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PSICOMOTRICITÀ INFANTILE: IL CORPO CHE PENSA. IL VIAGGIO NELL’ESTENSIONE DEI SUOI MOLTEPLICI BENEFICI PER LA CRESCITA EMOTIVA E CORPOREA DEI BAMBINI. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA IT

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PSICOMOTRICITÀ INFANTILE: IL CORPO CHE PENSA. IL VIAGGIO NELL'ESTENSIONE DEI SUOI MOLTEPLICI BENEFICI PER LA CRESCITA EMOTIVA E CORPOREA DEI BAMBINI. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA IT

Redazione-  Lucattini: “Lo sport insegna a fare”, la psicomotricità insegna a “essere” attraverso il fare organizzato e guidato da un adulto formato, esperto e competente. È proprio questa la distinzione sottile, ma importante, che rende la psicomotricità una vera e propria terapia della crescita”.

​“La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino nella sua unità. Poiché corpo e mente nel bambino sono intrinsecamente collegati ed in dialogo tra loro, non c’è attività motoria che non contenga inconsciamente anche un pensiero per quanto “embrionale” o un’emozione. La psicomotricità è efficace perché utilizza uno dei canali naturali dei bambini attraverso il gioco corporeo, per intervenire lì dove le parole da sole non sono sufficienti. Attraverso uno spazio, un tempo organizzati e l’interazione ludica con gli oggetti, il bambino ‘mette in scena’ il proprio mondo interno, permettendogli di sviluppare qualità motorie e organizzare la propria personalità – spiega in questa intervista – la Psichiatra e Psicoanalista, Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

“Il corretto sviluppo motorio – prosegue  Lucattini – è uno degli elementi che concorre attivamente alo sviluppo e all’integrazione delle varie forme dell’intelligenza che supera il concetto del Quoziente Intellettivo (QI) unitario. Ad esempio, la lateralizzazione (la distinzione tra destra e sinistra) è fondamentale per l’organizzazione spaziale necessaria alla lettura e alla scrittura. L’equilibrio e la propriocezione, invece, non sono solo fisici, poiché il controllo del corpo e la sua percezione nello spazio, forniscono alla mente una sensazione di padronanza di sé e di sicurezza, che permettono di sviluppare risorse psichiche implementando per l’attenzione e rendendo più ricco ed articolato il linguaggio”.

Quali consigli importanti, allora, per i genitori e quali ancora benefici e vantaggi si possono trarre dalla Psicomotricità nei bambini? Vediamoli insieme in questa intervista.

Dott.ssa Lucattini, può spiegare cos’è la psicomotricità e perché è efficace nei bambini?

La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino come un’unità inscindibile di corpo e mente: ogni gesto, ogni movimento, è già portatore di significato psichico. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il corpo è il primo “luogo” in cui si inscrivono le esperienze emotive e relazionali. Prima ancora delle parole, il bambino comunica attraverso il tono muscolare, il ritmo, la postura.

È efficace perché utilizza il linguaggio più naturale dell’infanzia: il gioco corporeo. Attraverso il gioco nello spazio, nel tempo e con gli oggetti, il bambino mette in scena il proprio mondo interno: desideri, paure, conflitti e può progressivamente simbolizzarlo. Questo passaggio dalla scarica motoria alla rappresentazione è uno snodo fondamentale per lo sviluppo psichico.

Lo sport, invece, insegna prevalentemente il “fare”: regole, prestazione, coordinazione finalizzata. La psicomotricità insegna l’“essere attraverso il fare”: non interessa il risultato, ma il significato del gesto. Le due dimensioni non sono in opposizione, ma complementari: la psicomotricità costruisce le basi identitarie e simboliche, lo sport può poi organizzare queste competenze in abilità più strutturate e socializzanti (Frontiers in Psychology, 2023).

In che modo, in particolare, lo sviluppo delle funzioni motorie (come l’equilibrio o la lateralizzazione), può influenzare l’attenzione e l’apprendimento stesso del linguaggio dei bambini?

