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Cultura

L’Aquila, la città che si rivela al mondo | Intervista a Goffredo Palmerini

L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

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LAquila, Basilica di S.Maria di Collemaggio

Redazione- L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

Custode di uno dei più importanti centri storici d’Italia, di straordinari monumenti, di una tradizione culturale viva e della Perdonanza Celestiniana, patrimonio immateriale dell’UNESCO, L’Aquila si presenta oggi come un luogo in cui memoria e innovazione convivono armoniosamente. Una città che continua a produrre cultura, ricerca, arte e conoscenza.

A raccontare il significato profondo di questo anno speciale è Goffredo Palmerini, giornalista, scrittore ed ex vicesindaco dell’Aquila, da sempre tra i più autorevoli interpreti della storia e dell’identità aquilana. Attraverso il suo racconto emerge il volto autentico di una città che ha saputo trasformare le prove più difficili in occasioni di crescita e che oggi, da Capitale Italiana della Cultura, offre all’Italia e al mondo un messaggio di bellezza, resilienza, dialogo e speranza.

L’Aquila è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2026. Da aquilano e protagonista della vita amministrativa cittadina per quasi trent’anni, che significato attribuisce a questo riconoscimento?

L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 non è soltanto un titolo, è uno specchio che finalmente restituisce al Paese l’immagine autentica di una città straordinaria. Da un lato, certifica la ricchezza del suo patrimonio artistico: un centro storico vastissimo, racchiuso da oltre sei chilometri di mura trecentesche, dove quasi duemila emergenze architettoniche e monumentali sono censite e protette dal Ministero. Dall’altro, riconosce la vitalità di una produzione culturale che, per qualità e densità, non ha paragoni in Italia in rapporto al numero degli abitanti.

C’è però un significato più profondo. Questo riconoscimento premia una comunità che ha saputo resistere e rinascere dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’Aquila non è una città che si reinventa. È una città che si rivela. La sua storia lo dimostra. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere “al massimo della bellezza”, nacque come progetto urbano armonico, non per aggregazioni casuali. Come ricorda Pierre Lavedan, nella storia dell’urbanesimo europeo non era mai accaduto nulla di simile. Solo San Pietroburgo nel 1703 e Brasilia nella seconda metà del Novecento avrebbero riproposto un’idea così visionaria. Questa è la prima, irripetibile modernità dell’Aquila.

Lei ha raccontato L’Aquila in molti suoi libri. Quali caratteristiche rendono questa città unica nel panorama culturale italiano?

Per tre secoli L’Aquila fu una città di rango europeo, seconda città del Regno dopo Napoli, protagonista dei commerci della lana e dello zafferano, dotata di una governance civile e politica originalissima. La Civitas nova e i Castelli fondatori erano legati da un sistema di diritti e doveri reciproci che anticipava forme di democrazia partecipata. Le cinque Arti, depositarie del potere cittadino, seppero valorizzare il privilegio di essere città di confine, conquistando un’autonomia che oggi definiremmo “avanzata”. La città aveva una sua “costituzione” negli Statuti, batteva moneta, godeva di un regime fiscale favorevole e, dal 1464, del diritto di istituire un’università. Era un luogo aperto all’innovazione: nel 1482 Adam Burkardt di Rottweil, allievo di Gutenberg, vi fondò una delle prime stamperie d’Italia (la terza, dopo quelle di Venezia nel 1469 e Foligno nel 1470). Una borghesia colta e illuminata completava il quadro di una città dinamica, moderna, sorprendentemente europea.

