Attualità
L’ARMADIO DELLA VERGOGNA PER RICORDARE : STORIE DI UN’ ITALIA OCCUPATA DAI NAZIFASCISTI
Redazione- L’armadio della vergogna, storie di un’ Italia occupata dai nazifascisti e liberata il 25 aprile .Storie per non dimenticare. Storie per affermare la libertà di uomini e donne che con il movimento di resistenza ai nazifascisti che occupavano il paese ,coralmente, sacrificarono anche la vita .Storie di lotta contro le atrocità commesse , veri e propri crimini di guerra. Storie per ricordare la Resistenza italiana (1943-1945), una lotta corale che ha visto protagonisti uomini e donne uniti contro il nazifascismo. Oltre ai partigiani combattenti, circa 35.000 donne parteciparono attivamente alle azioni di guerra, mentre 70.000 aderirono ai Gruppi di Difesa della Donna, operando come staffette, combattenti e organizzatrici, spesso subendo torture e deportazioni .Fatiche , strazi, vittorie e gioie di
Una storia che ancora inquieta ,con la quale non si è voluto fare i conti e che ogni 25 aprile ,in ricordo della liberazione proprio dall’occupazione nazifascista ,occorre ricordare.Come dice la prof Michela Ponziani che ha scritto un libro su questo tema : “ gli italiani faticano ancora molto a fare i conti con quel periodo e perché permane nell’opinione pubblica una visione bonaria e autoassolutoria del Regime che alcuni vedevano come da operetta, che avrebbe fatto anche cose buone o per l’immagine degli italiani brava gente” .Storicamente :”Pezzi consistenti degli apparati, dell’amministrazione e della polizia si riciclano indenni in questo passaggio di transizione dalla Monarchia e dal fascismo alla Repubblica. Daranno vita a quell’anima nera della Repubblica che arricchisce anche tante leggende nere come quella narrazione per cui i Partigiani sarebbero stati nient’altro che assassini, terroristi, con le loro azioni sconsiderate o inutili perché tanto ci avrebbero liberato gli Alleati. Sono tutti temi della propaganda missina che prepotentemente ritornano a ondate nel dibattito pubblico”(1)
E dunque una storia in cui “Non si tratta di negare il dolore dei caduti”, sottolinea Ponzani, “ma di riconoscere le responsabilità storiche e le differenze tra chi combatteva per la libertà e chi sosteneva un regime dittatoriale”.
E tra le tante storie quella di un armadio (2) rinvenuto nel 1994 nel palazzo romano Cesi Gaddi in Via degli Acuqasparta,sede della procura militare nel quale erano contenuti fascicoli d’inchiesta riguardanti il periodo della seconda guerra mondiale .Le inchieste successive sulla vicenda contribuìrono a chiarire la mo le dei documenti e la loro gestione : una parte di 260 fascicoli fu inviata ai tribunali ordinari nell’immediato dopoguerra, un’altra di 695 fascicoli fu chiusa con il dispositivo di “archiviazione provvisoria” nel 1960, un’altra ancora composta da circa 1250 fascicoli fu inviata alle varie procure militari territorialmente competenti.
695 dossier e un Registro Generale riportante 2.274 notizie di reato , raccolte dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante la campagna d’ Italia (1943-1945 ) dalle truppe nazifasciste.
Tutte violazioni punibili a norma delle leggi e dei trattati internazionali, relative al diritto bellico da parte di una o più persone, militari o civili. Violazione delle leggi di guerra come crimini di guerra.
In quel palazzo sede della procura militare, in uno sgabuzzino della stanza adibita a cancelleria della stessa Procura militare nel 1994 il procuratore militare Antonio Intelisano che si stava occupando del processo contro l’ex SS Erich Priebke rinvenne un armadio con le ante girate contro una parete da diversi anni . L’armadio conteneva documenti “archiviati provvisoriamente” decine di anni prima .
