spesso legittime) dei genitori, la risposta dello Stato non può essere il giudizio o lo stigma sociale, ma una comunicazione accogliente ed empatica. Serve un solido raccordo tra pediatri, scuole e medici di base, capace di costruire fiducia e sradicare la disinformazione. «Quando una malattia prevenibile torna a sottrarre una vita – conclude amaramente la presidente Nichetti – occorre chiedersi perché quella protezione non abbia raggiunto quella specifica persona». Per evitare che tragedie simili si ripetano, servono professionisti sul territorio e un sistema che non si limiti ad aspettare i pazienti, ma che vada attivamente a cercarli e a proteggerli.

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Attualità

Nuovo Codice della Strada 2026: scatta la maxi multa da 400 euro e il sequestro se hai questo in auto. Controlla subito!

Occhio alle nuove regole o la patente sparisce! Maxi multa da oltre 400 euro se fai questo errore comunissimo alla guida! 🚗 🛑 Il Codice della Strada non perdona più! Il nemico pubblico numero uno della sicurezza è lo smartphone. Se i vigili o la Stradale ti beccano con il telefono in mano (anche se sei fermo al semaforo rosso!) scatta subito una sanzione fino a 422 euro e la perdita di 5 punti dalla patente! E se sei recidivo, scatta la sospensione della patente fino a 3 mesi! Attenzione al falso mito: non basta mettere in “vivavoce”! La Cassazione è chiara: se “impugni” fisicamente il cellulare (anche solo per ascoltare un audio vocale di WhatsApp tenendolo davanti alla bocca a mo’ di fetta di pane) la multa te la fanno lo stesso perché devi avere ENTRAMBE le mani sul volante! L’unico modo per salvarsi è bloccare il telefono sugli appositi supporti da cruscotto e usare il Bluetooth o un solo auricolare. Leggi tutti i dettagli sui nuovi severissimi controlli nel nostro articolo! 👇 📱

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Poliziotto

Redazione – Guidare un veicolo sulle strade italiane non è mai stato così insidioso. Con l’inarrestabile aumento del traffico, la distrazione ormai cronica causata dalla tecnologia e il moltiplicarsi spaventoso degli autovelox di ultima generazione, le Forze dell’Ordine hanno deciso di usare definitivamente il pugno di ferro per cercare di abbattere l’altissimo tasso di mortalità stradale. Le ultime revisioni al Codice della Strada hanno introdotto pene severissime e sanzioni pecuniarie draconiane per infrazioni che, fino a pochi anni fa, venivano considerate dai guidatori come semplici e perdonabili “cattive abitudini”. C’è però un dettaglio specifico, un oggetto ormai onnipresente nelle nostre vetture, che se non utilizzato secondo rigidissime regole può farvi staccare istantaneamente una multa da oltre 400 euro, con annessa decurtazione dei punti e rischio di sequestro.

Il nemico numero uno: la distrazione alla guida

Dimenticatevi per un momento l’eccesso di velocità o i divieti di sosta. Il vero, grande nemico pubblico numero uno della sicurezza stradale moderna è la distrazione causata dai dispositivi elettronici. Secondo gli ultimi agghiaccianti report della Polizia Stradale, oltre il 30% dei tamponamenti e degli incidenti gravi in ambito urbano ed extraurbano è direttamente causato dall’uso sconsiderato dello smartphone mentre ci si trova al volante. Distogliere lo sguardo dalla strada per soli tre secondi, viaggiando alla moderata velocità di 50 km/h, equivale a percorrere oltre 40 metri (la lunghezza di un campo di basket) completamente “alla cieca”. Un rischio mortale e assolutamente inaccettabile.

La maxi multa da 400 euro e il ritiro della patente

Fino a poco tempo fa, essere fermati con il cellulare in mano comportava una sanzione fastidiosa ma gestibile. Le regole oggi sono state inasprite in maniera brutale. Secondo il rinnovato Articolo 173 del Codice della Strada, chiunque venga sorpreso a maneggiare, impugnare o semplicemente tenere all’orecchio un telefono cellulare o uno smartphone durante la marcia (anche se si è fermi in coda al semaforo rosso!), va incontro a una sanzione amministrativa che parte da ben 165 euro e può schizzare facilmente oltre i 422 euro nei casi più gravi o nelle ore notturne.

