Rimani in contatto con noi
#

Attualità

La libertà come forma del divenire umano

L’uomo si scopre libero nel momento in cui agisce, scegliendo non soltanto ciò che vuole, ma ciò che intende diventare. In questa affermazione si raccoglie una delle verità più alte dell’esperienza umana

Pubblicato

a

Libertà

Redazione-  L’uomo si scopre libero nel momento in cui agisce, scegliendo non soltanto ciò che vuole, ma ciò che intende diventare. In questa affermazione si raccoglie una delle verità più alte dell’esperienza umana: l’esistenza non è semplice successione di atti, ma cammino di configurazione interiore. Ogni scelta non determina soltanto un effetto nel mondo; incide sulla forma stessa della persona, ne manifesta l’orientamento profondo, ne rivela la misura morale. L’agire umano non è mai neutro, perché in esso l’uomo non dispone soltanto di cose, occasioni o possibilità: egli dispone, in qualche modo, di sé. La grandezza della persona consiste precisamente in questa capacità di non coincidere interamente con ciò che la determina. L’uomo è immerso nella storia, segnato dai bisogni, attraversato dagli impulsi, educato da una tradizione, condizionato dalle strutture sociali e culturali; e tuttavia non si esaurisce in esse. Vi è nella coscienza una soglia ulteriore, un punto sorgivo nel quale il soggetto può interrogare ciò che vive, giudicare ciò che desidera, misurare ciò che gli appare utile alla luce di ciò che riconosce come giusto. Questa eccedenza rispetto alla pura necessità costituisce il principio della sua dignità. L’autonomia autentica, dunque, non è indeterminazione assoluta, né sovranità capricciosa dell’io. Essa è piuttosto la capacità di orientare la volontà verso un bene riconosciuto dalla ragione e assunto dalla coscienza. Non si è veramente padroni di sé quando si segue ogni impulso, ma quando si sa distinguere ciò che attrae da ciò che edifica, ciò che seduce da ciò che compie, ciò che appare conveniente da ciò che resta degno. L’arbitrio illimitato non innalza l’uomo: lo espone alla dispersione. Il desiderio non educato può trasformarsi in servitù; la scelta non illuminata può diventare smarrimento; la potenza priva di misura può generare dominio. Per questo il limite non è una negazione dell’umano, ma una sua forma. Tutto ciò che vive ha bisogno di misura per non dissiparsi. La persona stessa matura non quando rifiuta ogni vincolo, ma quando impara a riconoscere quali vincoli custodiscono la sua verità. Il limite giusto non imprigiona: orienta. Non spegne l’iniziativa: la sottrae all’arbitrio. Non mortifica la coscienza: la educa a considerare l’altro non come ostacolo, ma come presenza che interpella. L’altro è la soglia decisiva dell’autonomia personale, perché impedisce all’io di trasformare la propria espansione in appropriazione del mondo. Da qui nasce il significato più profondo del diritto. La norma, quando è giusta, non è una tecnica fredda di regolazione, ma una grammatica della convivenza. Essa offre all’agire umano una forma comune, impedendo che la forza si travesta da ragione e che l’interesse particolare pretenda il nome di giustizia. Il diritto non dovrebbe mai ridursi a comando esteriore; nella sua vocazione più alta esso traduce

