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Cultura

“Indipendenti, Ribelli e Mistici”: a Ripatransone la cultura si fa incontro. Il 20 agosto Raffaella Nova Santagostino racconta le donne ribelli del Novecento

L’arte e la cultura si fondono a Ripatransone! 🎨 📖 Giovedì 20 agosto alle ore 19:00, lo Studio d’Arte del maestro Mario Vespasiani aprirà nuovamente le sue porte per il secondo, attesissimo appuntamento della sesta edizione della rassegna culturale “Indipendenti, Ribelli e Mistici”. Ospite speciale della serata sarà la raffinata studiosa Raffaella Nova Santagostino, che ci guiderà in un viaggio affascinante tra Psichiatria e Letteratura tra ‘800 e ‘900. Scopriremo le storie vere e toccanti di Colomba, Costanza e Bromelia: tre donne eccezionali e ribelli che ebbero il coraggio di sfidare a testa alta le rigide regole dell’aristocrazia fiorentina! Un appuntamento culturale di altissimo spessore in uno dei salotti intellettuali più stimolanti d’Italia. L’ingresso è gratuito ma la prenotazione è obbligatoria. Leggete tutti i dettagli, l’indirizzo e il numero da chiamare nel nostro articolo! 👇 🎭

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Locandina Evento Ripatransone

Ripatransone – Esiste ancora uno spazio fisico e mentale dove la cultura non sia un prodotto da consumare in fretta, ma un luogo di incontro autentico, di scontro intellettuale sano e di profondo arricchimento umano? La risposta è sì, e si trova nel cuore del borgo marchigiano di Ripatransone (Ascoli Piceno). Dopo lo straordinario successo di pubblico e di critica registrato durante l’incontro inaugurale con il dottor Michel Mallard (il cui intervento, visto l’altissimo gradimento, sarà eccezionalmente replicato il prossimo primo settembre), la sesta attesissima edizione della rassegna culturale “Indipendenti, Ribelli e Mistici” prosegue il suo affascinante viaggio di esplorazione nel cuore del pensiero contemporaneo.

Il salotto visionario ideato da Mario Vespasiani e dalla musa Mara

Nata dall’intuizione visionaria dell’acclamato artista italiano Mario Vespasiani e della sua insostituibile compagna e musa Mara, la manifestazione si è ormai consolidata come una delle oasi intellettuali più vivaci e originali del panorama nazionale. Il secondo, imperdibile appuntamento in cartellone è fissato per giovedì 20 agosto 2026, alle ore 19:00. L’evento avrà luogo nella suggestiva cornice dello Studio d’Arte di Ripatransone e vedrà come protagonista indiscussa la raffinata scrittrice, ricercatrice e studiosa Raffaella Nova Santagostino.

Memoria e psichiatria: le donne ribelli del Novecento fiorentino

Il valore del dialogo e l’importanza vitale della riscoperta storica troveranno piena e sublime espressione nell’incontro con Raffaella Nova Santagostino, un appuntamento che promette di intrecciare a doppio filo i grandi eventi della Storia italiana con vicende umane private, intense e profondamente toccanti. Il fil rouge della serata sarà un’affascinante area d’indagine situata al crocevia tra la psichiatria e la grande letteratura.

La riflessione della studiosa toccherà infatti temi di altissimo spessore emotivo e sociale. Partendo da una singolare esperienza personale e familiare, l’autrice ha saputo dare vita a un’opera letteraria coraggiosa che unisce, come i fili di un prezioso arazzo antico, i complessi anni della formazione del Regno d’Italia, l’oscura e tormentata evoluzione della psichiatria clinica tra l’Ottocento e il Novecento, e le vite vere di tre giovani donne eccezionali: Colomba, Costanza e Bromelia. Tre figure storiche coraggiose e profondamente ribelli, capaci di opporsi con la forza dell’intelletto e dello spirito alle rigidissime, asfissianti tradizioni imposte dall’aristocrazia fiorentina dell’epoca. Un’occasione davvero preziosa per il pubblico per riflettere sul peso del passato e comprendere meglio e più a fondo le radici sociali del nostro turbolento presente.

