Esteri
Atiq Rahimi: dalla letteratura afghana alla presidenza della giuria del Festival «Donna, Vita, Libertà»
Redazione- Atiq Rahimi, scrittore e regista franco-afghano, vincitore del prestigioso Prix Goncourt, è stato scelto come presidente della giuria internazionale della terza edizione del Festival cinematografico internazionale «Donna, Vita, Libertà». Un appuntamento che porta sullo schermo storie di libertà, resistenza e dignità umana, offrendo uno spazio internazionale a registi e artisti indipendenti spesso costretti a confrontarsi con la censura.
La terza edizione del festival si svolgerà dal 16 al 21 settembre 2026 a Brisbane, in Australia, e contemporaneamente in diverse località dell’Europa e del Nord America.
La nomina di Atiq Rahimi alla presidenza della giuria conferisce a questa edizione un significato particolare. La sua produzione letteraria e cinematografica è infatti profondamente legata a temi come la guerra, l’esilio, l’identità, la libertà, la sofferenza e la resistenza dell’individuo di fronte alla violenza e al silenzio.
Nato in Afghanistan e da molti anni attivo in Francia, Rahimi è una delle figure più importanti della cultura contemporanea afghana e francofona. Nel 2008 ha ricevuto il Prix Goncourt, uno dei massimi riconoscimenti della letteratura francese, per il romanzo «Syngué Sabour. Pierre de patience» («Pietra di pazienza»), consacrandosi sulla scena letteraria internazionale.
Il suo percorso artistico, tuttavia, non si è fermato alla scrittura. Rahimi ha costruito una significativa carriera anche nel cinema, dirigendo opere come «Terre et cendres» («Terra e cenere»), «Syngué Sabour» e «La Maison de la radio». Attraverso il linguaggio cinematografico ha raccontato più volte vite segnate dalla guerra, dalla perdita e dalle restrizioni sociali, dando particolare attenzione alla condizione dell’essere umano e alla sua ricerca di libertà.
In qualità di presidente della giuria, Rahimi valuterà le opere in concorso insieme a personalità di rilievo del cinema e della cultura, tra cui Niki Karimi, Vishka Asayesh, Mozhgan Eilanzlou, Stephen Lance, Richard Fung e Carolina Posse.
Un festival nato per dare voce alla libertà
Il Festival «Donna, Vita, Libertà» non si presenta semplicemente come una rassegna cinematografica. La sua ambizione è più ampia: creare una piattaforma internazionale per registi e artisti indipendenti e utilizzare il cinema come strumento di libertà, dialogo e resistenza alla censura.
Fondato nel 2024 dall’Associazione degli artisti iraniani di cinema e teatro all’estero, il festival è nato ispirandosi al movimento «Donna, Vita, Libertà» e con l’obiettivo di dare visibilità a opere che affrontano temi quali i diritti delle donne, l’uguaglianza di genere, i diritti umani, la giustizia sociale e la libertà di espressione.
La forza del festival risiede proprio nella possibilità di trasformare lo schermo cinematografico in uno spazio di testimonianza. In un contesto in cui numerosi artisti si trovano ancora a operare sotto pressione, la possibilità di raccontare liberamente una storia assume un valore che va ben oltre quello puramente artistico.
L’omaggio a Bahram Beyzai e Nasser Taghvai
Tra gli appuntamenti più significativi della terza edizione figurano inoltre programmi speciali dedicati a Bahram Beyzai e Nasser Taghvai, due figure fondamentali del cinema iraniano.
Entrambi hanno costruito una parte importante della propria carriera attorno all’indipendenza artistica e a una visione del cinema capace di confrontarsi con le limitazioni culturali e con la censura. Il loro omaggio all’interno del festival rappresenta quindi una scelta profondamente coerente con la filosofia della manifestazione.
Il festival vuole così non soltanto celebrare grandi autori del passato e del presente, ma anche ricordare il ruolo che il cinema può svolgere nella conservazione della memoria culturale e nella difesa della libertà creativa.