in istituzione l’esigenza che ogni persona sia riconosciuta come fine e mai degradata a mezzo. La legge diventa allora custodia della dignità, argine contro l’arbitrio, spazio nel quale le differenze possono coesistere senza annullarsi reciprocamente. La vita civile, tuttavia, non si regge soltanto su procedure. Nessuna architettura istituzionale può sostituire la maturità delle coscienze. Un popolo che non sappia pensare, discernere, ricordare, argomentare e assumere responsabilmente il peso delle decisioni comuni, può possedere formalmente la sovranità e tuttavia restare interiormente servile. La democrazia, infatti, non vive della sola somma delle opinioni, né della mera prevalenza numerica. Essa esige cittadini capaci di non consegnarsi all’immediatezza, di non confondere il bisogno indotto con il bene reale, il risentimento con la giustizia, la semplificazione emotiva con il giudizio politico. Quando il popolo non è educato alla complessità, la sovranità può rovesciarsi nel suo contrario. Il dominio non si esercita più soltanto contro il popolo, ma attraverso il popolo, accarezzandone paure, egoismi, fragilità e capricci. Il populismo nasce precisamente in questa zona d’ombra: parla il linguaggio della partecipazione, ma spesso impoverisce la responsabilità; invoca la voce collettiva, ma ne riduce la profondità; celebra il cittadino, ma tende a trasformarlo in spettatore emotivo. La vera democrazia non lusinga le masse: le eleva a popolo. Non moltiplica reazioni: forma giudizi. Non sfrutta l’inquietudine sociale: la conduce verso una più alta consapevolezza civile. Per questo ogni ordinamento democratico presuppone una vasta opera educativa. Pensare è un diritto, ma anche un dovere. Non basta garantire formalmente la possibilità di esprimersi, se non si coltiva la capacità di cercare il vero. Non basta assicurare pluralismo, se lo spazio comune viene invaso da rumore, manipolazione, violenza simbolica e consumo rapido delle opinioni. La parola pubblica ha bisogno di disciplina interiore, di rispetto, di profondità, di ascolto. Senza questa educazione, il confronto decade in contrapposizione permanente e la comunità politica smarrisce la propria intelligenza collettiva. Il pensiero, del resto, non è mai solitario in senso assoluto. Esso nasce e si sviluppa nella relazione. Ogni coscienza pensa anche perché incontra altre coscienze, riceve linguaggi, partecipa a una memoria, si espone al dissenso, accetta di essere interrogata. Una società matura deve dunque custodire uno spazio pubblico nel quale il dialogo non sia ridotto a competizione retorica, ma divenga esercizio di ricerca comune. Là dove manca questo luogo simbolico di incontro, l’opinione si frantuma in monadi incomunicanti, e la vita civile perde la capacità di generare orientamenti condivisi. Ma lo spazio non basta. Una comunità ha bisogno anche di durata. Non esiste popolo senza profondità temporale, senza rapporto vivo con ciò che precede e con ciò che attende. La politica non può vivere soltanto nell’istante; se resta

prigioniera dell’immediato, diventa amministrazione del consenso, non costruzione del futuro. La durata pubblica è la memoria che non si chiude in nostalgia, ma diventa responsabilità; è il passato che non pretende di immobilizzare il presente, ma gli consegna un’eredità da discernere, purificare e rimettere in circolo.  In questo senso, l’identità non è possesso, ma compito. Una comunità non custodisce se stessa isolandosi, bensì riconoscendo che ciò che ha ricevuto deve essere restituito accresciuto. Il patrimonio comune non è un recinto difensivo, ma un dono affidato alla responsabilità delle generazioni. Esso identifica proprio perché obbliga; unisce proprio perché chiede di essere condiviso; radica proprio perché rende possibile l’apertura. La vera appartenenza non è immunità dall’altro, ma capacità di incontrarlo senza dissolversi. L’identità autentica è dinamica: si conserva trasformandosi, si approfondisce nel dialogo, si chiarisce nella prova dell’incontro. In tale orizzonte si comprende anche la funzione dello Stato. Esso non è un assoluto, né l’ultima parola sulla vita dell’uomo; ma non è neppure un semplice apparato tecnico, disponibile a qualsiasi contenuto. Lo Stato è una delle grandi mediazioni storiche attraverso cui l’umanità cerca di dare forma alla propria convivenza. È opera dell’uomo e, al tempo stesso, luogo nel quale l’uomo può essere educato a una più alta umanità. La sua grandezza consiste nel generare condizioni di giustizia, pace, partecipazione e tutela; il suo limite consiste nel non poter mai assorbire integralmente la persona, la società e il destino dei popoli. Occorre dunque evitare due errori opposti. Il primo è attribuire allo Stato una funzione salvifica, chiedendogli di produrre dall’alto ciò che può nascere soltanto da coscienze formate, comunità vive e responsabilità diffuse. Il secondo è svuotarlo di autorevolezza, consegnando la convivenza a poteri economici, tecnici, mediatici o finanziari privi di adeguato controllo democratico. Una società senza istituzioni credibili non diventa più autonoma: diventa più vulnerabile. Dove il potere pubblico arretra senza generare responsabilità, altri poteri avanzano senza assumere doveri. Lo Stato, pertanto, deve essere pensato come mediatore e non come idolo; come forma storica e non come destino ultimo; come servizio alla persona e non come potere su di essa. La sua missione più alta non è occupare la società, ma renderla più capace di bene comune. Non creare sudditi, ma cittadini. Non amministrare masse, ma promuovere corresponsabilità. Non chiudere il popolo in una sovranità autosufficiente, ma orientarlo verso una più ampia comunione tra popoli. Qui si apre l’orizzonte di una civiltà politica oltre i particolarismi. L’Europa, in questa prospettiva, può rappresentare un laboratorio di mediazione alta: non una pura architettura economica, né una burocrazia senza anima, ma uno spazio nel quale popoli diversi imparano a comporre memoria e futuro, sovranità e cooperazione,

