“Quando l’immagine vale più dell’opera”: la lucida e spietata riflessione di Menda Vreto contro i salotti chiusi della cultura dell’apparenza
Smettiamola di premiare l’apparenza e torniamo a valorizzare il sudore e il merito! 📖 ✍️ È online il durissimo, spietato ma meraviglioso editoriale di Menda Vreto intitolato “Quando l’immagine vale più dell’opera”. Una riflessione profondissima su un sistema culturale malato, fatto di “salotti chiusi” in cui ci si scambiano premi, favori e fotografie tra amici, tagliando fuori i giovani talenti veri che non hanno santi in paradiso. “I ragazzi stanno imparando che per avere successo bisogna curare le pubbliche relazioni prima della propria formazione, e questo è un crimine”, denuncia l’autrice, puntando il dito contro le riviste compiacenti e le giurie poco trasparenti. “Non cercate di sembrare qualcuno, lavorate finché non lo diventate. Costruite un’eredità per il futuro, non una sterile immagine”. Leggete questo capolavoro di pensiero critico nel nostro nuovo articolo! 👇 🏛️
Redazione – C’è una domanda, urgente e scomoda, che dovremmo porci molto più spesso quando guardiamo al mondo che ci circonda: che cosa stiamo insegnando ai giovani con il modo in cui ci comportiamo? La risposta, purtroppo, non risiede nei bei discorsi accademici che facciamo loro, ma nell’esempio pratico e tangibile che diamo ogni giorno. L’allarme è lanciato dalla penna acuta e profonda di Menda Vreto, che in questo splendido e amaro editoriale dal titolo emblematico (“Quando l’immagine vale più dell’opera”) fotografa la drammatica deriva narcisistica della società e del sistema culturale contemporaneo.
L’esempio che diamo ai giovani: visibilità o sostanza?
La nuova generazione, osserva lucidamente Vreto, non impara soltanto dai libri, dalle università o dalle scuole. Impara in modo osmotico dalle persone che vede costantemente in televisione, sulle copertine dei giornali, nelle prestigiose conferenze e, soprattutto, sui social network. I giovani imparano osservando chi viene sistematicamente invitato, chi viene pubblicato, chi viene valorizzato, chi viene premiato e, cosa ancor più grave, quale tipo di comportamento viene premiato dalla società.
Nel nostro spazio pubblico si è ormai incistata una cultura tossica in cui l’apparenza corre immancabilmente più veloce del lavoro. Persone che sentono il bisogno compulsivo di definirsi “giornalisti”, “analisti”, “esperti” o “figure importanti” solo per il gusto di fregiarsi di un titolo. L’esperienza, però, non nasce da una frase scritta in una bio su Instagram o su Wikipedia: nasce dopo anni insonni di lettura, studio, sudore, errori e confronto leale con la critica. Un giornalista non si misura dal numero di interviste che rilascia per puro egocentrismo, ma dal coraggio e dalla responsabilità con cui cerca la verità. Lo scrittore non diventa immortale perché si fa fotografare con autori famosi nei salotti, ma quando il suo testo scava un solco incolmabile nell’anima del lettore. Qui risiede la differenza, enorme e incolmabile, tra immagine e opera.
I “club chiusi” della cultura: premi, favori e vetrine di autopromozione
Se un giovane alle prime armi, pieno di passione ma ancora acerbo, si guarda intorno e capisce che per emergere deve smettere di studiare per iniziare a curare la propria visibilità, allora l’intera società ha miseramente fallito. L’invito a un panel arriva prima dell’articolo di qualità, il certificato vale più della conoscenza, il premio precede l’opera.
L’autrice lancia un durissimo atto d’accusa contro i cosiddetti “salotti culturali”. Un piccolo gruppo chiuso organizza un evento, invita gli amici, si scambiano fotografie, le riviste amiche pubblicano gli articoli, e il giorno dopo i premiati diventano premianti degli stessi organizzatori. Un circuito vizioso e autoreferenziale che crea la falsa illusione di una scena culturale vivace. Ma dove sono i giovani? Dove sono le ragazze che pubblicano le prime poesie, i registi senza budget, i traduttori di autori sconosciuti, i ricercatori chiusi negli archivi? Una cultura che non crea spazio e non cede il passo alla generazione successiva rischia di trasformarsi in un club chiuso, condannato a parlare tristemente da solo con la propria eco.
La responsabilità dei media: smontare i finti “miti pubblici”
In questo meccanismo perverso, i media, le giurie dei premi letterari e le riviste culturali hanno una responsabilità gigantesca. Un premio non deve soltanto essere giusto, ma deve anche apparire giusto e trasparente al pubblico, al riparo da ogni minimo sospetto di conflitto di interessi, favoritismo o clientelismo familiare.
