Lifestyle & Benessere
L’ANGELO LUNARE E ARTEMIS II
Un’immagine che si espande, un cosmo che si apre, una parola che trova la sua orbita
Redazione- L’opera pittorica L’Angelo Lunare e Artemis II di Francesco Guadagnuolo – olio, acrilico e collage – è il punto di origine di questa narrazione. Ma chiamarla “opera” è riduttivo: è un campo di forze. È un luogo in cui la storia dell’Apollo 11 (16 luglio 1969) e dopo oltre 50 anni, la promessa di Artemis II (1 aprile 2026) e la presenza enigmatica dell’Angelo Lunare s’incontrano in una vibrazione che non appartiene più alla tela.
È qui che entra in gioco il Transrealismo, non come stile, ma come metodo di attraversamento. Il Transrealismo non rappresenta la realtà: la trasporta in un’altra frequenza. Non descrive ciò che si vede: rivela ciò che vibra dietro ciò che si vede.
Nel quadro, la prima pagina del New York Times (21 luglio 1969) dell’Apollo 11 diventa un fossile luminoso della memoria terrestre; Armstrong non è più un uomo, ma un segno; Artemis II non è una missione, ma una domanda orbitale; l’Angelo Lunare non è un personaggio, ma una presenza che inclina lo spazio.
Il romanzo che segue non nasce dalla scrittura. Nasce da un’immagine che non voleva restare immagine. Nasce da questa stessa logica: non racconta un viaggio nello spazio, ma un viaggio attraverso le forze che rendono possibile lo spazio. Ogni capitolo è un incontro: Gravità, Traiettoria, Sospensione, Vuoto, Entropia, Materia Oscura, Radiazione di Fondo. Non come concetti scientifici, ma come presenze transrealiste: entità che esistono tra fisica e metafisica, tra percezione e simbolo.
L’Angelo Lunare è il punto di contatto tra questi mondi. Non è un protagonista: è un medium. Non è un essere: è una curvatura. Non è un simbolo: è una frequenza.
L’osservatore e il lettore non entra nella storia: entra nell’orbita.
L’ANGELO LUNARE E ARTEMIS II
Romanzo breve di Francesco Guadagnuolo
INFANZIA ORBITALE
Incontro con la Gravità
Nell’orbita Lunare, sospeso in un angolo remoto del cielo, in una sezione isolata dell’atmosfera vive l’Angelo Lunare. Il nostro Satellite non è un Pianeta come gli altri: è un insieme di frammenti che sembrano respirare, un luogo dove la Gravità parlava senza voce.
La Gravità non aveva forma, ma curvava ogni gesto dell’Angelo, come se lo stesse modellando.
Un giorno, l’Angelo chiese: «Perché non posso partire?». La Gravità rispose come un’eco che non apparteneva a nessun luogo: «Perché non sei ancora completo. Io non trattengo: do forma».
In mano c’era una margherita luminosa, che pulsava come una piccola stella, e un foulard di particelle che cambiava colore in base ai pensieri. La Luna lontana lo attirava, ma non come un luogo: come un enigma.
L’Angelo Lunare non lo sapeva, ma stava imparando la prima legge del cosmo: ciò che ti trattiene è anche ciò che ti prepara.
PONTE DI LUCE
Incontro con la Traiettoria
Quando gli astronauti apparvero, non portarono solo tecnologia: portarono un modo diverso di leggere il cielo. Dietro di loro, Artemis II saliva come una domanda che aveva trovato il suo momento.
Fu allora che la Traiettoria si manifestò. Non come linea, ma come presenza: una geometria viva che si tendeva tra Terra e Luna.
«Io esisto solo quando tutto si allinea», disse. «Non sono un percorso: sono un accordo».
L’Angelo Lunare comprese che il cosmo non concede partenze premature. Ogni viaggio è un patto tra forze che devono riconoscersi.
DIALOGO IN MICROGRAVITÀ
Incontro con la Sospensione
Quando lasciarono la Terra, la gravità diminuì fino a diventare un ricordo. L’Angelo Lunare e gli astronauti fluttuavano e la Sospensione li avvolgeva come un pensiero che non vuole precipitare.