identità e apertura. Essa sarà fedele alla propria vocazione solo se saprà superare tanto il tecnicismo quanto il nazionalismo, tanto l’uniformità astratta quanto la frammentazione egoistica. Il suo compito più nobile è mostrare che l’unità non richiede cancellazione delle differenze, ma una loro armonizzazione in vista di un bene più grande. Le trasformazioni tecnologiche rendono questo compito ancora più urgente. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’autonomia della persona non è minacciata soltanto dalla coercizione visibile, ma da forme invisibili di orientamento, previsione e profilazione. Il potere non si presenta più soltanto come comando, ma come architettura dell’ambiente cognitivo; non vieta necessariamente, ma suggerisce; non impone sempre, ma anticipa; non reprime soltanto, ma modella desideri, preferenze, decisioni. L’uomo rischia di essere interpretato come somma di dati, come profilo comportamentale, come probabilità calcolabile. Eppure la persona eccede ogni rappresentazione algoritmica. Essa non coincide con ciò che ha fatto, né con ciò che statisticamente potrebbe fare. Custodisce la possibilità del giudizio, del pentimento, della promessa, del perdono, dell’inizio nuovo. Proprio questa eccedenza costituisce il nucleo indisponibile dell’umano. Una tecnica che dimentichi tale profondità può diventare efficiente senza essere sapiente, potente senza essere giusta, predittiva senza essere veramente conoscitiva. Il progresso merita questo nome solo quando accresce la dignità, non quando rende l’uomo più trasparente al controllo o più dipendente da sistemi opachi. La questione decisiva non è dunque opporre l’uomo alla tecnica, ma ricondurre la tecnica a una sapienza del fine. Ogni innovazione porta in sé una domanda antropologica: quale idea di persona serve? Quale forma di società promuove? Quale rapporto tra potere e responsabilità istituisce? Se l’efficienza diventa criterio supremo, l’umano viene misurato secondo parametri parziali. Se il calcolo prende il posto del giudizio, la decisione perde il suo spessore morale. Se la previsione sostituisce la fiducia, la convivenza si impoverisce. La tecnica deve restare strumento; l’uomo, mai mezzo. L’intera vicenda della civiltà politica può allora essere riletta come il tentativo, sempre incompiuto, di dare forma a questa vocazione. La persona non viene al mondo già compiuta: diventa se stessa attraverso relazioni, istituzioni, educazione, memoria, responsabilità. Anche i popoli non nascono maturi una volta per tutte: devono continuamente apprendere l’arte difficile della convivenza. Anche lo Stato, la democrazia, il diritto e la cultura non sono acquisizioni irreversibili: possono elevarsi o decadere, generare umanità o produrre servitù, custodire dignità o assecondare dominio. La domanda fondamentale, dunque, non è soltanto quante possibilità siano concesse all’individuo, ma quale qualità umana esse rendano possibile. Una società può moltiplicare scelte

