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Attualità

Haiku, la poesia che educa allo sguardo. Intervista alla Dott.ssa Barbara Anna Gaiardoni pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese

Barbara Anna Gaiardoni racconta la concretezza dell’haiku, il valore della misura e il ruolo della narrazione nei percorsi educativi.

Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese, ha sviluppato un percorso specifico intorno alla poesia giapponese.Tre versi possono contenere un paesaggio, un’emozione e perfino una storia. Ma l’haiku non è una semplice formula metrica: è attenzione, concretezza, misura e capacità di osservare. In questa intervista Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese, dialoga con la Dott.ssa Assunta Di Basilico sul rapporto tra poesia in stile giapponese, narrazione ed educazione.

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Gaiardoni credits photo Andrea Vanacore

Haiku, la poesia che educa allo sguardo. Intervista alla Dott.ssa Barbara Anna Gaiardoni pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese

Barbara Anna Gaiardoni racconta la concretezza dell’haiku, il valore della misura e il ruolo della narrazione nei percorsi educativi.

Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese ha sviluppato un percorso specifico intorno alla poesia giapponese.

Intervista realizzata e curata dalla Dott.ssa Assunta Di Basilico
pedagogista ed educatrice socio-pedagogica psicologa magistrale plusiartista

Tre versi possono contenere un paesaggio, un’emozione e perfino una storia. Ma l’haiku non è una semplice formula metrica: è attenzione, concretezza, misura e capacità di osservare. In questa intervista Barbara Anna Gaiardoni, pedagogista, educatrice professionale e autrice veronese, dialoga con la Dott.ssa Assunta Di Basilico sul rapporto tra poesia in stile giapponese, narrazione ed educazione.

Il confronto nasce dal desiderio di chiarire che cosa sia davvero l’haiku, oltre la riduzione allo schema 5-7-5, e di comprenderne le possibilità come strumento espressivo. Gaiardoni precisa di non svolgere didattica dell’haiku e di non avere condotto laboratori di haiku nelle scuole: ha invece realizzato workshop di scrittura e lettura ad alta voce rivolti ad adulti, ispirati a questa forma poetica.

La sua esperienza attraversa pedagogia, scrittura, musica e contesti di fragilità. Ne emerge una riflessione sulla capacità della parola breve di rendere osservabili narrazioni che, altrimenti, potrebbero restare inespresse, nel rispetto dei confini tra accompagnamento educativo e intervento terapeutico.

L’intervista

1. Chi è Barbara Anna Gaiardoni e quali esperienze hanno segnato il suo percorso?

 

Sono pedagogista e autrice. Ho lavorato nell’ambito della psichiatria, della demenza di tipo Alzheimer e, solo successivamente, del disagio scolastico. La narrazione scritta e manoscritta è sempre stata lo strumento centrale della mia professione. A questo si unisce un passato da violinista professionista, che mi ha insegnato il senso del ritmo, dell’ascolto e della misura.

2. Com’è nato il suo interesse per l’haiku?

Il vero motivo vorrei restasse segreto. È risaputa, invece, la mia passione per la narrazione scritta e per Hayao Miyazaki, la cui arte è, a mio parere, essa stessa haiku. Molti sono i motivi che mi hanno avvicinata a questo genere, diventato ormai parte della mia quotidianità.

Ho iniziato a scrivere haiku nel 2019 e, dal 2022, ho cominciato a comporre anche in inglese e in francese. Soprattutto, ho iniziato a confrontarmi con il contesto internazionale e con questa forma d’arte, la cui immensità mi ha conquistata. Il confronto quotidiano sul campo con riviste e giurie internazionali è stato la mia vera palestra.

Mi sono innamorata della concretezza dell’haiku. Proprio di recente ho ricevuto la notizia dell’accettazione per la pubblicazione di un mio haiku dedicato a un cavallo, uno dei miei grandi amori. La poesia racconta una storia vera e concreta che punta dritta al cuore, nonostante parli anche di carote, poco poetiche a un primo sguardo! È un perfetto esempio di come un haiku possa concretizzare narrazioni appartenenti a realtà complesse, perché legate alle emozioni e ai sentimenti umani.

