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Esteri

La ricetta di Rahm Emanuel per Israele con uno sguardo alle presidenziali Usa 2028

“Siete una piccola nazione di nove milioni. Non potete divenire un paria. Impossibile. Avete perso l’Europa. Avete perso gli Stati Uniti…” Così Rahm Emanuel, uno dei probabili candidati alla presidenza Usa nel 2028, in un recente discorso alla Tel Aviv University. Il monito di Emanuel andava oltre gli studenti ed è stato sentito in tutto Israele, ma anche in altre parti del mondo, inclusa, ovviamente, l’America

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Rahm Emanuel

Redazione- Siete una piccola nazione di nove milioni. Non potete divenire un paria. Impossibile. Avete perso l’Europa. Avete perso gli Stati Uniti…” Così Rahm Emanuel, uno dei probabili candidati alla presidenza Usa nel 2028, in un recente discorso alla Tel Aviv University. Il monito di Emanuel andava oltre gli studenti ed è stato sentito in tutto Israele, ma anche in altre parti del mondo, inclusa, ovviamente, l’America.

Emanuel è nato in America, ma ha forti legami con Israele. Il padre ha combattuto nella guerra di indipendenza di Israele nel 1948 e uno zio è morto combattendo per Israele. Nato a Chicago, dove il padre era emigrato, Emanuel è entrato in politica, servendo prima come deputato e poi, tra il 2009 e il 2010, come capo di gabinetto dell’amministrazione di Barack Obama. Fu eletto sindaco di Chicago nel 2011, rimanendo in carica fino al 2019. Dal 2022 al 2025 è stato ambasciatore americano in Giappone. I suoi legami con Israele gli fanno da scudo, permettendogli di criticare la nazione del Medio Oriente senza essere facilmente accusato di antisemitismo.

Nel suo discorso agli studenti, Emanuel ha bersagliato la politica super militarista del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, specialmente dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno ucciso 1.200 israeliani e preso in ostaggio altri 251. Emanuel non ha criticato la reazione iniziale israeliana, ma ha giustamente fatto notare la reazione spropositata che ha causato la morte di migliaia di vittime innocenti. Per Emanuel, Hamas ha ottenuto proprio quello che voleva, poiché le sue azioni erano volte a distruggere ogni possibilità che i due popoli potessero vivere in pace. In sintesi, sia Netanyahu sia Hamas propongono soluzioni estremiste che non lasciano alcuna speranza di pace tra i due popoli.

In un certo senso, i leader di Hamas hanno “vinto”, essendo riusciti a condurre Israele a diventare uno “Stato paria”. In America, un sondaggio dell’Associated Press ci informa che la maggioranza dell’elettorato democratico ritiene che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza. Gli aspetti super militaristi di Netanyahu e l’isolamento di Israele sono stati confermati anche dal vicepresidente Usa J. D. Vance subito dopo l’annuncio del Memorandum of Understanding per la tregua nel conflitto con l’Iran. Citando le obiezioni israeliane, Vance ha detto che Israele non si trova in una buona situazione per dissentire, perché gli Stati Uniti sono il suo unico Paese amico, anticipando nei fatti l’idea di “Stato paria” di Emanuel.

Oltre a bacchettare il governo israeliano, Emanuel ne ha avute anche per quello americano, colpevole di non essersi opposto per limitare l’estremismo di Netanyahu. La “generosità” di fornire armamenti a Israele non è stata benefica. Emanuel ha usato la metafora di “offrire vodka” a un ubriaco, che fa perdere consensi a Israele in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center ci informa che il 60 per cento degli americani ha un’opinione negativa di Israele. Un recentissimo sondaggio dell’Associated Press ci dice anche che i cittadini americani di religione ebraica approvano l’operato del sindaco musulmano di New York Zohran Mamdani con il 44%, mentre Netanyahu riceve solo l’approvazione del 32%.

La posizione di Emanuel verso Israele, infatti, è molto vicina a quella dell’ala sinistra del Partito Democratico. Questo, tuttavia, non vuol dire che Emanuel abbracci questa ideologia. Egli è infatti considerato un centrista per le sue critiche a istanze progressiste come l’attenzione per i diritti dei trans, il concetto di ridurre i bilanci della polizia e la cosiddetta abolizione del capitalismo (che in realtà non è auspicata dai leader progressisti). Emanuel sostiene però che bisogna ridurre i programmi sociali e rafforzare il controllo dei migranti, fino a chiudere la frontiera, per ottenere successi elettorali in America.