«Perché non scendete sulla Luna?» chiese l’Angelo.
La risposta non venne solo dal Comandante, ma dalla Sospensione stessa: «Perché la comprensione richiede distanza. Toccare è un atto violento. Orbitare è un atto di ascolto».
L’Angelo Lunare capì che la microgravità non era assenza di peso: era una condizione mentale. Un luogo dove ogni domanda prende massa.
LUNA PENSIERO
Incontro con il Vuoto
Quando Artemis II eseguì la TLI, la Luna sembrò dissolversi in un alone di luce. Al suo posto apparve un centro vuoto, luminoso, come se il cosmo avesse deciso di mostrare la sua parte più segreta.
Il Vuoto non era silenzio: era memoria allo stato puro.
«Io sono ciò che resta quando il simbolo si dissolve», disse. «Non cercate un luogo: cercate ciò che il luogo significa».
Gli astronauti orbitarono attorno a quel centro invisibile, come idee che cercano forma. L’Angelo Lunare sentì che il viaggio non era più verso la Luna, ma verso ciò che la Luna custodiva.
ENTROPIA
Incontro con la Freccia del Tempo
Più si allontanavano dalla Terra, più il cosmo sembrava cambiare consistenza. Fu allora che incontrarono l’Entropia: non una figura, ma una presenza che faceva vibrare ogni cosa.
«Io aumento», disse. «Non per distruggere, ma per aprire».
Gli astronauti sentirono i loro strumenti oscillare, i dati diventare più complessi. L’Angelo Lunare percepì che nulla sarebbe tornato com’era.
«Ogni viaggio è un ordine che si scioglie», continuò l’Entropia. «Solo ciò che accetta di cambiare può continuare».
Il mistero cresceva. E con esso, la consapevolezza che il cosmo non era un luogo neutro: era un processo.
MATERIA OSCURA
Incontro con la Forza Invisibile
A metà del viaggio, quando la luce delle stelle sembrava indebolirsi, qualcosa li avvolse. Non era minaccia: era sostegno.
La Materia Oscura parlò senza mostrarsi.
«Senza di me, tutto si disperderebbe».
L’Angelo cercò di vederla, ma non c’era nulla.
«Perché non ti mostri?» «Perché non ho bisogno di essere vista per essere reale».
Gli astronauti compresero che il cosmo è tenuto insieme da ciò che non si vede. E che spesso, anche nella vita, ciò che sostiene non ha volto.
RADIAZIONE DI FONDO
Incontro con la Voce più Antica
Quando entrarono in una regione di spazio più rarefatta, un sussurro li attraversò. Non era suono: era temperatura, memoria, vibrazione.
La Radiazione di Fondo parlò come un respiro antico.
«Io sono ciò che resta del primo lampo». «Sono ovunque, anche dove credete che non ci sia nulla».
L’Angelo Lunare sentì un calore tenue, come un ricordo che non apparteneva a lui. Gli astronauti capirono che stavano ascoltando la nascita dell’universo.
Il mistero non diminuiva: si espandeva.
RITORNO
Incontro con il Significato
Quando la missione giunse al suo apice, non trovarono una risposta. Trovarono una curvatura.
Il cosmo non aveva offerto soluzioni ma incontri. Non aveva spiegato: aveva mostrato.
L’Angelo Lunare guardò la Luna – ora non più oggetto ma pensiero. La margherita luminosa era ancora massa. La Terra, nostalgia.
E il cosmo, tutto attorno, continuava a parlare.
Forse crescere è questo: imparare a muoversi tra forze invisibili senza smettere di desiderare.
INTERVISTA A FRANCESCO GUADAGNUOLO
L’Angelo Lunare, Artemis II e il Transrealismo come soglia
D. Maestro Guadagnuolo, il quadro “L’Angelo Lunare e Artemis II” è il punto di origine di questo romanzo. Come nasce questa immagine?
R. Nasce da una tensione: quella tra memoria e futuro. L’Apollo 11 è un archetipo, un gesto che ha cambiato la percezione umana del possibile. Artemis II è la sua eco, ma anche la sua trasformazione. L’Angelo Lunare è ciò che sta in mezzo: non un simbolo religioso, ma una presenza che custodisce il passaggio tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare.