Le riviste non dovrebbero mai fungere da specchio narcisistico per l’autopromozione di una cerchia ristretta. Dovrebbero avere il sacro coraggio di recensire negativamente un libro debole, anche se l’autore è “famoso”. Dovrebbero essere finestre spalancate su idee mai ascoltate, perché nel momento in cui una rivista si trasforma in un ufficio stampa per gli amici, non serve più alla cultura, ma serve solo all’immagine. Quando la stampa continua a definire “figura importante” qualcuno solo per partito preso, contribuisce a creare piccoli, fragilissimi miti pubblici. “Qualcuno può diventare famoso solo perché è famoso. Ma questo è un meccanismo di visibilità, non è cultura”.
L’appello: “Costruite un’eredità, non un’immagine”
La cultura sana e vibrante non deve per forza rassicurare o rendere felici, deve piuttosto disturbare il potere ed essere scomoda quando la verità fa male. Perdere il talento di un giovane perché non aveva i mezzi o le conoscenze per “entrare nel club” è un crimine contro il futuro della società, sottolinea l’autrice.
La chiusura dell’editoriale di Menda Vreto è un inno motivazionale alla resistenza culturale rivolto alle nuove generazioni: “Non è una vergogna essere sconosciuti, non avere premi o fotografie con personaggi famosi. La vera vergogna è costruire una facciata di grandezza prima di aver costruito un’opera. Non cercate di entrare in ogni rivista, ma fate un lavoro che un giorno dia alle riviste un motivo per cercarvi. Perché se di noi rimangono soltanto le fotografie, i titoli e gli elogi che ci siamo fatti da soli, allora dobbiamo ammetterlo: abbiamo costruito un’immagine, non un’eredità. E noi non abbiamo bisogno di una generazione che sappia apparire, ma di una generazione che sappia creare”.
Ho letto con attenzione questa riflessione e, in linea generale, ne condivido lo spirito e molte delle considerazioni. È indubbio che viviamo in un sistema culturale nel quale, talvolta, l’immagine rischia di contare più della sostanza, la visibilità più del lavoro e le relazioni più del merito. Ed è altrettanto vero che esistono ambienti chiusi, meccanismi autoreferenziali e situazioni nelle quali il talento può essere penalizzato a vantaggio di conoscenze, appartenenze o semplicemente della capacità di apparire.
Ma credo che la realtà debba essere guardata da più angolazioni, non soltanto dalla propria.
Quando si parla di libri, di arte, di poesia e di cultura, bisogna ricordare che la qualità di un’opera non è sempre una verità assoluta e incontestabile. Un libro che per qualcuno è mediocre può emozionare profondamente un altro lettore; un’opera considerata straordinaria da una giuria può lasciare indifferente qualcun altro. Esistono competenze, criteri, strumenti di valutazione e naturalmente anche sensibilità diverse. Per questo non basta essere convinti di aver scritto un capolavoro per poterlo considerare tale.
Tra l’autore e la propria opera dovrebbe sempre esserci anche la disponibilità ad ascoltare, a confrontarsi, ad accettare una critica e, qualche volta, persino a riconoscere i propri limiti. Il vero amore per la cultura non consiste nel sentirsi già arrivati, ma nel continuare a studiare, migliorarsi e mettersi in discussione.
Il sistema culturale può essere malato, e in alcuni casi può essere anche corrotto. Negarlo sarebbe ingenuo. Ma sarebbe altrettanto ingiusto trasformare questa constatazione in una condanna generale. Non tutto è un “salotto chiuso”, non ogni premio è frutto di favoritismi, non ogni giuria è condizionata da amicizie e non ogni persona che lavora per promuovere la cultura lo fa per costruirsi un’immagine.
E soprattutto, dare fiducia ai giovani non significa necessariamente demonizzare ciò che esiste già.
I giovani hanno bisogno di porte aperte, di opportunità, di confronto e di meritocrazia. Ma hanno anche bisogno di trovare adulti capaci di trasmettere loro fiducia, non soltanto disillusione. Se raccontiamo loro che tutto è truccato, che ogni riconoscimento è sospetto, che ogni ambiente culturale è un circolo di amici e che per emergere bisogna necessariamente combattere contro un sistema corrotto, rischiamo paradossalmente di ottenere l’effetto opposto a quello che desideriamo.
Rischiamo di demolire proprio ciò che dovremmo costruire: la fiducia, la speranza e il desiderio di impegnarsi.
Criticare ciò che non funziona è necessario. Ma la critica, per essere davvero costruttiva, deve saper distinguere. Deve denunciare gli abusi senza trasformare le eccezioni in regola e deve avere il coraggio di riconoscere anche ciò che funziona, le persone oneste, le iniziative meritorie, le giurie serie, gli editori che lavorano con professionalità e tutti coloro che, spesso lontano dai riflettori, dedicano tempo e passione alla cultura.
La cultura ha bisogno di verità, certamente. Ma ha bisogno anche di equilibrio.
Non dobbiamo insegnare ai giovani che conta soltanto l’immagine. Ma non dobbiamo nemmeno insegnare loro che dietro ogni immagine c’è necessariamente il vuoto.
La vera sfida è educarli a distinguere l’una dall’altra: l’apparenza dalla sostanza, la notorietà dal valore, il consenso dal merito.
