Rimani in contatto con noi
#

Salute

Giovani e movida: dalla noia alla violenza. cosa c’è davvero dietro i rituali errati del disagio giovanile? Intervento di Adelia Lucattini, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Il fenomeno della movida notturna è da tempo associato al divertimento e alla socializzazione giovanile, ma può trasformarsi in un contesto di vulnerabilità per la salute mentale e il benessere dei più giovani. Recenti studi scientifici evidenziano una connessione profonda e spesso sottovalutata tra relazioni interpersonali tossiche, abuso di sostanze stupefacenti e insorgenza di disturbi mentali anche seri. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Lucattini

Lucattini ai giovani: “Proteggete con serenità la vostra capacità di pensare e scegliere. Divertirsi è importante, ma lo è altrettanto tornare a casa sentendosi padroni delle proprie decisioni”

 

Redazione-  Il fenomeno della movida notturna è da tempo associato al divertimento e alla socializzazione giovanile, ma può trasformarsi in un contesto di vulnerabilità per la salute mentale e il benessere dei più giovani. Recenti studi scientifici evidenziano una connessione profonda e spesso sottovalutata tra relazioni interpersonali tossiche, abuso di sostanze stupefacenti e insorgenza di disturbi mentali anche seri.

Spesso, l’avvicinamento e la conseguente iniziazione all’uso di droghe e alcol in età giovanile, in particolare modo, nei contesti di vita notturna non nasce da un semplice desiderio ricreativo o da una semplice ricerca edonistica, ma da un bisogno disperato di inclusione, di superamento dell’isolamento e di fuga da contesti affettivi svalutanti o violenti.

Questi fattori di rischio possono agire da veri e propri inneschi per il disagio psicologico dei giovani. Riconoscere tempestivamente questi segnali e comprenderne le cause profonde del malessere giovanile è il primo passo fondamentale per offrire un ascolto autentico e percorsi di cura mirati, multidisciplinari ed efficaci, basati sulla qualità della formazione, delle relazioni umane e sociali. Ne parliamo oggi in questa intervista con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, in che modo dinamiche di esclusione, di sottomissione o di conflitto violento spingono i giovani verso l’abuso di sostanze come strumento di fuga o di auto-inganno?

Le dinamiche di esclusione, di sottomissione o di violenza possono essere particolarmente destabilizzanti durante l’adolescenza, perché è proprio in questa fase che il senso di identità e il valore personale passano anche, inevitabilmente, attraverso il riconoscimento dei coetanei. Essere umiliati, rifiutati oppure costretti ad adeguarsi al gruppo può generare vergogna, solitudine, rabbia, sentimenti di impotenza difficili da mentalizzare e, talvolta, anche da sopportare.

In questi casi, alcol e droghe attenuano temporaneamente l’angoscia, disinibiscono, danno l’illusione di sentirsi più forti, più sicuri o, finalmente, parte del gruppo, creando però un circolo vizioso molto pericoloso. Le sostanze di abuso possono diventare una sorta di “oggetto” immediatamente disponibile, attraverso cui anestetizzare emozioni intollerabili, evitando così di riconoscere il dolore che le ha generate. Ecco, l’auto-inganno si manifesta proprio in questi casi: nello scambiare un sollievo momentaneo per una soluzione, mentre la fragilità sottostante rimane, e può progressivamente aggravarsi. Anche la sottomissione al gruppo ha un peso importante: alcuni ragazzi assumono sostanze non tanto perché realmente le desiderano, quanto piuttosto per non essere esclusi (Child Health Nursing Research, 2025).

Qual è, secondo Lei, il confine tra disagio relazionale e disturbo psichiatrico?

l confine non è sempre così netto, soprattutto durante l’adolescenza, perché momenti di crisi, conflitti, oscillazioni dell’umore e bisogno di appartenenza possono fare parte del normale processo di crescita. Il disagio relazionale diventa più preoccupante quando non è più transitorio, ma persiste, si irrigidisce e, poco alla volta, invade più aree della vita dei giovani: la famiglia, la scuola, le amicizie, il sonno, gli interessi e anche la capacità di progettare.