Lo sviluppo motorio è il primo organizzatore dell’esperienza. L’equilibrio, ad esempio, non è solo una funzione vestibolare: è una base di sicurezza interna. Un bambino che sente il proprio corpo stabile può “lasciarlo andare” e investire energia psichica nell’esplorazione cognitiva e linguistica.

La lateralizzazione, ovvero la distinzione tra destra e sinistra è fondamentale per l’organizzazione spazio-temporale. Senza questa organizzazione, il bambino fatica a orientarsi nella pagina scritta, a seguire una sequenza narrativa, a costruire una frase.

In termini neuropsicoanalitici, il corpo organizza la mente: le reti sensori-motorie sono strettamente connesse a quelle linguistiche e attentive. Se il corpo è disorganizzato, la mente deve continuamente “tornare indietro” a regolarlo. Una ricerca su Journal of Intelligence (2026) mostra come le competenze motorie precoci siano predittive dello sviluppo linguistico e delle funzioni esecutive nei bambini.

Un blocco emotivo può manifestarsi attraverso una rigidità muscolare e sulla scioltezza dei movimenti nel bambino? È possibile notarlo attraverso la sua postura abitudinaria?

Assolutamente sì. In psicoanalisi sappiamo che ciò che non può essere mentalizzato tende a essere somatizzato o agito. Nei bambini, questo si esprime spesso attraverso il corpo: rigidità muscolare, goffaggine, posture chiuse o eccessivamente tese.

Un bambino può apparire impacciato non per un deficit neurologico, ma perché il suo corpo è investito da tensioni emotive. Allo stesso modo, una postura abitualmente contratta o una difficoltà a modulare il tono muscolare possono indicare stati interni di ansia o difesa.

Il corpo diventa così una sorta di “testo” da leggere: una postura rigida può esprimere controllo e paura, una motricità disorganizzata può indicare difficoltà nella regolazione affettiva.

Uno studio pubblicato su Current Developmental Disorders Reports (2026) evidenzia la correlazione tra regolazione emotiva e pattern motori nei primi anni di vita.

Quali sono i segnali specifici che indicano che la psicomotricità è la “cura” ideale per un bambino?

 

I segnali possono essere diversi, ma hanno un filo comune: una difficoltà nell’integrazione tra corpo ed emozione.

Iperattività: il movimento è eccessivo, ma non organizzato. È un agire senza simbolizzazione, spesso legato a difficoltà nella regolazione interna.

Inibizione: il bambino appare bloccato, evita il movimento, teme l’esplorazione. Qui il corpo è trattenuto, come se il gesto fosse pericoloso.

Ritardi nello sviluppo: difficoltà nella coordinazione, nella lateralizzazione, nella strutturazione dello schema corporeo. In tutti questi casi, la psicomotricità offre uno spazio in cui il bambino può ritrovare un equilibrio tra espressione e contenimento.

Secondo una ricerca pubblicata su Sport medicine (2025), gli interventi psicomotori e di psicomotricità, migliorano significativamente autoregolazione emotiva, attenzione e competenze sociali nei bambini con difficoltà evolutive psiconeurosomatiche.

Qual è il ruolo centrale nel trasformare i movimenti “disorganizzati” del bambino in un “significato”, anche da un punto di vista psicologico?

Il ruolo centrale è quello del terapeuta psicomotricista, che ha una funzione di “traduzione simbolica”. Il bambino porta il suo vissuto attraverso il corpo in forma spesso caotica o ripetitiva. L’adulto, attraverso la relazione, il contenimento e talvolta la parola, restituisce un significato.

È un processo molto vicino alla funzione “alfa” descritta dallo psicanalista Wilfred Bion ovvero la capacità di rappresentazione che permette al bambino di agire dopo aver pensato, riducendo così iperattività e impulsività. Anche uno studio su The Arts in Psychotherapy (2025) sottolinea proprio il ruolo della relazione corporea nel processo di simbolizzazione precoce.

Quali sport, a Suo avviso, si integrano meglio con la psicomotricità per favorire la consapevolezza corporea senza cadere nell’agonismo precoce?