D. Nel quadro compaiono elementi figurativi e astratti, materiali e immateriali. È una scelta deliberata?
R. Assolutamente. Il Transrealismo non separa mai ciò che è visibile da ciò che vibra dietro il visibile. La figura dell’Angelo è concreta e insieme sfuggente. L’astronauta è reale ma immerso in un campo di forze che lo trascende. La Luna è superficie e simbolo. La luce è materia e memoria. Tutto convive.
D. La margherita luminosa è uno degli elementi più enigmatici. Che cosa rappresenta?
R. È un seme. Un nucleo di possibilità. È la forma più semplice della luce, ma anche la più antica. È un sole in miniatura, un pensiero che pulsa. Nel quadro è un punto di origine; nel romanzo diventa un talismano. È l’idea che ogni viaggio, anche quello più tecnologico, nasce sempre da un gesto fragile.
D. Artemis II nel quadro c’è: si vede in basso il decollo osservato dall’Angelo Lunare, però non è in primo piano. Perché?
R. Perché non mi interessava la missione come evento tecnico. Artemis II, nel quadro, è un impulso, una soglia che si apre. La mostro come un’origine luminosa, come un movimento che l’Angelo Lunare intercetta e ascolta. Non come un oggetto da descrivere, ma come una traiettoria simbolica: l’umanità che tenta di tornare verso il suo primo orizzonte cosmico, un passo avanti verso il ritorno sulla Luna e di mandare gli umani su Marte. La rappresento come un movimento, una traiettoria, un’energia.
D. L’Angelo Lunare sembra osservare, ma non intervenire. È così?
R. L’Angelo non è un agente. È un testimone. È la coscienza del cosmo che assiste al nostro tentativo di comprenderlo. Non guida, non protegge, non giudica. È una presenza che amplifica. È un varco.
D. Il romanzo trasforma il quadro in una narrazione cosmologica. Come vive questa trasposizione?
R. Come un’espansione naturale. Il quadro è un istante. Il romanzo è un’orbita. Sono due modi diversi di attraversare lo stesso campo di forze. L’immagine contiene già la storia; la storia non fa che dispiegare ciò che nell’immagine è compresso.
D. Il Transrealismo è spesso definito come un ponte tra realtà e percezione. È corretto?
R. È un ponte, sì, ma non tra realtà e percezione: tra realtà e presenza. La percezione è ancora troppo legata all’occhio. La presenza è ciò che resta quando l’occhio si ritira. Il Transrealismo lavora lì: nel punto in cui la forma non è più rappresentazione ma risonanza.
D. Che cosa spera che il lettore porti con sé dopo aver letto questo romanzo?
R. Una domanda. Non una risposta. Una domanda che non riguarda la Luna, né lo spazio, né la tecnologia. Una domanda che riguarda la luce. La luce che ci attraversa, che ci precede, che ci sostiene. Se il lettore vede prima il quadro e poi chiude il libro, sente che qualcosa continua a vibrare, allora il viaggio non è finito.
Salute
Chirurgia sempre meno invasiva: così la tecnologia salva la qualità della vita dell’uomo. Intervista al Dott. Stefano Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma
Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.
Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.
In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente. Intervista di Marialuisa Roscino
Stefano Signore: “La rivoluzione mininvasiva è oggi al servizio del paziente urologico”
Roma- Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.
Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.
In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente.
Dott. Signore, in Italia, si registrano circa 40.000 nuovi casi di tumore alla prostata ogni anno. A Suo avviso, qual è il principale ostacolo culturale che impedisce agli uomini di approcciare lo screening con la stessa regolarità delle donne?
L’ostacolo principale è un misto di tabù culturale, paura del giudizio ed errata percezione della propria salute. Per decenni, la figura maschile è stata condizionata dall’idea che chiedere aiuto o sottoporsi a un controllo clinico rappresentasse una forma di vulnerabilità. A questo, si aggiunge il timore storico del tutto ingiustificato, oggi nei confronti dell’esplorazione rettale e la paura di affrontare una diagnosi che nell’immaginario collettivo viene ancora associata alla perdita della virilità o della continenza.