Un manifesto contro l’omologazione del pensiero moderno

Nata con l’intento primario di creare un luogo di confronto libero e senza filtri tra persone, idee e discipline differenti, la rassegna “Indipendenti, Ribelli e Mistici” è diventata negli anni un manifesto filosofico. Il nome stesso della kermesse, d’altronde, racchiude un’intera e precisa visione del mondo: indipendente rispetto ai noiosi percorsi culturali prestabiliti e commerciali; ribelle nei confronti della dilagante omologazione del pensiero unico; e mistica, intesa come l’insopprimibile capacità dell’essere umano di cercare incessantemente, attraverso gli strumenti della conoscenza, tutto ciò che si nasconde oltre la fredda superficie delle cose.

In un’epoca in cui il dibattito culturale tende purtroppo a frammentarsi in ambiti gelosamente chiusi, specialistici e inaccessibili ai più, questa manifestazione sceglie con coraggio la via maestra dell’eterogeneità, mettendo in relazione circolare mondi solo apparentemente lontani come l’arte visiva, la scienza, la storia patria e la spiritualità dell’individuo.

L’arte come spazio aperto e crescita collettiva

La scelta di ambientare questi incontri all’interno dello Studio d’Arte di Mario Vespasiani non fa che amplificare ulteriormente il valore semantico di questa operazione: lo spazio creativo, per il maestro marchigiano, non è e non deve essere soltanto un luogo intimo e solitario di produzione artistica. Al contrario, si apre totalmente alla comunità, diventando un vero e proprio magnete, un attrattore di menti brillanti, creativi, ricercatori e personalità di spicco del pensiero contemporaneo. In questo perimetro sacro, il pubblico non si limita mai a essere uno spettatore passivo o annoiato, ma è chiamato a diventare parte vitale e attiva di un magico processo di condivisione delle idee e di crescita collettiva.

Informazioni e contatti per partecipare

  • Evento: Sesta edizione “Indipendenti, Ribelli e Mistici”
  • Ospite d’onore: Raffaella Nova Santagostino (scrittrice e studiosa)
  • Area d’indagine: Psichiatria e letteratura – “Donne ribelli del ‘900”
  • Quando: Giovedì 20 agosto 2026, ore 19:00
  • Dove: Studio d’Arte Mario Vespasiani – Corso Vittorio Emanuele II, 32-34 – Ripatransone (AP)
  • Ingresso: Gratuito, ma con prenotazione obbligatoria tramite messaggio WhatsApp o SMS al numero 333.6361829.
  • Info web: www.mariovespasiani.it

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Cultura

Tradurre un libro non è un gioco, ma una responsabilità morale: l’atto d’accusa di Menda Vreto contro la superficialità letteraria

Tradurre un libro non è usare un dizionario, è compiere un miracolo di umiltà ed empatia! 📖 ✍️ Menda Vreto lancia un durissimo e appassionato atto d’accusa contro la superficialità nel mondo dell’editoria e delle traduzioni letterarie, specialmente nel campo minato della Poesia. “Tradurre significa entrare nel pensiero intimo dell’autore, rispettare la sua anima, capire il peso specifico e il suono di ogni singola parola. Se in un’intervista si sbaglia l’interpretazione di due versi, come si può pretendere di tradurre un libro intero?”. Il rischio vero è quello di prendere un capolavoro assoluto e, per incompetenza e apparenza, svilirlo trasformandolo in un testo banale che inganna il lettore. Leggete questo magnifico editoriale sulla responsabilità morale dei traduttori nel nostro articolo completo! 👇 🖋️

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Libro di Menda Vreto

Redazione – In un panorama editoriale sempre più frenetico e spietato, dove i libri vengono spesso trattati come semplici prodotti da consumare in fretta e furia e dove l’ansia di pubblicare prevale sulla sacralità del testo, si sta smarrendo il senso più profondo di uno dei mestieri più nobili e complessi dell’intelletto umano: il traduttore. A lanciare un lucido, tagliente e appassionato monito su questo tema cruciale è Menda Vreto, con una riflessione intitolata “Tradurre un libro: una responsabilità, non una semplice traduzione”, che scuote le coscienze del mondo letterario e punta il dito contro le derive dell’improvvisazione e dell’apparenza.