Poi vennero la rivolta del 1528 contro i dominatori spagnoli, la repressione e la cesura tra città e contado, cui seguì una decadenza lunga oltre un secolo, anche per le conseguenze del devastante terremoto del 2 febbraio 1703. Ma L’Aquila ha una caratteristica che la rende unica, la capacità di risorgere. Dai terremoti, dalle guerre, dalle dittature. Nel secondo dopoguerra, con la libertà riconquistata e con la Repubblica, nascono la Società dei Concerti, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese con un’orchestra stabile, il Teatro Stabile dell’Aquila, poi d’Abruzzo, l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica”, l’Accademia per le Arti e le Scienze dell’Immagine, il Teatro d’innovazione “L’Uovo”, infine il Gran Sasso Science Institute. L’Aquila non distribuisce cultura. La produce. La genera. La rinnova. E custodisce un patrimonio spirituale che non ha eguali: la Perdonanza Celestiniana, primo giubileo della cristianità (1294), oggi Patrimonio UNESCO. Papa Francesco ha definita L’Aquila «Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace». Non è un titolo del passato, è un destino.

Da anni promuove l’immagine dell’Aquila presso le comunità italiane all’estero. Qual è oggi la percezione della città nel mondo?

Dopo il sisma del 2009, L’Aquila è diventata una città universale. Il mondo l’ha conosciuta attraverso la sua tragedia, ma anche attraverso la dignità con cui ha saputo affrontarla. Le sue ferite, poi ricucite dalla ricostruzione, hanno fatto il giro del pianeta. E con esse la straordinaria solidarietà ricevuta da ogni parte d’Italia e del mondo. Questo patrimonio morale è oggi una delle sue ricchezze più grandi, un esempio di umanità che contrasta con un mondo segnato da guerre, violenze, tragedie civili. La Perdonanza, con il suo messaggio di pace e riconciliazione, è un ponte ideale tra L’Aquila e il mondo. Il titolo di Capitale della Cultura può amplificare questo messaggio, trasformandolo in un invito universale al dialogo e alla pace.

Quali luoghi, eventi o simboli consiglierebbe a chi visiterà L’Aquila per la prima volta nel 2026?

L’Aquila è un giacimento di bellezza diffusa. Nel solo centro storico si contano oltre settanta chiese, un centinaio di palazzi gentilizi, piazze, fontane, porte urbiche, scorci che sembrano usciti da un trattato di urbanistica rinascimentale. Luoghi simbolo imprescindibili della città sono la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e della Perdonanza, che custodisce le spoglie di Celestino V; la Basilica di San Bernardino, con lo splendido mausoleo rinascimentale, che custodisce il corpo di San Bernardino da Siena, e la Resurrezione, pala d’altare con le ceramiche di Andrea della Robbia; la Fontana delle 99 Cannelle, edificata nel 1274, enigma delle origini e simbolo identitario; il Castello cinquecentesco con il Museo Nazionale d’Abruzzo, scrigno di collezioni e mostre d’arte; poi le piazze, le fontane, le porte della cinta muraria, e in ogni angolo dettagli intriganti e sorprese, una storia tutta da raccontare. L’Aquila è una città che non si visita, si attraversa. E ogni attraversamento è una scoperta.

Quando e come è nata la sua vocazione alla scrittura?

La scrittura è nata come un’estensione naturale del mio impegno civile. Dopo quasi trent’anni nelle istituzioni cittadine, nel 2007 ho scelto di dedicarmi al giornalismo internazionale e alla produzione letteraria. Era un modo diverso di servire la mia città, l’Abruzzo, l’Italia. Raccontare l’Italia meno conosciuta – quella dei borghi, delle province, delle eccellenze nascoste – è diventato un modo per colmare un vuoto comunicativo evidente. All’estero i pacchetti turistici si concentrano sulle solite mete. Ma l’Italia profonda custodisce meraviglie che meritano di essere scoperte. La scrittura odeporica è per me un atto di restituzione: informare, incuriosire, far nascere il desiderio di conoscenza.

Da cosa nasce il suo interesse per l’emigrazione italiana?