Gli sport più adatti sono quelli che mantengono una dimensione di ascolto del corpo e non spingono precocemente verso la prestazione;

-Nuoto: favorisce la percezione corporea globale e ha un effetto regolatore sul piano emotivo;

-Arti marziali non agonistiche: insegnano controllo, rispetto e consapevolezza;

-Atletica di base: corsa, salto, gioco libero strutturato, senza pressione competitiva;

L’importante è evitare l’agonismo precoce, che può spostare l’attenzione dal sentire al performare.

Uno studio su Scientific Reports (2025) evidenzia come attività motorie non competitive permettano maggiormente lo sviluppo dell’autoregolazione e dell’autostima nei bambini.

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Offrite la possibilità ai figli di avere uno spazio anche a casa per muoversi: il corpo è il primo linguaggio del bambino;

-Evitate di anticipare l’agonismo: prima viene il gioco con piacere di sentire il proprio corpo, poi il “saper fare”, infine, il competere se il bambino lo desidera;

-È importante osservare, più che correggere: anche la goffaggine o l’agitazione hanno sempre un significato che è importante vedere e comprendere per potere aiutare al meglio il proprio bambino;

-Aiutare a dare un nome alle emozioni: è così che il gesto diventa pensiero;

-Offrire regole semplici e stabili: libertà e contenimento devono sempre andare insieme;

-Rispettare i tempi di sviluppo senza accelerarli: ogni bambino ha il suo ritmo e i suoi tempi di maturazione;

-Non attendere troppo se si notano delle difficoltà motorie persistenti: una valutazione da parte del neuropsichiatra infantile, integrata dalla valutazione psicoanalitica, può chiarire il quadro e indicare un intervento multimodale anche con la psicomotricità.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Salute

Allarme vaccini: l’Italia è spaccata in due. Una crudele “lotteria” sulla pelle dei bambini e il disperato appello degli Assistenti Sanitari

Allarme Rosso e Disuguaglianza spaventosa sulla pelle dei BAMBINI ITALIANI: 13 Regioni sono ampiamente SOTTO la soglia di sicurezza! 🚨 💉 C’è una terribile, silenziosa e crudele ingiustizia che si sta consumando ogni singolo giorno in Italia ai danni delle creature più fragili e indifese! Il Diritto inalienabile alla Salute Pubblica dovrebbe essere granitico, garantito e identico per tutti, da Nord a Sud. Invece, la fredda realtà dei numeri emessi dal Ministero della Salute racconta una storia raccapricciante: la prevenzione infantile in Italia è diventata un’assurda “Lotteria Geografica”! Le recenti e allarmanti statistiche raccontano che ben 13 Regioni (o Province Autonome) non riescono a raggiungere il 95% delle Vaccinazioni infantili obbligatorie (la famosa e vitale soglia matematica per garantire alla società l’Immunità di Gregge per bloccare le malattie infettive!). Le peggiori criticità sono a Bolzano e in Sicilia. Il Commento disperato e furioso di DANIELA ADDIS, Presidente della “Commissione Albo Nazionale degli Assistenti Sanitari” è netto: “Significa che, a seconda della Regione in cui ha la fortuna (o la sfortuna) di nascere, un Bambino ha più probabilità o meno di contrarre terribili malattie!”. Un divario che non è degno di un Paese Civile! A inquinare pesantemente la mente dei genitori ci pensa poi il Web: i social network vomitano continuamente gravissime bufale complottiste e malate “Fake News” senza basi scientifiche, spaventando e terrorizzando a morte le mamme! Gli Assistenti Sanitari hanno diramato un appello disperato per sconfiggere questo mostro della Disinformazione: servono assunzioni massicce negli Ambulatori per avere il Tempo necessario di Ascoltare i dubbi dei genitori (vittime delle bufale di internet) e di aiutarli a scegliere il meglio per i propri figli! Leggi tutti i numeri drammatici, la lista delle priorità e il duro attacco alle “Bufale Informatiche” nel nostro articolo di approfondimento medico! 👇 🩺 Vi siete mai lasciati spaventare dalle dicerie che girano su internet per quanto riguarda i vaccini dei vostri figli? Pensate che sia accettabile vivere in un Paese spaccato a metà dove i servizi ospedalieri e le tutele per i bambini cambiano drasticamente da Sud a Nord? Diteci la vostra fondamentale opinione nei commenti e CONDIVIDETE per appoggiare la vera Scienza Ufficiale!