Molto più che parole: entrare nell’anima segreta dell’autore

Il punto di partenza dell’analisi di Menda Vreto è drastico e inequivocabile: tradurre un testo letterario non significa, e non significherà mai, il banale, asettico e meccanico trasferimento di un vocabolo da una lingua all’altra grazie a un dizionario. Questo approccio algoritmico svilisce l’arte. Tradurre significa compiere un vero e proprio viaggio psicologico e culturale. “Significa entrare nel pensiero più intimo dell’autore, comprenderne la sensibilità nascosta, decifrare il suo personalissimo linguaggio, respirare la sua cultura e intuire le sue intenzioni originarie, per poi cercare il miracolo: restituire tutto questo intatto in un’altra lingua, senza perderne l’essenza”.

È per questo motivo che Vreto pone un interrogativo etico dirompente: prima ancora di potersi fregiare dell’etichetta di “traduttore” o di vantarsi di aver trasposto un’opera, bisognerebbe fermarsi e domandarsi con totale onestà intellettuale: “L’ho davvero letto, studiato e compreso fino in fondo prima di metterci mano?”. Conoscere una lingua straniera in modo approssimativo, scolastico o superficiale non è assolutamente sufficiente. Una traduzione di reale e inestimabile valore letterario richiede una conoscenza quasi maniacale e profonda della grammatica, dell’impalcatura dei tempi verbali, dell’etimologia e della storia delle singole parole, delle loro infinite sfumature semantiche e, imprescindibilmente, del preciso contesto storico e culturale nel quale sono state originariamente concepite e utilizzate dall’autore.

Il peso specifico della Poesia: un terreno minato dove è vietato improvvisare

Il discorso si fa ancora più stringente, delicato e severo quando si abbandona la prosa per addentrarsi nel terreno minato e sublime della poesia. La poesia è architettura emotiva pura, e come tale non può in alcun modo tollerare compromessi al ribasso. “Una poesia non può essere tradotta semplicemente sostituendo una parola con un’altra”, ammonisce Menda Vreto. Nei versi, infatti, la parola perde la sua funzione meramente didascalica e si carica di una densità assoluta: ogni singolo termine ha un peso specifico calibrato, un suono musicale preciso (che genera rime, assonanze e allitterazioni), un significato primario e una moltitudine di sfumature secondarie.

L’autore ha scelto quella specifica parola al termine di un tormento interiore, per una ragione ben precisa. E chi si arroga il diritto e l’onere di tradurla deve possedere l’apertura mentale e la sensibilità necessarie per comprendere fino all’ultima goccia quella scelta originaria, andando poi a cercare, come un rabdomante nella propria lingua madre, la soluzione stilistica ed emotiva che si avvicini il più possibile all’intenzione dell’autore.

L’incompetenza in vetrina: quando l’apparenza distrugge l’opera

L’intervento di Menda Vreto non nasconde, tra le righe, una garbata ma fermissima polemica nei confronti di chi maschera l’incompetenza dietro titoli vuoti o apparizioni pubbliche. Il riferimento è pungente: “Se, parlando anche soltanto di pochi versi durante un’intervista, vengono commessi numerosi, marchiani errori di interpretazione del testo, è inevitabile e legittimo che sorgano dei dubbi enormi e fondati sulla reale capacità di quell’individuo di affrontare e reggere il peso di un’intera opera letteraria”.

Il nocciolo della questione non è la volontà sterile di giudicare o additare la singola persona, ma sollevare una riflessione altissima sulla responsabilità etica. Il rischio reale, tangibile e pericolosissimo è quello di compiere un vero e proprio delitto letterario: prendere un’opera concepita, pensata e scritta a un livello intellettuale e stilistico eccelso e trasformarla, sotto i colpi di una traduzione raffazzonata e superficiale, in un testo banale e semplicistico. Così facendo, si impoverisce il linguaggio, si appiattisce la profondità filosofica e si cancella la bellezza. E, dramma nel dramma, si inganna apertamente il lettore, che crederà ingenuamente di aver letto l’opera originale, mentre in realtà sta solo consumando una sua sbiadita e lontana caricatura.