E soprattutto dobbiamo ricordare che la cultura non cresce distruggendo ciò che esiste, ma costruendo qualcosa di migliore.
Perché se vogliamo davvero una nuova generazione capace di creare, dobbiamo darle non soltanto la forza di contestare ciò che non va, ma anche la speranza che, attraverso lo studio, il lavoro, il talento e la perseveranza, qualcosa di buono sia ancora possibile.
Intervista di Monica Macchioni a Mario Michelangeli, gia’ Parlamentare della Repubblica
Dalle aule del Parlamento alla fantascienza per salvare il mondo! 🏛️🚀 L’ex deputato Mario Michelangeli si confessa a cuore aperto con Monica Macchioni: la nascita della sua saga “L’Uomo del Destino” e il finale shock di “Inverno Nucleare”. 💥🌌 Una riflessione potentissima, nata dalle radici del PCI di Berlinguer, che unisce fantapolitica, amore e un disperato grido contro la guerra. Una lettura che graffia la coscienza e fa battere il cuore. ❤️ Leggi qui per scoprire l’intervista integrale e i segreti di questo incredibile viaggio letterario! 👇
Roma – Ci sono momenti in cui l’urgenza di raccontare il nostro tempo supera i confini della cronaca politica per farsi letteratura, visione, e monito disperato per il futuro dell’umanità. È questo il senso profondo e viscerale che attraversa la straordinaria intervista rilasciata da Mario Michelangeli, già stimato Parlamentare della Repubblica, alla giornalista Monica Macchioni. In un dialogo serrato, intimo e privo di qualsiasi filtro istituzionale, l’ex deputato si spoglia delle vecchie vesti politiche per presentare l’atto finale di un’impresa letteraria monumentale: la pubblicazione di “Inverno Nucleare”, il settimo capitolo che chiude la travolgente saga fantapolitica e distopica de “L’Uomo del Destino”. Un’opera coraggiosa, nata non per dare sfogo a una sterile fantasia, ma per lanciare un grido d’allarme contro i venti di guerra e le violenze che oggi rischiano di spingere il pianeta sull’orlo dell’autodistruzione.
Le parole di Michelangeli portano con sé il peso e la dignità di una storia personale importante. Uomo di sinistra, comunista cresciuto alla scuola del grande PCI di Enrico Berlinguer, l’autore ha riversato nelle oltre seicento pagine della sua epopea tutta l’esperienza maturata nei palazzi del potere e, soprattutto, l’immutata passione per la difesa degli ultimi. Dalla figura di un ex Presidente del Consiglio ridotto a barbone senza memoria tra le vie di una Roma stretta nella morsa di un colpo di stato fascista, fino alla rinascita plebiscitaria e alla conquista dello Spazio, la saga si configura come il manifesto di una rivoluzione democratica possibile. Un piano economico reale da mille miliardi di euro, capace di rivoltare l’Italia come un calzino, si fonde con una narrazione in cui la fantascienza diventa lo specchio deformante ma oggettivo delle nostre paure più attuali.
Ma oltre la fantapolitica, oltre lo spettro terrificante di diecimila testate nucleari pronte a incenerire la Terra in poche ore, l’intervista svela l’anima più autentica dello scrittore. Michelangeli confessa con toccante umiltà la solitudine di chi sceglie la via dell’autopubblicazione, distribuendo gratuitamente le sue copie cartacee ed ebook al di fuori dei grandi circuiti editoriali. Eppure, la sua non è una resa. È la rivendicazione fiera di un uomo guidato da due soli, immensi sentimenti: l’amore profondo per una donna e l’amore incondizionato per un genere umano che merita di essere salvato, a dispetto delle follie dei potenti. Leggi qui sotto l’intervista integrale, un viaggio straordinario dove la passione politica si fa poesia e la speranza rifiuta di spegnersi anche davanti all’inverno più buio. 👇
Mario buongiorno, abbiamo visto la pubblicazione del tuo ultimo libro “Inverno Nucleare” della serie l’Uomo del Destino. Sono sette libri di una saga, giusto?
Giusto. Inverno Nucleare è l’ultimo della serie che conclude una storia iniziata con un barbone senza memoria che si aggira per le vie di una Roma, dove al governo si è installata una giunta militare fascista. In realtà il barbone è l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri che ha subito un attentato, preludio del colpo di stato, che ha sterminato la sua famiglia e il suo amico Presidente della Repubblica. Non si sa come si sia salvato, ma un evento particolare, legato al salvataggio di una donna, che diventerà il suo amore, rimette tutto in discussione. Gli torna la memoria e nel giro di pochi mesi organizza la Resistenza. Riconquista il potere e nelle elezioni immediatamente successive viene eletto con un plebiscito. I primi cinque libri raccontano una storia incredibile di come il nostro Paese viene rivoltato come un calzino da un’azione di Governo incisiva. È semplicemente la storia di una rivoluzione democratica che cambia radicalmente l’Italia. Ti cito solo i titoli: il Barbone, la Rivolta, la Vittoria, la Resistenza e il Presidente. Dopo il Barbone c’è un flashback che ripercorre l’accaduto, sino ad arrivare ad un Presidente che, dopo l’Italia, immagina un futuro per l’intera umanità. Da qui Odissea nello Spazio e Inverno Nucleare, gli ultimi due libri della saga.