Possiamo dire che, nel disagio, il giovane conserva ancora una certa capacità di pensare il proprio dolore, di trasformarlo, di chiedere aiuto e di utilizzare le relazioni. Nel disturbo, invece, la sofferenza tende a cristallizzarsi e il sintomo prende progressivamente il posto della possibilità di elaborare i conflitti interiori. Quel disagio che, nel linguaggio giovanile, viene spesso chiamato “paranoie” può assumere un peso diverso. Possono comparire un ritiro marcato, perdita di interesse, ansia o depressione persistenti, condotte aggressive, un abuso crescente di sostanze o comportamenti autolesivi. Gli studi longitudinali più recenti confermano, inoltre, che i sintomi emotivi adolescenziali non sono fenomeni isolati, ma possono rinforzarsi reciprocamente nel tempo, rendendo prioritaria la necessità di intercettarli precocemente (Journal of Affective Disorders, 2026).

Quanto pesa la solitudine esistenziale e in alcuni particolari contesti, la mancanza di punti di riferimento degli adulti autorevoli nella scelta di cercare rifugio in ambienti notturni estremi, dove il legame con gli altri si riduce a un’effimera condivisione di sostanze?

Pesa anche molto, ma non è un fattore che da solo possa determinare una condotta a rischio. La solitudine nei giovani non coincide necessariamente con l’essere fisicamente da soli, infatti, possono essere circondati da tante persone e sentirsi non visti, non compresi, profondamente soli.

In adolescenza, la presenza di adulti autorevoli, non autoritari, ferma ma affettuosi, presenti ma non invadenti, ha una funzione psicologica fondamentale, offre contenimento, limiti, possibilità di confronto e soprattutto un riferimento con cui identificarsi. Quando questa funzione adulta è fragile o assente, alcuni ragazzi possono cercare nel gruppo dei coetanei un’appartenenza sostitutiva.

In alcuni contesti della vita notturna può instaurarsi un paradosso, si cerca il gruppo per non sentirsi soli, ma si finisce per condividere soprattutto eccitazione, alcol o sostanze, senza costruire relazioni autentiche. Il gruppo può diventare temporaneamente una sorta di “protesi identitaria” in quanto permette di sentirsi qualcuno perché si appartiene a qualcosa, mentre la sostanza attenua angoscia, insicurezza e vuoto interno.

Il problema, quindi, non è la notte né il divertimento in sé. Diventa preoccupante quando non si va verso gli altri per incontrarli, ma per sfuggire a se stessi e alle proprie insicurezze (Drug and Alcohol Review, 2025).

Alla luce di queste dinamiche di movida tossica giovanile sempre più frequentemente riportate dalla cronaca odierna, quanto è importante, a Suo avviso, “l’ascolto attivo” nei giovani  per arginare il loro malessere prima che il disagio si trasformi in patologia o dipendenza grave?

L’ascolto attivo è uno dei primi strumenti di prevenzione, perché consente di intercettare il disagio quando ancora può essere espresso con le parole, prima che venga affidato prevalentemente al corpo, all’aggressività o alle sostanze. Ascoltare attivamente significa mostrare un interesse autentico, tollerare anche ciò che è difficile da sentire e offrire al ragazzo la sensazione che possa parlare senza essere immediatamente giudicato o punito. Dal punto di vista psicoanalitico, l’adulto svolge così una funzione di contenimento emotivo e mentalizzazione (favorire la capacità di pensare), poiché aiuta il giovane a trasformare emozioni confuse e impulsi in pensieri comunicabili.

I segnali d’allarme vanno colti soprattutto quando compaiono insieme, persistono e rappresentano un cambiamento rispetto al funzionamento abituale, isolamento improvviso, abbandono delle amicizie precedenti, irritabilità o aggressività insolite, oscillazioni importanti dell’umore, alterazioni del sonno, calo scolastico, perdita di interessi, frequenti assenze o rientri notturni in condizioni alterate, bugie crescenti, bisogno sempre maggiore di denaro, episodi ripetuti di intossicazione, uso di sostanze per calmarsi o riuscire a stare con gli altri. Particolare attenzione, richiedono autolesionismo, disperazione, pensieri di morte e comportamenti gravemente impulsivi, che necessitano di una tempestiva valutazione specialistica.