Emanuel è però molto pragmatico per quanto riguarda la situazione in Medio Oriente. Riconosce che l’uso esclusivo del potere militare non conduce da nessuna parte. Emanuel non esclude l’uso della forza, ma vede anche l’importanza di usare il potere degli Stati Uniti per spingere Israele verso una pace regionale che includa gli altri Paesi arabi del Golfo. Da una parte riconosce l’importanza della sovranità palestinese, ma dall’altra vede un nuovo processo di pace che includa “una soluzione di 23 Stati”, la quale riecheggia il piano proposto dall’Arabia Saudita nel 2002. In questo piano, Israele otterrebbe il riconoscimento e complete relazioni diplomatiche con i 22 membri della Lega Araba, i quali a loro volta sosterrebbero la creazione di una nuova entità palestinese.

Con il suo discorso a Tel Aviv, Emanuel ha cercato di proporsi come candidato del Partito Democratico alle elezioni presidenziali del 2028. Al momento, però, gli americani sono alle prese con le elezioni di midterm di quest’anno. I sondaggi ci dicono che i democratici hanno ottime possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, mentre quella al Senato rimane leggermente in salita.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Due miliardi di euro di aiuti, una condizione politica: la nuova posizione dell’Unione Europea nei confronti di Afghanistan

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Unione Europea

Redazione- A cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, l’Unione Europea lancia un messaggio chiaro all’Afghanistan e alla comunità internazionale: continuerà a sostenere il popolo afghano, ma senza riconoscere né legittimare il governo talebano.

Mentre milioni di cittadini afghani affrontano una grave crisi economica, povertà e limitazioni sempre più pesanti, Bruxelles afferma che non interromperà il proprio sostegno. L’ultimo esempio concreto è lo stanziamento di 10 milioni di euro al Fondo umanitario per l’Afghanistan, un contributo che l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha definito essenziale per garantire la continuità degli aiuti alle persone più vulnerabili.

Dietro questi interventi umanitari, tuttavia, emerge anche un messaggio politico preciso: l’Unione Europea vuole mantenere una distinzione netta tra il sostegno alla popolazione afghana e il riconoscimento dei talebani. Secondo Bruxelles, il dialogo con il gruppo al potere serve esclusivamente a proteggere gli interessi fondamentali della popolazione e a garantire servizi essenziali, ma non rappresenta in alcun modo un atto di legittimazione politica.

Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha dichiarato che l’UE rimane uno dei principali sostenitori dell’Afghanistan e l’unica presenza diplomatica occidentale ancora attiva nel Paese. Allo stesso tempo, ha sottolineato che qualsiasi passo verso un eventuale riconoscimento dei talebani dipenderà dal rispetto di precise condizioni internazionali.

Tra queste condizioni figurano il rispetto dei diritti delle donne e delle ragazze, la creazione di un governo inclusivo, il rispetto degli impegni internazionali dell’Afghanistan e la garanzia che il territorio afghano non venga utilizzato da gruppi terroristici.

Negli ultimi cinque anni, l’Unione Europea ha destinato oltre due miliardi di euro all’Afghanistan. Questi fondi sono stati utilizzati per interventi umanitari, assistenza sanitaria, istruzione, sostegno ai mezzi di sussistenza e copertura dei bisogni fondamentali della popolazione.

Nonostante gli aiuti, l’Europa avverte che la crisi afghana è ancora lontana dalla soluzione. Dopo il crollo dell’economia nazionale, circa metà della popolazione continua ad avere bisogno di assistenza umanitaria, mentre le restrizioni sui diritti umani, in particolare quelli delle donne e delle ragazze, rimangono una delle principali preoccupazioni della comunità internazionale.

L’Unione Europea ha inoltre evidenziato i rischi regionali legati all’instabilità dell’Afghanistan, tra cui terrorismo, traffico di droga, cambiamenti climatici e flussi migratori incontrollati.

La posizione europea resta quindi sospesa tra solidarietà e diplomazia: Bruxelles continua ad aiutare il popolo afghano, ma mantiene una linea politica ferma nei confronti dei talebani. Gli aiuti proseguiranno, ma un eventuale riconoscimento internazionale dipenderà da cambiamenti concreti nelle politiche e nel comportamento dell’attuale governo afghano.