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Copertura vaccinale 2025

Roma – C’è un’ingiustizia profonda, silenziosa e crudele che si sta consumando quotidianamente sulla pelle di chi è più fragile e indifeso: i nostri bambini. In una nazione civile e moderna come l’Italia, il diritto fondamentale e sacrosanto alla Salute pubblica dovrebbe essere granitico e identico per tutti, da Nord a Sud. Eppure, la fredda realtà dei numeri ci racconta una storia drammaticamente diversa, in cui la prevenzione e la sopravvivenza sembrano trasformarsi in una vera e propria e inaccettabile “lotteria” geografica.
La denuncia durissima e accorata arriva direttamente dalla Commissione di Albo Nazionale degli Assistenti Sanitari (Fno Tsrm e Pstrp), che ha deciso di lanciare un profondo monito per risvegliare le coscienze delle istituzioni: colmare il divario territoriale in Italia per garantire a tutti i neonati il diritto inalienabile di essere protetti in modo sicuro dalle malattie infettive più pericolose e letali.

I numeri del dramma: 13 Regioni sotto la “soglia di sicurezza”

Basta dare uno sguardo ai recenti e allarmanti dati diffusi nel 2025 dal Ministero della Salute (relativi ai piccoli nati nell’anno 2023) per far venire i brividi a qualsiasi genitore. Il bollettino ufficiale fotografa senza sconti un Paese spaccato, che viaggia a velocità completamente diverse.
L’Italia, ad oggi, conta la bellezza di 13 tra Regioni e Province autonome che non riescono minimamente a raggiungere la vitale soglia del 95% per la “vaccinazione esavalente”: l’unica, vera percentuale matematica in grado di garantire alla società la cosiddetta e fondamentale “immunità di gregge”, capace di bloccare il ritorno di malattie ormai debellate. Le situazioni di criticità più assolute e spaventose si registrano agli antipodi del Paese: nella ricca Provincia Autonoma di Bolzano (ferma a un misero 87,39%) e in Sicilia (ferma al 85,88%). Come ha duramente commentato Daniela Addis, Presidente della Commissione: «Questo significa, in modo inaccettabile, che a seconda del territorio in cui ha la “fortuna” o la “sfortuna” di nascere, un bambino ha più o meno probabilità di contrarre patologie pericolosissime».

Il veleno delle “Fake News” e la lotta alla disinformazione

Di fronte a questo abisso, gli Assistenti Sanitari propongono tre “ancore di salvezza” disperate per evitare il disastro. La prima e più urgente direttrice è la lotta titanica e senza quartiere contro il veleno della Disinformazione.
I genitori di oggi sono bombardati da una valanga di notizie false, “fake news” terroristiche diffuse sui social network e falsi miti pseudoscientifici che insinuano il seme del dubbio e della paura nei cuori delle mamme. La sanità deve promuovere con urgenza la cosiddetta “Vaccine Literacy”: lo Stato deve scendere in campo e sul web per insegnare alle famiglie a riconoscere e smascherare le bufale, affidandosi unicamente e ciecamente alle reali fonti mediche ufficiali.

Il calore umano: il colloquio non è “burocrazia”

Il secondo, vitale pilastro del piano di salvezza è il drastico cambiamento dell’approccio psicologico: il colloquio pre-vaccinale non può e non deve più essere trattato come una noiosa, fredda e sbrigativa scartoffia burocratica fatta di timbri e firme.
Quel momento deve diventare un preziosissimo e insostituibile “luogo dell’Anima”, in cui il personale sanitario deve avere il tempo e lo spazio fisico per rassicurare i genitori, ascoltare le loro paure più recondite, asciugare le loro ansie e accompagnarli dolcemente (ma con competenza) verso una scelta informata e salvifica per l’intera comunità.