Custodire l’identità: la missione sacra del vero traduttore

Ecco perché tradurre, nella lucida visione di Menda Vreto, non significa affatto limitarsi a capire “che cosa” dice materialmente un autore sulla pagina, ma significa addentrarsi nel mistero del “perché lo dice proprio in quel modo”. Un’opera letteraria autentica merita infinitamente di più di un approccio dilettantistico e superficiale: merita ore insonni di studio, attenzione maniacale al dettaglio, un’infinita umiltà e un rispetto quasi religioso nei confronti di chi ha partorito l’opera. Non bastano i titoli accademici esibiti come medaglie o le dichiarazioni d’intenti: a parlare e a testimoniare la statura di un traduttore devono essere solo ed esclusivamente la preparazione, lo studio forsennato e la qualità cristallina del risultato finale.

La missione del traduttore è, in conclusione, tanto silente quanto sacra: ricevere in dono la voce vulnerabile di un autore straniero e assumersi la gravosa responsabilità di consegnarla intatta nelle mani e nel cuore del lettore, senza mai permettere che l’opera smarrisca la propria anima e la propria identità originaria. Solo in questo difficile equilibrio risiede la magia della vera letteratura.

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Cultura

Il “Ciclo Poetico” di Giuseppina Giudice: la voce italiana che incanta il mondo. Una vita straordinaria dedicata alla letteratura e alla pace

Il genio italiano che commuove il mondo intero con i suoi versi! ✍️ 🇮🇹 Vi raccontiamo la storia straordinaria della Professoressa Giuseppina Giudice, una vita intera dedicata alla letteratura e all’insegnamento che l’ha portata a conquistare l’Olimpo della Poesia! Autrice di ben 4 raccolte di poesie, 6 romanzi e fiabe per bambini, ha appena trionfato a Casa Sanremo Writers 2025 ed è stata pubblicata da RaiLibri. Ma il suo successo non conosce confini: i suoi versi di pace e umanità sono stati tradotti in indiano, francese, inglese, spagnolo, serbo, polacco e romeno! Insignita della preziosa Medaglia del Senato, premiata dalla RAI e recentemente incoronata in Svizzera con il Premio “Universum Donna 2024”, Giuseppina Giudice è un patrimonio inestimabile della nostra cultura. Scoprite tutti i suoi innumerevoli traguardi letterari nel nostro articolo dedicato! 👇 📚

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GIUSEPPINA GIUDICE

Redazione – In un’epoca sempre più dominata dalla frenesia digitale e dalle parole consumate troppo in fretta, c’è chi continua a scolpire emozioni nella roccia dell’eternità attraverso lo strumento più antico e nobile che l’uomo conosca: la poesia. Parliamo di Giuseppina Giudice, una delle voci più limpide, prolifiche e internazionalmente riconosciute del panorama letterario italiano contemporaneo. Già stimata e appassionata docente di lingua e letteratura inglese, Giuseppina Giudice non si è mai limitata a trasmettere il sapere dietro una cattedra, ma ha scelto di trasformare la propria anima in versi, costruendo un vero e proprio “Ciclo Poetico” capace di oltrepassare i confini nazionali e di parlare al cuore di culture profondamente diverse tra loro.

Una carriera costellata di successi: dall’insegnamento all’Olimpo della Poesia

Il percorso artistico e letterario di Giuseppina Giudice è un vero e proprio monumento alla dedizione e all’amore per l’arte della parola. La sua produzione letteraria è tanto vasta quanto profonda: nel corso degli anni ha pubblicato con straordinario successo ben quattro raccolte di poesie, che rappresentano il nucleo pulsante della sua creatività. A queste si affiancano sei romanzi di grande spessore narrativo, diverse raccolte di racconti introspettivi e ben tre libri di storie e favole dedicati ai più piccoli, a dimostrazione di una versatilità autoriale fuori dal comune, capace di incantare lettori di ogni età.

Tra i traguardi più luminosi e recenti della sua carriera spicca la partecipazione, in veste di finalista, a Casa Sanremo Writers (2025) con il commovente racconto “Peter il pescatore”, un’opera di tale intensità da essere stata selezionata e pubblicata in una prestigiosa raccolta edita direttamente da RaiLibri. Un successo che fa eco all’importante traguardo raggiunto nel 2016, quando si impose come brillante finalista al prestigioso Premio letterario Pannunzio di Torino.