Mi affascina anche questa pacatezza nel raccontarsi: una misura che ritrovo molto meno nella poesia studiata sui banchi di scuola, dove spesso prevalgono l’io del poeta e l’autoreferenzialità. Questi aspetti possono diventare controproducenti quando si desidera educare alla “giusta distanza” dalle emozioni e dai sentimenti, evitando identificazioni dannose per il benessere e l’equilibrio della persona.

3. Perché lo schema 5-7-5 è riduttivo rispetto a un autentico haiku?

Occorre innanzitutto chiarire che io scrivo haiku esclusivamente in lingua italiana, inglese e francese. Non ho mai scritto un haiku in lingua giapponese; per questo motivo, quando mi presento, dico sempre che scrivo poesie in stile giapponese. È una premessa fondamentale rispetto alla metrica, poiché il giapponese e le lingue occidentali rispondono a strutture linguistiche del tutto differenti.

Ridurre l’haiku a un mero conteggio di sillabe – 5-7-5 – ne svuota il senso e la complessità. Peraltro, questa gabbia metrica è pretesa quasi esclusivamente in Italia, mentre sono rari gli editori internazionali che richiedono questo schema sillabico. Nel corso dei secoli, inoltre, all’haiku classico si sono affiancate molteplici altre forme. È quindi fondamentale far comprendere che non basta comporre un testo rispettando lo schema 5-7-5 per poter affermare di avere scritto una poesia haiku.

4. Quali sono gli equivoci più frequenti quando si accostano haiku ed educazione?

Ci tengo a precisare che i miei workshop non hanno nulla a che fare con la didattica dell’haiku: io non insegno a scrivere haiku. Affermare di saperlo fare senza averne composti a centinaia e senza essersi mai confrontati con editori e giurie nazionali e internazionali è un atto di presunzione che non va avallato.

L’haiku è per me uno strumento di cui mi servo nella mia professione di pedagogista e autrice: aiuta a “tirare fuori” – ex-ducere, educare – narrazioni che diversamente rimarrebbero inespresse, nascoste, ovattate. Questo utilizzo chiarisce anche l’equivoco sull’educazione, spesso confusa con l’insegnamento e la didattica. Conoscere l’etimologia delle parole aiuterebbe a evitare simili confusioni.

5. In che modo la brevità dell’haiku può offrire possibilità espressive a bambini e adolescenti?

Offre una struttura essenziale in cui stati d’animo complessi, fragilità o disagi vissuti in silenzio possono trovare una forma espressiva immediata, protetta, osservabile e ascoltabile. Nella didattica tradizionale, spesso, il discente si limita ad ascoltare. Mi chiedo allora: quando entreremo nell’ordine di idee che occorre, prima di tutto, ascoltare e osservare il nostro interlocutore? Anche così potremmo diventare buoni esempi per gli educandi che desiderano apprendere l’arte della sintesi richiesta da questa forma poetica.

6. Nel lavoro educativo e narrativo, come si accompagna una persona dall’osservazione alla scrittura? Qual è il ruolo specifico del pedagogista?

L’accompagnamento nasce prima di tutto dall’educazione all’attenzione e alla percezione: si parte dall’immersione nella realtà e nella Natura, aiutando il soggetto a cogliere l’istante senza giudizio. Dal momento percettivo si passa poi alla scrittura. Da lì in avanti, chi sceglie di avvicinarsi a questa forma poetica viene guidato a mettersi concretamente alla prova, confrontandosi direttamente con autori, esperti ed editori nazionali e internazionali.

Si cresce nella composizione degli haiku anche attraverso i rifiuti editoriali che, nella mia esperienza, sono numericamente sempre maggiori rispetto alle accettazioni. Il ruolo specifico del pedagogista è proprio questo: sostenere l’intero percorso di confronto, promuovendo la resilienza, la consapevolezza espressiva e la valorizzazione delle competenze altrui.