Tra questi documenti anche promemoria prodotto dal comando dello Special Operation Executive , dal titolo Atrocities in Italy (“Atrocità in Italia”), con stampigliato il timbro secret, frutto della raccolta delle testimonianze e dei risultati dei primi accertamenti effettuati sui casi di violenze da parte dei nazifascisti, che al termine della guerra era stato consegnato alla magistratura . Lo Special Operations Executive (SOE) fu un’organizzazione britannioca operante durante la seconda guerra mondiale voluta dallo stesso Churchill. Questa organizzazione mise in campo decine di agenti segreti per collaborare con i partigiani e comunque operare azioni di contrasto alle politiche della Germania hitleriana.Dopol’entrata in guerra da parte degli Stati Uniti d’America essa fu affiancata daun organismo creato dal generale americano “Wild Bill” Donovan , l’OSS (Office of Strategic Services, padre dell’attuale CIA , i cui agenti furono addestrati da membri del SOE. .
Dopo la liberazione di Mussolini, la RSI creò un nuovo esercito per sostenere la Germania nazista nella lotta contro gli Alleati e il crescente movimento partigiano. Le divisioni dell’ENR (come la Littorio, Italia, San Marco e Monterosa) furono poco utilizzate al fronte contro gli Alleati e impiegate perlopiù nella repressione della Resistenza. Unità d’élite della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), rimasero tra le formazioni più fedeli al fascismo e al Duce.
Due giornalisti, Franco Giustolisi e Alessandro De Feo con con una serie di inchieste: la prima pubblicata il 22 agosto 1996 dal titolo Una, cento, mille Ardeatine la seconda il 27 maggio 1999 Cinquant’anni di insabbiamenti fecero conoscere il contenuto di quello che Franco Giustolisi , continuandoi ad indagare , chiamò “l’armadio della vergogna” che è anche il titolo di un articolo appunto contiene il risultato di questa sua indagine. Inoltre Franco Giustolisi ( 3) analizzò le motivazioni dell’occultamento indicando nella ragion di Stato tale comportamento omissivo e pubblicando il carteggio tra il ministro degli esteri Gaetano Martino ed il ministro della difesa Paolo Emilio Taviani che confermavano queste ipotesi.
Due libri ricordano questa vicenda dell’insabbiamento . Il primo di Franco Giustolisi L’armadio della vergogna che viene presentato testualmente così nel sito dell’editore : “A quindici anni dall’uscita in libreria, torna in una nuova edizione il libro che ha riportato l’attenzione sui delitti efferati compiuti dai nazifascisti contro civili inermi ― spesso donne, anziani, bambini ― nell’Italia occupata dopo l’8 settembre. Fra il 1943 e il 1945 decine di migliaia di persone furono vittime di 2273 stragi brutali compiute da nazisti e repubblichini lungo tutto il territorio del nostro paese. Un elenco tragico e infinito che comprende nomi ormai noti e tanti altri completamente sconosciuti: Stazzema, Marzabotto, Fivizzano, Conca della Campania, Barletta, Fossoli, Matera, Capistrello e cento altri comuni. Nei mesi successivi alla Liberazione, molti dei colpevoli furono individuati e su di loro furono aperti procedimenti penali. Ma nel 1947 una mano ignota mise tutto a tacere, e i fascicoli con i nomi dei responsabili di quelle stragi finirono sepolti dentro un armadio custodito in un palazzo di via degli Acquasparta, a Roma, sede della Procura generale militare. Non ci furono istruttorie, non ci furono processi. Tutto fu avvolto nel silenzio. Grazie a quell’armadio gli assassini hanno goduto di oltre mezzo secolo di impunità. Grazie a quell’armadio è stata consumata l’ingiustizia più grande nei confronti del popolo italiano. Prefazioni di Gian Carlo Caselli e Giovanni Maria Flick.