Che succede in inverno nucleare?
Che l’umanità non apprende la lezione della storia. Nonostante il primo attacco nucleare sia stato scatenato da una cellula terroristica, le super potenze scatenano l’apocalisse incolpandosi a vicenda. In poche ore oltre diecimila testate nucleari esplodono in ogni parte del pianeta. Chi sopravvive al primo impatto, è destinato ad una morte atroce a causa delle radiazioni che nell’arco di pochi mesi avvolgono l’intero pianeta e distruggono ogni forma di vita…
Fantascienza, giusto?
Certo. Tutta la saga è una storia di fantapolitica e fantascienza, ma che ha delle basi oggettive nel nostro presente fatto di guerre e violenze che potrebbero provocare la scintilla di una guerra nucleare distruttiva per l’intera umanità. Mi auguro di no ovviamente, ma il pericolo è lì, nelle diecimila testate pronte a fare la loro parte all’occorrenza. Il nostro Uomo del Destino, che bada bene, è un uomo semplice con le giuste idee, ribalta tutto. Ad iniziare dall’Italia, che con un piano di mille miliardi cambia il volto del Paese. Dove reperisce mille miliardi? Scopritelo, e vi accorgerete che è un programma fattibile e realizzabile già a partire da oggi se qualcuno avesse il coraggio per farlo…
Un programma ambizioso. Quanto c’è di fantapolitica e realtà?
Entrambe certamente. Ma, come sai sono stato parlamentare e sono un uomo di sinistra, un comunista. Vengo dalla storia del grande PCI di Enrico Berlinguer, e qualche esperienza l’ho maturata. Il programma per quanto ambizioso e nel solco della fantapolitica, è fattibile. E lui lo rende reale, tanto da subire il colpo di stato. Vedi Monica, non ho scritto questa saga solo per dare libero sfogo alla mia fantasia, ma perché ho cercato di mettere nero su bianco un’ipotesi di cambiamento per tutti noi e per l’umanità intera, che si trova su un crinale molto rischioso, e che rischia di rivivere le tragedie del novecento moltiplicate all’ennesima potenza. È questa la motivazione che mi ha spinto ad immaginare una realtà diversa per quanto distopica. Ho lottato per tutta la vita per gli ultimi e affinché si costruisse un mondo migliore, ma le mie idee hanno subito una sconfitta storica e l’impotenza di poter continuare a farlo l’ho riversata in questa saga che leggeranno in pochi…
Che vuoi dire?
Che non ho editori e sponsor alle spalle. Solo il primo libro ha avuto un piccolo successo. La verità è che mi auto pubblico e che distribuisco gratis le copie che stampo, oltre ad essere online con ebook ed eventuali copie cartacee da ordinare. Ho solo la soddisfazione personale di scrivere, e di aver messo su una storia fantastica che al centro ha due grandi amori che attraversano tutto il percorso della saga. L’amore per una donna, che si svilupperà in modi molteplici, e l’amore per il genere umano che merita di essere salvato a prescindere dalle azioni dei potenti di questa Terra. Azioni che generano guerre, genocidi, violenza e odio contro umani che cercano in mare la salvezza per una vita migliore. L’amore è l’elemento che mi guida, e che è alla base di tutta la saga.
Redazione- Il mondo moderno si presenta come un sistema ordinato: Stati sovrani, istituzioni funzionanti, leggi scritte e procedure chiare. Ogni cosa sembra avere il proprio posto e ogni potere la propria fonte legittima. Ma l’ordine apparente non è sempre ordine reale, così come la forma non garantisce necessariamente la sostanza. Dietro questa organizzazione istituzionale esiste un’altra forma di governo, più taciturna, più flessibile e meno esposta alla responsabilità pubblica.
In questa realtà, la domanda fondamentale non è più “chi governa?”, ma “dove risiede il potere?”. Perché il potere, a differenza dell’autorità formale, non ha sempre bisogno di mostrarsi. Agisce attraverso l’influenza, la dipendenza e il condizionamento, non necessariamente attraverso ordini diretti. In questo senso, il mondo non è governato soltanto da coloro che appaiono sulla scena, ma anche, (e soprattutto spesso), da coloro che rimangono dietro le quinte.
Storicamente, il potere è passato dalle forme brutali a quelle più sofisticate. Un tempo governava attraverso la forza fisica; oggi governa attraverso le strutture. Un tempo i re governavano mediante la paura; oggi i sistemi governano attraverso la necessità. Il potere moderno non ha più bisogno di reprimere apertamente: gli basta creare dipendenza economica, insicurezza sociale e l’illusione della scelta.