L’appello per le assunzioni: non lasciate soli i medici

Per realizzare questa utopia, serve ovviamente l’ultimo e definitivo sforzo politico: le assunzioni. Gli ambulatori sanitari sono oggi al collasso, schiacciati da carichi di lavoro disumani. Secondo la Commissione, è indispensabile potenziare massicciamente le piante organiche e le assunzioni sul territorio, inserendo un numero adeguato di Assistenti Sanitari capaci di garantire una presenza fisica e costante a supporto delle famiglie nei Dipartimenti di prevenzione.
«La prevenzione non può mai essere un diritto “diverso” a seconda del territorio in cui si vive» conclude con forza la Presidente Addis. Rafforzare la Sanità e consolidare la fiducia dei cittadini nel Servizio Sanitario Nazionale è l’unica arma che abbiamo per fermare questa crudele “lotteria” geografica e difendere il futuro dei nostri amati figli.

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Salute

Disturbi alimentari: quando il cibo diventa il linguaggio del disagio giovanile. Intervista ad Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA)

Quella dei disturbi alimentari è oggi una priorità sanitaria non più rimandabile, una vera e propria crisi culturale che colpisce sempre di più i giovani, radicandosi in età progressivamente più anticipate.

Un giovane su venti combatte oggi contro un disturbo del comportamento alimentare, ma la vera emergenza è che la malattia ha cambiato volto, età e confini. Intervista di Marialuisa Roscino

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Disturbi alimentari

Redazione-  Quella dei disturbi alimentari è oggi una priorità sanitaria non più rimandabile, una vera e propria crisi culturale che colpisce sempre di più i giovani, radicandosi in età progressivamente più anticipate.

Un giovane su venti combatte oggi contro un disturbo del comportamento alimentare, ma la vera emergenza è che la malattia ha cambiato volto, età e confini.

La Psichiatra e Psicoanalista Lucattini avverte: “Dimentichiamo gli stereotipi legati esclusivamente all’anoressia classica e alle passerelle della magrezza estrema, la mappa clinica odierna è dominata da un sommerso di forme atipiche, le categorie other specified e vede l’esordio abbassarsi pericolosamente fino all’infanzia, dove il disagio si traveste da selettività a tavola, somatizzazioni e rigidità relazionali. In questo scenario di estrema complessità e multifattorialità, i social media agiscono da potenti casse di risonanza, amplificando insoddisfazioni e vuoti emotivi che trovano nel cibo o nel controllo del corpo un disperato terreno di compensazione”.

Un fenomeno, dunque, che non nasce mai da una singola causa e che chiama in causa famiglie, educatori e clinici in un’unica urgenza, spostare l’attenzione dal sintomo estetico alla radice profonda delle relazioni umane ed emotive. Di questo e molto altro, ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, partiamo dai dati scientifici. Oggi si stima che circa un giovane su venti sperimenta un disturbo alimentare, e che le forme atipiche o non classiche sono la maggioranza. Che cosa ci dice al riguardo la letteratura scientifica su questa eterogeneità clinica?

La letteratura più recente ci dice che dobbiamo abbandonare l’idea di un disturbo alimentare riconoscibile soltanto attraverso l’anoressia o la bulimia “classiche”. Uno studio apparso sull’European Child & Adolescent Psychiatry (2026) stima una prevalenza puntuale  del 5,23% nei bambini e nei giovani e indica le forme «OSFED», cioè altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione , come la categoria più frequente. Questo significa che una sofferenza anche grave può esistere senza corrispondere allo stereotipo della magrezza estrema, clinicamente dobbiamo guardare al funzionamento psichico e al rapporto con cibo e corpo, non soltanto al peso.

Negli ultimi anni, l’attenzione clinica si è spostata anche sui bambini, dove l’esordio assume caratteristiche peculiari rispetto agli adolescenti. Come si manifesta in particolare il disagio nei più piccoli?