Il secondo di Daniele Biacchessi Eccidi nazifascisti L’armadio della vergogna, Jaca Book dscritto così nel sito dell’editore : “ Una nuova inchiesta di Daniele Biacchessi per non dimenticare le centinaia di eccidi nazifascisti contro civili italiani inermi. Siamo nella primavera 1994, il procuratore militare della Repubblica di Roma Antonino Intelisano è impegnato nell’indagine preliminare relativa alla strage delle Fosse Ardeatine. Il magistrato sta cercando in archivio una richiesta di autorizzazione a procedere che potrebbe essere contenuta negli atti del precedente processo contro Herbert Kappler. Dopo una lunga serie di ricerche affiora un pezzo di Storia italiana che riguarda gli eccidi nazifascisti avvenuti in centinaia di borghi italiani dal 1943 al 1945. Si tratta di incartamenti occultati attraverso un’archiviazione illegale, firmata il 14 gennaio 1960 dal generale Enrico Santacroce su ordine politico: si trovano in un locale adibito ad archivio nel Palazzo Cesi-Gaddi di Roma. I fascicoli sono stipati in un armadio in legno marrone. Nessuno lo cerca, nessuno lo vuole trovare. Chi lo ha nascosto per ben trentaquattro anni? Vengono alla luce 695 fascicoli raccolti in faldoni, stipati uno sull’altro. Biacchessi riapre i fascicoli, li confronta con le carte di vecchi e nuovi processi, incontra testimoni, familiari delle oltre 15 mila vittime, magistrati, avvocati, segue le tracce degli assassini rimasti di fatto impuniti e non più in vita, ricostruisce un mosaico composto da tasselli di verità celate. “
All’interno dell’armadio emersero fascicoli sulle più importanti stragi del periodo bellico, fra le quali l’eccidio di Sant’Anna di Stazzena, delle Fosse Ardeatine, la strage di Marzabotto, gli eccidi di Monchio e Cevarolo, di Capistrello , di Coriza, di Lero, di Scarpanto ,la strage del Duomo di San Miniato e gli eccidi dell’alto Reno .
Nel corso della XIV Legislatura (2001-2006) una Commissione parlamentare d’inchiesta (4)ha fatto luce sulla vicenda del cosiddetto “Armadio della vergogna”, dal titolo di una delle inchieste giornalistiche relative al ritrovamento, nel 1994, di circa 700 fascicoli contenenti denunce relative a crimini nazifascisti del periodo 1943-1945, e riguardanti circa 15.000 vittime.
A partire dal 16 febbraio 2016 l’Archivio storico(5) della Camera dei deputati ha reso accessibili on line, attraverso il Portale storico , gli indici dei documenti declassificati utilizzati durante i lavori dalla Commissione d’inchiesta.possibile agli utenti fare domanda per riceverne copia digitale.
In occasione della ricorrenza del 25 aprile 2016 sono stati estrapolati i tre elenchi che riepilogano le vittime e le località italiane ed estere interessate dai crimini nazifascisti, oggetto dell’inchiesta parlamentare.
Tali documenti offrono un quadro articolato delle conseguenze che l’occupazione ha comportato nelle più diverse aree del territorio italiano e, correlativamente, del significato della libertà riconquistata con il 25 aprile.( 6)
I fascicoli erano stati raccolti nel corso degli anni e “provvisoriamente archiviati” nel 1960, proprio in quell’armadio dove furono ritrovati oltre 30 anni dopo.