Nasce dall’incontro diretto con le nostre comunità all’estero, durante gli otto anni nel Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo. Da lì si è aperto un mondo: quello degli 80 milioni di oriundi italiani, una “seconda Italia” che vive fuori dai confini ma custodisce la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra memoria. Le visite sono diventate racconti, articoli, libri. Una circolarità di informazioni che ha arricchito la mia comprensione del fenomeno migratorio italiano, una delle più grandi diaspore dell’umanità. Una conoscenza che non tengo gelosa, ma che volentieri metto a disposizione di tutti attraverso la mia attività perché diventi consapevolezza comune.

Quale immagine dell’Italia ha trovato più viva tra gli emigrati e i loro discendenti?

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, laboriosa. Sono i migliori ambasciatori del Paese. Hanno conquistato rispetto e stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persistono stereotipi che impediscono di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni successive alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere ovunque.

Come interpreta i cambiamenti che stanno interessando l’Italia e le nuove forme di mobilità giovanile?

L’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, l’innovazione industriale e nei servizi in ritardo, stanno generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione: fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani, pur diplomati o laureati, non trovano lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più meritocratiche. Servono politiche strutturali, non episodiche, per invertire la tendenza. Concludendo, abbiamo il dovere morale di conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale.

https://www.ciaomag.com/home/laquila-cultura-2026

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Giornalista e scrittrice, è esperta di comunicazione e autrice di pubblicazioni in italiano, inglese e spagnolo. Da molti anni promuove attivamente l’Italia nel mondo attraverso una fitta rete di relazioni internazionali. È stata consigliere dell’Associazione Donne Italiane di Hong Kong, co-fondatrice e responsabile della comunicazione per l’Italian British Association, co-fondatrice e direttore di Ciao Praga e responsabile globale delle Pubbliche Relazioni per l’A.I.M. – Associazione per l’Italia nel Mondo. Ha, inoltre, ricoperto incarichi per l’Università di Cambridge, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Mondiale, l’Iniziativa Centro Europea, BP, ENI, AGIP e Alitalia. Attualmente è Direttore di Ciao Magazine e della casa editrice Ciao Publishing (CP Cambridge).

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Cultura

“Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”: il viaggio spietato e meraviglioso di Zanë Mehmeti alla ricerca del perdono interiore

“L’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita”. 📖 🧠 Ospitiamo oggi sulle nostre pagine un testo di straordinaria, commovente potenza introspettiva. S’intitola “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, firmato dalla poetessa e scrittrice macedone Zanë Mehmeti. Una discesa chirurgica nelle fragilità umane: l’incapacità di mettere dei confini, la tendenza a confondere la disciplina con l’autolesionismo, la fretta di amare e, infine, il coraggio difficilissimo di perdonare non gli altri, ma se stessi. Se vi siete mai sentiti in prigione dentro la vostra stessa identità, questo testo vi lascerà senza fiato. Leggetelo tutto d’un fiato nel nostro articolo 👇 🕊️

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Zanë Mehmeti

Redazione – Ci sono testi letterari che non si limitano a farsi leggere, ma che ti leggono dentro. Ti costringono a fermarti, a guardarti allo specchio senza filtri e a fare i conti con quel tribunale implacabile che ognuno di noi ha costruito segretamente dentro di sé. È esattamente questo l’effetto dirompente che provoca la lettura di “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, l’ultimo, intensissimo scritto della poetessa e filologa Zanë Mehmeti.

Con una lucidità quasi chirurgica, l’autrice disseziona il concetto di autodisciplina, trasformandolo in una confessione a cuore aperto sulle ferite dell’identità, sull’urgenza dell’amore e sulla vitale necessità di imparare a mettere dei confini (non per odiare gli altri, ma per proteggere se stessi). Un testo magnifico che offriamo oggi ai nostri lettori, per imparare che la forma più alta di libertà non è sfuggire al proprio passato, ma firmare finalmente un trattato di pace con se stessi.