7. Come si accoglie ciò che emerge dalla narrazione senza sovrapporsi alla terapia?

L’intervento resta rigorosamente sul piano educativo e narrativo: la narrazione diventa un modo per prendersi cura di sé e del contesto circostante, aspetto fondamentale nella poesia haiku, dove lo sguardo è orientato principalmente al mondo esterno e alla Natura. Ciò che affiora viene accolto con rispetto, ascolto e assenza di giudizio. Qualora si manifestassero disagi complessi, il ruolo del pedagogista è garantire la trasparenza necessaria a consentire e facilitare l’invio ai servizi di supporto adeguati.

8. L’haiku può educare a un rapporto diverso con il tempo e con l’attenzione?

Educa a cogliere l’istante: invita a fermarsi, anche solo per un attimo, per riconnettersi con sé stessi e con la natura. In questo senso può certamente invitare alla lentezza, anche se, nella mia esperienza, i migliori haiku e haibun – forma che coniuga prosa e haiku – sono nati dopo avere camminato, un’attività che pratico quasi quotidianamente. Più che di lentezza in senso assoluto, parlerei quindi di un ritmo interiore che ritrova il proprio equilibrio e la giusta distanza dall’attività della mente.

9. Qual è la differenza tra haiku e senryū?

L’haiku si focalizza sulla Natura, che diventa la narratrice di ciò di cui siamo testimoni. Il senryū, invece, sposta l’attenzione sull’umano sentire, sulle relazioni e su tutto ciò che ne consegue. Anche la tecnica di scrittura deve adattarsi di conseguenza.

10. Che cosa suggerirebbe a un docente o a un professionista interessato a conoscere seriamente l’haiku nei contesti educativi?

Non posso indicare competenze specifiche per la didattica dell’haiku, poiché non ricopro questo ruolo né l’ho mai esercitato. Esistono gruppi di cultori ed esperti della didattica, presenti anche sui social network: frequentandoli è possibile conoscere direttamente gli strumenti del loro mestiere.

Chi desidera leggere le mie pubblicazioni – in gran parte fruibili gratuitamente – e conoscere i miei riconoscimenti può consultare i miei profili social su Facebook, Instagram e X, oltre alla sezione “Haiku & Co.” del mio blog. A me non resta che augurarvi buona scrittura!

Uno sguardo pedagogico sulla parola breve

Dalle parole di Barbara Anna Gaiardoni emerge un’idea dell’haiku lontana dalla semplificazione scolastica e dalle formule precostituite. La brevità non coincide con la povertà espressiva: richiede, al contrario, precisione dello sguardo, responsabilità nella scelta delle parole e capacità di sostare davanti alla realtà senza invaderla.

In prospettiva pedagogica, questo esercizio di attenzione può diventare occasione di ascolto, consapevolezza e narrazione. Non una terapia, né un corso improvvisato di scrittura haiku, ma uno spazio educativo nel quale ciò che viene percepito può trovare una forma essenziale e condivisibile. Il confine professionale resta decisivo: quando emergono disagi complessi, l’accompagnamento educativo deve aprirsi responsabilmente alla rete dei servizi competenti.

L’haiku ricorda così che educare non significa soltanto trasmettere contenuti, ma anche creare le condizioni affinché una persona possa osservare, riconoscere e dare parola alla propria esperienza. Talvolta bastano pochi versi; non perché dicano poco, ma perché imparano a custodire l’essenziale.

Per approfondire: Haiku & Co. di Barbara Anna Gaiardoni — http://barbaragaiardoni.altervista.org/blog/haikuco-2-2/

A cura della Dott.ssa Assunta Di Basilico
Pedagogista ed educatrice socio-pedagogica

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Attualità

Il Mattutino dal Castello Sforzini: Montale, le assenze che riempiono i bicchieri e il coraggio di sapere “ciò che non vogliamo”