e tuttavia impoverire la coscienza; può ampliare consumi e restringere orizzonti; può accelerare comunicazioni e indebolire il pensiero; può proclamare diritti e dimenticare i doveri che li rendono abitabili. La misura di una civiltà non sta nella quantità delle opzioni disponibili, ma nella capacità di formare persone in grado di scegliere il bene. Riscoprire la grandezza dell’agire umano significa allora ritrovare l’unità tra coscienza e responsabilità, tra diritto e giustizia, tra istituzione e bene comune, tra identità e dono, tra tecnica e sapienza. Significa comprendere che l’uomo non si compie nella pura autodeterminazione, ma nella risposta a ciò che lo precede e lo chiama: la verità, l’altro, la comunità, la storia, il futuro. La persona diventa pienamente se stessa quando la sua autonomia non si chiude in autosufficienza, ma si apre alla cura del mondo condiviso. In definitiva, ciò che chiamiamo libertà è l’arte difficile di diventare umani insieme. Non il privilegio di restare soli, ma la capacità di costruire legami giusti; non la pretesa di sottrarsi a ogni misura, ma la maturità di riconoscere la misura che custodisce la dignità; non l’espansione illimitata del desiderio, ma l’orientamento della volontà verso ciò che merita di essere amato, servito e trasmesso. L’uomo, scegliendo, non decide soltanto il corso delle proprie azioni: decide la qualità della propria presenza nel mondo. Per questo il compito più urgente del nostro tempo è educare l’agire umano alla sua altezza. Educare la persona a pensare, il popolo a discernere, le istituzioni a servire, la tecnica a rispettare, la politica a generare futuro. Solo così la scelta diventa responsabilità, la sovranità diventa autorevolezza, il diritto diventa giustizia, lo Stato diventa mediazione di umanità e la storia può aprirsi a una convivenza più degna. L’uomo non è davvero se stesso quando può semplicemente volere; lo diventa quando impara a volere il bene. Non è grande perché domina, ma perché risponde. Non si compie appropriandosi del mondo, ma rendendolo più abitabile. In questa risposta, la sua esistenza cessa di essere mera successione di bisogni e diviene vocazione: cammino verso una forma più alta dell’umano, nella quale la dignità personale e il destino comune non si oppongono, ma si illuminano reciprocamente.

Paolo Cancelli

Ministro Integrazione Culturale

Nazionale e Internazionale MI

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attualità

Il peso dell’indifferenza

Il bullismo non fa solo male: isola. La testimonianza di una studentessa che ha vissuto sulla sua pelle cosa significa sentirsi “straniera”

Pubblicato

a

Scuola

Redazione-  Pubblichiamo questa testimonianza grazie alla nostra giovane autrice, nella convinzione che alcune storie debbano essere lette senza il filtro dell’inchiesta giornalistica, perché è la voce diretta a portare un’informazione che nessuna verifica potrebbe restituire allo stesso modo. Si tratta del racconto in prima persona di una studentessa che ha vissuto, in anni recenti, un trasferimento scolastico da una regione all’altra e le difficoltà, non solo di ambientamento, ma di isolamento e sofferenza, che ne sono seguite. Abbiamo scelto di non riportare nomi di scuole o riferimenti specifici, perché quello che resta, ed è quello che ci interessa, è la domanda che la testimonianza pone alla scuola come istituzione. La pubblichiamo non come atto d’accusa verso singoli, ma come contributo alla riflessione, da sempre necessaria, sul bullismo e sul ruolo di chi educa nel riconoscerlo e nel fermarlo.

Esistono ferite che non lasciano segni sulla pelle, ma scavano solchi profondi nell’anima. Sono quelle provocate dalle parole, dagli sguardi, dall’indifferenza, da quel silenzio assordante che troppo spesso accompagna il bullismo. È proprio di quel silenzio che voglio parlare. Un silenzio che protegge chi umilia e abbandona chi soffre.

Questo non è un semplice articolo. È una testimonianza. È il grido di una ragazza che per troppo tempo ha soffocato il proprio dolore dietro un sorriso sempre più fragile. Lo scrivo non per suscitare pietà, ma perché nessuno possa più dire: “Non lo sapevo.”