La prevenzione però, non è soltanto sorveglianza e neppure controllo ansioso. Un’interessante ricerca ha evidenziato che un buon funzionamento della famiglia e un affettuoso controllo genitoriale si associano ad un migliore equilibrio psicologico  dall’adolescenza alla giovane età adulta. Per questo, è importante che i genitori osservino i cambiamenti, ma soprattutto è fondamentale mantenete aperto il dialogo con i propri figli adolescenti, perché possano sentire che, anche dopo un errore, esiste un adulto al quale tornare e con cui poter pensare ciò che gli sta accadendo (Child and Adolescent Psychiatric Clinics of North America, 2025).

Il lavoro psicoanalitico aiuta i giovani a comprendere i propri modelli relazionali, compresi quelli che tendono inconsapevolmente a ripetere, per esempio, cercare gruppi umilianti o violenti pur di non sentirsi soli, oppure oscillare tra dipendenza dagli altri e rifiuto aggressivo dei legami. In questo senso, l’analisi mira al rafforzamento della capacità di regolazione affettiva, della capacità di pensare, dell’autostima e della possibilità di costruire rapporti positivi, non distruttivi (Journal of Adolescent Health, 2026).

Quali percorsi di formazione mirata andrebbero pensati per educatori, operatori di strada e per le famiglie, affinché la prevenzione del disagio giovanile e dell’abuso di sostanze diventi un’azione corale e tempestiva?

Servirebbe innanzitutto una formazione comune e multidisciplinare, perché il disagio adolescenziale non può essere affidato soltanto agli specialisti quando è ormai diventato grave. Educatori, operatori di strada e famiglie dovrebbero essere messi nelle condizioni di riconoscere precocemente non soltanto il consumo di una sostanza, ma soprattutto ciò che può precederlo e accompagnarlo, ritiro, irritabilità, cambiamenti improvvisi, acting out, trasgressioni ripetute, perdita di interessi, vergogna, sentimenti di esclusione e difficoltà a tollerare frustrazione e solitudine.

In questo senso, una formazione in ottica psicoanalitica può offrire strumenti preziosi. Certamente, non significa trasformare insegnanti o educatori in psicoterapeuti, ma aiutarli a sviluppare una capacità di osservazione e di ascolto che permetta di chiedersi che cosa un comportamento stia comunicando. L’aggressività, la provocazione, la ricerca esasperata dello sballo o l’adesione a gruppi pericolosi possono essere anche forme di acting out, il giovane mette in scena attraverso l’azione qualcosa che ancora non riesce a rappresentare mentalmente e a esprimere con le parole. Una recente lettura psicoanalitica dell’uso di sostanze in adolescenza sottolinea proprio l’importanza di comprenderne le funzioni evolutive e i significati soggettivi, accanto agli interventi di sanità pubblica.

(The Psychoanalytic Study of the Child, 2026).

Parallelamente è indispensabile lavorare con le famiglie, i genitori hanno bisogno di essere aiutati a comprendere come possono maggiormente aiutare i propri figli e a mantenere insieme due funzioni che talvolta sembrano inconciliabili, ascoltare e porre limiti. Non bisogna diventare amici dei figli, né spiarli continuamente, ma essere presenti, capaci di tollerare i conflitti senza sottrarsi e di mettere confini senza umiliare (Frontiers of Psychology, 2025).

Quali consigli si sente di dare ai giovani?

-Non avere paura di dire “no” al gruppo. Appartenere non significa adeguarsi a comportamenti che fanno stare male o espongono a pericoli per la vita fisica e mentale;

-Imparare ad ascoltare ciò che provate. Rabbia, solitudine, vergogna e noia non vanno negate o anestetizzate, possono essere comprese e trasformate;

-Non usare alcol o droghe per sentirsi più forti o meno soli. Il sollievo è temporaneo e può nascondere, anziché risolvere, il disagio;

-Scegliere relazioni in cui possiate essere se stessi. Un’amicizia autentica non chiede mai prove di coraggio, comportamenti rischiosi o umiliazioni per essere accettati;