Un ponte tra culture
Un ulteriore elemento di rilievo di questa edizione è l’ingresso dell’Alliance Française di Brisbane come partner del festival. Per la prima volta, l’istituzione assegnerà il Premio Alliance Française a uno dei film candidati, con particolare attenzione alle opere che promuovono il cinema indipendente, la libertà artistica e il dialogo con il mondo francofono.
La presenza di Atiq Rahimi alla guida della giuria assume, in questo contesto, un valore ancora più simbolico. La sua stessa vita rappresenta un ponte tra culture: nato in Afghanistan, trasferitosi in Francia e diventato una voce riconosciuta della letteratura e del cinema internazionale, Rahimi ha trasformato l’esperienza dell’esilio, della guerra e della ricerca di identità in materia artistica.
La terza edizione del Festival «Donna, Vita, Libertà» si prepara dunque a essere molto più di una semplice rassegna di film. È un luogo d’incontro per storie e persone, uno spazio nel quale il cinema può diventare memoria, testimonianza e forma di resistenza.
E la scelta di Atiq Rahimi come presidente della giuria sembra racchiudere perfettamente questo spirito: quello di un artista che, attraverso la letteratura e il cinema, ha sempre cercato di dare voce a chi vive tra la violenza, il silenzio e il desiderio di libertà.
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L’Abruzzo piange Maria Spinelli, trucidata a 22 anni al rave in Svizzera. Arrestato il killer: era emigrata per fare la cameriera
L’Abruzzo piange Maria Spinelli, morta a 22 anni al rave party in Svizzera. ARRESTATO IL KILLER: “Maria cercava solo lavoro, l’hanno trucidata!” 😭 💔 Non si può morire così a 22 anni! La ragazza italiana uccisa a colpi di pistola sabato notte durante un rave party in Svizzera finalmente ha un nome. Si chiamava Maria Spinelli (avrebbe compiuto 23 anni a ottobre) e il suo destino stringe il cuore in una morsa di dolore immenso! Maria era una ragazza umile e volenterosa: era partita dall’Abruzzo per cercare lavoro all’estero. Nata ad Atri, aveva vissuto a Città Sant’Angelo e aveva studiato a Silvi, per poi trasferirsi in Svizzera a fare la cameriera. Sabato notte era andata al raduno techno (Aarauer Rave, con oltre 3000 giovani) solo per staccare dal lavoro e divertirsi. Lì ha trovato l’inferno: ha perso la vita in una pozza di sangue, vittima innocente e inconsapevole della furia omicida di un folle. Ci sono anche altri 5 giovani feriti. LA SVOLTA: questa mattina la polizia ha ARRESTATO UN 43ENNE SVIZZERO, ritenuto l’unico responsabile della strage! Il motivo? Per ora gli investigatori seguono tre piste: il terrorismo, il raptus di follia o l’agguato criminale. L’Abruzzo intero è precipitato in un lutto profondissimo e l’Italia piange l’ennesima figlia emigrata che non tornerà più a casa. Leggi tutti gli aggiornamenti choc nel nostro articolo 👇 🙏 Lasciamo una dolcissima preghiera per Maria e per i suoi familiari in questo momento di dolore impossibile da superare!
Redazione – Il destino, a volte, sa essere così infame, cieco e crudele da lasciare un’intera Nazione senza fiato. Quando un giovane fa le valigie, saluta con le lacrime agli occhi la propria terra d’origine e parte verso l’estero con l’umiltà di chi vuole costruirsi un futuro onesto lavorando sodo, ci si aspetta che la vita lo ricompensi. Per Maria Spinelli, la ragazza italiana trucidata nel fine settimana durante la folle sparatoria al rave party in Svizzera (di cui avevamo dato tempestivamente notizia), il copione è stato invece tragicamente capovolto.
Oggi, finalmente, quella vittima innocente ha un nome e un volto bellissimo, e la sua storia si intreccia indissolubilmente con il dolore di ben tre comunità dell’Abruzzo, la sua amata terra, che oggi si risveglia precipitata in un lutto incolmabile.