“Il tavolo è apparecchiato per uno. I bicchieri sono due”. L’emozionante e profondo Mattutino di oggi! 🍷 🖋️ La nostra amata rubrica giornaliera “Il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano” ci regala oggi una fotografia letteraria di rara intensità. Un’immagine fatta di solitudine e attesa (un tavolo per uno, ma con due bicchieri), accompagnata da una scritta a matita a margine del foglio: “non archiviare”. Un invito dolcissimo e potente a non dimenticare i ricordi, a non chiudere i sentimenti in un cassetto polveroso. E poi, il richiamo immortale alla poesia di Eugenio Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. In un’epoca in cui tutti urlano finte certezze, il vero coraggio e la vera libertà stanno nel saper dire “No” a tutto ciò che rifiutiamo di diventare. Un meraviglioso augurio di libertà, responsabilità e coraggio per iniziare questa giornata. Leggi il nostro editoriale completo e l’analisi dei versi nel nuovo articolo! 👇 🏰

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Il Mattutino del 22 agosto 2026

Redazione – Ci sono mattine in cui il silenzio, tra le spesse e antiche mura di un castello, sa essere più assordante e loquace di mille discorsi. La rubrica quotidiana del Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano di oggi, sabato 22 agosto 2026, si apre con una riflessione apparentemente ermetica, ma che in realtà è una lama dolcissima capace di penetrare fino in fondo all’anima di chi legge. Una manciata di parole, un’immagine visiva potentissima e il prestito letterario di uno dei più grandi poeti del Novecento italiano. Ecco il testo integrale diffuso questa mattina:

“Ore 7.17. Il tavolo è apparecchiato per uno. I bicchieri sono due.
A margine, qualcuno ha scritto a matita: «non archiviare».
Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano.
Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio”.

Ore 7.17: il paradosso di un tavolo per uno e due bicchieri

La fotografia scattata dalle parole del Mattutino alle primissime luci dell’alba (ore 7.17) racchiude uno dei paradossi più dolorosi e allo stesso tempo più romantici dell’esistenza umana. “Il tavolo è apparecchiato per uno. I bicchieri sono due”. È la rappresentazione plastica dell’assenza che si fa presenza. Quante volte ci siamo trovati a fare i conti con la solitudine fisica, apparecchiando la nostra vita in modo solitario, ma lasciando inevitabilmente e testardamente un posto vuoto – o un secondo bicchiere – per chi non c’è più, per chi è lontano o per chi stiamo ancora ostinatamente aspettando? Quel secondo bicchiere non è un errore di distrazione: è un atto di fede, è l’ostinata volontà di non chiudere la porta al mondo e ai sentimenti.

“Non archiviare”: la ribellione contro l’oblio

A rendere ancora più profonda questa immagine interviene un piccolo dettaglio, rubato alla quotidianità della scrittura a mano: “A margine, qualcuno ha scritto a matita: «non archiviare»”. Viviamo in un’epoca frenetica in cui l’imperativo categorico è cancellare, scorrere oltre, buttare nel cestino digitale tutto ciò che è passato per fare compulsivamente spazio al “nuovo”.

Scrivere “non archiviare” a matita (lo strumento per eccellenza della fragilità, perché cancellabile) è un disperato e meraviglioso atto di ribellione contro l’oblio. Significa aggrapparsi alla memoria. Significa decidere che quel momento, quel ricordo o quella specifica mancanza sono troppo preziosi per essere riposti in un faldone polveroso della nostra mente. È un invito a tenere vivo il dolore, o la nostalgia, perché sono proprio questi sentimenti a ricordarci che siamo vivi.

La lezione di Montale: l’identità che nasce dal rifiuto

E poi, la folgorazione letteraria. Il Mattutino prende in prestito i versi finali e immortali della poesia “Non chiederci la parola” (tratta dalla raccolta Ossi di seppia) di Eugenio Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

In un mondo in cui tutti hanno certezze granitiche da sbandierare, in cui ognuno si affanna per appuntarsi un’etichetta sul petto urlando a gran voce chi è e cosa rappresenta, Montale ci ricorda che la vera lucidità intellettuale inizia dalla negazione. Prima di poter capire chi siamo realmente e quale sia il nostro vero destino, dobbiamo avere l’onestà e il coraggio di sbarazzarci delle maschere. Dobbiamo saper dire dei “no” fermi e decisi a tutto ciò che reputiamo ingiusto, banale o contrario alla nostra morale. La nostra identità si forgia come una scultura: togliendo il marmo in eccesso, scartando “ciò che non vogliamo” essere.