In questa trasformazione, la politica ha progressivamente perso il proprio ruolo centrale nel processo decisionale. È diventata sempre più amministratrice di realtà imposte da fattori economici, finanziari e tecnologici. Il Parlamento discute, il governo approva, ma spesso la decisione è stata presa prima e altrove, da interessi che non sono sottoposti né al voto né al controllo pubblico. Nasce così un paradosso pericoloso: le istituzioni esistono, ma il potere reale scivola al di fuori di esse.
Nel mondo contemporaneo, il capitale ha acquisito una forma di potere che supera confini, leggi e, talvolta, persino principi morali. Non ha nazionalità, non riconosce una responsabilità sociale e non è sottoposto al giudizio elettorale. Il capitale si sposta liberamente là dove il profitto è maggiore, lasciando dietro di sé conseguenze di cui raramente si assume la responsabilità. Gli Stati, soprattutto quelli economicamente più deboli, si trovano spesso di fronte a una falsa alternativa: accettare le condizioni del mercato globale oppure rischiare il collasso. In questo rapporto asimmetrico, la sovranità diventa relativa e la politica perde la propria autonomia. Le decisioni vengono prese per rassicurare i mercati, più che per tutelare i cittadini. In questo modo, la governance reale si sposta dal servizio pubblico alla stabilità finanziaria, dal benessere delle persone ai bilanci economici.
La democrazia, in questo contesto, rischia di trasformarsi in un meccanismo di legittimazione più che di reale decisione. I cittadini votano, ma le elezioni offrono spesso alternative che cambiano nella forma, non nella sostanza. Il dibattito politico si polarizza, mentre le strutture del potere rimangono sostanzialmente invariate. Si crea così una sorta di stanchezza democratica: le persone sentono di partecipare, ma di non poter incidere. Parlano, ma non vengono ascoltate. Questo divario tra partecipazione formale e influenza reale alimenta cinismo, apatia e sfiducia. Una democrazia priva di potere effettivo è come una voce senza eco: esiste, ma non riesce a modificare la realtà.
Uno degli aspetti più inquietanti del potere contemporaneo è la mancanza di responsabilità. Decisioni che distruggono economie, ledono la dignità delle persone o producono profonde disuguaglianze raramente hanno autori facilmente identificabili. La responsabilità viene frammentata, si perde nelle strutture e viene giustificata come una «necessità». Quando il potere non ha un nome, non ha nemmeno un responsabile da chiamare a rispondere. E quando non c’è responsabilità, l’ingiustizia finisce per essere normalizzata.
In questa realtà, il cittadino non è più il centro del sistema, ma una sua variabile. Si adatta, invece di decidere. Consuma, invece di incidere. Si informa, ma non dispone degli strumenti necessari per modificare il corso degli eventi. La sua libertà viene misurata sempre più dalla capacità di sopravvivere, anziché dalla possibilità di vivere con dignità. Il potere moderno non reprime necessariamente il cittadino: lo logora. E una società stanca è più facile da governare.
La domanda «chi governa il mondo?» non è soltanto politica; è anche una questione morale. Perché, in fondo, il potere esiste nella misura in cui la società glielo consente. Il silenzio, l’adattamento e la normalizzazione dell’ingiustizia sono forme di collaborazione passiva. Il cambiamento non comincia necessariamente con una rivoluzione, ma con la consapevolezza. Con il rifiuto di accettare l’ingiustizia come una regola. Con il ritorno della questione morale al centro del dibattito pubblico.
Il mondo di oggi non è governato soltanto dai governi. È governato da interessi, strutture e meccanismi che spesso non vediamo, ma di cui avvertiamo gli effetti. E finché non avremo il coraggio di dar loro un nome, comprenderli e sottoporli al confronto pubblico, il potere continuerà a essere invisibile, ma terribilmente reale.
La domanda rimane aperta:
Continueremo a vivere in un mondo governato senza voce, oppure riusciremo a restituire la voce là dove si prendono le decisioni?
Redazione- Nel panorama dell’impegno sociale dedicato alle persone con disabilità, il valore delle associazioni si misura soprattutto nella capacità di trasformare i principi dell’inclusione in opportunità concrete. È in questa prospettiva che si inserisce il lavoro di Moira Paggi, figura impegnata nel mondo di ANFFAS Per Loro, realtà che pone al centro della propria attività la persona, i suoi diritti, la sua dignità e la possibilità di costruire un futuro realmente partecipato.
Quello dell’inclusione non è, infatti, un tema che può essere relegato alle dichiarazioni di principio. Significa creare condizioni affinché ogni individuo possa esprimere le proprie capacità, coltivare relazioni, partecipare alla vita della comunità e sentirsi parte integrante della società. Un percorso che richiede sensibilità, competenza e soprattutto continuità.
In questo contesto, l’impegno di Moira Paggi assume un significato particolare. Il suo approccio si colloca all’interno di una cultura della cura che non guarda alla disabilità esclusivamente attraverso il bisogno di assistenza, ma riconosce nella persona una ricchezza di potenzialità, desideri e aspirazioni.