Chi è Zanë Mehmeti

Zanë Mehmeti è una poetessa, scrittrice e professoressa nata nel 1983 a Gostivar, nella Repubblica di Macedonia del Nord. Ha conseguito la laurea presso la Facoltà di Filologia, Dipartimento di Lingua e Letteratura Albanese, dell’Università “San Cirillo e Metodio” di Skopje, seguita da un master in Lingua Albanese presso l’Università Statale di Tetovo. Attenta studiosa, ha già pubblicato due libri di studi in ambito linguistico e semantico (“La lingua e lo stile nella prosa di Anton Pashku” e “Pashku, unico nel suo genere”). Autrice di prosa e poesia, è attualmente in attesa della pubblicazione della sua prima raccolta poetica ufficiale.


Anatomia di un’anima che non sa fermarsi

di Zanë Mehmeti

Non ho mai saputo lasciare me stessa senza freni. L’ho tenuta sotto osservazione con una vigilanza quasi crudele, come se dentro di me vivesse un’estranea, per la quale dovessi cercare delle prove prima di fidarmi di lei. Ho messo ogni sentimento di fronte a una domanda, ho fatto passare ogni desiderio attraverso la dogana della ragione, ho custodito ogni debolezza come un oggetto proibito, nel caso in cui un giorno avessi avuto bisogno di usarla contro me stessa.

Dentro di me ha vissuto a lungo un giudice che conosceva la colpa prima che nascesse il crimine. La punizione non arrivava dopo l’errore; lo aspettava nel corridoio. E io, senza rendermene conto, sono diventata contemporaneamente l’accusata, la testimone e la carceriera di me stessa. Forse questo è uno dei meccanismi più raffinati dell’autodistruzione; chiamare disciplina ciò che, in silenzio, ha iniziato ad assomigliare alla violenza.

Per anni ho pensato che non perdere se stessi significasse tenerli sempre legati. Come se il carattere fosse un animale pericoloso, che dovesse essere tenuto sotto controllo, come se la libertà iniziasse solo dopo aver chiuso tutte le porte dentro di noi. Ma l’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita.

Ho capito tardi che nemmeno io ero ciò che avevo creduto di essere, e che nemmeno gli altri erano quelli che avevo scritto nella mia mente. L’essere umano è un malinteso che dura così a lungo che un giorno inizia a chiamare se stesso identità. Diamo dei nomi alle nostre ferite, poi prendiamo quei nomi per carattere. Diciamo “io sono così”, perché è più facile mantenere una prigione con un nome, piuttosto che accettare che la chiave sia sempre stata da qualche parte dentro di noi.

Tra tutti i miei errori, ce n’è uno che ritorna continuamente, vestito con gli abiti della virtù; la fretta. Ho confuso la profondità con la velocità. Ho pensato che ciò che sento intensamente debba essere necessariamente vero e che ciò che mi sconvolge debba essere necessariamente mio. Sono entrata in alcune anime prima di chiedermi se avessero una stanza per me. Ho creduto prima che la fiducia avesse guadagnato il diritto di esistere. Ho dato prima che mi venisse chiesto e ho amato prima di imparare che anche l’amore, per quanto grande sia, ha bisogno di una soglia.

Forse non ho sofferto perché ho sentito troppo. Ho sofferto perché ho agito troppo in fretta su ciò che sentivo. Questa è la differenza che un tempo non sapevo vedere. Il sentimento non è un ordine. È solo un segnale che attraversa il nostro essere. Ma io ho trattato i segnali come leggi. Una tristezza mi sembrava una responsabilità. Un’assenza mi sembrava un obbligo. Un dolore dell’altro mi sembrava un debito. Così, senza rendermene conto, ho iniziato a portare sulle spalle anche i pesi che non mi appartenevano.

Quest’anima non sa odiare. Un tempo lo chiamavo una virtù. Oggi so che anche la virtù, quando perde la misura, può diventare un modo elegante per abbandonare se stessi. Non so amare poco. L’amore in me non bussa. Entra. Sposta i mobili della memoria, cambia gli indirizzi dei sentimenti, dà alle persone stanze che forse non hanno mai meritato. Poi, quando se ne vanno, io rimango a cercare dentro me stessa le cose che ho dato loro senza ricevuta di ritorno. E ancora non so odiare.