Libertà, responsabilità e coraggio

Il messaggio si chiude con il consueto e solenne augurio dal Castello Sforzini. Non l’augurio di una giornata “felice” o “serena” (aggettivi ormai svuotati di senso dalle convenzioni sociali), ma l’augurio di una giornata fatta di “libertà, responsabilità e coraggio”.

Perché per mantenere apparecchiato un secondo bicchiere vuoto serve un coraggio da leoni. Per scegliere di “non archiviare” il nostro passato serve la responsabilità di farsi carico della propria memoria. E, soprattutto, per guardare in faccia il mondo dichiarando apertamente “ciò che non vogliamo” essere, serve la forma più alta e pura di libertà. Buona giornata a tutti i lettori.

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Politica

“Merito et Tempore” e la Destra Polifonica: Luca Sforzini risponde al reportage di MillenniuM sul “Romanzo Generale”

“Costruire è infinitamente più difficile che gridare”. Luca Sforzini risponde punto su punto al reportage di MillenniuM su Vannacci e Rinascimento Nazionale! 🖊️ 🏛️ Dopo il lungo approfondimento pubblicato dalla rivista MillenniuM sul “Romanzo Generale”, sulle anime della nuova Destra italiana e sul ruolo del Centro Studi Rinascimento Nazionale, il Presidente Luca Sforzini affida in esclusiva a queste colonne la sua lucida, elegante e tagliente replica. Un editoriale che respinge l’etichetta di “moderato”, rilanciando invece il concetto di “Destra Polifonica”: una forza politica capace di unire liberali, conservatori e identitari senza dover rincorrere anacronistiche nostalgie storiche. “Il fascismo appartiene alla storia: non è un programma per il XXI secolo”, chiarisce Sforzini, che analizza poi il fenomeno Vannacci come veicolo fondamentale per trasformare la protesta e la rabbia degli italiani in una vera proposta istituzionale. E sulle mura del Castello Sforzini aleggia il motto di Ludovico il Moro, “Merito et Tempore”: una bussola per ricordare a tutti che il Centro Studi non sarà mai un salotto obbediente, ma una fucina di idee libere e autonome. Leggi l’editoriale completo nel nostro nuovo articolo! 👇

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Il dilemma del Castellano

Redazione – Riceviamo e pubblichiamo con grande interesse l’ampia e profonda riflessione politica a firma di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, in risposta al recente e discusso reportage pubblicato dalla testata “MillenniuM” dedicato alla figura del Generale Roberto Vannacci, a Futuro Nazionale e al ruolo dello stesso Sforzini.

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Ho letto il lungo reportage che MillenniuM ha dedicato a Roberto Vannacci, a Futuro Nazionale, al Centro Studi Rinascimento Nazionale e, inevitabilmente, anche a me e al Castello Sforzini di Castellar Ponzano. L’ho letto con curiosità, qualche sorriso e nessun fastidio. Un reportage non è un verbale notarile: sceglie una prospettiva, accentua contrasti, costruisce personaggi. E il personaggio che ne esce — questo curioso “castellano” sospeso fra Pavia e Cambridge, Pontida e Fiume, il Partito Repubblicano e Vannacci, il Risorgimento e la massoneria, Ludovico il Moro e De Gaulle — confesso che, in qualche passaggio, ha divertito persino me.

Ma sotto il colore, le battute, i saluti romani, i quattro telefoni e il cavallo di Caligola, c’è una domanda molto seria, probabilmente la domanda più importante che oggi si possa rivolgere a chiunque stia tentando di costruire qualcosa di nuovo a destra: dove vuole andare? È una domanda che riguarda Roberto Vannacci, naturalmente, ma riguarda anche noi.