È questa una delle sfide più importanti per il Terzo settore contemporaneo: superare definitivamente una visione assistenzialistica e promuovere, invece, una concezione fondata sull’autonomia, sull’autodeterminazione e sulla piena cittadinanza. Una rivoluzione culturale prima ancora che organizzativa.
ANFFAS rappresenta da decenni un punto di riferimento nel dibattito nazionale sui diritti delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Il lavoro quotidiano delle realtà territoriali contribuisce a mantenere vivo quel dialogo tra famiglie, istituzioni, operatori e comunità che è indispensabile per costruire percorsi realmente inclusivi.
E proprio le persone che scelgono di dedicare tempo, professionalità ed energie a questo mondo diventano protagoniste di una trasformazione silenziosa ma profonda. Moira Paggi interpreta questo impegno con una sensibilità che mette al centro l’ascolto e la necessità di non lasciare indietro nessuno.
La vera inclusione, del resto, non consiste nel chiedere alle persone più fragili di adattarsi a una società già costruita. Significa ripensare quella società affinché possa accogliere le differenze come parte naturale della propria identità.
È una prospettiva che coinvolge tutti: le famiglie, la scuola, il lavoro, le istituzioni, il mondo della cultura e quello dell’informazione. Perché parlare di disabilità significa parlare di diritti, di opportunità e della qualità stessa della nostra democrazia.
Nel percorso di Moira Paggi e nell’esperienza di ANFFAS Per Loro emerge dunque un messaggio preciso: l’inclusione non è un gesto di solidarietà, ma un diritto da rendere concreto ogni giorno.
Ed è proprio nella quotidianità, lontano dai riflettori, che si misura la qualità di una comunità. Una comunità capace di riconoscere ogni persona non per ciò che le manca, ma per ciò che può essere, fare e diventare.
In questa prospettiva, l’impegno di Moira Paggi rappresenta una testimonianza significativa di quella cultura dell’inclusione che non si limita a raccontare il cambiamento, ma prova concretamente a costruirlo.
In foto Davide Cisternino e Moira Paggi
Moira, quando si parla di disabilità si parla spesso di difficoltà, limiti, fragilità. Lei da dove partirebbe, invece?
Partirei dalla persona. Prima della disabilità c’è un essere umano, con desideri, emozioni, talenti, paure e sogni. Il rischio più grande è quello di definire una persona attraverso una caratteristica e dimenticare tutto il resto. La disabilità non dovrebbe essere una lente attraverso cui osservare qualcuno, ma soltanto una parte della sua storia. E forse la vera domanda non è “che cosa non può fare?”, ma “che cosa possiamo fare insieme perché possa esprimere pienamente se stesso?”.
L’inclusione è diventata una parola molto utilizzata. Ma che cosa significa davvero?
Significa smettere di considerare qualcuno “diverso” perché non corrisponde a un modello prestabilito. L’inclusione autentica non consiste nel concedere uno spazio a qualcuno, ma nel riconoscere che quello spazio gli appartiene già. Una società è realmente inclusiva quando non ha bisogno di spiegare continuamente perché una persona debba esserci: semplicemente, quella persona c’è, partecipa, sceglie e vive.
C’è una domanda filosofica che spesso accompagna il nostro tempo: siamo noi a costruire i limiti oppure sono i limiti a costruire noi?
Credo che molti limiti vengano costruiti dallo sguardo degli altri. A volte una persona viene considerata incapace prima ancora di aver avuto la possibilità di dimostrare ciò che sa fare. E questo è un limite molto più grande della disabilità stessa. Quando togliamo a qualcuno la possibilità di scegliere, di sbagliare e persino di fallire, non lo stiamo proteggendo: gli stiamo sottraendo una parte della sua libertà.
Quanto è importante la famiglia nel percorso di una persona con disabilità?
È fondamentale, ma anche la famiglia ha bisogno di non sentirsi sola. Una famiglia non dovrebbe essere costretta a trasformarsi in un’intera rete sociale. Servono servizi, istituzioni, associazioni e comunità. Il futuro di una persona non può dipendere soltanto dalla forza della propria famiglia. Deve essere una responsabilità collettiva.
Qual è, secondo lei, il pregiudizio più difficile da abbattere?
Quello che confonde la protezione con la sostituzione. Proteggere significa accompagnare qualcuno affinché possa diventare sempre più autonomo. Sostituirsi significa decidere al suo posto. Sono due atteggiamenti apparentemente simili, ma profondamente diversi. L’amore autentico, secondo me, non dice “farò tutto io per te”; dice “sarò accanto a te mentre impari a farlo”.
È una frase che potrebbe essere applicata alla vita di tutti noi o sbaglio?
Assolutamente. La fragilità non appartiene soltanto alle persone con disabilità. Tutti, prima o poi, attraversiamo momenti nei quali abbiamo bisogno degli altri. La differenza è che alcune fragilità sono più visibili. Forse dovremmo imparare a considerare la vulnerabilità non come una colpa, ma come una dimensione naturale dell’essere umano.