I prestigiosi riconoscimenti: dal Senato della Repubblica a “Universum Donna”

Il talento purissimo di Giuseppina Giudice è stato certificato, anno dopo anno, da una pioggia di premi e riconoscimenti di altissimo profilo istituzionale e accademico. Le sue bacheche custodiscono gelosamente un premio conferitole dalla Rai di Roma e una preziosissima Medaglia del Senato della Repubblica. La sua indiscussa statura intellettuale l’ha portata a ricevere la prestigiosa nomina di “Accademica Benemerita” a Roma nel 2003 e di “Accademica Leopardiana” a Reggio Calabria nel 2011.

L’Italia intera le ha reso omaggio attraverso il Premio alla carriera a Pomigliano d’Arco (2010), la Menzione d’Onore Donna della Provincia di Salerno (2010) e la selezione per storici concorsi come il Premio Spoleto (2021) e il Premio Modigliani (2022). Ma è nel biennio 2024-2025 che la sua carriera ha toccato nuove vette assolute: premiata ad Assisi in occasione del Premio “Segni di Pace” (2024), nominata Accademica Onoraria della Universum Academy Switzerland, insignita del prestigioso Premio “Universum Donna 2024” a Lugano e, infine, incoronata al rinomato Menotti Art Festival di Spoleto nel 2025.

La Poesia come ponte tra le nazioni: i versi tradotti in tutto il mondo

Ma ciò che rende la figura di Giuseppina Giudice un vero e proprio vanto per la cultura italiana è la sua inarrestabile vocazione internazionale. I suoi versi intimi, carichi di speranza, memoria e profonda umanità, non conoscono barriere linguistiche. Le sue poesie, infatti, sono state magistralmente tradotte in una miriade di lingue straniere: dallo spagnolo all’indiano, dall’inglese al francese, passando per l’albanese, il polacco, il rumeno e il serbo.

A testimoniare questo respiro globale c’è l’inserimento delle sue opere in un numero impressionante di antologie internazionali di altissimo livello. Tra le innumerevoli partecipazioni, ricordiamo il “Diploma de Excelentia” ricevuto in Romania già nel 2004 e le pubblicazioni su volumi storici come “Sentiment Latin” (Bucarest 2004), “Un grito por la paz” (Messico 2019), “Panta REI” (antologia bilingue Italiano-Polacco 2025) e “Vibrazioni Letterarie” (presentata tra Parigi e Roma). La sua voce riecheggia in India (nella collana OPA Anthology – Striving for Survival), nei Balcani (con la partecipazione costante al Festival “Pero Zivodraga ZivKrovica” dal 2020 al 2025 e le pubblicazioni in Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Albania) e in tutta Europa.

Un’impronta indelebile nella cultura contemporanea

Membro accreditato di eccellenze assolute come Wiki Poesia e la Repubblica dei Poeti, la professoressa Giudice non ha mai smesso di promuovere la cultura in ogni sua forma. Ha prestato la sua esperienza in veste di giurata in innumerevoli e severi concorsi letterari, collaborando attivamente con testate storiche come “Il Cilento Nuovo” e la rivista culturale “Il Saggio”.

La poesia di Giuseppina Giudice è un atto d’amore continuo verso l’umanità. I suoi versi, che parlano di pace in tempi di guerra (come nella toccante raccolta “Farewell to War”), di giustizia (“Justice”) e della meraviglia infinita dell’animo umano, rappresentano oggi un faro luminoso. Una carriera straordinaria che ci ricorda, ancora una volta, quanto la cultura e la poesia italiana siano un patrimonio inestimabile capace di unire e commuovere il mondo intero.

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Cultura

Angjelina Xhara Papalilo – “La Corsa Della Vita”

Mia Madre si chiamava Vasilika! Ogni volta che ero pronta a dire la storia di Me stessa, Essa mi tirava le orecchie e mi diceva: -Come ti ha detto mamma, non vantarti! Il vanto è una corazza dell’incapace. Una brava persona fa le cose buone e non parla dietro alle spalle perché non te li calcola neanche il Signore lassù, poi… Io così lo so…!”
La sua voce dolce, calda….come il gorgoglio di un ruscello nascosto…
Ah, la mia madre buona! Anche il nome te l’avevano ricamato così bene, alcune farfalle bianche e belle…
Mia madre si chiamava Vasilika!