Né beceri né moderati: la “misura” come vera forza politica

Il reportage definisce Rinascimento Nazionale il pensatoio “meno becero e più moderato” fra quelli che accompagnano questa esperienza. Ringrazio per il “meno becero”; sul “moderato”, invece, continuo a nutrire qualche dubbio. Non considero moderato chiedere una drastica riduzione del peso dello Stato, difendere senza complessi il merito e le eccellenze, rimettere in discussione dogmi europei diventati intoccabili, pretendere un’Europa capace di ricordarsi di essere Occidente, rivendicare l’alleanza atlantica senza trasformarla in sudditanza, difendere Israele senza rinunciare a giudicare le scelte dei suoi governi, immaginare un federalismo autentico, restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e provare, infine, a ricostruire una cultura politica quando la politica sembra essersi ridotta quasi interamente alla comunicazione. Se questa è moderazione, abbiamo evidentemente cambiato il significato delle parole.

La parola che preferisco è misura. La misura non è debolezza, è esattamente il contrario dell’estremismo perché richiede più forza dell’estremismo: l’estremista ha bisogno di una sola idea e di un nemico, mentre una cultura politica deve riuscire a tenere insieme idee differenti, contraddizioni, storia e futuro. Per questo continuo a parlare di destra polifonica: non una destra annacquata, ma una destra abbastanza grande da contenere la tradizione liberale, liberista, libertaria, cattolica, sociale, federalista, risorgimentale, conservatrice, identitaria, nazionalista e tradizionalista, senza pretendere che una di queste tradizioni cancelli tutte le altre. E soprattutto senza nostalgie.

Il netto rifiuto di ogni nostalgia totalitaria

Su questo il reportage insiste molto, e fa bene. Il fascismo appartiene alla storia italiana: va studiato, compreso, discusso, ma non è un programma per il XXI secolo. Il nazismo, l’antisemitismo, il razzismo e ogni suggestione totalitaria non appartengono alla mia cultura politica e non appartengono al Pantheon di Rinascimento Nazionale. Non perché qualcuno ci chieda un certificato di presentabilità, ma per una ragione assai più semplice: perché non sono le nostre idee.

La questione diventa allora un’altra: che cosa fare di quella vasta parte del Paese che non si riconosce più nella politica tradizionale, che spesso esprime rabbia prima ancora che idee, che ha smesso di votare oppure cerca rappresentanza nelle forme più radicali della protesta? La risposta più comoda sarebbe lasciarla fuori dalla porta. Io penso l’opposto. La politica serve precisamente a trasformare pulsioni in rappresentanza, protesta in proposta, rabbia in istituzioni. Non si tratta di inseguire gli estremismi; si tratta, semmai, di renderli inutili.

Il fenomeno Vannacci: trasformare la rabbia in progetto

È qui che la figura di Vannacci diventa politicamente interessante. Non perché debba essere trasformato nel personaggio che ciascuno vorrebbe, né perché io abbia intenzione di interpretare il ruolo ambizioso di maieuta oppure quello, piuttosto ridicolo, di precettore del generale. Vannacci è Vannacci: ha una sua storia, un suo carattere, una sua visione e un consenso che nessun laboratorio politico ha fabbricato per lui.

Proprio per questo intorno a quella leadership si sta combattendo una partita molto più importante della distribuzione di qualche incarico: capire se quell’energia diventerà una forza politica nazionale oppure rimarrà confinata in un recinto; se parlerà agli italiani oppure soltanto ai già convinti; se saprà costruire oppure si accontenterà di provocare; se diventerà futuro oppure nostalgia. È questa la vera scommessa.

“Merito et Tempore”: l’autonomia culturale del Centro Studi

E qui arrivo al Castello. Nel reportage compare quasi come un personaggio e forse lo è davvero, non perché le pietre abbiano opinioni politiche, ma perché certi luoghi obbligano ad avere una concezione diversa del tempo. Chi vive fra muri che hanno attraversato imperi, rivoluzioni, guerre, restaurazioni e dinastie difficilmente può convincersi che l’ultimo post sui social rappresenti la fine della storia.

Sul Castello campeggia un motto attribuito a Ludovico il Moro: Merito et Tempore. Per merito e a tempo debito, al momento giusto. Mi sembra una risposta sufficientemente precisa anche alla domanda posta da MillenniuM.