Il messaggio dell’Unione Europea è dunque duplice: sostenere l’Afghanistan sì, riconoscere i talebani no, almeno finché non verranno rispettati i criteri stabiliti dalla comunità internazionale.

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Hamid Karzai: il presidente che è rimasto in Afghanistan

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Hamid Karzai

Redazione- Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, è una delle figure più importanti della storia politica recente del Paese. La sua vicenda è legata a due momenti decisivi: la caduta dei talebani nel 2001 e il loro ritorno al potere nel 2021.

Karzai è nato il 24 dicembre 1957 a Kandahar, in una famiglia politicamente influente. Dopo la caduta del primo regime talebano, nel 2001 fu scelto come capo dell’amministrazione ad interim dell’Afghanistan. Nel 2004 divenne il primo presidente eletto dopo la caduta dei talebani e rimase in carica fino al 2014.

Durante la sua presidenza furono ricostruite numerose istituzioni statali e aumentarono l’accesso all’istruzione e ai mezzi di comunicazione. Allo stesso tempo, il suo governo fu criticato per la corruzione, la debolezza delle istituzioni, l’influenza dei signori della guerra e la forte dipendenza dal sostegno degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali.

Dopo aver lasciato la presidenza nel 2014, Karzai rimase in Afghanistan. La sua decisione acquistò particolare importanza il 15 agosto 2021, quando i talebani entrarono a Kabul e il governo della Repubblica crollò. L’allora presidente Ashraf Ghani lasciò il Paese, mentre Karzai rimase a Kabul.

Anche dopo il ritorno dei talebani, Karzai ha continuato a vivere in Afghanistan e a intervenire nel dibattito politico. Ha più volte chiesto un governo inclusivo e la riapertura delle scuole e delle università alle ragazze e alle donne.

Il rapporto con la stampa italiana

Karzai ha rilasciato diverse interviste alla stampa italiana, tra cui al quotidiano Corriere della Sera. Una delle interviste documentate fu pubblicata il 23 gennaio 2012 e realizzata dal giornalista Davide Frattini a Kabul. In quell’occasione Karzai parlò soprattutto del futuro dell’Afghanistan, del ritiro delle forze della NATO e della capacità del Paese di assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

È importante distinguere questa intervista del 2012 dalle dichiarazioni più recenti sulla sua decisione di non lasciare l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani nel 2021.

Il significato della sua scelta di rimanere nel Paese è soprattutto politico: Karzai ha sostenuto più volte che i leader afghani dovrebbero rimanere accanto alla propria popolazione anche nei momenti di crisi.

La sua figura rimane quindi controversa. Per alcuni rappresenta il principale volto dell’Afghanistan ricostruito dopo il 2001; per altri è anche uno dei simboli dei problemi di quel sistema politico. Dopo il ritorno dei talebani, tuttavia, Karzai ha assunto un ruolo diverso: quello di ex presidente che continua a vivere nel proprio Paese e a parlare del suo futuro.

In questo contesto va compresa la sua affermazione di essere «felice di non aver lasciato il suo Paese»: non significa necessariamente che approvi il governo talebano, ma che considera importante essere rimasto in Afghanistan durante uno dei momenti più difficili della sua storia recente.

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Il ghiaccio del Nepal restituisce i corpi dei cinque alpinisti dispersi. Torna a casa anche l’abruzzese Marco Di Marcello: fine di un’agonia lunga 9 mesi

La montagna restituisce i suoi figli. Finisce in tragedia l’incubo durato nove lunghissimi mesi: sono stati ritrovati a 5.400 metri di quota in Nepal i corpi dei cinque alpinisti spazzati via dalla valanga il 3 novembre 2025. Tra loro c’è anche il biologo 37enne abruzzese Marco Di Marcello, originario di Castellalto (Teramo), che stava tentando la difficilissima ascesa al Dolma Khang. Il recupero è stato un’operazione difficilissima condotta da eroici sherpa nepalesi tra i crepacci dell’Himalaya. “Finalmente queste cinque bellissime anime stanno tornando a casa dalle loro famiglie”, hanno dichiarato i soccorritori. Leggi il nostro articolo per conoscere i dettagli di questa straziante missione di recupero. Tutta la nostra comunità si stringe nel dolore della famiglia Di Marcello. Riposa in pace, Marco. 🏔️ 💔 👇