-Cercare sempre adulti di cui fidarsi. Chiedere aiuto a genitori, insegnanti, al proprio medico di base o ad uno psicoanalista, è un atto di consapevolezza, non di debolezza;

-Proteggere con serenità la propria capacità di pensare e scegliere. Divertirsi è importante, ma lo è altrettanto poter tornare a casa sentendo di essere rimasti padroni delle proprie decisioni, sentendosi ancora vivi dentro, contenti e fiduciosi nel domani.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attualità

Caso Nicola Maggiotto, lo psicologo Claudio Belardo avverte: “La violenza giovanile si sconfigge educando alle emozioni. Fermarsi è segno di forza”

Il “branco” trasforma la rabbia in violenza: le parole dello psicologo ci fanno riflettere! 🧠 💔 A seguito dei recenti e drammatici fatti di cronaca giovanile che hanno coinvolto anche Nicola Maggiotto, l’esperto psicologo Claudio Belardo interviene duramente per analizzare il fenomeno della violenza tra ragazzi. “Le dinamiche di gruppo azzerano le responsabilità individuali per il disperato bisogno di sentirsi accettati. Ma comprendere questi meccanismi non significa giustificare chi sbaglia!”, avverte il medico. La soluzione? Ripartire dall’educazione emotiva fin da piccoli e affidarsi ai veri valori dello Sport. “Dobbiamo insegnare ai ragazzi che allontanarsi da una provocazione o da una rissa non è codardia, ma è la forma più alta di Forza e di Autocontrollo!”. Infine, un duro richiamo alla stampa: “Smettiamola di spettacolarizzare il dolore delle famiglie. Rispettiamo la dignità umana”. Leggete l’illuminante intervista completa nel nostro nuovo articolo! 👇 👨‍⚕️

Pubblicato

a

Claudio Belardo

Redazione– I recenti e drammatici fatti di cronaca, su tutti il delicato caso che ha coinvolto il giovane Nicola Maggiotto, hanno riportato prepotentemente e tragicamente al centro del dibattito pubblico nazionale il fenomeno in costante ascesa delle aggressioni giovanili. Ma al di là delle indagini giudiziarie e delle sentenze emesse frettolosamente sui social network, c’è un vuoto profondo che merita di essere analizzato con urgenza: le complesse e subdole dinamiche psicologiche che possono trasformare un banale conflitto verbale in un irreversibile episodio di brutale violenza.

Senza entrare morbosamente nei dettagli personali della vicenda specifica, e lasciando agli organi inquirenti competenti ogni necessaria ricostruzione dei fatti, a gettare una luce chiarificatrice sul tema interviene il Dottor Claudio Belardo, stimato psicologo ed esperto in benessere psicologico, dinamiche dello sport e performance. Il suo è un invito perentorio a spostare l’attenzione collettiva dalla sterile e sensazionalistica cronaca nera al campo ben più complesso e salvifico della prevenzione.

Oltre la cronaca: l’analisi psicologica delle aggressioni e del “branco”

«Quando assistiamo inermi a episodi di violenza», esordisce lo psicologo, «dobbiamo avere l’onestà intellettuale di chiederci anche cosa accade prima: quali emozioni profonde non vengono riconosciute in tempo, quali silenziosi segnali di disagio vengono colpevolmente ignorati e quali meccanismi perversi trasformano la rabbia e la frustrazione repressa in pura aggressività fisica».

L’analisi di Belardo si sofferma con particolare, severa attenzione sulle temibili dinamiche di gruppo. La presenza del “branco”, degli amici o dei semplici spettatori passivi, infatti, può influenzare e alterare radicalmente il comportamento del singolo individuo attraverso pericolosi meccanismi di emulazione, una spasmodica ricerca di approvazione sociale e una drastica riduzione della percezione della propria responsabilità penale e morale. «All’interno di un gruppo coeso può diventare molto più difficile fermarsi. Il bisogno giovanile di dimostrare forza, di essere accettati dal branco o di non apparire mai deboli può contribuire ad amplificare a dismisura comportamenti che, se presi individualmente, verrebbero con ogni probabilità maggiormente controllati o repressi», spiega il professionista.