Ho diciotto anni e tra pochi giorni conseguirò il diploma. Dovrebbe essere il momento in cui si tirano le somme di un percorso fatto di crescita, sogni e ricordi felici. Eppure, quando ripenso ai miei anni di scuola superiore, la prima emozione che riaffiora non è la nostalgia, ma l’angoscia.

Qualche anno fa mi sono trasferita da Napoli in un’altra regione. Ho frequentato dal secondo al quarto anno di scuola superiore presso un istituto della nuova città, convinta di iniziare un nuovo capitolo della mia vita. Non immaginavo che quel cambiamento si sarebbe trasformato in un incubo e in una lenta discesa nell’isolamento.

Ero soltanto una ragazza con una valigia piena di speranze, desiderosa di costruire nuove amicizie e trovare il proprio posto in una realtà nuova.

Il mio unico “errore” era quello di essere diversa. Diversa perché napoletana. Diversa per il mio accento. Diversa per il mio modo di parlare, di vivere, di esprimermi. In un luogo che avrebbe dovuto educare al rispetto, la diversità è diventata un marchio da esibire per colpire, umiliare ed emarginare.

Mi domando ancora oggi quando la diversità abbia smesso di essere una ricchezza per trasformarsi, agli occhi di alcuni, in una colpa.

La scuola dovrebbe rappresentare il primo presidio di civiltà, il luogo in cui ogni giovane impara non soltanto la disciplina, ma soprattutto il valore dell’umanità. Dovrebbe essere un rifugio sicuro nel quale sentirsi accolti e protetti.

Per me, invece, è stata una prigione.

Ogni mattina attraversavo quel cancello con il cuore colmo di paura. Ogni corridoio sembrava il preludio dell’ennesima umiliazione. Ogni giornata era una battaglia combattuta nel silenzio, nella speranza che nessuno trovasse un nuovo motivo per farmi sentire sbagliata.

La sofferenza, quando diventa quotidiana, finisce per insinuarsi ovunque. Ti convince che forse il problema sei tu. Ti ruba il sorriso. Ti spegne lentamente.

Io, che sono sempre stata una ragazza solare, ho visto la luce dei miei occhi spegnersi giorno dopo giorno. Ho smesso di riconoscermi. Ho smesso di vivere con serenità. Fino a precipitare nella depressione.

Non provo alcuna vergogna nell’ammetterlo.
La vergogna appartiene a chi ha trasformato la scuola in un luogo di sofferenza. A chi ha scelto di umiliare anziché comprendere. A chi ha assistito senza intervenire.

Perché il bullismo non distrugge soltanto attraverso le parole. Distrugge anche attraverso l’indifferenza. Ed è forse quest’ultima la forma di violenza più crudele.

Molti insegnanti erano consapevoli di ciò che accadeva. Alcuni assistevano agli episodi. Altri ne erano stati informati. Eppure il più delle volte tutto si concludeva con poche parole, con uno sguardo distratto, con quella frase che ancora oggi rimbomba nella mia memoria: “Non posso fare nulla.”

Ma davvero un educatore può voltarsi dall’altra parte davanti al dolore di un proprio studente?

A cosa serve insegnare i valori della Costituzione, il rispetto della persona, la solidarietà e l’uguaglianza, se poi quei principi restano chiusi tra le pagine di un libro?

Ho resistito tre lunghissimi anni.
Tre anni durante i quali non imparavo soltanto formule o date storiche, ma imparavo, mio malgrado, cosa significhi sentirsi invisibili.

Poi è arrivato il momento in cui ho capito che sopravvivere non bastava più. Così ho scelto di cambiare scuola all’ultimo anno, trasferendomi in un altro istituto della stessa città.

Molti mi dissero che era una follia. Che stavo rischiando troppo. Che sapevo ciò che lasciavo ma non ciò che avrei trovato.

Avevano ragione.
Ma avevo ormai compreso una verità semplice, ovvero che nessun rischio può essere più grande del continuare a vivere in un luogo che ogni giorno distrugge la tua dignità.