Quante volte ho pensato a quanto sarebbe utile imparare quella freddezza con cui alcune persone passano attraverso di noi, come se fossimo soltanto un corridoio. Senza portare con sé alcuna responsabilità per il disordine che lasciano dietro di sé. Senza voltarsi indietro. Senza chiedersi se qualcuno sia rimasto lì, a raccogliere i pezzi di una fiducia che hanno calpestato senza accorgersene. Quanto vorrei imparare l’odio. Non per ferire. Per imparare il limite.

Per sapere dove finisce la misericordia e dove inizia l’abbandono di sé; dove il perdono è grandezza e dove si trasforma in un modo sofisticato per non accettare di essere stati feriti. Perché ci sono momenti in cui il perdono non è più un atto dell’anima, ma un modo per chiudere la ferita senza pulirla. Ma come si impara l’odio quando la propria anima non è stata costruita per portare armi? Come insegni alle mani a non tendersi più verso ciò che un tempo hanno abbracciato? Come convinci il cuore che non ogni persona che soffre debba essere salvata?

Lo chiedo, e la domanda non mi dà una risposta; mi apre un’altra stanza dentro me stessa. Può essere estirpata una tendenza dopo che è diventata carattere? Può essere staccata dall’essere quella parte che ti spinge a ripetere proprio ciò che hai giurato a te stessa che non avresti ripetuto? Oppure l’essere umano non guarisce uccidendo le proprie parti, ma portandole fino alla fine della comprensione, finché non abbiano più bisogno di dirigere la sua vita?

Forse le ferite non vogliono scomparire. Vogliono perdere la loro autorità. Forse ciò che chiamiamo “guarigione” non è lo sradicamento del passato, ma il cambiamento del rapporto con esso. Poter guardare un dolore senza obbedirgli più. Poter ricordare una persona, senza consegnarle di nuovo le chiavi della casa interiore. Poter sentire un impulso e non trasformarlo immediatamente in azione.

Perciò, forse non voglio imparare l’odio. Voglio imparare la distanza. Non quella distanza fredda che nasce dall’indifferenza, ma quello spazio sottile tra il sentimento e l’azione, dove l’essere umano per la prima volta conquista un secondo di libertà. Lì dove il cuore parla, ma non decide da solo. Lì dove la ragione ascolta, ma non prende in mano il martello. Lì dove il sentimento non viene soffocato e l’impulso non domina. Voglio imparare a restare lì.

In quel punto interiore in cui l’amore non è più perdita dei confini. Dove il perdono non è resa. Dove la bontà non richiede sacrificio di sé. Dove l’allontanamento non ha bisogno di essere chiamato odio, per essere giusto. Voglio imparare che posso allontanarmi da qualcuno senza dichiararlo nemico. Che posso non odiarti e comunque non permetterti di farmi tornare a essere ciò che non voglio essere. Che posso comprendere senza giustificare. Posso perdonare, senza riportarti nella mia vita. Posso amarti e, proprio per questo motivo, non perdere più me stessa amando.

Forse questo è ciò che non ho capito in tutti questi anni; il limite non è il muro che costruiamo contro gli altri. È la linea in cui finalmente iniziamo a non abbandonare noi stessi. E così, per la prima volta, voglio guardare me stessa senza un giudice. Non per perdonarla immediatamente. Né per punirla di meno, né per reinventarla da capo. Voglio solo conoscerla.

Vederla anche nei suoi errori, senza ridurla a essi. Ascoltarla anche nelle sue debolezze, senza trasformarle in colpa. Lasciarla respirare, senza chiederle conto di ogni battito. Perché forse la forma più alta di autodisciplina non è dominare se stessi, ma non avere più bisogno di dominarsi con la violenza.