“Comprendere non è giustificare”: le trappole e l’autocontrollo

Lo psicologo ci tiene però a tracciare una linea di demarcazione nettissima. Analizzare questi oscuri meccanismi psicologici non significa, in alcun modo, attenuare o cancellare le responsabilità individuali di chi compie atti violenti. «Comprendere non significa giustificare. La responsabilità personale delle proprie azioni resta il fulcro centrale del vivere civile. Ma se vogliamo fare prevenzione reale sul territorio, dobbiamo necessariamente conoscere a fondo ciò che può favorire questa drammatica escalation e, di conseguenza, intervenire molto prima che venga superato il limite di non ritorno».

Educare alle emozioni: la palestra di vita e il ruolo dello Sport

Secondo la visione del Dottor Belardo, la prevenzione primaria dovrebbe partire dalla scuola e dalla famiglia attraverso una strutturata educazione emotiva, insegnando ai ragazzi, fin dall’età evolutiva, a riconoscere, mappare e gestire i sentimenti di rabbia, l’intolleranza alla frustrazione, le provocazioni esterne e la tremenda pressione psicologica del gruppo.

«Dobbiamo aiutare i nostri giovani a capire che allontanarsi da una provocazione non significa affatto avere paura, né essere codardi. Sapersi fermare è una forma altissima di forza: significa possedere un saldo autocontrollo, una grande consapevolezza di sé e la capacità matura di prevedere le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni». In questo lungo e faticoso percorso formativo, la famiglia, la scuola e i centri di aggregazione sociale hanno una responsabilità educativa fondamentale. Anche lo Sport agonistico e amatoriale può rappresentare uno straordinario strumento di prevenzione: «Lo sport insegna da sempre che la forza e la violenza sono due concetti completamente opposti. Le regole, la disciplina ferrea, il rispetto sacrale dell’avversario, la nobile gestione della sconfitta e il controllo delle emozioni sotto pressione sono competenze umane che non servono soltanto per vincere una gara, ma servono per sopravvivere e prosperare nella vita di tutti i giorni».

Il richiamo ai media: “Non trasformiamo la sofferenza in spettacolo”

C’è infine un ultimo, doloroso aspetto sul quale Belardo invita tutti (in primis la stampa e l’opinione pubblica) a riflettere: il modo spesso cinico in cui episodi delicatissimi vengono raccontati, sezionati e dati in pasto ai social. «Dietro ogni fatto di cronaca ci sono persone in carne ed ossa e famiglie distrutte. Possiamo e dobbiamo discutere del fenomeno sociologico senza trasformare la sofferenza e la tragedia individuale in un grottesco spettacolo mediatico. La sacra dignità della persona deve venire sempre prima della curiosità morbosa per i dettagli di cronaca».

Da qui il suo forte invito a utilizzare anche gli episodi più oscuri che scuotono l’opinione pubblica per costruire una riflessione ben più ampia e duratura sulla prevenzione. «Non possiamo limitarci a parlare di educazione emotiva soltanto il giorno dopo un tragico episodio di violenza per poi dimenticarcene. Bisogna lavorare prima, in tempo di pace, aiutando i giovani a sviluppare una vera empatia. Prevenire significa fornire loro questi strumenti indispensabili molto prima che diventino drammaticamente necessari».

Continua a Leggere

Salute

Allarme West Nile in Abruzzo, registrato il primo caso del 2026 a Teramo: 85enne ricoverato in ospedale, scatta l’indagine epidemiologica

Allarme zanzare in Abruzzo! 🦟 🚨 Registrato a Teramo il primo caso del 2026 di virus West Nile nell’uomo. Un anziano di 85 anni si è presentato in ospedale con febbre alta e forti dolori: le analisi del sangue hanno confermato l’infezione. L’uomo è attualmente ricoverato nel reparto di Malattie Infettive, ma fortunatamente le sue condizioni sono buone ed è fuori pericolo. Nel frattempo, la Asl di Teramo ha fatto scattare una vera e propria caccia alla zanzara: gli ispettori stanno ricostruendo tutti i luoghi frequentati dall’uomo per avviare immediate disinfestazioni mirate. Gli esperti, però, rassicurano la popolazione: “Niente panico! Nell’80% dei casi l’infezione è asintomatica, e solo nell’1% dei soggetti fragili richiede il ricovero”. Leggete tutti i dettagli, i sintomi a cui prestare attenzione e le raccomandazioni ufficiali dei medici per evitare le punture nel nostro articolo! 👇 🩺

