Redazione- La caccia continua a perdere consenso in Italia e oggi, secondo un sondaggio commissionato dalla Fondazione Capellino all’Istituto Piepoli, quasi tre italiani su quattro ritengono che l’attività venatoria debba essere limitata drasticamente o addirittura abolita. È il dato politico e culturale più netto che emerge dall’indagine, che fotografa un Paese sempre meno vicino al mondo delle doppiette e sempre più sensibile ai temi della tutela animale, della biodiversità e della sicurezza nei territori.
I numeri delineano un orientamento molto chiaro. Per circa un italiano su tre, la caccia dovrebbe essere consentita solo in situazioni di emergenza, come il contenimento di specie invasive o di popolazioni animali considerate eccessive. Un ulteriore 14% ritiene che l’attività venatoria debba essere ridotta progressivamente fino a scomparire, mentre un italiano su quattro si dichiara favorevole all’abolizione completa. Sul fronte opposto, il 23% del campione pensa che la caccia debba rimanere regolamentata come oggi, mentre appena il 6% ne chiede un incentivo.
Un mondo sempre più ristretto e invecchiato
Il sondaggio conferma una tendenza che da anni attraversa il panorama venatorio italiano. Se negli anni Ottanta i cacciatori attivi erano quasi due milioni, oggi vengono stimati tra 600mila e 700mila, con una base composta in larga maggioranza da uomini e con un’età media sempre più alta. Molti appartengono infatti alla fascia degli over 60, mentre la distribuzione geografica continua a concentrarsi soprattutto in regioni come Toscana, Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia.
Questa trasformazione demografica racconta molto più di un semplice calo numerico. Segnala un cambiamento profondo nel rapporto tra società italiana, mondo rurale, tempo libero e sensibilità ambientale. La figura del cacciatore, un tempo più radicata nell’immaginario collettivo e nella vita delle campagne, appare oggi molto meno rappresentativa del sentire comune, soprattutto nelle generazioni più giovani e nei contesti urbani.
Il nodo della riforma e il timore per le specie protette
A rendere ancora più netto il fronte dei contrari è il dibattito attorno alla riforma della normativa venatoria. L’ipotesi che la caccia possa essere estesa anche a specie finora protette, come il lupo, ha contribuito ad aumentare la diffidenza dell’opinione pubblica. Secondo l’indagine, il 71% degli italiani guarda con disprezzo alla possibilità che alcune specie animali protette possano diventare bersaglio dei cacciatori. Solo il 4% si dice favorevole a una caccia senza limiti, mentre il restante 25% accetterebbe deroghe alle tutele solo in circostanze eccezionali, ad esempio in presenza di sovraffollamento o di danni rilevanti ad agricoltura e allevamento.
La percezione, dunque, è che l’attività venatoria non possa essere allargata senza conseguenze sul piano etico e ambientale. Ed è proprio questo uno dei punti più divisivi del confronto pubblico: da una parte chi parla di gestione faunistica e contenimento, dall’altra chi teme un arretramento nella protezione della fauna selvatica.
Aree protette, visori notturni e sicurezza: i motivi del no
Un altro dato significativo riguarda il grado di conoscenza della riforma. Un italiano su due afferma di essersi informato almeno in parte sul nuovo impianto normativo, mentre il 10% dice di averlo fatto in modo dettagliato. Una volta conosciuti i contenuti della proposta, però, il consenso cala sensibilmente: solo il 24% la considera necessaria, mentre il 76% si dichiara contrario.
Le ragioni del rifiuto sono legate soprattutto a quattro aspetti: tutela degli animali, protezione della biodiversità, sicurezza dei cittadini e promozione di un turismo naturalistico alternativo. Tra gli elementi che generano maggiore preoccupazione c’è la possibilità di estendere l’attività venatoria nelle aree naturali protette, nei boschi demaniali e nelle foreste, oltre all’uso di strumenti ottici e visori notturni. Per una parte ampia dell’opinione pubblica, si tratta di un confine che non dovrebbe essere superato.
Cresce anche la disponibilità a mobilitarsi
Il sondaggio segnala inoltre una disponibilità molto alta alla mobilitazione civile. Il 77% degli italiani si dice pronto a firmare una petizione per fermare o abolire la caccia. Un dato che trova un primo riscontro nella raccolta firme lanciata dal Wwf, già arrivata a oltre 223mila adesioni. Anche questo elemento racconta un cambiamento importante: il tema non resta confinato agli addetti ai lavori o alle associazioni di settore, ma entra sempre più nel dibattito pubblico come questione culturale, ambientale e politica.
A più di trent’anni dalla legge quadro che regola l’attività venatoria, il confronto sulla caccia torna quindi al centro con una novità evidente: la maggioranza del Paese non sembra più identificarsi con il modello delle doppiette come tradizione da difendere. E se una riforma della normativa può apparire inevitabile per ragioni tecniche e gestionali, il clima sociale che emerge da questa indagine suggerisce che qualsiasi intervento dovrà fare i conti con un’opinione pubblica sempre più distante dal mondo venatorio.