Che cosa le hanno insegnato le persone che ha incontrato attraverso il suo impegno?
Mi hanno insegnato che spesso siamo noi ad avere fretta. Pensiamo che la vita debba seguire un ritmo preciso, raggiungere determinati traguardi, rispettare determinate aspettative. Invece ogni persona possiede il proprio tempo. E imparare a rispettarlo significa imparare a rispettare la persona. Ho ricevuto molto più di quanto pensassi di poter dare.
Qual è la parola che vorrebbe cancellare dal vocabolario quando si parla di disabilità?
“Diversità”, se utilizzata per creare distanza. La diversità esiste, naturalmente, ma non dovrebbe diventare una categoria che separa. Siamo tutti differenti. La vera uguaglianza non significa essere identici: significa avere lo stesso valore e gli stessi diritti pur nelle nostre differenze.
Se potesse cambiare una sola cosa nella società, che cosa cambierebbe?
Cambierei lo sguardo. Perché quando cambia lo sguardo cambiano anche le parole, i comportamenti, le relazioni e persino le istituzioni. Una barriera fisica può essere abbattuta con un intervento concreto; una barriera culturale richiede molto più tempo. Ma è proprio quella che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.
E che cosa significa, per lei, “essere inclusivi” nella vita quotidiana?
Significa accorgersi dell’altro. Non soltanto quando c’è un problema, ma prima. Significa ascoltare senza decidere in anticipo che cosa l’altro debba volere. Significa lasciare spazio, rispettare i tempi, creare opportunità. L’inclusione non comincia nei grandi convegni: comincia quando incontriamo una persona e scegliamo di non fermarci alla prima impressione.
Moira, qual è oggi il suo senso della vita? Dopo gli incontri, le esperienze e le persone che hanno attraversato il suo cammino, che cosa dà ancora significato alle sue giornate?
Oggi il senso della vita, per me, è imparare a guardare oltre ciò che appare. È comprendere che ogni persona che incontriamo porta dentro di sé un universo che spesso non conosciamo e che merita di essere ascoltato. Ho imparato che la vita non si misura dalle cose che possediamo, ma dalle tracce che lasciamo nel cuore degli altri. Un gesto, una parola, una mano tesa possono diventare piccoli atti di eternità. Il mio senso della vita è esserci. Essere presenza, quando qualcuno ha bisogno di sentirsi visto. Essere ascolto, quando le parole fanno fatica a uscire. Essere speranza, soprattutto quando sembra più facile arrendersi. Forse, alla fine, vivere significa proprio questo: attraversare il tempo cercando di lasciare il mondo un po’ più umano di come lo abbiamo trovato. E se un giorno, voltandomi indietro, potrò pensare di aver regalato a qualcuno anche soltanto un sorriso, un po’ di coraggio o la sensazione di non essere solo, allora saprò di non aver attraversato invano questa vita.
Vorrei concludere con una domanda quasi esistenziale. Che cosa rende davvero una società “umana”?
La capacità di non lasciare indietro nessuno. Una società non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, dalle tecnologie che possiede o dai risultati che raggiunge. Si misura dalla cura che riesce ad avere verso chi rischia di rimanere ai margini. Il progresso, se non è accompagnato dalla dignità, è soltanto velocità. Una società diventa veramente umana quando comprende che il valore di una persona non dipende da quanto corre, ma dal fatto che abbia il diritto di camminare insieme agli altri.
Dunque l’inclusione potrebbe essere definita come un modo diverso di intendere la parola “insieme”. Giusto?
Sì. E forse “insieme” è una delle parole più belle che abbiamo. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a chiedere il permesso di appartenere al mondo. Il mondo è di tutti, e renderlo davvero accessibile significa restituire a ciascuno il diritto di sentirsi parte della propria storia.
Moira, che cosa accade quando una persona, attraverso l’arte e la scrittura, riesce a trasformare la propria storia in qualcosa che appartiene anche agli altri?
Accade qualcosa di molto profondo: una vita smette di essere soltanto una storia personale e diventa uno specchio nel quale anche gli altri possono riconoscersi. È questo, forse, il miracolo dell’arte e della scrittura: prendere ciò che è intimo e renderlo universale. La storia di Luca Cisternino, raccontata anche attraverso il libro di Eleonora Benedetti, ci ricorda che ogni persona custodisce dentro di sé un mondo che merita di essere scoperto. A volte basta qualcuno che abbia il coraggio di guardare oltre le apparenze e di raccontarlo. Per questo credo che raccontare una persona sia una forma d’amore: significa dirle, attraverso le parole, “la tua storia ha valore, la tua presenza lascia una traccia, il tuo essere nel mondo non è invisibile”. E forse è proprio questa la funzione più alta dell’arte: non cambiare ciò che siamo, ma insegnarci a guardarlo con occhi nuovi.