Da Città Sant’Angelo a Oftringen: i sogni spezzati
Maria avrebbe compiuto 23 anni il prossimo mese di ottobre. La sua vita era profondamente radicata nel territorio abruzzese: nata nella storica e meravigliosa città di Atri, era cresciuta e aveva vissuto a Città Sant’Angelo, per poi completare i propri studi superiori nella vicina Silvi, diplomandosi con ottimi voti presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Adone Zoli” (l’ex Alberghiero).
Come tantissimi ragazzi del Sud, Maria non aveva esitato a rimboccarsi le maniche. “Era partita come si faceva una volta, per cercare fortuna”, raccontano gli amici in lacrime. Prima un’esperienza in Germania, poi, da circa un mese, il trasferimento nella cittadina di Oftringen, in Svizzera. Qui, a poca distanza dal luogo in cui avrebbe poi trovato la morte, Maria lavorava duramente come cameriera, mettendo a frutto gli studi abruzzesi. Sabato notte non cercava certo guai: voleva soltanto godersi una meritatissima serata di svago, di musica e di leggerezza insieme ai coetanei.
L’arresto del killer: in manette un 43enne svizzero
Mentre l’Italia piange la sua giovane figlia, sul fronte investigativo è arrivata la svolta tanto attesa. Dopo ore di caccia serrata, questa mattina la polizia cantonale svizzera ha arrestato un uomo di 43 anni, di nazionalità elvetica. Secondo le indiscrezioni trapelate attraverso la stampa locale (confermate dal Corriere del Ticino), l’uomo sarebbe l’unico, spietato autore della strage.
L’inferno si è scatenato nel cuore della notte tra sabato e domenica presso l’area dell’ippodromo di Schachen, dove si stava svolgendo la settima edizione dell’Aarauer Rave (un imponente raduno di musica techno con oltre tremila partecipanti). Gli spari, esplosi improvvisamente da due punti diversi dell’area, hanno scatenato il panico assoluto, la calca e il terrore.
Tre ipotesi investigative: terrorismo o follia cieca?
I motivi che hanno spinto il 43enne a fare fuoco sulla folla innocente sono ancora avvolti nel mistero. Il comandante della polizia cantonale, Michael Leupold, ha dichiarato che gli inquirenti stanno lavorando su tre piste principali: non si esclude l’ipotesi gravissima di un attentato di matrice terroristica, ma prendono quota anche le piste del raptus omicida o di un sanguinoso agguato legato ad attività criminali. Per supportare le indagini, l’Ufficio federale di polizia (Fedpol) ha inviato sul posto due ufficiali di altissimo livello.
Oltre alla tragica e letale fine della povera Maria Spinelli (deceduta a causa del sangue perso per le ferite d’arma da fuoco), l’ultimo bilancio confermato dalla polizia parla di cinque feriti (quattro uomini e una cittadina tedesca, tutti tra i 24 e i 27 anni). Tra i feriti scampati miracolosamente alla morte ci sono anche due ragazzi italiani, che sono già rientrati a casa sani e salvi.
Il lutto dell’Abruzzo per la vittima innocente
La morte di Maria ha scosso nel profondo la Svizzera e l’Italia, riaprendo le ferite del dolore per i recenti, tragici fatti di sangue avvenuti a Crans Montana. Ma oggi è l’Abruzzo a versare le lacrime più amare.
Atri, Città Sant’Angelo e Silvi piangono una ragazza solare, coraggiosa, indipendente. Una vittima innocente, volata in cielo nel peggiore dei modi, spazzata via dalla furia omicida di un folle proprio nel momento in cui stava spiccando il volo per costruirsi la vita che sognava e che meritava.