E forse la forma più difficile della libertà non è diventare qualcun altro. È non essere più contro ciò che sei stato. Non spendere il resto della vita combattendo con la persona che sei sopravvissuto essendo. Sederti finalmente di fronte a te stesso, senza verbale, senza atto d’accusa, senza una condanna prestabilita, e capire che ciò che cercavi in tutti questi anni non era un’altra versione di te stesso. Era la pace con la versione che non sapevi amare.

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Cultura

Abbiamo imparato a essere ovunque, tranne che dentro noi stessi

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.

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Letizia Bonelli

La solitudine nell’epoca dell’intelligenza artificiale e il diritto di restare umani

Redazione-  C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.
La triste verità è che sappiamo raggiungere tutti, ma sempre meno noi stessi. La tecnologia non è il nemico, sarebbe intellettualmente pigro sostenerlo, ha migliorato vite, abbattuto distanze, democratizzato conoscenze e creato possibilità che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate fantascienza.
Il problema nasce quando uno strumento smette di essere soltanto uno strumento e comincia, lentamente, a modificare il nostro modo di percepirci, è qui che la questione diventa profondamente umana.
L’identità trasformata in rappresentazione, per secoli l’identità è stata qualcosa che si costruiva vivendo, oggi, sempre più spesso, viene costruita mentre viene mostrata. Non ci limitiamo più a essere, documentiamo il nostro essere. Fotografiamo un luogo prima ancora di guardarlo; rendiamo pubblica un’emozione mentre forse non abbiamo ancora avuto il tempo di comprenderla. Trasformiamo momenti privati in contenuti e quasi senza accorgercene, cominciamo a osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. È una rivoluzione antropologica prima ancora che tecnologica, perché quando l’approvazione diventa misurabile un numero di visualizzazioni, di reazioni, di follower esiste il rischio che anche il valore personale finisca per essere percepito come qualcosa di misurabile, ma la dignità umana non possiede un contatore. Un uomo non vale di più perché viene guardato da centomila persone e non vale di meno perché nessuno ha messo un “mi piace” alla sua giornata.
Sembra un’ovvietà, eppure abbiamo costruito un sistema economico gigantesco proprio sulla nostra necessità di essere visti. La memoria che non dimentica, c’è poi un’altra contraddizione, che conosco bene anche professionalmente,
l’essere umano dimentica, la rete, molto meno. Un errore compiuto a vent’anni può ricomparire a quaranta. Una fotografia, una vicenda giudiziaria, una frase infelice, un articolo, un’accusa, persino un fatto ormai superato possono continuare a definire digitalmente una persona anni dopo, ed è qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una materia per giuristi. Diventa una domanda sulla civiltà, abbiamo diritto a cambiare? E, soprattutto, abbiamo diritto a non essere identificati per tutta la vita con ciò che siamo stati in un determinato momento?
Una società incapace di dimenticare rischia di diventare anche una società incapace di perdonare, non significa cancellare la storia né manipolare la verità. Significa riconoscere una cosa molto più semplice: la verità di una persona non può essere ridotta a una pagina indicizzata da un motore di ricerca. Noi siamo anche ciò che abbiamo fatto dopo. Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, gli errori che abbiamo compreso, le persone che siamo riusciti a diventare.