Ma la multa è solo l’inizio dell’incubo: l’infrazione comporta la decurtazione automatica di ben 5 punti dalla patente. E se il guidatore incauto viene sorpreso a commettere la stessa identica violazione nel corso del biennio successivo (la cosiddetta “recidiva”), scatta inesorabilmente la sospensione della patente di guida da uno a tre mesi, una mazzata devastante per chi usa l’auto per andare al lavoro tutti i giorni.

Il falso mito del vivavoce: attenzione a dove tieni il telefono

Molti guidatori sono intimamente convinti di essere perfettamente in regola semplicemente accendendo la funzione “vivavoce” o inviando messaggi vocali su WhatsApp portando il microfono vicino alla bocca, senza attaccare il telefono all’orecchio. È un errore madornale che vi costerà carissimo ai posti di blocco.

La legge parla chiarissimo e la Corte di Cassazione lo ha ribadito con recentissime sentenze inappellabili: il conducente deve avere sempre le mani completamente libere e salde sul volante. Questo significa che è severamente vietato “impugnare” fisicamente il dispositivo. Se i Carabinieri vi vedono guidare con una mano sul volante e l’altra che regge il telefono orizzontalmente per ascoltare un audio di WhatsApp (il classico gesto “a fetta di pane”), la multa scatterà immediatamente, senza alcuno sconto.

Come salvarsi: supporti omologati e Bluetooth integrato

Esiste un solo e unico modo legale per utilizzare le funzioni del proprio smartphone alla guida (per esempio per usare Google Maps come navigatore o rispondere a una telefonata urgente): il dispositivo deve essere saldamente agganciato al cruscotto o al parabrezza tramite supporti meccanici o magnetici omologati.

Solo in questo modo il telefono non vi occuperà le mani. Per parlare, è obbligatorio utilizzare il sistema Bluetooth integrato nell’autoradio della vettura oppure degli auricolari (ma attenzione: la legge impone di indossarne uno solo su un solo orecchio, per lasciare l’altro libero di percepire i rumori del traffico e le sirene). Mettete via quel telefono, salvate il vostro portafogli e, soprattutto, la vostra vita.

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Politica

Il “Risiko” bancario divide la politica. Mazzocchi punzecchia Sforzini: «MPS? Hai ragione sul libero mercato, ma Vannacci che ne pensa?»

Mazzocchi asfalta le contraddizioni dei “Vannacciani” sul caso MPS! 🏦 ⚔️ Il grande Risiko bancario (con l’offerta di Monte dei Paschi su BPM) innesca un durissimo e ironico botta e risposta nella politica italiana! Mazzocchi risponde a muso duro alle dichiarazioni di Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi legato al Gen. Vannacci). “Sforzini ha perfettamente ragione a dire che l’operazione MPS la deve decidere il libero mercato e non la politica, e che non ci servono le vecchie Banche di Stato. Lo Stato deve solo vigilare sui reati!”. Ma poi arriva la stoccata finale, feroce e inaspettata: “Ma come fa Sforzini a coniugare le sue ottime idee liberali sul mercato con le idee del Generale Vannacci? Vannacci fa apertamente il tifo per lo Statalismo più spinto e ha per modelli Mussolini e Putin, autocrati che le banche le volevano controllare totalmente! Misteri del tatticismo politico…”. Un cortocircuito politico clamoroso! Leggi tutta la durissima analisi nel nostro nuovo articolo! 👇

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antonio-mazzocchi

Redazione – Il grande risiko bancario innescato dalla mossa del Monte dei Paschi di Siena (MPS) su Banco BPM e Banca Generali non sta scuotendo soltanto i freddi grafici di Piazza Affari. Le scosse di assestamento finanziario si stanno abbattendo con forza anche sui palazzi della politica, generando alleanze inaspettate e innescando polemiche al vetriolo. A movimentare il dibattito nelle ultime ore è arrivato il tagliente intervento di Mazzocchi, che ha deciso di replicare direttamente e pubblicamente alle recenti e lucide dichiarazioni rilasciate da Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (vicino alle posizioni del Generale Roberto Vannacci). Un botta e risposta che mescola abilmente alta finanza, visioni economiche e una profonda e irrisolta contraddizione politica interna al mondo sovranista.