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale non nasce per correggere cosmeticamente identità politiche altrui, né per conferire rispettabilità a ciò che, per propria natura, non ci appartiene. E non nasce nemmeno per fornire un salotto elegante a una politica altrimenti rumorosa. Nasce per produrre idee, e le idee, quando sono vere, hanno una caratteristica talvolta fastidiosa: non obbediscono. Rinascimento Nazionale conserverà dunque la propria autonomia culturale, la propria libertà di giudizio e persino il proprio diritto all’eresia. Sosterrà ciò che riterrà giusto e criticherà ciò che riterrà sbagliato, senza abiure quotidiane, senza inginocchiatoi e senza bisogno di chiedere il permesso. È anche per questo che continuo a considerare interessante la sfida che abbiamo davanti: perché non sappiamo ancora come finirà, e diffido profondamente delle storie politiche delle quali si conosce già il finale.

Il reportage si chiude contrapponendo due immagini: la filastrocca infantile di Oh che bel castello e quel Merito et Tempore inciso nella nostra storia. Scelgo la seconda, e non soltanto perché il Castello è diventato, per scelta e per destino, il luogo dal quale provo a dare forma a questa esperienza. La scelgo perché in politica, come nella vita, costruire è infinitamente più difficile che gridare: occorrono uomini, idee, studio, errori, correzioni, coraggio e soprattutto occorre tempo.

Il resto è rumore. Merito et Tempore. Vedremo chi avrà avuto merito. E il tempo, come sempre, farà il resto.

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Attualità

La tragedia di Palermo scuote l’Italia: morire di difterite nel 2026. ASNAS: “Una sconfitta per tutto il sistema sanitario”

Morire di una malattia “scomparsa” nel 2026: la tragedia di Palermo è una sconfitta per tutti. 💔 🏥 La straziante morte di una bambina a Palermo, sospettata di aver contratto la difterite, ha scosso l’Italia. Una malattia che, grazie ai vaccini, nel nostro Paese non faceva registrare decessi in età pediatrica dal lontano 1991! L’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari (AsNAS) lancia un grido d’allarme fortissimo: i vaccini sono diventati vittime del loro stesso successo. Non vedendo più i danni di queste malattie, è calata la percezione del rischio e la disinformazione ha fatto abbassare l’immunità di gregge in molte aree d’Italia sotto la soglia vitale del 95%. “Questa perdita non deve servire per cercare un capro espiatorio, ma è una sconfitta su cui tutto il sistema sanitario deve interrogarsi”, dichiara la Presidente Nazionale AsNAS Elena Nichetti. Avere vaccini gratuiti e sicuri non basta: la sanità deve “uscire” dagli ospedali, andare nelle zone più disagiate, dialogare con i genitori senza pregiudizi e abbattere la disinformazione con la fiducia. Leggi questa profonda riflessione sulla salute pubblica nel nostro ultimo articolo. 👇 🩺

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difterite

Palermo – Ci sono lutti che strappano il cuore e ci sono lutti che, oltre al dolore insopportabile per la perdita di una giovane vita, impongono alla società intera una riflessione severa e ineludibile. La tragedia che si è consumata nelle scorse ore a Palermo, con la morte di una bambina sospettata di aver contratto la difterite, è uno di quegli eventi che non possono e non devono passare sotto silenzio. Morire nel 2026 per una patologia batterica considerata ormai un lontano e polveroso ricordo dei libri di medicina, rappresenta un vero e proprio cortocircuito sociale e sanitario. A lanciare un profondo e accorato grido d’allarme, che va ben oltre il pietismo o la sterile caccia alle streghe, è l’AsNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che pone al mondo della prevenzione un interrogativo drammatico: siamo ancora in grado di mantenere nel tempo le difese contro le malattie evitabili?

La malattia dimenticata: l’ultimo decesso risaliva al 1991

Per decenni, generazioni di genitori hanno vissuto nel terrore di malattie infettive gravissime, capaci di provocare disabilità permanenti o morte. Poi, il miracolo della scienza medica e delle vaccinazioni di massa ha modificato profondamente il corso della storia umana.