Tempus fugit, dicevano i latini.
Nel mondo digitale, invece, il tempo passa, ma spesso le tracce restano immobili.
Ed è forse una delle grandi questioni etiche che dovremo affrontare nei prossimi anni.
La generazione che deve essere vista, penso soprattutto ai ragazzi, non perché siano più fragili delle generazioni precedenti, ma perché stanno affrontando qualcosa che nessuna generazione precedente ha dovuto affrontare nelle stesse dimensioni. Devono diventare adulti mentre vengono osservati, scoprire il proprio corpo mentre il corpo è continuamente confrontato con altri corpi, devono comprendere chi sono mentre qualcuno suggerisce loro, attraverso un algoritmo, chi dovrebbero essere e devono persino imparare a sbagliare sapendo che uno sbaglio può essere fotografato, registrato, condiviso e conservato.
Noi potevamo avere un’adolescenza sbagliata,
loro rischiano di avere un’adolescenza archiviata,
la differenza è enorme.
Per questo educare oggi non può significare semplicemente limitare uno smartphone.
Bisogna insegnare qualcosa di molto più difficile: la capacità di non dipendere dallo sguardo degli altri per sapere chi siamo.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e siamo entrati in una fase ancora più complessa.
Una macchina oggi può scrivere, tradurre, elaborare immagini, imitare una voce, suggerire decisioni, conversare,
domani farà molto di più,
mon credo abbia senso averne paura. Credo invece sia necessario avere coscienza del confine, perché la domanda decisiva non è fino a che punto diventerà intelligente una macchina. La domanda è quanto resteremo umani noi.
Se deleghiamo la memoria, la scrittura, la scelta, la creatività e persino la compagnia, dovremo essere ancora più gelosi di ciò che non può essere delegato: il giudizio, la responsabilità, l’empatia, il dubbio, soprattutto il dubbio.
Una macchina può fornire una risposta in pochi secondi,
ma alcune delle domande più importanti della vita hanno avuto bisogno di anni per trovare una risposta e
qualche volta non l’hanno trovata affatto,anche questo è essere umani. Il lusso del silenzio, forse per questo, proprio nei giorni in cui milioni di persone partono, fotografano, raccontano e pubblicano, dovremmo riscoprire un piccolo gesto rivoluzionario, non mostrare tutto, conservare qualcosa, un tramonto che non diventi una storia, una cena senza fotografie, una persona ascoltata senza guardare lo schermo, un dolore che non abbia bisogno di diventare pubblico per essere vero.
Una felicità che non debba essere dimostrata a nessuno,
non è nostalgia del passato
è difesa dell’intimità e l’intimità, nel mondo della sovraesposizione, rischia di diventare uno degli ultimi territori autenticamente liberi.
Hannah Arendt ci ha insegnato quanto sia fondamentale distinguere ciò che appartiene allo spazio pubblico da ciò che deve poter restare privato.
Oggi quel confine è diventato sottilissimo, sta a noi ridisegnarlo perché possiamo costruire algoritmi straordinari, città intelligenti, realtà artificiali e macchine capaci di parlare come noi. Ma nessuna innovazione potrà stabilire quanto vale una persona.
Nessun motore di ricerca potrà contenere interamente una vita.
Nessun algoritmo dovrebbe avere l’ultima parola sulla nostra identità.
Il futuro tecnologico arriverà comunque, ed è giusto che arrivi.
La vera sfida sarà un’altra,
fare in modo che, mentre costruiamo macchine sempre più simili all’uomo, l’uomo non finisca per diventare sempre più simile a una macchina;
perché forse il progresso più difficile non sarà andare più veloci. Sarà ricordarci, ogni tanto, dove stavamo andando.