Nei bambini il disagio spesso non passa ancora attraverso il desiderio di dimagrire, spesso è espressione di un disagio emotivo, relazionale o di forme depressive, altre volte come fobie solitamente transitorie. Le manifestazioni vanno dalla selettività alimentare marcata, al rifiuto di consistenze e sapori, fino ad uno scarso interesse per il cibo. Forme più rilevanti si manifestano come paura di soffocare o vomitare, associate ad ansia intensa e forte rigidità psicofisica durante i pasti. In termini psicoanalitici, in un’età in cui la capacità di dare parole agli stati interni è ancora in formazione, il corpo e l’alimentazione possono diventare il luogo in cui l’angoscia viene concretamente rappresentata (Journal of Eating Disorders, 2026).

Dott.ssa Lucattini, di fronte a un disagio che si manifesta in età sempre più precoce, quali sono i primi campanelli d’allarme concreti che genitori dovrebbero imparare a riconoscere prima che il quadro clinico si strutturi?

Più del singolo comportamento, deve preoccupare un cambiamento importante ma soprattutto duraturo nel tempo, alcuni segnali possono indicare l’eliminazione improvvisa di alcuni cibi, avere rituali sempre più accentuati a tavola, saltare i pasti, mangiare con crescente ansia, iniziare a controllare insistentemente il proprio peso e essere ossessionati dal corpo. Fanno parte di questo insieme di sintomi e comportamenti anche fare attività fisica in modo compulsivo e eccessivo nel tentativo di dimagrire. Dal punto di vista mentale, un segno costante nel disagio psicologico è il ritiro, cercare e riuscire ad isolarsi trascurando amici, scuola, interessi e familiari. Anche frequenti disturbi somatici e gastrointestinali meritano attenzione. Un importante studio pubblicato sul Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition (2026) mostra infatti che tale insieme di sintomi, inizialmente sfumati, possono sia precedere che predire comportamenti alimentari disfunzionali già nella prima adolescenza (13-15 anni), sia nei ragazzi che nelle ragazze.

Alla luce di questa complessità multifattoriale, quale direzione deve prendere l’educazione alimentare e la prevenzione?

L’educazione alimentare non può limitarsi a insegnare calorie, nutrienti o cibi “giusti” e “sbagliati”. Deve comprendere educazione emotiva, alfabetizzazione ai social media, rispetto della diversità corporea e capacità critica verso gli ideali estetici. Il bambino e l’adolescente devono poter riconoscere fame, sazietà, emozioni e pressioni esterne senza trasformare il cibo in un terreno di giudizio morale. Le strategie preventive più recenti si orientano proprio verso interventi multidimensionali, anziché esclusivamente nutrizionali (Adolescent Mental Health, 2026).

Dal punto di vista psicoanalitico, qual è il confine sottile, secondo Lei, tra dinamiche relazionali disfunzionali e la sofferenza di un ragazzo che vive questo disagio?

Non esiste una relazione lineare in cui una determinata dinamica familiare “produca” un disturbo alimentare. Esiste piuttosto una circolarità, vulnerabilità individuali e difficoltà relazionali possono incontrarsi, mentre il sintomo, una volta comparso, modifica a sua volta l’intero equilibrio familiare. Psicoanaliticamente il controllo del cibo può diventare un modo per governare angosce legate a dipendenza, separazione, autonomia e modulare distanza e dipendenza affettiva. La famiglia, quindi, non deve essere colpevolizzata, ma aiutata a riconoscere le dinamiche, a comprendere in che modo possono aiutare i propri figli con disturbi del comportamento alimentare e trasformare le fragilità comprese e gli errori precedenti, spesso inconsapevoli, in una risorsa personale e terapeutica. Uno studio del 2026 sulle famiglie di adolescenti con disturbi restrittivi conferma la complessità e la reciprocità di questi pattern relazionali.

L’attuale dipendenza dai social media espone i giovani a uno sguardo sociale continuo. In chiave psicoanalitica, come si trasforma l’immagine corporea virtuale rispetto all’Ideale dell’Io e quanto l’incorporazione di questi modelli patinati finisce per scardinare la strutturazione profonda dell’identità personale?