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Cover La Corsa Della Vita

– Tratto dal capitolo 2° del libro: La Corsa Della Vita, tradotto da Elda Keçi-

 

Redazione-  Mia Madre si chiamava Vasilika! Ogni volta che ero pronta a dire la storia di Me stessa, Essa mi tirava le orecchie e mi diceva: -Come ti ha detto mamma, non vantarti! Il vanto è una corazza dell’incapace. Una brava persona fa le cose buone e non parla dietro alle spalle perché non te li calcola neanche il Signore lassù, poi… Io così lo so…!”
La sua voce dolce, calda….come il gorgoglio di un ruscello nascosto…
Ah, la mia madre buona! Anche il nome te l’avevano ricamato così bene, alcune farfalle bianche e belle…
Mia madre si chiamava Vasilika!
Come la farfalla più bella del villaggio, mio padre come noto cacciatore lo aveva conservata attentamente per darle parole dolci d’amore in un attimo divino!
“Lo senti la canzone dal mio cuore per te?”
“Tu neanche mi guardi quando io vengo al negozio…!”
“Non ti guardo perché mi scoppia il cuore per te! Come vuoi te, di guardarti e non metterti al mio petto, non si può, la mia Glika!”
“E quando sono diventata tua e io non lo sapevo?!”
“Io mi sveglio e arrivo all’alba con il tuo ritratto nei miei occhi…
Se vieni stasera al mio negozio per ascoltare la musica, io ti mostrerò il mio amore per te davanti a tutta la gioventù del paese”. Llazi me ne vado perché mi stanno aspettando i ragazzi ad aprire la scuola…
Le parole non terminano mai… Non avere fretta…Lasciami a pensare…”
La ragazza con gli occhi neri castani se n’è andata di corsa dal negozio dimenticando anche la scatola con i biscotti sul banco…
Llazi, alto e abile, corse da lei, la prese dal braccio e con gli occhi confusi le disse:
“Prendili i biscotti, benedetta, li hai pagati… non te li ho regalati… Io ti do tutta la merce che ho e non mi spaventa.
Lo tira con la forza vicino a se stesso e dice ad alta voce:
“Ti amo per tutta la vita!”
Vasilika si à staccata con la forza e gli ha detto:
“Se mi vuoi, vieni a chiedere la mano da mio padre, vieni domenica?”
Tutti quelli che si sono radunati vicino al negozio, al centro del paese, si congelarono perché erano testimoni di un grande amore!
I due giovani dopo l’abbraccio veloce si erano accesi, nel ritratto e in tutto il loro essere come due uccelli al volo.
– Eh Llazi, hai segnato al centro, hai scelto la migliore ragazza del villaggio, tra l’altro insegnante, anche da Tirana!
Ha parlato dal profondo dell’anima zio Kiço accarezzando i suoi baffi…
L’insegnante del villaggio, nominata direttamente dal Ministro della Pubblica Istruzione, ai tempi del Re Ahmet Zogu, Dhimiter Berati!
Lui era sposato con la cugina di mia madre, Marjeta, dalla famiglia di Kuçovi, una delle più sentite nel nostro bel villaggio di Korça a Ҫorovoda.
Iniziai a raccontare per me stessa e mi è venuta avanti la storia della mia mamma, Vasilika.
La sua voce era come una musica. La sua anima era piena d’amore. Durante tutta la giornata noi sentivamo le sue parole allo sfondo di Radio – Tirana che era aperta dalla mattina alla sera, con la pausa delle due o tre ore dopo il pranzo.
Da piccola ho solo corso… Di corsa andavo alla fontana, di corsa andavo a scuola, di corsa andavo per comprare qualcosa all’ultimo minuto e che si riempiva ogni angolo del tavolo da pranzo… La nostra casa era piccola ma l’attenzione dei miei era grande.
Il tavolo era grande e quando ci sedavamo tutti e tre, tre volte al dì…
Grande era la stufa con il piano cottura portata dall’Italia con 4-5 fornelli per cucinare con la legna e che riscaldava anche un pentolone con l’acqua. Il piano cottura aveva anche due fornelli di ghisa che funzionavano solo con carbone.
C’era una grande camera da letto con i letti comodi per dormire, un grande comò per mettere le lenzuola e l’abbigliamento intimo e un grande armadio che noi dicevamo sempre che era di mio zio, Tike.
Lo aveva portato lui quando era uscito per conto suo in un’altra casa.
Quando veniva qualche cugino da Korça, io dormivo sul grande tavolo da pranzo e mia madre ci metteva un lenzuolino rosso con grandi fiori e mi appoggiavo da un lato nell’armadio il quale aveva un disegno fatto da mio zio.
Avevamo una grande mezzana con una finestra che si apriva da due lati e da lì si vedeva l’albero del fico che è stato piantato in fondo al giardino e che faceva grandi fichi bianchi vicino alla porta principale di legno la quale si chiudeva con due ferri da dietro.
Mio fratello grande, Sotiri, raccoglieva ogni mattina questi frutti dolcissimi che cadevano quando era la stagione e che noi li mangiavamo con pane e formaggio.
In un angolo a destra che proseguiva fino al gabinetto che si trovava in fondo al giardino c’era la cantina riempita di varie cose che ricordavano pezzi del negozio bruciato dalle forze nazionaliste interne che erano pro
occupatori che si chiamavano “Ballistë”.
Ah, non lascio senza dire che le cose più belle per me in questa mezzana che aveva come pavimento uno strato di cemento c’era la gruccia di vestiti dove era appesa il cappotto invernale di papà nelle tasche del quale lui metteva un grande biscotto che costava 5 leke (la moneta dell’Albania) e che mandava ravvolta con un giornale la mattina quando mi accompagnava in Radio…
La nostra casa in affitto era piccola ma con un grande giardino che i nostri genitori piantavano verdure e mais e al centro di esso c’erano i fiori e quelli che dominavano erano le rose. L’albero di prugne faceva ombra all’ingresso della casa di un piano. Vicino alla finestra della camera da letto c’era l’albero della pesca che dava grandi frutti. Se mangiavi una pesca era come se avessi mangiato un pasto. Non ne parliamo poi del profumo e del sapore che aveva, passava l’acqua in gola solo a vederla.
Prima non avevamo chiavi dietro le porte interne di casa. Mi ricordo una volta è venuto mio zio Mili e ci portò una chiave grande che secondo lui, lo dovevamo metterlo alla porta principale oltre i ferri che dovevamo mettere dietro a tutte le porte e alle finestre.
Eh, bei ricordi, così dolci e così cari…