Mentre la donna ha interiorizzato la cultura della prevenzione sin dall’adolescenza grazie alla ginecologia, l’uomo tende ad andare dall’urologo solo quando compaiono i sintomi. Ma nel tumore della prostata in fase iniziale, i sintomi spesso non ci sono. Per rompere questo muro dobbiamo fare capire che un prelievo per il PSA e una visita preventiva non minano la virilità, ma sono l’unico strumento concreto per tutelare la qualità e la durata della propria vita.
Lei ha concentrato gran parte della Sua attività sulla diagnostica precoce. Quali sono gli strumenti oggi a disposizione dello specialista che stanno realmente cambiando la storia clinica del paziente?
Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione della precisione. Il punto di svolta fondamentale è stata la Risonanza Magnetica Multiparametrica (mpRMI), che ci permette di visualizzare i tessuti prostatici con un dettaglio un tempo impensabile, individuando le lesioni sospette prima ancora di intervenire.
Grazie a queste immagini, oggi eseguiamo la cosiddetta biopsia fusion: una tecnica che sovrappone in tempo reale le immagini della risonanza con l’ecografia, permettendoci di guidare l’ago bioptico esattamente nel punto bersaglio con millimetrica precisione. Questo ha ridotto drasticamente le biopsie casuali o “a random “, azzerando i falsi negativi e limitando le sovradiagnosi di neoplasie indolenti. A questo, si affiancano i nuovi biomarcatori sierici e urinari di ultima generazione, che ci aiutano a stratificare il rischio prima ancora di indicare un percorso bioptico. La diagnosi precoce oggi non significa solo “trovare il tumore”, ma capire fin da subito quale tumore necessita di trattamento e quale invece, può essere semplicemente monitorato in sicurezza.
Quali sono i vantaggi tangibili, in termini di recupero funzionale e qualità della vita, per un paziente sottoposto a prostatectomia radicale mininvasiva rispetto al passato?
Il passaggio dalla chirurgia “a cielo aperto” alla laparoscopia e alla chirurgia robotica ha letteralmente riscritto il decorso post-operatorio. I vantaggi immediati sono la riduzione drastica delle perdite ematiche, del dolore post-operatorio e dei tempi di degenza: il paziente si alza dal letto spesso già il giorno dopo e torna a casa in tempi brevissimi.
Ma il vero cambio di passo risiede nel recupero funzionale. L’ingrandimento ottico ad altissima definizione e la precisione dei movimenti ci consentono di preservare con cura millimetrica le delicate strutture vascolo-nervose (sparing), responsabili dell’erezione e gli sfinteri deputati alla continenza urinaria. Non trattiamo più solo la malattia oncologica in sé, ma trattiamo l’uomo nel suo complesso, restituendolo alla sua quotidianità con un impatto minimo sulla qualità della vita.
Oggi si parla sempre più di chirurgia “focalizzata” e di tecnologie come l’ablazione laser (TPLA) o l’uso di modelli 3D. Come vede l’integrazione di queste frontiere all’interno di una struttura pubblica come l’Ospedale Sant’Eugenio?
L’integrazione di queste tecnologie nel servizio sanitario pubblico non è più un futuro ipotetico, ma una realtà in costante espansione. La ricostruzione tridimensionale dell’organo (modelli 3D organ-specific) ci permette di effettuare un vero e proprio “rendering” pre-operatorio, pianificando l’intervento sartorialmente sulla specifica anatomia del paziente.
Per quanto riguarda i trattamenti focalizzati, come l’ablazione laser TPLA o gli ultrasuoni focalizzati, essi rappresentano una risorsa straordinaria per casi altamente selezionati: ci permettono di “sterilizzare” la singola lesione tumorale risparmiando il resto della ghiandola prostatica sana. In una struttura come la nostra, inserire queste opzioni significa offrire una chirurgia su misura (tailored surgery): non una singola tecnica per tutti, ma la tecnologia giusta per quel singolo paziente e per la sua specifica classe di rischio.
Come sta cambiando il profilo del chirurgo di oggi, sempre più immerso in una realtà fatta di dati e immagini digitali, e quanto è importante l’affiancamento tecnologico rispetto all’esperienza manuale?