Il rischio è che il corpo passi dall’essere un corpo vissuto a un corpo continuamente osservato, confrontato, modificato e sottoposto all’approvazione altrui. L’Ideale dell’Io, l’ideale interiore cui l’adolescente aspira naturalmente, può così essere progressivamente occupato da modelli esterni, perfetti e irraggiungibili. Nell’adolescente più vulnerabile, l’identità rischia allora di restringersi dall’essere all’apparire, il valore personale viene allora misurato attraverso l’immagine, il modo più immediato ed anche immaturo. L’uso eccessivo dei social, l’interiorizzazione della magrezza come ideale e valore assoluto, il confronto costante con l’aspetto dei modelli proposti, sono strettamente correlati nel rischio di sintomatologia alimentar (Journal of Health Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare al riguardo ai ragazzi?

-Non fissarsi sul proprio corpo nei momenti di maggiore fragilità. Il modo in cui ci si vede può cambiare con l’umore, l’ansia e il confronto con gli altri;

-Non usare il cibo per punirsi o controllarsi. Saltare i pasti, abbuffarsi o eliminare intere categorie di alimenti sono segnali da non sottovalutare;

-Parlare con qualcuno prima che il problema diventi più grande. Un genitore, un insegnante, il medico o uno psicologo possono offrire un aiuto concreto;

-Non confrontarsi continuamente con ciò che si vede sui social. Immagini, corpi e vite online sono spesso selezionati, modificati e poco realistici;

-Imparare ad ascoltare anche le proprie emozioni. Ansia, rabbia, tristezza e senso di inadeguatezza possono esprimersi attraverso il rapporto con il cibo e con il corpo che non è un capo di battaglia. Il corpo è “se stessi”, non qualcosa da controllare o abbandonare;

-Non isolarsi. Mantenere amicizie, interessi e relazioni aiuta a non lasciare che il sintomo occupi tutto lo spazio della vita, anche se sembra difficile;

-Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Significa riconoscere che qualcosa sta facendo soffrire e scegliere di prendersene cura.

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Salute

La rivoluzione Basaglia conquista l’Impero del Sol Levante: una delegazione del Giappone a Roma per studiare il miracolo italiano della salute mentale territoriale

Il modello italiano della salute mentale fa scuola nel mondo e conquista il Giappone! 🇮🇹✈️🇯🇵 Una delegazione di rilievo nazionale del Sol Levante ha visitato la ASL Roma 2 e la storica “Comunità Basaglia” per studiare la rivoluzione della legge 180. Di fronte a un sistema giapponese ancora segnato da lunghi ricoveri in ospedale, l’équipe del dottor Massimo Cozza ha mostrato la forza terapeutica dei centri diurni e degli appartamenti assistiti. Un trionfo internazionale per la sanità pubblica e i diritti dei più fragili: scoprite tutti i dettagli del summit nel nostro articolo! 👇❤️occhiali puntati sul futuro della cura! ✨

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Delegazione giapponese

Roma – Ci sono riforme legislative che superano il freddo valore dei codici e dei commi per trasformarsi in autentiche rivoluzioni di civiltà, capaci di restituire dignità, voce e diritti a chi per secoli è rimasto confinato nel buio dell’isolamento sociale. La legge 180 del 1978, indissolubilmente legata al nome e al coraggio profetico di Franco Basaglia, ha cambiato per sempre il volto della sanità in Italia, smantellando i vecchi e spietati manicomi per edificare una rete di cura fondata sull’empatia, sulla prossimità e sull’inclusione. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni da quella svolta epocale, il modello italiano continua a fare scuola nel mondo, imponendosi come un faro di progresso etico e organizzativo per le più grandi potenze del pianeta. Nei giorni scorsi si è consumato un incontro internazionale di altissimo profilo istituzionale: una prestigiosa delegazione nazionale proveniente dal Giappone ha fatto visita alla ASL Roma 2 per carpirne i segreti operativi.