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Marco Di Marcello

Kathmandu (Nepal) / Teramo – Ci sono montagne che chiamano a sé le anime più avventurose e coraggiose, e ci sono montagne che, tragicamente, decidono di trattenerle per sempre. Dopo un silenzio bianco e straziante durato ben nove mesi, il ghiacciaio dello Yalung Ri, a 5.400 metri di quota, ha finalmente restituito i corpi dei cinque alpinisti travolti da una spaventosa valanga il 3 novembre 2025. Tra loro, come purtroppo si temeva fin dai primissimi giorni della tragedia, c’è anche l’abruzzese Marco Di Marcello, 37 anni, originario di Villa Zaccheo, frazione di Castellalto in provincia di Teramo. Una notizia che mette fine a una logorante agonia fatta di incertezza, preghiere e false speranze per le famiglie delle vittime, permettendo finalmente a questi giovani di tornare a casa per riposare in pace.

Il sogno spezzato sul Dolma Khang: chi era Marco Di Marcello

Marco non era solo un appassionato di montagna. Era un biologo stimato, un ragazzo dal cuore grande, innamorato della natura e dei silenzi vertiginosi che solo l’Himalaya sa regalare. Si trovava in Nepal per un’avventura che aveva pianificato con cura, accompagnato dal suo fraterno amico Paolo Cocco (41 anni, originario di Fara San Martino, in provincia di Chieti, fortunatamente scampato al disastro). Insieme ad altri alpinisti esperti, Marco faceva parte di una spedizione ambiziosa che puntava a conquistare la vetta del Dolma Khang, una montagna sacra e impervia che svetta a 6.332 metri nella remota e selvaggia valle della Rolwaling. Poi, quel maledetto 3 novembre, il boato della valanga ha spazzato via tutto: sogni, fatica e vite umane.

Un’operazione di recupero disperata: la tenacia degli Sherpa

La conferma ufficiale del ritrovamento è arrivata poche ore fa dall’agenzia Dreamers destination treks and expedition, che aveva organizzato parte della spedizione. Insieme a quello di Marco, sono stati recuperati i corpi dell’altro italiano disperso, Markus Kirchler, di Jakob Schreiber, di Padam Tamang e Mere Karki. L’operazione di recupero, coordinata congiuntamente con l’agenzia Wilderness outdoor, si è rivelata una vera e propria epopea ad altissimo rischio, ostacolata per mesi dalle proibitive condizioni meteorologiche invernali e primaverili dell’Himalaya.

A guidare la squadra di soccorso è stato Phurba Tenjing Sherpa, alpinista locale di Rolwaling ed eroico detentore del record mondiale Guinness. “Da metà giugno, Sherpa e la sua squadra hanno lavorato instancabilmente tra i crepacci per trovare i cinque alpinisti”, si legge nel commosso resoconto ufficiale. Il ritrovamento è avvenuto giovedì scorso, ma solo dopo aver atteso tre lunghissimi giorni per una finestra di “buon tempo”, la squadra è riuscita a raggiungere il sito in sicurezza e a recuperare tutte le salme, issandole a bordo degli elicotteri diretti a Kathmandu.

“Riportare a casa cinque bellissime anime”: il commiato del Nepal

Le parole usate dall’agenzia nepalese per annunciare la fine delle operazioni sono intrise di un profondo senso di umanità e spiritualità: “Dopo nove mesi, finalmente stanno tornando a casa. Questa missione non riguardava solo il recupero dei corpi, ma il ritorno di cinque bellissime anime alle loro famiglie dopo mesi di incertezza, speranza e attesa. E volevamo farlo con dignità, rispetto e massima cura. Due di loro, i nostri cari fratelli Marco Di Marcello e Padam Tamang, facevano parte della nostra famiglia esplorativa”.

Mentre i corpi si apprestano ad affrontare l’ultimo, doloroso volo per essere riconsegnati all’abbraccio dei loro cari in Italia e nel mondo, il pensiero di tutti si stringe attorno alle famiglie. “Che finalmente trovino un po’ di pace e chiusura”, concludono i soccorritori. Il Teramano e l’intero Abruzzo si preparano ora a piangere e a salutare per l’ultima volta un figlio che ha perso la vita cercando di toccare il cielo, là dove l’aria è più sottile e la montagna non fa sconti a nessuno.

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