Mazzocchi plaude a Sforzini: “Giusto che decidano gli azionisti”

L’intervento di Mazzocchi si apre in maniera sorprendentemente pacifica e distensiva, promuovendo a pieni voti l’analisi strettamente economica fornita poche ore fa da Sforzini riguardo all’ingerenza della politica nelle dinamiche del credito. «Sono pienamente e convintamente d’accordo con il Presidente del Centro Studi, Luca Sforzini, quando afferma con fermezza che, all’interno di un moderno e maturo sistema liberale, la politica bancaria non debba e non possa mai competere allo Stato», esordisce Mazzocchi.

L’accordo sulle regole d’ingaggio del libero mercato è totale. «Sposo completamente e senza riserve la sua netta posizione sull’operazione di Monte dei Paschi di Siena: è giustissimo che a decidere le sorti delle acquisizioni e delle fusioni bancarie siano esclusivamente gli azionisti, gli investitori e le ferree leggi del mercato». Una dichiarazione che rigetta al mittente ogni tentazione di anacronistico dirigismo governativo.

L’ombra dello Stato: un ruolo limitato alla legalità

Nella visione condivisa da Mazzocchi e Sforzini, lo Stato non deve scomparire, ma deve semplicemente cambiare veste: da ingombrante azionista e decisore occulto, deve trasformarsi in un arbitro imparziale. «L’unico, vero compito dello Stato in vicende finanziarie di questa immensa portata – precisa Mazzocchi – deve essere esclusivamente quello di vigilare. Le istituzioni statali devono unicamente supervisionare affinché non si verifichino reati societari, irregolarità o illeciti durante le complesse fasi delle trattative». Regole chiare, mercato libero e nessuna “banca di Stato” salvata con i soldi dei contribuenti.

La stoccata politica: il pensiero liberale contro lo statalismo di Vannacci

Ma è proprio quando il terreno dell’analisi passa dall’economia ai valori puramente politici che Mazzocchi sfodera il fioretto, affondando un colpo durissimo e mirato. La contraddizione sollevata è gigantesca: come può il Presidente di un Centro Studi legato a doppio filo a Roberto Vannacci professare un credo così orgogliosamente e puramente liberale?

«Non comprendo minimamente – attacca frontalmente Mazzocchi – come faccia Sforzini a coniugare e a far convivere questo suo pensiero economico (che ritengo sinceramente liberale, condivisibile e moderno) con la ben nota Weltanschauung, ovvero la visione del mondo, propugnata dal Generale Vannacci».

Tra libero mercato e autarchia: l’incoerenza del “Mondo al Contrario”

L’accusa mossa all’ideologia del Generale è pesante e non lascia spazio a interpretazioni: «Vannacci, in ogni sua uscita pubblica, tifa apertamente e spudoratamente per uno Statalismo spinto ed esasperato. Parliamo di una figura politica che ha ripetutamente indicato come suoi modelli di riferimento personaggi storici e attuali del calibro di Benito Mussolini e Vladimir Putin». Figure autoritarie che, storicamente e fattualmente, non hanno mai lasciato spazio alla libera iniziativa privata.

«Quei modelli politici – ricorda severamente Mazzocchi – sono nei fatti e nella storia per una politica economica e bancaria totalmente, asfissiantemente e rigidamente controllata dall’apparato dello Stato centrale». Altro che libero mercato, azionisti liberi di decidere e rifiuto del protezionismo invocati da Sforzini.

I “misteri del tatticismo”: quale futuro per il Centro Studi?

L’intervento si chiude con una amara e pungente ironia: «Misteri insondabili del tatticismo in Politica…». La stilettata di Mazzocchi lascia il campo aperto a un interrogativo politico enorme che aleggia sul Centro Studi Rinascimento Nazionale: quanto potrà durare la convivenza tra l’anima liberale, borghese e mercatista rappresentata dai vertici intellettuali come Sforzini, e la pancia profondamente statalista, autarchica e muscolare dell’elettorato “vannacciano”? Il Risiko, a quanto pare, non si gioca solo in banca, ma anche nei meandri della politica italiana.

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