Il chirurgo moderno è diventato un professionista “ibrido”, capace di coniugare la manualità anatomica con l’interpretazione di flussi di dati digitali, simulazioni e console tecnologiche. È innegabile che l’avvento della robotica e dei sistemi digitali abbia aumentato la distanza “fisica” tra il chirurgo e il paziente in sala operatoria: non tocchi più i tessuti con le mani, ti trovi seduto a un visore a qualche metro dal letto operatorio.
Ma è proprio qui, che si gioca la vera partita culturale e deontologica. La tecnologia è un amplificatore straordinario dei nostri sensi e delle nostre abilità manuali, ma non potrà mai sostituire il giudizio clinico, l’empatia e la responsabilità. Più la macchina interpone una distanza fisica tra me e il paziente, più io devo accorciare la distanza umana. Il paziente non si affida a un braccio meccanico o a un algoritmo, ma al chirurgo che ha guardato negli occhi in ambulatorio, che gli ha spiegato il percorso e che sarà lì al suo risveglio. La tecnologia salva i tessuti, ma è la relazione d’aiuto che salva la persona.
Guardando ai prossimi anni, quale ritiene sarà il passo evolutivo definitivo che renderà la chirurgia mininvasiva lo standard quotidiano?
Il passo evolutivo definitivo sarà la democratizzazione e la piena sostenibilità della tecnologia, insieme a una formazione specialistica sempre più standardizzata. La chirurgia robotica e mininvasiva non deve rimanere una prerogativa di pochi centri d’eccellenza, ma diventare la norma accessibile a chiunque ne abbia bisogno all’interno del SSN.
L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale ci aiuterà nel supporto alle decisioni intraoperatorie in tempo reale, ma la vera sfida sarà di tipo organizzativo e formativo: creare scuole di chirurgia in grado di allenare i giovani urologi sui simulatori anziché direttamente sul paziente, per garantire standard di sicurezza elevatissimi. L’obiettivo finale non è celebrare la tecnologia per il gusto della novità, ma far sì che ogni paziente, varcando la porta dell’ospedale pubblico, trovi una cura precisa, mininvasiva e profondamente umana.
Cucina
In Abruzzo il primo distributore 24 ore su 24 di Arrosticini di Pecora
Redazione- Il profumo dei mitici Arrosticini, made in Abruzzo, sono il simbolo di una Regione, e da oggi diventano disponibili 24 su 24. Da oggi non serve più aspettare l’apertura della macelleria. A Villa Raspa di Spoltore, alle porte di Pescara, è comparso il primo distributore automatico di arrosticini d’Italia. È aperto 24 ore su 24 e vende anche salsicce e pallotte cac’e ova, tutte specialità abruzzesi pronte per finire direttamente sulla fornacella.
L’idea è dei fratelli Pompa, titolari di una macelleria a gestione familiare da oltre mezzo secolo. Dopo lo shop online e il servizio di consegna a domicilio, i Pompa hanno implementato l’offerta per venire incontro alle richieste sempre più numerose e “senza orario” della folta clientela. «A volte li vogliono anche a tarda sera o addirittura di notte. E così abbiamo pensato a uno shop refrigerato self service, per accontentare tutti» racconta uno dei titolari nel servizio trasmesso su RaiNews.
D’altronde, come specifica il giornalista, quello degli arrosticini è un giro d’affari di 450 milioni di euro, pari quasi a tutto il movimento economico che gira attorno a pecore e ovini in Italia, che dà lavoro a oltre 3000 persone in regione e raggiunge l’apice durante l’estate, quando in ogni angolo d’Abruzzo (ma pure oltreconfine) si accendono “fornacelle” a ogni ora del giorno e della notte, sulle terrazze e nei giardini privati, nei chioschi e in sagre e feste di paese. E cosi
in via Italia 64, a metà luglio 2026, è apparso l’erogatore refrigerato dalla cui vetrinetta sono visibili confezioni già pronte di arrosticini da cuocere, di pallotte cac’e ova da condire e di salsicce. Il cliente seleziona il prodotto desiderato, effettua il pagamento direttamente al distributore e ritira immediatamente la confezione, mantenuta alla temperatura corretta per garantire la conservazione della carne. L’iniziativa rappresenta un’evoluzione naturale per un’azienda che negli ultimi anni ha investito molto nell’innovazione senza perdere il legame con la tradizione. La Macelleria Pompa, infatti, porta avanti una storia di famiglia che va avanti da generazioni e oggi è conosciuta ben oltre i confini regionali grazie alla produzione artigianale di arrosticini e alla vendita online in tutta Italia.