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Cultura

La pluripremiata scrittrice Denise Catalano da vincitrice della prima edizione a Giudice Unico del Premio Speciale per “L’Approdo narrativo 2026”

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Denise Catalano

Redazione-  La pluripremiata scrittrice Denise Catalano, già vincitrice del Primo Premio della prima edizione del Concorso letterario “L’Approdo narrativo”, con il racconto breve “Ci siamo letti prima di amarci”, è stata delegata per l’assegnazione del Premio speciale “Mario Miserendino”, afferente alla seconda edizione de “L’Approdo narrativo”. Il Premio “Mario Miserendino”, come già per la precedente edizione, è prezioso e insostituibile corollario del Premio letterario promosso dall’associazione culturale Rigatonidea afferente all’ampio progetto culturale “Mondello Aurea Maris”.

Ecco il messaggio rilasciato da Denise Catalano e diffuso in un video sui social: “Quest’anno, avrò l’onore di essere giudice unico, delegata dall’associazione culturale Rigatonidea, organizzatrice della 2ª edizione del concorso letterario “L’Approdo narrativo”, per l’assegnazione del Premio speciale, Mario Miserentina, per la sezione “Poesia” e “Racconto breve”. Valuterò ogni opera con attenzione alle ricerca dell’autenticità, originalità e sensibilità. Se anche tu hai una storia o una poesia dedicata al mondo dei giovani, dell’adolescenza, dell’infanzia o del sociale, ti invito a partecipare. Ti aspetto e buona struttura“.

Denise Catalano è scrittrice, poetessa, praticante giornalista pubblicista, Accademica di Sicilia e responsabile della segreteria amministrativa della Fondazione Tricoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Ci siamo letti prima di amarci e altri racconti di memoria storia vita di cui è anche illustratrice, è coautrice de L’approdo narrativo 2025 e ha firmato la prefazione di Pagine di Sicilia. Miti e leggende, la postfazione di D’Amore e d’amori. Echi del Simposio di Platone e un capitolo del saggio Non basta dire basta. Scrive articoli culturali per la testata giornalistica Referencepost.it. È stata giurata del Concorso letterario “L’Approdo narrativo kids 2026”. È stata intervistata da diverse emittenti televisive e radiofoniche fra cui TeleOne, Video Sicilia, Radio In, Radio Time, Radio Panorama, e sulla sua attività hanno scritto molte testate giornalistiche; sono stati pubblicati articoli anche su due numeri di BabbaluciNews (nn. gennaio e maggio 2026) e, in due lingue, sul giornale “L’Italoamericano”, fondato nel 1908 e con sede negli Stati Uniti. Nel 2019 ha ricevuto il titolo di “Cavaliere di Giustizia”, nel 2021 il Premio “Gaia – Menzione speciale”, nel 2024 il titolo “Cavaliere Benemerito della Cultura – Ruggero II di Sicilia”, nel 2025 il Premio Internazionale “Mondello Aurea maris”, il Primo Premio “L’Approdo narrativo”, e i riconoscimenti “Impegno Bellezza Luce – Montecitorio” e “Impegno professionale e Talento letterario – palazzo Reale Palermo”; nel 2026 lo “Special Award alla Cultura – Mondello Arte Expo”, un “Encomio Solenne – Solidarietà Legalità e Costituzione italiana”- Assemblea Regionale Siciliana”, il Premio “Cittadinanza Attiva – Campidoglio”, il riconoscimento “Sicilia” da Edizioni Ex Libris, l’attestato di partecipazione “SicilArtè 2026” e l’attestato di partecipazione e riconoscimento al “IV Festival della legalità e della gioia 2026”, promosso dal Parlamento della Legalità Internazionale. Nel giugno del 2026 ha ricevuto l’investitura di Accademica di Sicilia. È finalista al concorso internazionale di poesia “Il federiciano” con la lirica Nello stesso abbraccio, che sarà pubblicata in un volume antologico.

Il concorso letterario è suddiviso in due categorie, poesia, curata da Antonino Schiera, e racconto breve, curato dallo scrivente Carlo Guidotti. Il termine per presentare i propri scritti è fissato al 15 agosto; tutte le informazioni per la partecipazione sono consultabili su www.lapprodonarrativo.it. La cerimonia di premiazione si terrà al Palazzo reale di Palermo il prossimo 24 ottobre. I testi risultati finalisti saranno pubblicati in un volume antologico prodotto dalla casa editrice Edizioni Ex Libris, come già avvenuto per “L’Approdo narrativo 2025” e “L’Approdo narrativo kids 2026”, per i quali Denise Catalano è stata rispettivamente vincitrice del primo premio e giurata.

Dal post dell’associazione: “Chi meglio di chi ha già percorso questo viaggio può riconoscere l’anima e la forza di un testo? Denise sceglierà i due elaborati (uno per la Poesia e uno per il Racconto Breve) preferibilmente dedicati al mondo giovanile, dell’adolescenza, dell’infanzia o al sociale. Ascoltate le sue parole nel video e lasciatevi ispirare!

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