Pubblicato

a

west nile abruzzo

Teramo – L’estate porta con sé, purtroppo, anche i rischi legati alle punture di insetto, e la soglia di attenzione torna improvvisamente ad alzarsi in tutto l’Abruzzo. Nelle scorse ore, infatti, la Asl di Teramo ha ufficialmente registrato e confermato il primissimo caso del 2026 di infezione da virus West Nile nell’uomo a livello regionale. Un campanello d’allarme che le autorità sanitarie si aspettavano, considerando che già alla fine dello scorso mese di luglio l’efficiente sistema di monitoraggio locale aveva individuato un’anomala circolazione del virus (Wnv) tra le colonie di zanzare presenti sul territorio.

L’infezione e il tempestivo ricovero: l’anziano paziente è fuori pericolo

Il paziente colpito dal virus è un uomo di 85 anni che, accusando un malessere generale, si è recato nella giornata di ieri presso il Pronto Soccorso dell’ospedale di Teramo. I sintomi riportati dall’anziano erano febbre alta e forti dolori osteoarticolari. I medici hanno immediatamente sospettato la presenza dell’infezione e, nel primo pomeriggio di oggi, il risultato delle analisi del sangue ha fugato ogni dubbio confermando la positività al West Nile.

Fortunatamente, la tempestività dei soccorsi ha giocato un ruolo fondamentale. Attualmente il paziente si trova ricoverato in isolamento e sotto stretta osservazione nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale teramano (diretto con grande competenza dalla dottoressa Antonella D’Alonzo). Le sue condizioni di salute generali sono buone, il quadro clinico è stabile e, come rassicurano i medici, la sintomatologia dolorosa e febbrile si sta già risolvendo positivamente.

Caccia alla zanzara: scatta l’indagine epidemiologica della Asl

Non c’è tempo da perdere, però, sul fronte della prevenzione ambientale. Il Servizio di Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica (Siesp) della Asl di Teramo ha fatto immediatamente scattare l’indagine epidemiologica, così come rigorosamente previsto dal piano operativo regionale per la prevenzione e il controllo delle Arbovirosi.

L’obiettivo degli ispettori sanitari è tanto delicato quanto vitale: ricostruire meticolosamente tutti gli spostamenti e i luoghi frequentati dall’85enne nei giorni precedenti l’insorgere dei sintomi. Questo permetterà di individuare il possibile “luogo di esposizione” al vettore, ovvero il punto esatto in cui la zanzara infetta ha punto l’uomo. Sulla base dei risultati di questa mappa epidemiologica, la Asl valuterà di concerto con i sindaci e le autorità competenti l’avvio immediato di mirate e massicce procedure di disinfestazione ambientale per abbattere il rischio di nuovi contagi.

Niente panico: le rassicurazioni degli esperti sui veri rischi

La West Nile, è bene ricordarlo, è un’infezione virale trasmessa all’uomo (e ad altre specie animali come i cavalli) esclusivamente dalla puntura della Culex pipiens, la comunissima zanzara nostrana che entra in azione prevalentemente nelle ore serali, dal tramonto all’alba.

Di fronte alla comprensibile preoccupazione dei cittadini, il dottor Maurizio Belfiglio, direttore del Siesp della Asl di Teramo, ha voluto diffondere un messaggio di grande serenità: “È importante rassicurare la popolazione: la semplice presenza del virus nelle zanzare non significa in alcun modo che avremo un’epidemia di persone malate. Nell’uomo, in ben l’80% dei casi, l’infezione decorre in forma assolutamente asintomatica, senza nemmeno accorgersene. Un 20% sviluppa sintomi simili a una banale influenza. Solo in una rarissima percentuale inferiore all’1%, e limitatamente a soggetti anziani, immunodepressi o con gravi patologie croniche pregresse, l’infezione può purtroppo evolvere verso forme neuro-invasive gravi che richiedono il ricovero”.