In una regione dove l’arrosticino è religione, la nascita del distributore automatico assume tutte le sembianze di una piccola rivoluzione del business che probabilmente cavalcheranno in tanti.
Lifestyle
Lysa Noir rompe il rumore con “Blah Blah”: quando le parole degli altri diventano forza
Redazione- Ci sono canzoni che nascono per essere ascoltate e altre che riescono a trasformarsi in uno stato d’animo. “Blah Blah”, il nuovo singolo di Lysa Noir realizzato insieme al producer Nekø Michelin, appartiene a questa seconda categoria.
Il titolo richiama immediatamente il rumore di fondo fatto di giudizi, illusioni, promesse mancate e maldicenze. Ma il messaggio del brano è tutt’altro che arrendevole: è un invito a liberarsi dal peso delle parole inutili e a trasformare le ferite in una nuova consapevolezza.
Musicalmente il singolo si muove con naturalezza tra sonorità pop, influenze urban ed elettroniche. Il ritornello è immediato, resta impresso fin dal primo ascolto, mentre la produzione di Nekø Michelin conferisce al brano un’identità contemporanea, dinamica e internazionale. Un equilibrio ben riuscito tra leggerezza melodica e intensità emotiva.
Dietro “Blah Blah” c’è però molto più di una semplice canzone. C’è il racconto di una rinascita artistica e personale. Lysa Noir sceglie infatti di trasformare le delusioni in energia creativa, lasciando che la musica diventi il linguaggio attraverso cui raccontare la parte più autentica di sé.
Non è un caso che abbia scelto di aggiungere “Noir” al proprio nome d’arte.
“Per me Noir significa nero, sì. Ma è il nero delle emozioni più profonde. È l’oscurità delle note, delle cose che non dico a voce ma che riesco a cantare. È la parte mia più vera, quella che metto nelle canzoni.”
Una definizione che sintetizza perfettamente la direzione intrapresa dall’artista, sempre più orientata verso una scrittura personale e sincera.
Alla domanda sull’origine del brano, Lysa non nasconde il forte coinvolgimento emotivo.
“Blah Blah è nata da esperienze personali, da illusioni nel mondo della musica e da tradimenti da parte di persone a cui volevo bene. A volte chi pensi non ti deluderà mai è proprio chi ti ferisce di più.”
Ed è proprio questa autenticità a rendere il pezzo credibile. Non cerca scorciatoie né artifici narrativi: racconta una storia vissuta e la trasforma in una canzone che può appartenere a molti.
Determinante nel nuovo percorso è stato anche l’incontro con Nekø Michelin, oggi produttore e compagno di vita dell’artista.
“Mi ha insegnato a vivere la musica in modo puro, senza promesse vuote e senza secondi fini. Oggi mi sento finalmente me stessa.”
Una collaborazione che si riflette chiaramente anche nell’evoluzione del sound, reso ancora più incisivo dal lavoro tecnico del Red Knife Studio e dal percorso di crescita costruito insieme a LaLa LABEL, l’etichetta fondata da Sara Lauricella, che accompagna Lysa Noir in uno sviluppo artistico coerente e attento alla sua identità.
“Blah Blah” non anticipa, almeno per ora, un album o un EP. È un singolo autonomo, ma rappresenta soprattutto un nuovo punto di partenza. La sensazione è che Lysa Noir abbia trovato finalmente una direzione precisa, nella quale la ricerca musicale e quella personale procedono insieme.
Perché, a volte, il rumore delle parole degli altri può diventare la spinta necessaria per trovare finalmente la propria voce. E “Blah Blah” è proprio questo: il racconto di chi sceglie di smettere di ascoltare il rumore per iniziare ad ascoltare sé stessa.
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