La delegazione nipponica, composta dai massimi scienziati, clinici e luminari del settore psichiatrico del Sol Levante, ha scelto come meta privilegiata del proprio viaggio di studio il Dipartimento di Salute Mentale e Patologie delle Dipendenze della ASL Roma 2, la più grande azienda sanitaria d’Europa per bacino d’utenza. Ad accogliere gli illustri ospiti stranieri con profondo orgoglio e rigore scientifico è stato il Direttore del Dipartimento, il dottor Massimo Cozza. Il direttore, dopo aver portato i saluti calorosi e istituzionali del Direttore Generale, ha guidato gli ospiti all’interno di un viaggio a ritroso nel tempo, illustrando la complessa e affascinante evoluzione storica della psichiatria italiana: dalle macerie del modello custodiale ed emarginante fino all’attuale, fitta e trasparente rete di assistenza territoriale.

Il superamento del modello ospedaliero: il Giappone guarda alle case alloggio di Roma

I delegati giapponesi hanno manifestato un vivo, profondo e costante interesse nei confronti dell’architettura flessibile e multidisciplinare che governa i servizi romani. Gli esperti orientali hanno voluto radiografare minuziosamente il funzionamento quotidiano dei Centri di Salute Mentale (CSM), dei centri diurni di aggregazione, delle comunità riabilitative a bassa intensità e degli appartamenti assistiti. Si tratta di presidi dove i pazienti psichiatrici non vengono privati della propria libertà o degli affetti, ma vengono scortati in percorsi di riabilitazione personalizzati e centrati sulla dignità della persona, integrando l’assistenza sanitaria farmacologica con laboratori d’arte, inserimenti lavorativi e attività di socializzazione all’interno dei quartieri della Capitale.

Questo confronto ha assunto un valore scientifico ancora più drammatico e urgente quando gli ospiti giapponesi hanno illustrato, taccuino alla mano, le caratteristiche del proprio sistema sanitario nazionale. La realtà psichiatrica in Giappone, infatti, risulta ancora fortemente ancorata a una massiccia presenza ospedaliera e a ricoveri di lunghissima durata all’interno dei reparti, un modello centralizzato che la comunità medica nipponica desidera ardentemente superare in favore di una psichiatria di comunità. L’esperienza della ASL Roma 2 è stata celebrata come l’esempio perfetto di come sia possibile coniugare la massima efficienza dei servizi pubblici alla tutela assoluta dei diritti civili dei più fragili, offrendo risposte flessibili a patologie complesse.

Dall’équipe multidisciplinare alla Comunità Basaglia: il patto della cura

Ampio spazio all’interno delle intense sessioni di lavoro è stato dedicato all’analisi del ruolo e delle competenze delle diverse professioni sanitarie e sociali che compongono l’organico dell’azienda capitolina. Medici, accademici e infermieri si sono confrontati sulla quotidiana e fruttuosa sinergia che unisce i tecnici della riabilitazione psichiatrica, gli educatori professionali, i terapisti occupazionali, gli assistenti sociali, gli psicologi e gli psichiatri. Un’opera di squadra eccezionale, dove ciascuna professionalità apporta il proprio tassello di competenza per non lasciare mai nessuno da solo di fronte al baratro della malattia o delle dipendenze. Il momento di più alta e straziante intensità emotiva della visita si è consumato con il trasferimento della delegazione presso la “Comunità Basaglia”, il centro residenziale d’avanguardia recentemente intitolato proprio al padre del moderno approccio terapeutico.

Il successo di questo storico e accattivante summit bilaterale rappresenta un riconoscimento internazionale senza precedenti per il sudore, il sacrificio e il lavoro quotidiano di centinaia di professionisti della ASL Roma 2. L’entusiasmo manifestato dagli scienziati giapponesi dimostra che la cura della mente non ha bisogno di barriere, contenziosi o schermi digitali, ma di ponti umani basati sulla partecipazione attiva, sulla solidarietà e sulla trasparenza. La sfida di governare il disagio psichico trova a Roma una risposta pulita e intramontabile, un manifesto di civiltà che dal ventre della Capitale attraversa gli oceani per ricordare al mondo intero che la salute mentale si difende solo così: restando vicini alla carne, ai bisogni e alle speranze di ogni singolo essere umano.

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