Sulla questione appunto fu istituita, con legge 15 maggio 2003, n. 107 su iniziativa parlamentare del deputato Carlo Carli ed altri, una Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, presieduta da Flavio Tanzilli , all’epoca esponente dell’UDC . La Commissione operò dall’ottobre 2003 fino alla primavera del 2006 raccogliendo una mole ragguardevole di documenti, circa 80.000, e interrogando più di trenta militari, giornalisti e politici, come per esempio Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro . La Commissione non giunse ad un parere condiviso tanto che agli atti ci sono due relazioni di maggioranza e minoranza: Nella prima si afferma che manca il documento probante l’ingerenza politica e/o dei servizi segreti sulla magistratura militare . Mentre nella relazione di minoranza si dice «si è posta in linea di continuità rispetto alle indagini precedenti del Consiglio della magistratura militare e della Commissione Giustizia della Camera, cercando di precisare in che modo la “ragion di stato” e il contesto internazionale abbiano influenzato l’azione penale contro i criminali tedeschi»
A questo link si possono leggere i documenti desecretati dalla Commissione https://archivio.camera.it/commissione/commissione-sulle-cause-occultamento-fascicoli-relativi-crimini-nazifascisti-2003-2006?(7)
Tra i documenti di quell’armadio ci sono quelli relativi all’eccidio di Capistrello un paese della Marsica, situato nella valle del Liri che venne a trovarsi sulla linea di ritirata delle forze tedesche alla fine della seconda guerra mondiale . Il 4 giugno 1944 alcuni soldati tedeschi impegnati in un rastrellamento tra Capistrello e Avezzano si imbatterono in un gruppo di civili, in prevalenza pastori. Li condussero a Capistrello, dove furono rinchiusi nei locali della stazione ferroviaria e poi fucilati. Per l’eccidio di Capistrello, le autorità giudiziarie italiane non hanno voluto indagare. L’eccidio viene raccontato da Antonio Rosini nei libri “Otto Mesi di Ferro e Fuoco” e “Giustizia Negata”, nel 1994 e nel 1998 .
Ora quei documenti a lungo misconosciuti perchè occultati parlano da soli e dicono il prezzo pagato da un popolo per la sua libertà appunto con una “ guerra di liberazione” che è riuscita a restituirgli la dignità di un popolo capace di affermare valori di democrazia attraverso una Costituzione repubblicana. Un documento che gli italiani hanno potuto scrivere, non sotto dettatura come avvenuto per la Germania e il Giappone, ma in piena autonomia.
E’ quello che sottolinea anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso durante l’incontro con le associazioni combattentistiche e partigiane e d’arma :”Sono lieto di accogliervi al Quirinale – in occasione dell’anniversario della Liberazione della nostra nazione dalla oppressione nazifascista – rinnovando il saluto della Repubblica ai componenti delle associazioni combattentistiche e partigiane e d’arma.A tutti voi va il ringraziamento delle istituzioni e della comunità per l’impegno costante con cui custodite e tramandate la memoria di quanti hanno lottato, sofferto, sacrificato la propria vita per restituire alla Patria onore e libertà.La lotta di Liberazione è stata una delle pagine fondanti della storia repubblicana. Essa segna il riscatto morale e civile di un popolo che, nella Resistenza, espresse la forza e la capacità di affermare i valori di libertà, giustizia, pace, democrazia. Quei valori, scolpiti nella nostra Costituzione, non sono soltanto il frutto di una stagione storica: costituiscono il fondamento dei valori della nostra convivenza civile e della presenza dell’Italia nel contesto internazionale. Una condizione ottenuta a caro prezzo, che ci richiama rigorosamente, ogni giorno, alla responsabilità di difenderla e rinnovarla. “
La celebrazione della Resistenza è un momento alto della nostra democrazia ed è necessario nei tempi che viviamo ricordarla e celebrare i suoi ideali e soprattutto il frutto di tutto quel sangue, quei sacrifici, quella lotta senza quartiere : la Costituzione repubblicana. . E ci aiutano in questo ricordo i documenti appunto come quelli dell’armadio della vergogna
Documenti che come detto furono a lungo occultati a differenza di altre limpide pagine di memorie contenute nei racconti di una letteratura che definiamo appunto partigiana.
“Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò»”
Così finisce “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1963, a due mesi dalla morte dell’autore e considerato uno dei più bei romanzi italiani del Novecento.Beppe Fenoglio autore anche de “ Il partigiano Johnny”. Ma oltre quella memoria popria di un partigiano, appunto Fenoglio, hanno scritto sulla guerra e sulla guerra di liberazione anche Cesare Pavese con una testimonianza contenuta ne “La luna e i falò” oppure “La casa in collina” e Italo Calvino con i racconti di “Ultimo viene il corvo” e il fiabesco “Sentiero dei nidi di ragno”. Renata Viganò con “L’Agnese va a morire”,Luigi Meneghello con i racconti partigiani “ I piccoli maestri”.«Uomini e no» di Elio Vittorini,«Diario partigiano» di Ada Gobetti. Solo per ricordarne alcuni. Solo per ricordare ancora una volta cosa fu la guerra di liberazione,la lotta partigiana ,la Resistenza .
(1)https://www.fanpage.it/cultura/michela-ponzani-sul-25-aprile-la-nostra-costituzione-e-antifascista-perche-parla-di-liberta/
https://www.fanpage.it/
(2)Franco Giustolisi – L’armadio della vergogna – 2004 Nutrimenti
(3)Franco Giustolisi (1925-2014) è stato uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta italiani. Ha esordito a Paese Sera, poi a Italia Domani e L’Ora di Palermo come inviato speciale. Dal 1963 al Giorno, poi alla Rai (Tv7) e infine all’Espresso, dove ha seguito le più importanti vicende di attualità: la mafia, la P2, il terrorismo rosso e nero, tangentopoli, la malasanità. E su quelle pagine, grazie alla tenacia e alla voglia di verità che questo libro testimonia, è riuscito a fare finalmente luce sui responsabili delle stragi nazifasciste sui quali era calato per quasi mezzo secolo un colpevole silenzio. Scoprì i faldoni occultati da decenni in quello che lui stesso ha definito simbolicamente ‘L’Armadio della vergogna’. In riconoscimento del suo impegno civile, continuo e insistente, gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di Stazzema e quella di Fivizzano. Insieme a Pier Vittorio Buffa ha pubblicato Al di là delle mura (Rizzoli, 1984) e Mara Renato e io (Mondadori, 1988). In sua memoria è stato istituito il Premio di giornalismo d’inchiesta ‘Giustizia e verità Franco Giustolisi’.
(4)La Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti è stata istituita con la legge 15 maggio 2003, n. 107 per indagare sulle anomale archiviazioni “provvisorie” e sull’occultamento dei 695 fascicoli ritrovati nel 1994 a Palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, contenenti denunzie di crimini nazifascisti, commessi nel corso della seconda guerra mondiale e riguardanti circa 15.000 vittime.
La Commissione ha, inoltre, il compito di indagare sul contenuto di tali fascicoli e le ragioni per cui essi sono stati ritrovati a Palazzo Cesi, anzichè nell’archivio dei Tribunali di guerra soppressi e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, sulle cause che avrebbero portato all’occultamento dei fascicoli e le eventuali responsabilità, sulle cause della eventuale mancata individuazione o del mancato perseguimento dei responsabili di atti e di comportamenti contrari al diritto nazionale e internazionale.
La Commissione è composta da 15 senatori e da 15 deputati nominati rispettivamente dal Presidente del Senato della Repubblica e dal Presidente della Camera dei deputati, in modo che siano rappresentati tutti i gruppi costituiti in almeno un ramo del Parlamento, in proporzione della loro consistenza numerica. La Commissione procede alle indagini e agli esami con i medesimi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. Alla Commissione, limitatamente all’oggetto dell’indagine di sua competenza, non può essere opposto il segreto di Stato, d’ufficio e professionale.
La Commissione conclude i propri lavori entro la fine della XIV legislatura con la presentazione di una relazione finale sulle risultanze delle indagini svolte.
(5)Tredicimila le pagine di documenti che la Commissione d’inchiesta ha acquisito dagli archivi del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero della Difesa, dell’allora Servizio Informazioni e Sicurezza Militare (Sismi), del Consiglio della Magistratura Militare e del Tribunale di Roma. Dopo essere state declassificate, sono ora liberamente consultabili on line. Per ogni documento inoltre, si potrà fare richiesta alla Camera di una copia. Nei fascicoli è possibile leggere nomi e cognomi degli autori delle stragi, di chi ne favorì la realizzazione e delle vittime, ma anche le testimonianze raccolte dai carabinieri o dai militari inglesi e americani, spesso a pochi giorni dagli accadimenti.
(6)https://comunicazione.camera.it/archivio-prima-pagina/18-22735
Politica
Il Psi L’Aquila lancia il manifesto per il buon governo: più servizi e meno centri commerciali
🚂 Il PSI L’Aquila sceglie la via dei contenuti: meno centri commerciali, più cultura e un collegamento ferroviario degno con Roma. A un anno dalle elezioni, i socialisti aquilani chiamano a raccolta i riformisti. 👉 Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇 #LAquila #PSI #BuonGoverno #Abruzzo
Redazione- L’Aquila si prepara a un anno di vigilia elettorale all’insegna della proposta. Il PSI Avanti – Unità Riformista ha presentato oggi, nella sala preconsiliare di Palazzo Margherita, le linee guida per il futuro amministrativo del capoluogo, puntando il dito contro gli “estremismi privi di senso” e invocando un ritorno alla “buona politica”.
Il ritorno alla buona politica
In un contesto politico nazionale e locale caratterizzato da continue contrapposizioni ideologiche e da slogan vuoti, il coordinatore provinciale del PSI, Lelio De Santis, ha voluto rimarcare la necessità di mettere da parte gli interessi di parte. “È auspicabile un ritorno alla buona politica,” ha dichiarato De Santis durante la conferenza stampa tenutasi questo pomeriggio, “quella che rimette al centro gli interessi generali, lo sviluppo della città e del territorio, il decoro urbano e la valorizzazione della sua bellezza.” Il leader socialista ha criticato chi è “abituato a cambiare schieramento per opportunismo”, definendo tale comportamento incompatibile con la gestione seria di una comunità.
Le proposte per il territorio
Il cuore del manifesto presentato riguarda le opere e i servizi per la città. Il PSI aquilano ha proposto una gestione più efficiente dei parcheggi e dei servizi ai cittadini, ma ha anche avanzato idee più ambiziose sul piano urbanistico e culturale. In particolare, il partito si è detto favorevole alla realizzazione di meno centri commerciali e di più centri sociali e culturali, evidenziando la necessità di ricostruire il tessuto connettivo della città non solo attraverso il commercio, ma soprattutto attraverso la socialità e la cultura.
Un punto cardine della proposta è rappresentato dalle infrastrutture. Il PSI ha rilanciato con forza il tema del collegamento ferroviario tra L’Aquila e Roma, considerato fondamentale per riavvicinare il capoluogo alla capitale e favorire lo sviluppo economico. “Senza collegamenti efficienti,” si legge nel documento presentato, “non può esserci crescita.”
Un appello per il futuro amministrativo
La conferenza si è tenuta a circa un anno dal rinnovo del Consiglio comunale. De Santis ha dipinto un quadro politico cittadino “incerto e poco definito”, criticando il rischio che la scelta dei candidati sindaco venga “decisa nei bar o imposta dall’alto”, senza un vero confronto programmatico. Per contrastare questo scenario, il PSI intende far sentire la propria voce proponendo “con trasparenza, idee, progetti e persone perbene”.
L’appello finale è stato chiaro e diretto: “Riformisti aquilani, uniamoci per il buon governo della città!”. Un messaggio che vuole essere un invito all’unità di tutte le forze riformiste, in contrapposizione sia alla maggioranza uscente sia alle ali estreme dell’opposizione. Il partito ha ribadito la disponibilità a collaborare, affermando di saper riconoscere “gli atti amministrativi positivi dell’Amministrazione in carica”, pur riservandosi il ruolo di controllo e proposta costruttiva.
Politica
Il fine settimana romano del Barone Nero: tra politica, diplomazia e tradizione
🌍 Roberto Jonghi Lavarini a Roma per un fitto calendario di incontri: dalla costituente di Vannacci alla remigrazione, fino al confronto con la nobiltà conservatrice. Il barone nero punta a ricompattare le forze identitarie in difesa della civiltà europea.
Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#RobertoJonghiLavarini #Vannacci #PoliticaItaliana #Tradizione
Redazione- Roma diventa in questi giorni il fulcro di un’intensa attività che vede protagonista Roberto Jonghi Lavarini, figura storica dell’area della destra sociale e identitaria italiana. Conosciuto nel mondo politico come il “barone nero”, Jonghi Lavarini si prepara a una serie di incontri che spaziano dal dibattito ideologico alla diplomazia informale, in un itinerario che tocca i temi della sovranità, dell’identità europea e della conservazione dei valori tradizionali. Questo calendario di appuntamenti, definito dallo stesso esponente come metapolitico e geopolitico, si articola su quattro pilastri che riflettono la galassia di interessi che ruotano attorno al movimento identitario italiano.
il sostegno al progetto di Roberto Vannacci
Il primo appuntamento in agenda riguarda l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, la compagine che fa capo al generale Roberto Vannacci. Jonghi Lavarini non ha mai fatto mistero di essere un sostenitore convinto del militare, arrivando a definirsi un suo consigliere politico — pur ammettendo, con una nota di autoironia, che il suo contributo non sempre sia richiesto o apprezzato dal diretto interessato. La partecipazione a questo evento segna la volontà di consolidare un fronte che punta a scardinare il dibattito pubblico attuale, portando istanze legate alla difesa dell’identità nazionale al centro dell’agenda legislativa del Paese. La presenza di Jonghi Lavarini in questo contesto è indicativa di un tentativo di saldatura tra l’attivismo militante di vecchia data e le nuove dinamiche di consenso che stanno caratterizzando la figura di Vannacci.
tra remigrazione e dinamiche diplomatiche
Altro punto focale della trasferta romana è la partecipazione alla manifestazione di piazza promossa dal comitato Remigrazione. Per Jonghi Lavarini si tratta di una battaglia che definisce storica, ricordando di aver sollevato il tema in Italia già un quarto di secolo fa. La proposta di un ritorno controllato e strutturato degli immigrati nei paesi d’origine rimane per lui e per i collaboratori del comitato un pilastro imprescindibile. Tuttavia, la visione di Jonghi Lavarini non si ferma alla piazza: il suo fine settimana romano prevede anche colloqui riservati con rappresentanti diplomatici ed ambasciatori di nazioni extra-Unione Europea. Questi incontri, lontani dai riflettori, mirano a costruire ponti tra il mondo identitario italiano e le realtà geopolitiche eurasiatiche, in un’ottica di collaborazione tra nazioni che si oppongono all’egemonia politica e culturale di Bruxelles.
l’appello alla nobiltà e la difesa della civiltà
A chiudere il cerchio degli impegni è l’incontro promosso dal conte romano Fernando Crociani Baglioni, figura di riferimento per la nobiltà cattolica tradizionalista e fedelissimo del cardinale Raymond Burke. Questa riunione, riservata a esponenti del conservatorismo più intransigente, rappresenta la base valoriale dell’intero progetto: la difesa della civiltà europea, definita in termini di identità culturale, etnica e religiosa. Secondo Jonghi Lavarini, la storia sta entrando in una fase di rapido mutamento, in cui si rende necessario un nuovo protagonismo da parte di coloro che definisce patrioti, cavalieri e aristoi. L’obiettivo dichiarato è la protezione dell’eredità europea contro minacce che egli identifica, senza mezzi termini, in forze parassitarie interne e in processi migratori che considera destabilizzanti per il continente.
Il tono di queste dichiarazioni rivela una strategia precisa: il tentativo di unire, sotto un unico ombrello, mondi eterogenei — dai reduci della destra sociale agli ambienti nobiliari conservatori — per arginare quello che viene percepito come un inarrestabile declino della civiltà bianca e cristiana. Roma, città eterna e simbolo di questa continuità storica, diventa dunque il palcoscenico ideale per tentare di rimettere in moto una visione del mondo che punta a rimettere in discussione le fondamenta dell’ordine globale contemporaneo. Resta da vedere quale sarà l’impatto reale di queste manovre sul panorama politico italiano, notoriamente fluido e capace di assorbire o respingere spinte radicali a seconda delle contingenze elettorali e sociali. La sfida, per il barone nero, resta quella di tradurre questi incontri di alto profilo in un consenso duraturo e in una visione politica di largo respiro, capace di superare la dimensione della pura testimonianza identitaria.
Esteri
Delitti d’onore in Afghanistan: a volte il solo “crimine” di una donna è l’amore
In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto,
Redazione- In Afghanistan, i cosiddetti delitti d’onore fanno parte da anni di una realtà dolorosa e spesso nascosta. Sono crimini che avvengono lontano dagli occhi del pubblico, tra le mura domestiche. In molti di questi casi, la colpa delle vittime non è il furto, né l’omicidio, né il tradimento. A volte vengono uccise semplicemente perché hanno osato decidere della propria vita: amare qualcuno, rifiutare un matrimonio imposto o scegliere un futuro diverso da quello stabilito per loro.
In una società in cui l’«onore» viene talvolta considerato più prezioso della vita umana, l’amore di una donna può essere percepito come una minaccia alla reputazione della famiglia e la cosiddetta “difesa dell’onore” diventa una giustificazione della violenza. Molti di questi delitti non vengono mai denunciati e molte vittime scompaiono senza lasciare traccia nella memoria collettiva.
La storia di Tahera è una di queste.
Era una torrida estate. Di quelle in cui il terreno dei cimiteri si screpola sotto il sole e il vento trascina per le strade l’odore della polvere e del silenzio.
Tahera aveva diciotto anni.
Diciotto anni: l’età dei sogni universitari, delle risate con le sorelle, dei progetti per il futuro. Era una ragazza piena di energia. Rideva, sperava, immaginava la propria vita. Come ogni essere umano, desiderava soltanto poter scegliere il proprio destino.
E si innamorò.
Tahera apparteneva alla comunità hazara e si innamorò di un ragazzo pashtun. In un Paese ancora segnato da divisioni etniche e tradizioni rigide, quel sentimento poteva già rappresentare l’inizio di una tragedia.
Ma ciò che rese il suo destino ancora più crudele non fu soltanto l’amore.
Tahera ebbe coraggio.
Fu lei a fare il primo passo e a proporre il matrimonio al ragazzo che amava. Un gesto che, in molte parti del mondo, sarebbe considerato un segno di autonomia e maturità. Per lei, invece, divenne una condanna.
Cominciarono i sussurri.
Vicini e conoscenti la giudicarono senza conoscerla davvero. La definirono «senza pudore», «disonorata», «indegna». Le voci si diffusero fino a raggiungere il fratello, che lavorava in Iran.
Lui tornò in Afghanistan.
Non per ascoltare sua sorella.
Non per capire cosa desiderasse davvero.
Non per chiederle cosa la rendesse felice.
Tornò per eseguire una sentenza che riteneva già scritta.
Fu suo fratello a ucciderla.
Ma la violenza non si fermò a Tahera.
Uccise anche la sorella maggiore e le due sorelle più piccole. Quattro figlie della stessa famiglia persero la vita nel silenzio di un’estate. Quattro esistenze che avrebbero potuto continuare: amare, studiare, lavorare, diventare madri, invecchiare.
Quattro sogni spezzati.
Si racconta che i loro corpi furono portati al cimitero e sepolti sotto lo stesso sole indifferente che illumina tutti.
Eppure, forse la parte più dolorosa della storia venne dopo.
Una parte della comunità non condannò il delitto. Al contrario, lodò l’assassino. Lo definì «un uomo d’onore» e approvò il suo gesto.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più inquietante: quando una società giustifica il carnefice, può davvero dirsi che il colpevole sia uno soltanto?
I delitti d’onore non sono semplici tragedie familiari. Sono il prodotto di una cultura che insegna alle donne il silenzio, che trasforma l’amore femminile in vergogna e che concede agli uomini il potere di decidere sul corpo, sulle scelte e perfino sulla vita delle donne.
La storia di Tahera non è la storia di un «errore».
È la storia di una ragazza di diciotto anni che voleva amare.
Voleva scegliere.
Voleva vivere.
Ma in una società in cui il battito del cuore di una donna può essere considerato una colpa, lei e le sue tre sorelle sono state sepolte per aver osato desiderare una vita propria.
A volte il crimine di una donna non è rubare.
Non è uccidere.
Non è tradire.
A volte il suo unico “crimine” è essersi innamorata.
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