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Allarme rosso dal Pentagono: alti ufficiali Usa ad Hegseth. “Fermiamo la guerra con l’Iran o l’Europa sarà preda della Russia”
ALLARME ROSSO GLOBALE! I Generali americani scrivono al capo del Pentagono: “Fermate la guerra contro l’Iran o l’Europa sarà indifesa contro la Russia!” 🇺🇸 🚀 Una clamorosa indiscrezione geopolitica che ci fa tremare i polsi! Come riportato dall’esperto Aldo Di Giovanni, all’interno del Pentagono è in corso una vera e propria ribellione strategica. Un folto gruppo di Alti Ufficiali, Ammiragli e Generali a stelle e strisce ha scritto una durissima lettera ufficiale al Capo del Pentagono (il Segretario della Difesa Usa, Pete Hegseth) per lanciargli un ultimatum: le operazioni militari americane a lungo termine contro l’Iran NON SONO PIÙ SOSTENIBILI. Il motivo? Andando avanti con questo conflitto in Medio Oriente, gli Stati Uniti stanno prosciugando le loro risorse e si stanno indebolendo troppo su scala globale! Il problema principale riguarda le preziose batterie di missili da difesa antiaerea PATRIOT: gli americani le stanno consumando a un ritmo folle contro l’Iran e le scorte nei magazzini sono quasi a secco! I Generali hanno avvertito Hegseth che continuare così significherebbe LASCIARE TOTALMENTE VULNERABILE L’EUROPA di fronte a una possibile offensiva militare della Russia! Se Mosca dovesse attaccare l’Europa, l’America non avrebbe più missili Patriot per difenderci. Un monito durissimo: fermare l’Iran per non consegnare l’Europa a Putin! Leggi la clamorosa analisi militare nel nostro articolo esclusivo! 👇 🌍 Secondo voi Washington ascolterà il grido d’allarme dei suoi Generali o continuerà a combattere nel deserto a rischio di far scoppiare la Terza Guerra Mondiale in Europa?
Redazione – C’è un terremoto silenzioso ma devastante che sta scuotendo in queste ore le fondamenta del potere militare più grande e temibile del mondo: gli Stati Uniti d’America. Mentre l’opinione pubblica globale è ipnotizzata dalle immagini dei bombardamenti e dalle dichiarazioni dei leader politici, all’interno delle stanze dei bottoni di Washington sta andando in scena una vera e propria ribellione strategica.
A lanciare questa pesantissima indiscrezione di intelligence, che rischia di cambiare radicalmente le sorti geopolitiche del pianeta, è l’autorevole e sempre attento analista Aldo Di Giovanni. Secondo quanto riportato, un nutrito e pesantissimo gruppo di Alti Ufficiali americani (parliamo di Colonnelli, Generali a svariate stelle e Ammiragli della Marina) avrebbe preso carta e penna per scrivere una lettera ufficiale, dai toni drammatici, indirizzata direttamente al Capo del Pentagono, Pete Hegseth. Il succo del messaggio è uno solo, inequivocabile: la guerra contro l’Iran deve essere fermata al più presto.
“Operazioni insostenibili”: la rivolta dei Generali
Le voci che si stanno elevando all’interno delle Forze Armate USA non appartengono a pacifisti o a politici in cerca di voti, ma a uomini abituati a fare la guerra e a calcolare freddamente le risorse sul campo. Questi leader militari hanno messo nero su bianco una verità scomoda per l’Amministrazione americana: continuare a lungo termine le operazioni militari contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è strategicamente, economicamente e militarmente sostenibile per gli Stati Uniti.
Aprire e mantenere un fronte di guerra aperto, vasto e logorante in Medio Oriente contro un nemico ostico e ben armato come Teheran, significa infatti prosciugare lentamente ma inesorabilmente le risorse dell’esercito a stelle e strisce. Andare avanti a oltranza in questo conflitto, avvertono gli Ufficiali, finirebbe paradossalmente per indebolire in modo critico la capacità degli Stati Uniti di affrontare altre, e ben più gravi, minacce globali.