Nel caso specifico della difterite, il vaccino è stato reso obbligatorio in Italia sin dal lontano 1939. Da allora, l’impatto è stato strabiliante: basti pensare che, prima del dramma palermitano, l’ultimo caso autoctono registrato in Italia in età pediatrica risaliva addirittura al 1996, e l’ultimo decesso certificato al 1991. Una lunghissima assenza dalla memoria collettiva che, paradossalmente, si è trasformata in un’arma a doppio taglio.

Il paradosso: l’efficacia che abbassa la percezione del rischio

«Questa lunghissima assenza dalla memoria collettiva testimonia l’incredibile efficacia della vaccinazione nel proteggere intere generazioni», sottolinea con fermezza Luigi Vitale, Presidente di AsNAS Sicilia. Ma è proprio questa invisibilità il nemico più subdolo.

I vaccini sono diventati vittime del loro stesso successo: non vedendo più bambini morire o rimanere paralizzati, la società ha drasticamente ridotto la percezione della gravità di molte malattie prevenibili. A questo, denuncia AsNAS, si è aggiunta negli ultimi anni la capillare e tossica diffusione di informazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico sul web, che ha alimentato un’ingiustificata e pericolosissima esitazione vaccinale tra le famiglie moderne.

L’allarme immunità di gregge: soglia a rischio nel Paese

Perché la protezione funzioni e tuteli anche i soggetti più fragili che non possono vaccinarsi per motivi di salute, è necessaria una barriera sociale impenetrabile, la cosiddetta “immunità di gregge”. Per arginare la difterite, la comunità scientifica internazionale stima che questa soglia debba attestarsi saldamente intorno al 95% di copertura vaccinale. Un livello di sicurezza assoluta che, purtroppo, non viene più raggiunto e garantito in diverse aree del nostro Paese, lasciando pericolosi varchi aperti per il ritorno dei patogeni, come ampiamente dimostrato dalle recenti e preoccupanti recrudescenze del morbillo.

Nichetti: “Non cerchiamo colpevoli, interroghiamo il sistema”

Davanti a un lutto così straziante, la reazione istintiva dell’opinione pubblica è quella di cercare un capro espiatorio. Ma Elena Nichetti, Presidente nazionale di AsNAS, invita a uno sguardo più profondo e autocritico. Se gli accertamenti confermeranno la morte per difterite su un soggetto non adeguatamente immunizzato, «la perdita di una vita così giovane per una malattia evitabile rappresenterà una sconfitta per tutto il mondo della prevenzione e delle vaccinazioni. Questo non deve essere un evento da cui partire per cercare colpevoli, ma un dramma sul quale l’intero sistema sanitario dovrà interrogarsi severamente».

Oltre il vaccino: l’urgenza di una sanità che accolga e ascolti

La vera lezione che l’AsNAS vuole trasmettere alle istituzioni è che non basta avere frigoriferi pieni di vaccini sicuri, efficaci e gratuiti. Serve un approccio umano e logistico totalmente diverso. «Il sistema sanitario deve fisicamente raggiungere le persone, anche e soprattutto nelle zone sociali e geografiche più disagiate, riconoscendo chi non è adeguatamente protetto e intercettandone precocemente i bisogni», prosegue Vitale.

Di fronte ai dubbi e alle paure (spesso legittime) dei genitori, la risposta dello Stato non può essere il giudizio o lo stigma sociale, ma una comunicazione accogliente ed empatica. Serve un solido raccordo tra pediatri, scuole e medici di base, capace di costruire fiducia e sradicare la disinformazione. «Quando una malattia prevenibile torna a sottrarre una vita – conclude amaramente la presidente Nichetti – occorre chiedersi perché quella protezione non abbia raggiunto quella specifica persona». Per evitare che tragedie simili si ripetano, servono professionisti sul territorio e un sistema che non si limiti ad aspettare i pazienti, ma che vada attivamente a cercarli e a proteggerli.

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