Prevenzione e sorveglianza: una rete sanitaria d’eccellenza

La rete di protezione eretta dalle istituzioni sta funzionando a pieno regime. Come spiegato dal direttore del Dipartimento di Prevenzione, Mario Di Domenicantonio, e dal direttore della Sanità Animale, Andrea Di Provvido, il territorio è setacciato quotidianamente. Vengono esaminate le carcasse di uccelli selvatici, si monitorano le zanzare nei laboratori dell’Istituto Zooprofilattico e si tengono sotto stretta osservazione gli equidi.

Per la gestione tempestiva di ogni emergenza, il direttore generale della Asl Maurizio Di Giosia ha istituito un gruppo di lavoro d’élite che coinvolge i direttori Delle Monache, Angeli, D’Alonzo, Gabriele e Chiatamone Ranieri. In attesa di eventuali disinfestazioni, la Asl raccomanda a tutti i cittadini, e specialmente ai soggetti fragili, di adottare comportamenti di buon senso: utilizzare i comuni repellenti cutanei, indossare abiti chiari a maniche lunghe nelle ore serali, dotare le finestre di zanzariere e, soprattutto, svuotare regolarmente i sottovasi nei balconi per evitare piccoli, insidiosi ristagni d’acqua dove le zanzare amano riprodursi.

Continua a Leggere

Salute

Sanità al collasso, l’ultimatum di UAP sulle nuove tariffe: “Il Governo rischia di sbagliare ancora. Se chiude il privato, a pagare sono i cittadini”

La sanità italiana rischia il collasso definitivo: scatta l’ultimatum al Governo! 🏥 📉 Il prossimo 9 settembre l’UAP (Unione Nazionale Ambulatori e Ospedalità Privata), guidata dalla Presidente Mariastella Giorlandino, scenderà in piazza a Roma con una denuncia pubblica senza precedenti. Al centro della bufera ci sono le nuove “Tariffe Sanitarie”: dopo che il TAR ha già bocciato il primo decreto, l’esecutivo rischia di sbagliare ancora, imponendo rimborsi che non coprono minimamente i costi reali degli esami medici! Il rischio è altissimo: se le cliniche private (che assorbono solo il 17% della spesa ma garantiscono migliaia di ricoveri) sono costrette a chiudere, milioni di pazienti si riverseranno in massa sui già congestionati ospedali pubblici, scatenando liste d’attesa infinite (come già accaduto di recente a Messina). L’allarme di Giorlandino è netto: “Sulla pelle dei malati, sbagliare una seconda volta è inammissibile”. Leggete l’inchiesta completa nel nostro nuovo articolo! 👇 🩺

Pubblicato

a

Unione Nazionale Ambulatori

Redazione – Il sistema sanitario italiano è seduto su una vera e propria bomba a orologeria. Dopo anni di sacrifici, tagli lineari e l’impatto devastante della pandemia, l’equilibrio tra la salute dei cittadini e la tenuta dei bilanci è appeso a un filo sottilissimo. A lanciare un allarme che non ammette repliche o rinvii è UAP (Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Privata), che attraverso la voce della sua Presidente, Mariastella Giorlandino, annuncia una conferenza stampa nazionale esplosiva fissata per il prossimo 9 settembre a Roma, presso la prestigiosa sede di CEOforLIFE Clubhouse in Piazza di Monte Citorio. Quella che andrà in scena, come preannunciato dai vertici dell’associazione, non sarà la classica presentazione tecnica per addetti ai lavori, ma una durissima e frontale denuncia pubblica sulle nuove tariffe sanitarie imposte dal Governo.

Il pasticcio del Decreto: “Vietato sbagliare una seconda volta”

La genesi di questo scontro istituzionale ha radici profonde. Il famigerato decreto del 25 novembre 2024, che avrebbe dovuto rivoluzionare in peggio le tariffe della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, è stato clamorosamente annullato e smontato dal TAR del Lazio a causa di gravissime carenze procedurali e istruttorie. Oggi, il Governo è al lavoro su un nuovo provvedimento che avrebbe dovuto correggere definitivamente quelle criticità. Tuttavia, per UAP, la toppa rischia di essere peggiore del buco: le rassicurazioni non bastano e i timori di un nuovo e letale pasticcio normativo sono più che mai fondati.