Libro scritto da Eleonora Benedetti
L’incontro con Moira Paggi lascia una riflessione che va oltre il tema della disabilità e dell’inclusione. Le sue parole raccontano una concezione della vita fondata sull’ascolto, sulla dignità e sulla capacità di riconoscere nell’altro non una fragilità da proteggere, ma una persona da incontrare con amore.
In un tempo che corre veloce e spesso ci abitua a giudicare prima ancora di conoscere, il suo messaggio invita a rallentare e a cambiare prospettiva. Perché l’inclusione, prima di essere una scelta sociale, è una scelta umana: quella di non voltarsi dall’altra parte.
E forse è proprio qui che risiede la parte più autentica del suo pensiero: non siamo chiamati semplicemente a vivere accanto agli altri, ma a imparare a vivere gli uni per gli altri, lasciando dietro di noi non soltanto ricordi, ma possibilità, fiducia e umanità.
Moira Paggi ci ricorda così che una società migliore non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di accogliere le differenze. E che, alla fine del nostro viaggio, ciò che davvero resterà non sarà quanto avremo posseduto, ma quanto avremo saputo donare.
In foto Moira Paggi con il Ministro delle Disabilità Alessandra Locatelli
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Regina Resta
Agosto 19, 2026 at 16:45
Ho letto con attenzione questa riflessione e, in linea generale, ne condivido lo spirito e molte delle considerazioni. È indubbio che viviamo in un sistema culturale nel quale, talvolta, l’immagine rischia di contare più della sostanza, la visibilità più del lavoro e le relazioni più del merito. Ed è altrettanto vero che esistono ambienti chiusi, meccanismi autoreferenziali e situazioni nelle quali il talento può essere penalizzato a vantaggio di conoscenze, appartenenze o semplicemente della capacità di apparire.
Ma credo che la realtà debba essere guardata da più angolazioni, non soltanto dalla propria.
Quando si parla di libri, di arte, di poesia e di cultura, bisogna ricordare che la qualità di un’opera non è sempre una verità assoluta e incontestabile. Un libro che per qualcuno è mediocre può emozionare profondamente un altro lettore; un’opera considerata straordinaria da una giuria può lasciare indifferente qualcun altro. Esistono competenze, criteri, strumenti di valutazione e naturalmente anche sensibilità diverse. Per questo non basta essere convinti di aver scritto un capolavoro per poterlo considerare tale.
Tra l’autore e la propria opera dovrebbe sempre esserci anche la disponibilità ad ascoltare, a confrontarsi, ad accettare una critica e, qualche volta, persino a riconoscere i propri limiti. Il vero amore per la cultura non consiste nel sentirsi già arrivati, ma nel continuare a studiare, migliorarsi e mettersi in discussione.
Il sistema culturale può essere malato, e in alcuni casi può essere anche corrotto. Negarlo sarebbe ingenuo. Ma sarebbe altrettanto ingiusto trasformare questa constatazione in una condanna generale. Non tutto è un “salotto chiuso”, non ogni premio è frutto di favoritismi, non ogni giuria è condizionata da amicizie e non ogni persona che lavora per promuovere la cultura lo fa per costruirsi un’immagine.
E soprattutto, dare fiducia ai giovani non significa necessariamente demonizzare ciò che esiste già.
I giovani hanno bisogno di porte aperte, di opportunità, di confronto e di meritocrazia. Ma hanno anche bisogno di trovare adulti capaci di trasmettere loro fiducia, non soltanto disillusione. Se raccontiamo loro che tutto è truccato, che ogni riconoscimento è sospetto, che ogni ambiente culturale è un circolo di amici e che per emergere bisogna necessariamente combattere contro un sistema corrotto, rischiamo paradossalmente di ottenere l’effetto opposto a quello che desideriamo.
Rischiamo di demolire proprio ciò che dovremmo costruire: la fiducia, la speranza e il desiderio di impegnarsi.
Criticare ciò che non funziona è necessario. Ma la critica, per essere davvero costruttiva, deve saper distinguere. Deve denunciare gli abusi senza trasformare le eccezioni in regola e deve avere il coraggio di riconoscere anche ciò che funziona, le persone oneste, le iniziative meritorie, le giurie serie, gli editori che lavorano con professionalità e tutti coloro che, spesso lontano dai riflettori, dedicano tempo e passione alla cultura.
La cultura ha bisogno di verità, certamente. Ma ha bisogno anche di equilibrio.
Non dobbiamo insegnare ai giovani che conta soltanto l’immagine. Ma non dobbiamo nemmeno insegnare loro che dietro ogni immagine c’è necessariamente il vuoto.
La vera sfida è educarli a distinguere l’una dall’altra: l’apparenza dalla sostanza, la notorietà dal valore, il consenso dal merito.
E soprattutto dobbiamo ricordare che la cultura non cresce distruggendo ciò che esiste, ma costruendo qualcosa di migliore.
Perché se vogliamo davvero una nuova generazione capace di creare, dobbiamo darle non soltanto la forza di contestare ciò che non va, ma anche la speranza che, attraverso lo studio, il lavoro, il talento e la perseveranza, qualcosa di buono sia ancora possibile.