Il nodo vitale dei missili Patriot e il rischio scorte
Ma qual è il punto debole che terrorizza i Generali americani? Il dossier consegnato ad Hegseth fa esplicito riferimento a un’arma specifica, diventata l’ago della bilancia della sicurezza mondiale: i sistemi di difesa aerea Patriot.
Queste costosissime e sofisticatissime batterie di missili intercettori vengono attualmente consumate a ritmi vertiginosi in Medio Oriente per abbattere i droni, i missili balistici e i razzi lanciati dall’Iran e dalle sue milizie proxy. Il problema, drammatico, è che la produzione industriale americana non riesce a tenere il passo con il consumo sul campo. La riduzione drastica delle scorte di missili Patriot sta portando gli arsenali difensivi americani vicini al livello di guardia, innescando un effetto domino che rischia di travolgere il Vecchio Continente.
L’incubo sull’Europa: l’ombra della Russia
Qui entra in gioco il vero, grande incubo geopolitico. Gli Alti Ufficiali hanno spiegato ad Hegseth che sguarnire i magazzini di sistemi Patriot per fare la guerra all’Iran rappresenta un pericolo mortale e imminente per l’Europa.
Se l’arsenale missilistico difensivo americano dovesse esaurirsi in Medio Oriente, i Paesi europei della NATO rimarrebbero tragicamente vulnerabili e scoperti nell’ipotesi (sempre meno remota) in cui venissero colpiti da una massiccia offensiva militare scatenata dalla Russia. Mosca, infatti, osserva con grande interesse il dissanguamento militare americano contro Teheran, consapevole che un’America debole, distratta in Medio Oriente e senza più scorte di missili intercettori, non avrebbe la forza per proteggere il cielo delle capitali europee.
Il monito dei Generali al Capo del Pentagono, rivelato da Aldo Di Giovanni, è dunque un salvagente lanciato all’Europa: “Fermiamoci ora in Iran, o consegneremo il Vecchio Continente a Vladimir Putin”. La palla, ora, passa ai decisori politici di Washington, chiamati a compiere la scelta più difficile del secolo.
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L’orgoglio tricolore nei Balcani: i soldati italiani della missione NATO garanti di pace e sicurezza nel cuore del Kosovo
L’orgoglio tricolore non si ferma mai! I nostri straordinari soldati in Kosovo garantiscono la pace e la sicurezza dell’Europa! 🇮🇹 🪖 Troppo spesso ci dimentichiamo del lavoro eroico, faticoso e silenzioso dei nostri uomini e donne in divisa impegnati all’estero! I militari dell’Esercito Italiano, impiegati nella delicatissima missione “KFOR” della NATO, continuano a vigilare instancabilmente sulla complessa polveriera dei Balcani. Nelle scorse ore, all’interno della base “Camp Village Italia” a Peje, si è tenuto un vertice importantissimo! Il Colonnello Giuseppe De Blasi (Comandante della Regione Ovest per la NATO) ha accolto il Direttore del Centro Regionale OSCE Cristiano Barale per fare il punto sulla situazione militare e strategica del territorio kosovaro. Come riporta Aldo Di Giovanni, il vertice è servito a rafforzare la cooperazione internazionale. Il Colonnello De Blasi ha ribadito il senso del mandato Onu assegnato all’Italia nel lontano 1999: “Il nostro compito è mantenere un ambiente pacifico e sicuro per tutte le persone e le etnie che vivono in Kosovo, lavorando a stretto contatto con la polizia locale!”. Un ruolo di assoluta leadership, fatto di umanità, fermezza e diplomazia, che fa dei nostri militari un modello di peacekeeping rispettato, stimato e invidiato in tutto il mondo! Leggi i dettagli del vertice internazionale nel nostro articolo! 👇 🕊️ Siamo orgogliosi dei nostri soldati tricolore? Ringraziamoli nei commenti per i sacrifici che fanno ogni giorno lontani dalle loro famiglie!