Pubblico e privato accreditato: le due anime dello stesso Servizio

Il cuore della denuncia di UAP mira a smontare un pregiudizio ideologico purtroppo molto diffuso: la presunta e dannosa contrapposizione tra ospedali pubblici e cliniche private. “Pubblico e privato accreditato sono parti essenziali e complementari dello stesso identico Servizio Sanitario Nazionale (SSN)”, ribadisce la nota dell’associazione. I numeri parlano da soli e non lasciano spazio a interpretazioni: la sanità privata accreditata assorbe soltanto il 17% dell’intera spesa pubblica nazionale, ma, in proporzione, garantisce risultati mostruosi. Fornisce infatti circa il 28% dei ricoveri ospedalieri complessivi, oltre la metà dell’assistenza in lungodegenza, quasi l’80% delle indispensabili terapie riabilitative e una quota vitale della diagnostica specialistica quotidiana. Non si tratta di una componente accessoria, ma di una colonna portante della capacità produttiva e di cura del Paese.

Il dramma delle tariffe al ribasso e il caso limite di Messina

Ma cosa accade quando la burocrazia statale fissa prezzi completamente scollati dalla realtà dei costi medici? Il principio economico è spietato. Se una prestazione sanitaria, tra materiali, personale e macchinari, costa realmente 7 euro ma lo Stato decide arbitrariamente di rimborsarla solo 5 euro, si innesca un corto circuito letale.

Nel sistema pubblico, quei due euro mancanti si trasformano in voragini nei bilanci delle Asl, costringendole a tagliare risorse vitali a medici, infermieri e nuove tecnologie (un dramma assoluto per le Regioni già in piano di rientro). Nel privato accreditato, l’effetto è ancora più immediato e tragico: l’impossibilità di coprire i costi costringe le strutture a bloccare le assunzioni, sospendere i servizi meno remunerativi o, nella peggiore delle ipotesi, a chiudere definitivamente i battenti.

Le conseguenze per i cittadini? Devastanti. Lo dimostra in modo inequivocabile il recente e drammatico caso di Messina: la temporanea chiusura estiva dei laboratori privati locali ha immediatamente riversato migliaia di pazienti disperati sui pronto soccorso e sui laboratori degli ospedali pubblici, generando file chilometriche, disagi inenarrabili e bloccando il sistema. Se crolla l’offerta del privato, la domanda di salute dei cittadini non scompare per magia: si riversa inevitabilmente e drammaticamente sulle già fragili spalle del pubblico.

Il trucco delle medie matematiche: “Una media non è una cura”

Tra le contestazioni tecniche più aspre sollevate da UAP nei confronti del nuovo metodo governativo c’è l’utilizzo di “costi aggregati”. In pratica, il Ministero calcola la media dei costi di interi gruppi di prestazioni diverse. Un metodo che fa infuriare gli operatori: sapere che un macrogruppo di esami è in equilibrio matematico non dice nulla sulla sopravvivenza del singolo esame, che se erogato in perenne perdita finirà per essere cancellato dalle prenotazioni. Da qui lo slogan tagliente: “Una media non è una prestazione”.

L’ultimatum di Mariastella Giorlandino: servono trasparenza e risposte

L’appuntamento del 9 settembre a Roma si preannuncia infuocato. “Dopo un decreto annullato dal Tar, una nuova e lunghissima istruttoria e ulteriori risorse stanziate, noi pretendiamo di sapere nero su bianco quanto costa realmente ogni singola prestazione medica, come è stata determinata quella tariffa e come sono stati gestiti i soldi pubblici”, dichiara senza mezzi termini la Presidente Mariastella Giorlandino. “Agli operatori sanitari non si può più chiedere di fare un ennesimo atto di fede al buio. Continuiamo ad avere fiducia nella figura del Ministro della Salute Orazio Schillaci, ma la nostra fiducia nell’azione complessiva del Governo su questa vitale vicenda è ormai profondamente e oggettivamente compromessa. Dopo la figuraccia e l’annullamento del primo decreto, sbagliare una seconda volta sulla pelle dei pazienti italiani non è più ammissibile”.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza