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Attualità

Il Vaticano rimuove Don Biancalani: fine dell’incubo a Pistoia. Chiese liberate dai bivacchi, le parrocchie tornano finalmente ai fedeli

Fine dell’incubo per i cittadini di Pistoia: il Vaticano interviene e caccia Don Biancalani! 🇻🇦 🛑 Si chiude un’epoca di utopia e degrado per le storiche parrocchie di Vicofaro e Ramini. La Santa Sede ha deciso di rimuovere definitivamente dal servizio pastorale il prete che aveva trasformato le chiese in bivacchi e centri di accoglienza incontrollati per centinaia di clandestini irregolari. Il risultato di quegli anni? Un quartiere al collasso, piazze di spaccio della mafia nigeriana all’ombra del campanile, violenze, accoltellamenti e persino uno stupro. Il sacerdote, concentrato solo sull’immigrazione, aveva completamente abbandonato i suoi fedeli: niente più messe, niente comunioni o cresime, costringendo i cittadini a scappare in altre parrocchie per pregare in sicurezza. Ora, dopo le dure battaglie politiche e civili dei comitati locali, il Dicastero ha deciso: Don Biancalani deve fare le valigie. Le parrocchie tornano finalmente nelle mani dei pistoiesi! Leggi tutti i dettagli di questa incredibile vicenda nel nostro articolo completo! 👇 ⛪

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Don Biancalani

Pistoia – Dopo quasi dieci anni di polemiche feroci, degrado dilagante e battaglie politiche, il sipario cala definitivamente su quella che è stata ribattezzata come l’utopia (fallimentare) dell’accoglienza indiscriminata. La Santa Sede ha deciso di intervenire con mano ferma: Don Massimo Biancalani, il sacerdote salito alle cronache nazionali per aver trasformato le sue chiese in veri e propri centri di accoglienza per immigrati irregolari, è stato ufficialmente rimosso dal servizio pastorale. Il responso, inequivocabile e privo di appello, porta la firma del Prefetto del Dicastero per il clero e decreta l’allontanamento del parroco dalle storiche parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, nella diocesi di Pistoia.

L’accoglienza fuori controllo: le chiese trasformate in bivacchi

La decisione del Vaticano mette la parola fine a una vicenda penosa e inaccettabile che ha letteralmente spaccato in due il territorio toscano. Don Biancalani, profondamente imbevuto di un’ideologia immigrazionista estrema e spinto dalla personale interpretazione del concetto di “Chiesa come ospedale da campo”, aveva negli anni progressivamente occupato le canoniche, i giardini e persino le navate delle chiese a sua disposizione, riempiendole con centinaia di clandestini e richiedenti asilo.

Un’ospitalità divenuta in brevissimo tempo anarchica e totalmente ingestibile, che ha travolto tutto ciò che ha incontrato. A confermarlo è Matteo Pomposi, consigliere comunale di Fratelli d’Italia e capofila del comitato di Ramini, che da anni denunciava la situazione inviando lettere disperate a Roma: «Biancalani andava verso Firenze per cercare persone da caricare e portare in canonica. Questa spirale si è tradotta in un enorme disagio sociale fatto di mancata integrazione e caos».

Spaccio, criminalità e degrado all’ombra del campanile

I racconti di ciò che è accaduto in questi anni nei due quartieri pistoiesi sono agghiaccianti. Le sacche di irregolarità tollerate dal sacerdote hanno attirato la peggiore criminalità. Celebre e drammatica resta la vicenda della signora Rita, un’anziana ottantenne residente dietro la canonica di Vicofaro, ritrovatasi da un giorno all’altro con una vera e propria piazza di spaccio davanti alla porta di casa, subendo le continue incursioni e molestie dei clandestini nel proprio giardino.

La situazione igienico-sanitaria e l’ordine pubblico erano ormai al collasso, con numeri che avevano superato le 200 presenze. «I migranti pagavano addirittura per avere dei posti letto improvvisati all’interno della chiesa, trasformata in un bivacco permanente», denuncia ancora Pomposi. «La mafia nigeriana si era ben presto impossessata delle piazze di spaccio che proliferavano indisturbate all’ombra del campanile, portando episodi di violenza inaudita, tra cui accoltellamenti e un caso di stupro».

La fuga dei fedeli e la morte della comunità pastorale

L’aggravante che ha spinto il Vescovo di Pistoia a chiedere l’intervento di Roma (procedimento confermato dal successore Augusto Mascagna) è stata la totale sparizione della figura del parroco. Per inseguire la sua personalissima utopia politica e sociale, Don Biancalani ha tralasciato completamente i suoi sacri doveri religiosi. I fedeli, esasperati e terrorizzati, sono stati costretti a fuggire altrove per poter esercitare il proprio diritto alla preghiera.

Le messe domenicali venivano celebrate davanti a non più di cinque persone, le confessioni erano un miraggio, i funerali venivano dirottati. A Ramini è stato distrutto un tessuto sociale secolare: spazzato via il fiore all’occhiello del coro parrocchiale, cancellate le cresime, azzerate le prime comunioni e i catechismi. Un’intera e storica comunità si è dovuta trasferire in blocco nella vicina parrocchia di San Pierino pur di trovare un prete disposto ad ascoltarla.

Il tramonto di un’ideologia e la difficile rinascita

Oggi, il “personaggio” Biancalani, che nel 2018 veniva vezzeggiato e issato a paladino dalla Sinistra toscana (invitato perfino al Mandela Forum dai vertici della Regione), si ritrova isolato. Dopo lo sgombero forzato di Vicofaro da parte della Polizia nel 2025, ora dovrà abbandonare anche la canonica di Ramini, dove attualmente risiedono accampati ancora tra i 40 e i 60 clandestini. Si valuta l’opzione di un ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura apostolica o l’accettazione di un incarico all’Ufficio missionario, ma la strada è segnata.

Mentre Don Biancalani continua a difendersi facendosi scudo con un malinteso senso di accoglienza, a Pistoia restano solo le macerie. Due comunità ferite e spaccate che oggi, finalmente, grazie al nuovo parroco e alla fermezza del Vescovo, possono tornare a riunirsi nelle proprie chiese per ricucire gli strappi e ricominciare a pregare nella normalità e nella sicurezza, libere dalla paura.

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Economia

Stellantis Melfi ancora al buio, nuova serrata dei cancelli. Il grido dell’UGL: «Non permetteremo la desertificazione industriale del Sud»

Nuvole sempre più nere sul futuro di Melfi: Stellantis ferma di nuovo la produzione e scoppia la rabbia dei sindacati! 🏭 🛑 I motori dello stabilimento lucano si spegneranno ancora una volta: l’azienda ha comunicato la chiusura totale delle linee per lunedì 24 agosto (dalle 06:00 alle 22:00) a causa della solita “mancanza di componenti”. Ma i lavoratori sono esausti! A lanciare un durissimo grido d’allarme è Costanzo Florence, Segretaria Regionale dell’UGL Metalmeccanici Basilicata: “Non possiamo assistere passivamente al declino di questo sito! Dietro ogni stop ci sono famiglie nell’incertezza e il terrore si ripercuote su migliaia di lavoratori dell’indotto in tutto il Mezzogiorno”. L’UGL pretende un tavolo di crisi istituzionale chiaro e trasparente per capire le reali intenzioni dei vertici franco-italiani. “La tanto sbandierata transizione ecologica dell’automotive non può e non deve trasformarsi in un alibi per desertificare il Sud! Servono investimenti e garanzie subito!”. Leggete la forte presa di posizione del sindacato a difesa degli operai nel nostro nuovo articolo! 👇 👷‍♂️

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Operaia dello stabilimento Stellantis di Melfi

Basilicata – C’è un’ombra scura, sempre più densa e minacciosa, che continua ad allungarsi inesorabilmente sul futuro industriale e sociale della Basilicata. La situazione all’interno del gigantesco e storico stabilimento Stellantis di Melfi sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza cronica, una lenta agonia che rischia di logorare definitivamente i nervi dei dipendenti e la tenuta economica di un’intera regione. La direzione aziendale ha infatti appena comunicato l’ennesima, pesantissima sospensione dell’attività produttiva, giustificandola ancora una volta con l’ormai tristemente nota “mancanza di componenti” sulla linea di montaggio. Una giustificazione che suona come l’ennesima doccia fredda per chi, ogni mattina, varca quei cancelli per portare il pane a casa.

Cancelli chiusi il 24 agosto: il blocco dei turni

La scure della sospensione si abbatterà sui lavoratori all’inizio della prossima settimana. L’azienda ha disposto il fermo totale delle linee produttive dalle ore 06:00 fino alle ore 22:00 di lunedì 24 agosto 2026. Sedici ore di buio totale, sedici ore di motori spenti e nastri trasportatori immobili. Un provvedimento che, letto isolatamente, potrebbe sembrare un semplice singhiozzo logistico, ma che inserito nel contesto degli ultimi mesi rappresenta l’ennesimo segnale di una crisi sistemica profonda che sta mettendo a durissima prova i lavoratori, le loro famiglie e tutto il fragile sistema socio-economico del territorio lucano.

Il grido d’allarme di Florence (UGL): “Basta incertezza”

A farsi portavoce della rabbia, della paura e della frustrazione degli operai è intervenuta con voce ferma Costanzo Florence, agguerrita Segretaria Regionale dell’UGL Metalmeccanici Basilicata. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti: «Apprendiamo con fortissima preoccupazione questa nuova decisione aziendale. Questa ulteriore battuta d’arresto produttiva si inserisce in un quadro già estremamente difficile e compromesso, e non può e non deve essere assolutamente considerata come un episodio isolato. Non possiamo permetterci il lusso di assistere passivamente, in silenzio, al progressivo indebolimento del sito produttivo di Melfi».

La sindacalista sposta poi i riflettori dal freddo dato economico al fattore puramente umano: «Dietro ogni singola giornata di fermata produttiva ci sono operai in carne ed ossa che vivono in un perenne stato di incertezza, ci sono madri e padri di famiglia che devono fare i conti con bilanci domestici sempre più magri e con un futuro diventato ormai del tutto imprevedibile».

L’effetto domino sull’indotto e su tutto il Mezzogiorno

Il vero dramma della crisi di Stellantis, tuttavia, non si esaurisce all’interno delle mura dello stabilimento madre. Melfi non è una semplice fabbrica: è il polo industriale e logistico più strategico non solo per la Basilicata, ma per l’intera architettura produttiva del Mezzogiorno d’Italia.

Ogni colpo di tosse di Stellantis provoca una violentissima polmonite a tutto l’enorme e vitale bacino dell’indotto locale. Le aziende esterne che forniscono logistica, servizi, pulizie e, soprattutto, l’immensa rete della componentistica dell’automotive lucano subiscono contraccolpi devastanti a ogni singolo stop. Si parla di migliaia e migliaia di lavoratori “invisibili” il cui destino è inesorabilmente legato al filo delle decisioni prese nei lontani uffici dirigenziali internazionali del gruppo franco-italiano.

La transizione ecologica non diventi un deserto industriale

La sfida epocale imposta dal passaggio all’elettrico e dalle normative europee non può essere pagata sulla pelle dei lavoratori del Sud. L’UGL Metalmeccanici Basilicata su questo punto è categorica: ritiene indispensabile e urgente l’apertura di un confronto vero, serrato, concreto e soprattutto trasparente tra i vertici dell’azienda, le organizzazioni sindacali e le massime Istituzioni politiche.

«È fondamentale comprendere, ora e subito, quali siano le reali prospettive industriali che l’azienda ha in mente per lo stabilimento e quali investimenti concreti Stellantis intenda mettere sul piatto per garantire sia la continuità produttiva che quella occupazionale», incalza con forza la Segretaria Florence. «La necessaria transizione del settore automotive non deve e non può mai trasformarsi nell’alibi perfetto per una progressiva desertificazione industriale del nostro Sud».

“Vigileremo sul futuro di Melfi”

L’avvertimento finale del sindacato è un messaggio chiaro a tutte le parti in causa: «Servono investimenti massicci, programmazione seria, garanzie occupazionali blindate e una visione industriale di lunghissimo periodo. Lo stabilimento di Melfi racchiude altissime professionalità, competenze uniche maturate in decenni e un patrimonio industriale inestimabile che l’Italia non può permettersi di disperdere nel nulla. Come sindacato UGL continueremo a vigilare strenuamente e a pretendere risposte concrete dai vertici. Il futuro e la dignità dei lavoratori e dell’intero territorio lucano non possono più essere affidati all’incertezza e al caso».

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Economia

Risiko Bancario, Sforzini sull’operazione MPS-BPM: «L’Italia non diventi terra di conquista. Ci servono grandi campioni nazionali»

MPS lancia un’offerta clamorosa su Banco BPM e Banca Generali: scoppia il “Risiko” bancario! 🏦 💶 Quale sarà il futuro del risparmio italiano? Il Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, Luca Sforzini, interviene in modo netto su questa colossale operazione finanziaria: “Non spetta alla politica decidere chi compra chi, il libero mercato deve fare il suo corso. Ma essere liberali non significa essere indifferenti al destino della Nazione!”. Sforzini lancia un duro monito contro il rischio che l’Italia diventi una terra di conquista per banche straniere. “Non ci servono vecchie Banche di Stato e non vogliamo protezionismo. Dobbiamo creare le condizioni affinché nascano dei grandi Campioni Nazionali in grado di competere ad armi pari in Europa”. La sua formula per la sovranità economica? “Più mercato e più Italia”. Leggi la sua lucidissima analisi economica nel nostro nuovo articolo completo! 👇

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Monte dei Paschi di Siena

Redazione – Il panorama finanziario italiano ed europeo è stato appena attraversato da una vera e propria scossa tellurica. L’annuncio della clamorosa e aggressiva “doppia offerta” lanciata dal Monte dei Paschi di Siena (MPS) per acquisire il controllo di Banco BPM e di Banca Generali ha riaperto prepotentemente il grande Risiko bancario nazionale. Un’operazione di dimensioni colossali che, ben oltre i freddi numeri dei bilanci e delle azioni in Borsa, solleva interrogativi cruciali sul futuro e sull’indipendenza del nostro sistema creditizio. A intervenire con voce ferma e lucida su questo delicatissimo tema è Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che direttamente dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano ha tracciato una rotta chiarissima per la sovranità economica del Paese.

L’assalto di Monte dei Paschi: una partita non solo finanziaria

Quello che si sta consumando in queste ore nei grattacieli della finanza milanese e senese non è un semplice riassetto di portafogli azionari. Per Sforzini, la posta in gioco è immensamente più alta. «La doppia offerta di MPS su Banco BPM e Banca Generali non è e non può essere derubricata a una mera e asettica partita finanziaria tra banchieri», avverte il Presidente di Rinascimento Nazionale. «Questa operazione pone, in modo brutale e ineludibile, una questione profondamente strategica sul ruolo che l’Italia intende giocare nell’immediato futuro all’interno della complessa geografia economica europea».

Il rischio, mai troppo celato, è che le turbolenze interne al sistema creditizio italiano possano aprire praterie per scorribande o acquisizioni predatorie da parte di colossi bancari stranieri (francesi o tedeschi in primis), pronti ad approfittare delle debolezze tricolori per drenare ricchezza e risparmio oltre confine.

Libero mercato sì, ma senza indifferenza verso la Nazione

L’approccio di Luca Sforzini alla delicata questione bancaria sfugge però alla retorica populista del controllo statale a tutti i costi, sposando una visione fermamente ancorata ai principi dell’economia di mercato, pur senza mai dimenticare l’interesse supremo del Paese. «Non spetta certo alla politica, ai governi o ai ministeri decidere chi debba comprare chi: quelle sono scelte che spettano insindacabilmente agli azionisti, agli investitori e alle logiche del libero mercato», chiarisce con forza Sforzini.

Tuttavia, il liberalismo economico non deve mai trasformarsi in miopia strategica. «Essere profondamente liberali e credere nel mercato non significa, nel modo più assoluto, essere freddi, distaccati o indifferenti al destino della propria Nazione. Lo Stato deve fissare le regole d’ingaggio e tutelare l’interesse pubblico».

Nessuna “Banca di Stato”: la ricetta per la sovranità economica

La storia recente del nostro Paese è costellata di salvataggi bancari miliardari pagati con le tasse dei cittadini, un modello che il Presidente di Rinascimento Nazionale rifiuta categoricamente. «L’Italia non ha alcun bisogno di riesumare anacronistiche “banche di Stato” o carrozzoni pubblici lottizzati dalla politica», prosegue la sua lucida analisi.

Il vero obiettivo, secondo Sforzini, è un altro: «Il nostro Paese ha disperatamente bisogno che le sue grandi banche non diventino, nel tempo, banche “senza Italia”. Dobbiamo, come sistema Paese, creare l’humus e le condizioni strutturali affinché dal nostro tessuto economico possano nascere e consolidarsi dei veri e propri campioni nazionali. Colossi del credito che abbiano le spalle sufficientemente larghe per competere ad armi pari in Europa e nel mondo, senza subire complessi di inferiorità».

Più mercato e più Italia: la formula per il futuro

La difesa dei nostri istituti di credito e del risparmio privato degli italiani (il vero tesoro della nostra Nazione) passa dunque attraverso la forza della competitività, non attraverso i sussidi o l’isolazionismo. «Questa è la vera e unica sovranità economica che ci interessa: non stiamo parlando di vecchio protezionismo, né tanto meno di dirigismo statale, ma della sacrosanta capacità di avere la forza per scegliere il nostro destino sui mercati internazionali», sottolinea il Presidente.

La chiosa finale di Luca Sforzini suona come un manifesto programmatico per l’economia nazionale dei prossimi decenni. Una sintesi perfetta per superare l’antica dicotomia tra statalisti e liberisti estremi: «La formula per vincere questa sfida globale è in realtà molto semplice: più mercato e più Italia». Un monito chiaro, affinché la Penisola non si trasformi, per l’ennesima volta, nell’arrendevole terra di conquista dei predatori stranieri.

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Politica

I Cristiano Riformisti demoliscono lo spot di Vannacci: «Torso nudo e pugni in stile Putin. La sua propaganda è una minaccia per la democrazia»

Il Generale si tuffa nel fiume a torso nudo? I Cristiano Riformisti lo asfaltano: “Sembra la propaganda di Mussolini e Putin!” 🥊 🏛️ Lo scontro politico si infiamma attorno all’ultimo, discusso spot elettorale di Roberto Vannacci. Il Movimento dei Cristiano Riformisti ha rilasciato un comunicato durissimo, carico di amara ironia, accusando il Generale di voler imporre all’Italia l’immagine del classico “uomo forte” autoritario. “Prende a pugni un sacco da boxe per dimostrare che il dissenso si sopprime con la forza”, accusano i Riformisti. E la scena finale, in cui Vannacci corre inseguito dai fan? “Non sembra un leader che guida il popolo, ma uno che scappa a gambe levate dagli elettori dopo che hanno scoperto il suo bluff politico!”. La dura metafora finale ricorda a tutti noi che l’autoritarismo e i “salvatori della patria” muscolari non fanno altro che soffocare la democrazia e la libertà dei cittadini. Leggete la durissima reazione politica e l’analisi dello spot nel nostro nuovo articolo! 👇 🇮🇹

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l’On. Antonio Mazzocchi

Roma – Nel teatro della politica contemporanea, dove l’immagine conta spesso più della sostanza, l’uso ossessivo della comunicazione visiva può facilmente trasformarsi in un boomerang. È quello che sembra essere accaduto al Generale Roberto Vannacci con la pubblicazione del suo ultimissimo (e già chiacchieratissimo) spot elettorale. A smontare pezzo per pezzo la narrazione “machista” del Generale è sceso in campo, con una nota intrisa di amara e feroce ironia, il Movimento dei Cristiano Riformisti, che non ha esitato a definire il filmato promozionale come un goffo tentativo di accreditarsi quale “uomo forte” del Paese, mettendo pericolosamente in discussione i valori fondanti della nostra democrazia repubblicana.

L’iconografia del “Macho”: il Generale a torso nudo tra tuffi e boxe

L’incipit del comunicato dei Cristiano Riformisti va dritto al cuore della polemica estetica e politica. «Come Movimento non possiamo che ironizzare pesantemente sull’ultimo spot del Generale», si legge nella nota ufficiale. Nel filmato in questione, infatti, Vannacci ha deciso di abbandonare le vesti istituzionali per mostrarsi fisicamente a torso nudo, intento a cimentarsi e a sudare in svariate discipline atletiche davanti alle telecamere.

Una scelta registica e comunicativa che, secondo i Riformisti, è tutt’altro che casuale: «Si tratta di una vera e propria emulazione, quasi caricaturale, di quell’iconografia muscolare tipica e storicamente prediletta dagli autocrati. Impossibile non notare i parallelismi estetici con figure come Benito Mussolini nel passato o, in tempi più recenti, Vladimir Putin». Un richiamo visivo al passato che inquieta i moderati e i difensori della costituzione democratica.

La propaganda dell’uomo forte e le ombre sull’autoritarismo

Ma l’ironia del Movimento lascia ben presto spazio a un’analisi politica decisamente più seria e preoccupata. «In ogni singolo fotogramma di questo spot, il generale Vannacci tenta disperatamente di veicolare un preciso e inquietante messaggio politico alla Nazione: accreditarsi come l’unico “uomo forte” e come indiscusso garante della Patria».

Ogni gesto sportivo inserito nel video viene decriptato dai Cristiano Riformisti come una metafora di potere. «Il tuffo impavido nel fiume vorrebbe essere la dimostrazione plastica che l’uomo forte non teme il domani, ma anzi si getta con prepotenza nella società civile per plasmarla e controllarla a suo piacimento». Ancora più emblematica sarebbe la sequenza dedicata al pugilato: «Il salto da vero e proprio boxer professionista, in cui colpisce con cieca forza e accanimento il materasso di cuoio, sembra voler cinicamente dimostrare ai cittadini che l’opposizione e il dissenso non si governano con il dialogo, ma si reprimono attraverso il puro e semplice uso della forza».

L’ironia sulla scena finale: una fuga a gambe levate dagli elettori

Il vero capolavoro della satira politica dei Riformisti si concentra però sui secondi finali dello spot, che si trasformano (involontariamente, secondo gli accusatori) in una clamorosa autogol comunicativo. «Non possiamo fare a meno di rilevare, con una fortissima dose di ironia, il paradosso grottesco dell’inquadratura finale».

Nel video, il Generale, circondato e scortato da una moltitudine di sostenitori plaudenti, inizia a correre verso una meta astratta e non definita. «L’effetto psicologico ottenuto sul pubblico è l’esatto contrario di quello epico desiderato dagli sceneggiatori», affonda il colpo la nota. «Più che l’immagine di un leader illuminato che guida fiero un popolo verso il futuro, sembra quella di un uomo che, vistosi improvvisamente scoperto nei suoi irrealizzabili e fantasiosi bluff politici, scappa letteralmente a gambe levate insieme al suo seguito più fedele. Una fuga precipitosa da quegli stessi elettori che hanno finalmente aperto gli occhi».

“Futuro Nazionale” e la vuota trappola comunicativa degli slogan

Secondo i Cristiano Riformisti, la fuga simbolica del Generale è la presa d’atto del fallimento del suo contenitore politico: «Gli italiani hanno compreso come il suo tanto sbandierato programma per “Futuro Nazionale” fosse in realtà solo ed esclusivamente una vuota trappola comunicativa. Una scatola vuota, riempita unicamente di slogan populistici studiati a tavolino per colpire la pancia, le paure e gli istinti più bassi dei cittadini insoddisfatti».

La gatta e i gattini: il soffocamento della libertà democratica

A suggello di questa durissima filippica politica, il Movimento dei Cristiano Riformisti sceglie di affidarsi alla saggezza intramontabile della tradizione contadina italiana. «A commento di questa muscolare ed esibizionistica performance, ci permettiamo di richiamare un antico proverbio popolare: “La gatta per troppo amore e per proteggere i gattini, spesso ponendosi sopra loro con troppa forza finisce per ucciderli”».

La metafora finale è un avvertimento solenne lanciato agli elettori ammaliati dai salvatori della patria a torso nudo: «È un chiarissimo monito su come la pretesa di imporre al Paese una protezione assoluta, muscolare e autoritaria si traduca, sempre e inevitabilmente, nel tragico soffocamento della libertà dei cittadini». L’Italia, ricordano in conclusione i Cristiano Riformisti, non ha bisogno di uomini forti, ma di Istituzioni solide, libere e democratiche.

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