Quel cambiamento ha rappresentato la mia rinascita.
Per la prima volta ho incontrato insegnanti capaci di ascoltare prima ancora che giudicare. Persone che hanno saputo ricordarmi che la scuola può davvero essere il luogo in cui ogni studente si sente visto, rispettato e valorizzato.

Le cicatrici, tuttavia, rimangono.
Il bullismo non termina quando finiscono gli insulti. Continua nella diffidenza, nella paura di fidarsi, nella difficoltà di costruire nuovi legami. Ti insegna a difenderti anche quando nessuno ti sta attaccando. Ti costringe a vivere dietro una corazza che non hai scelto di indossare.

Ed è questa la sua vittoria più crudele.
Oggi, però, desidero trasformare quel dolore in una responsabilità.

Mi domando quanti ragazzi, proprio mentre state leggendo queste righe, stiano entrando in una classe con lo stesso nodo alla gola che accompagnava ogni mio mattino. Quanti stiano sorridendo soltanto per nascondere le lacrime. Quanti, tornando a casa, fingano che vada tutto bene.

Alle scuole, dunque, voglio rivolgere un appello.
Non limitatevi a commemorare le vittime del bullismo quando è ormai troppo tardi.

Abbiate il coraggio di ascoltare prima che il silenzio diventi disperazione.
Abbiate il coraggio di intervenire prima che uno studente perda la speranza.
Abbiate il coraggio di essere davvero ciò che la scuola promette di essere.

Se oggi riesco a raccontare questa storia è soltanto grazie alla mia famiglia e a chi, quando io non vedevo più alcuna luce, ha continuato a credere in me.

Credevo di essere diventata fragile.
In realtà stavo semplicemente imparando quanto possa essere forte un essere umano quando decide di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola.

Per questo non concludo con un addio, ma con un augurio.
Che nessun ragazzo debba più sentirsi straniero nella propria scuola.
Che nessuno debba più sopravvivere là dove dovrebbe semplicemente imparare a vivere.

Continua a Leggere

Politica

Milano, Futuro Nazionale e il sindacato Stas aprono il tavolo sul futuro dei lavoratori dell’Atm

🚨 TRASPORTI A MILANO: ASSE SINDACATO-POLITICA PER L’ATM! L’avvocato Renato Maturo (Futuro Nazionale Milano) incontra Giuseppe Intiso (STAS) per difendere i diritti e la sicurezza dei lavoratori e dei passeggeri dell’azienda dei trasporti milanesi. I dipendenti scelgono un portavoce che sarà presentato alla stampa alla presenza dei consiglieri regionali Luca Ferrazzi e Pietro Macconi e dell’onorevole Laura Ravetto. Tutti i dettagli nell’articolo 👇#milano #atm #sindacatostas #renatomaturo #giuseppeintiso #lauraravetto #robertovannacci #trasportipubblici #lombardia #pagineutili

Pubblicato

a

Pubblico

Il dibattito promosso dall’avvocato Renato Maturo e Giuseppe Intiso per tutelare i trasporti pubblici lombardi

Milano – Il delicato e sempre attuale comparto del trasporto pubblico locale milanese, della sicurezza del personale viaggiante sulle linee della metropolitana e della tutela dei diritti contrattuali dei dipendenti si apprestano a occupare il centro del dibattito politico e sindacale della Lombardia. All’interno del capoluogo meneghino, ha preso il via ufficiale un importante e atteso incontro programmatico che ha visto confrontarsi i vertici del movimento politico e sociale territoriale con i rappresentanti sindacali dei lavoratori dei trasporti. Il presidente del comitato quattrocentoventuno di Futuro Nazionale Milano, l’avvocato Renato Maturo, ha incontrato formalmente Giuseppe Intiso, segretario generale del sindacato autonomo Stas, avviando un tavolo di confronto strategico finalizzato a raccogliere le istanze e le crescenti preoccupazioni della base operaia e del personale tecnico della storica azienda dei trasporti pubblici milanesi Atm.
Al centro dei colloqui milanesi sono stati posti i temi cardine della sicurezza all’interno delle stazioni ferroviarie, della salute dei lavoratori esposti ai turni notturni e della necessità di garantire un servizio efficiente per le decine di migliaia di utenti, pendolari e studenti che ogni giorno affollano i mezzi di trasporto della metropoli. L’avvocato Renato Maturo ha sottolineato che il sindacato svolge la sua autonoma attività interna all’azienda ma la politica, nella assoluta indipendenza di funzioni e nel reciproco rispetto, ha il dovere istituzionale e civile di ascoltare le istanze reali dei lavoratori, portandole direttamente nei tavoli delle assemblee legislative lombarde.