ANGJELINA XHARA PAPALILO

Angjelina Xhara Papalilo è una delle figure più rappresentative dell’arte e della cultura albanese. È stata tra le prime annunciatrici della Radio Televisione Albanese (RTSH) e, nel corso della sua lunga e intensa carriera, si è distinta anche come sceneggiatrice, regista e poetessa.

Con la sua voce, Radio Atene iniziò a trasmettere in lingua albanese, contribuendo alla diffusione della lingua e della cultura albanese oltre i confini nazionali.

È autrice di cinque libri e di oltre 60 film documentari, opere che le hanno valso numerosi riconoscimenti in Albania e all’estero. Dieci dei suoi film sono stati realizzati e promossi fuori dall’Albania, dall’Europa all’Australia, fino agli Stati Uniti d’America.

Da vent’anni è Ambasciatrice della Pace Universale, ruolo attraverso il quale ha continuato a promuovere i valori della pace, della cultura, del dialogo e della fratellanza tra i popoli.

In occasione del suo 77° anniversario di nascita, è stata insignita di importanti riconoscimenti dalla Lega Panalbanese degli Artisti e degli Storici in Svizzera e dalla Lega delle Associazioni Panalbanesi “Fratelli Frashëri” di Përmet.

In Sicilia è stata riconosciuta come autrice principale del film “Skënderbeu i Pagjumë” (“Skanderbeg insonne”). Ha inoltre donato alla comunità di Piana degli Albanesi il suo film “Toccare un sogno”, dedicato alla realtà e alla cultura arbëreshe.

La sua attività artistica e culturale si sviluppa attraverso diversi linguaggi: radio, televisione, cinema, letteratura e poesia. Attraverso le sue opere ha contribuito alla valorizzazione della memoria storica, dell’identità e della cultura albanese, portandone la voce oltre i confini nazionali.

Angjelina Xhara Papalilo rappresenta così una personalità poliedrica e autorevole dell’arte albanese, protagonista di una lunga carriera dedicata alla cultura, alla creatività e alla promozione della pace e del dialogo tra i popoli.

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