Redazione – Ci sono uomini e donne in divisa che, ben lontani dalle luci dei riflettori mediatici, lavorano silenziosamente e instancabilmente 365 giorni all’anno per garantire l’equilibrio, la sicurezza e la pace in alcuni dei quadranti geopolitici più complessi, instabili e delicati del nostro pianeta. Tra le missioni internazionali più importanti e prestigiose in cui il nostro Paese è storicamente impegnato in prima linea, spicca senza dubbio l’impegno costante e inarrestabile dei soldati italiani della missione “KFOR” (Kosovo Force), l’imponente operazione militare a guida NATO che da oltre un quarto di secolo sorveglia la stabilità dei Balcani.
A riaccendere i fari su questa fondamentale missione di pace è un resoconto curato da Aldo Di Giovanni, che ci racconta nel dettaglio le ultime, cruciali ore di lavoro diplomatico e strategico portate avanti dalle nostre Forze Armate sul complicatissimo territorio kosovaro.
Il vertice strategico al “Camp Village Italia” di Peje
Il cuore pulsante dell’impegno tricolore in questa regione si trova a Peje (conosciuta anche come Peć), all’interno dell’imponente e organizzatissimo “Camp Village Italia”. È qui che nelle scorse ore si è svolto un incontro istituzionale e operativo di altissimo livello per il mantenimento della stabilità regionale.
Il Colonnello dell’Esercito Italiano Giuseppe De Blasi, che ricopre l’incarico di massima responsabilità come Comandante della “Regione Ovest” della Forza NATO in Kosovo, ha ufficialmente accolto e ricevuto all’interno della base militare italiana il Signor Cristiano Barale, figura di primissimo piano in quanto Direttore del Centro Regionale dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Un vertice bilaterale di estrema importanza, che testimonia il ruolo di assoluta leadership dell’Italia nel coordinare le diverse forze internazionali schierate sul campo.
Il focus: sicurezza sul territorio e massima cooperazione
La lunga e proficua riunione a porte chiuse tra il Colonnello De Blasi e il Direttore Barale si è concentrata in modo chirurgico sull’analisi dettagliata e sull’aggiornamento della situazione di sicurezza nell’area di responsabilità del Comando Regionale Ovest (una zona storicamente segnata da profondissime divisioni etniche e tensioni latenti).
Sul tavolo del vertice sono state analizzate tutte le opportunità strategiche necessarie per rafforzare ulteriormente e in modo tangibile la cooperazione tra i militari dell’Esercito Italiano (sotto l’egida della NATO) e il personale civile e diplomatico dell’OSCE. L’obiettivo comune, infatti, è quello di monitorare, prevenire e disinnescare sul nascere qualsiasi potenziale scintilla che possa riaccendere il fuoco del conflitto tra le diverse etnie che popolano l’area.
Il mandato ONU 1244 e il coordinamento con la Polizia locale
Durante i lavori del summit, il Colonnello De Blasi ha tenuto a ribadire e sottolineare pubblicamente l’importanza sacrale del compito affidato ai nostri ragazzi in divisa dalla storica risoluzione numero 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (emanata nel lontano 1999, all’indomani della sanguinosa guerra nei Balcani).
La missione dell’Italia e della NATO non è quella di favorire una fazione a discapito dell’altra, ma di contribuire attivamente a creare e mantenere un ambiente totalmente sicuro (il cosiddetto “Safe and Secure Environment”) per tutte le persone, di qualsiasi etnia, che vivono e lavorano in Kosovo, permettendo loro di prosperare senza il terrore della violenza. Questo delicatissimo compito viene portato avanti dai nostri soldati in strettissima e quotidiana coordinazione con la Polizia Kosovara. I nostri militari, infatti, agiscono come formidabile rete di protezione e di deterrenza, garantendo la sicurezza sul territorio nel rispetto dei rispettivi ruoli istituzionali.
Un lavoro eroico, silenzioso e diplomaticamente perfetto, che rende l’Esercito Italiano un orgoglio tricolore ammirato e rispettato in tutto il mondo per la sua straordinaria umanità e professionalità.
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