I consiglieri regionali Luca Ferrazzi e Pietro Macconi presenti alla prossima assemblea di Milano

Il dirigente Renato Maturo ha ribadito con forza che il comitato di Futuro Nazionale intende difendere con determinazione il patrimonio storico rappresentato dall’azienda milanese Atm, salvaguardando l’occupazione e contrastando le ipotesi di privatizzazione selvaggia dei servizi. Secondo l’analisi condivisa con il segretario dello Stas Giuseppe Intiso, il benessere dei cittadini e la qualità della mobilità urbana di Milano risultano strettamente interconnessi con il riconoscimento della dignità professionale dei conducenti e dei controllori. I lavoratori dell’Atm hanno espresso una forte attenzione e simpatia nei confronti del nuovo progetto politico, sovranista e sociale, guidato a livello nazionale dal parlamentare europeo Generale Roberto Vannacci, ravvisando nelle sue tesi un forte richiamo alla disciplina, alla sicurezza pubblica e alla valorizzazione delle professionalità italiane.
Le maestranze e i delegati sindacali si riuniranno molto presto nel corso di una grande assemblea pubblica metropolitana allo scopo di selezionare e votare un proprio portavoce ufficiale del comparto trasporti. La figura emersa dalle urne sindacali verrà successivamente presentata in modo ufficiale agli organi di stampa e ai giornalisti milanesi nel corso di una conferenza stampa istituzionale. All’evento di presentazione parteciperanno i consiglieri regionali della Lombardia Luca Ferrazzi e Pietro Macconi, affiancati dalla presenza dell’onorevole Laura Ravetto, a testimonianza del grande peso specifico che la vertenza ha conquistato nei tavoli della politica nazionale. 

La tutela della sicurezza dei pendolari mobili e la pianificazione dei testi in bacheca

La convergenza tra l’azione del sindacato autonomo Stas e i comitati civici milanesi si preannuncia come un elemento di forte stimolo per la giunta comunale, chiamata a stanziare nuove risorse economiche per l’ammodernamento delle flotte e per il potenziamento dei sistemi di videosorveglianza sui bus. La redazione del giornale continuerà a seguire le vicende dei trasporti lombardi e lo svolgimento dell’assemblea dei lavoratori dell’Atm in modo totalmente neutrale, offrendo un servizio informativo utile e puntuale per aggiornare tutti i lettori attenti ai temi del lavoro, della sicurezza urbana, della politica e dei diritti dei cittadini in Italia.

Continua a Leggere

Politica

Roma, Gianluca Quadrini partecipa al convegno nazionale sulla cooperazione e l’economia sociale al Senato

🚨 IL TERZO SETTORE AL SENATO! Oggi pomeriggio a Roma il Consigliere Provinciale di Frosinone e Dirigente di ANCI Lazio Gianluca Quadrini ha partecipato al convegno nazionale di ANCOS UNCI sull’economia sociale. Al tavolo con il Viceministro Maria Teresa Bellucci, la Senatrice Daniela Ternullo e l’On. Alessandro Battilocchio per chiedere un forte coordinamento tra Governo ed Enti Locali a tutela delle periferie e dei servizi ai cittadini. I dettagli 👇#roma #senato #gianlucaquadrini #ancislazio #frosinone #economia社会 #cooperazione #mariateresabellucci #terzosettore #pagineutili

Pubblicato

a

Relatori

Il dirigente di Anci Lazio a Palazzo Madama con il viceministro Maria Teresa Bellucci per discutere il welfare sussidiario

Roma – Un prestigioso, qualificato e strategico momento di confronto istituzionale di respiro nazionale incentrato sui destini del Terzo Settore, sulle riforme del welfare sussidiario e sul ruolo insostituibile svolto dalle cooperative nel tessuto produttivo italiano si è svolto nel cuore della capitale. All’interno della solenne cornice della Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro presso il Senato della Repubblica, ha preso il via l’atteso convegno intitolato Cooperazione, promozione umana, economia sociale, il nostro vocabolario per il bene del Paese. All’importante appuntamento politico ha preso parte attiva nel pomeriggio di oggi il Consigliere Provinciale di Frosinone e Dirigente Regionale di Anci Lazio Gianluca Quadrini, portando la voce e le istanze degli enti locali ciociari davanti a una platea composta dai massimi vertici governativi, membri del parlamento ed esperti delle politiche sociali.
La kermesse nazionale, promossa congiuntamente dai quadri direttivi di Ancos Unci e dell’Unione Nazionale Cooperative Italiane, ha riunito a Roma i principali attori della cooperazione sociale allo scopo di delineare un manifesto programmatico per rispondere in modo equo e inclusivo alle nuove sfide della sussidiarietà e dello sviluppo economico solidale. I lavori assembleari sono stati aperti ufficialmente dalla dettagliata relazione introduttiva del Presidente di Ancos Unci Paolo Ragusa, a cui sono seguiti gli autorevoli indirizzi di saluto istituzionali portati dalla Senatrice Daniela Ternullo, nella sua veste di Segretario della Presidenza del Senato, dalla Presidente della Federazione Regionale Unci Lazio Maria Pia Di Zitti e dal Presidente Nazionale del movimento Andrea Amico.

Il dibattito moderato da Fernando Magliaro e l’intervento del Cardinale Lojudice

Il fulcro del dibattito parlamentare si è sviluppato attraverso una fitta tavola rotonda caratterizzata da interventi di altissimo profilo scientifico, moderata sul palco dal giornalista del quotidiano Il Messaggero Fernando Magliaro. Il confronto ha visto la partecipazione in collegamento telematico streaming di Sua Eminenza il Cardinale Augusto Paolo Lojudice, affiancato dagli interventi in presenza del Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle periferie Alessandro Battilocchio e del Presidente della Commissione Sanità e Affari Sociali della Camera Ugo Cappellacci. Le conclusioni politiche e programmatiche dell’intero convegno romano sono state affidate direttamente al Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci, la quale ha tracciato le linee guida del governo per il sostegno economico alle realtà periferiche e ai soggetti fragili.
A margine delle sessioni di dibattito a Palazzo Madama, il Consigliere Provinciale Gianluca Quadrini ha espresso profonda soddisfazione per l’alto spessore delle tematiche trattate, rivolgendo un plauso speciale al presidente Paolo Ragusa per lo straordinario e instancabile lavoro che le strutture di Ancos Unci svolgono quotidianamente con passione e competenza a favore del comparto cooperativo. Quadrini ha rimarcato che la promozione umana rappresenta un elemento portante del vocabolario amministrativo della Provincia di Frosinone e dei borghi del Lazio.

La sinergia tra la Provincia di Frosinone e la programmazione della bacheca del giornale

Il dirigente di Anci Lazio Gianluca Quadrini ha evidenziato che il benessere economico del Paese passa inevitabilmente attraverso un forte, rinnovato e strutturato coordinamento strategico tra le istituzioni comunali e i volontari del Terzo Settore. Secondo la visione espressa dall’amministratore ciociaro, solo valorizzando queste sinergie operative e sostenendo l’impegno quotidiano degli operatori sul campo sarà possibile dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini, offrendo servizi scolastici e sanitari di livello anche nelle aree più isolate.
L’appuntamento odierno ha confermato l’urgenza di rimettere al centro dell’agenda politica i temi dell’economia solidale. La redazione del giornale continuerà a seguire lo svolgimento dei tavoli di confronto sul Terzo Settore in modo totalmente neutrale, offrendo servizi speciali per aggiornare i lettori della Marsica, dell’Abruzzo e del Lazio attenti alle riforme del lavoro, della sussidiarietà e dello sviluppo dei territori montani in Italia.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza