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Cultura

L’AQUILA SI ACCENDE PER LA “NOTTE BIANCA DELLE CULTURE”: DA LICIA COLÒ ALL’INTERNAZIONALIZZAZIONE UNIVERSITARIA NEL CENTRO STORICO

L’Aquila si prepara a una “Notte Bianca delle Culture” ricca di eventi! Questo sabato 6 giugno, Licia Colò, l’Università dell’Aquila e una costellazione di artisti animeranno il centro storico in vista di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. #LAquila2026 #NotteBiancaCultura #UnivAQ #LiciaColo

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L'AQUILA SI ACCENDE PER LA "NOTTE BIANCA DELLE CULTURE": DA LICIA COLÒ ALL'INTERNAZIONALIZZAZIONE UNIVERSITARIA NEL CENTRO STORICO

Redazione-  L’Aquila si prepara a vivere un sabato all’insegna del dialogo e dell’internazionalizzazione: il prossimo sabato 6 giugno, il centro storico ospiterà la prima edizione della “Notte Bianca delle Culture”. Questa iniziativa, che conclude la settima edizione del Festival delle Culture, si inserisce nel più ampio percorso verso L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Dalle 15:30 fino a mezzanotte, la città diventerà un laboratorio a cielo aperto con 17 appuntamenti e il coinvolgimento di 14 partner, mettendo al centro la sinergia con l’Università degli Studi dell’Aquila (UnivAQ) e ospitando figure di spicco come Licia Colò.

La manifestazione è stata presentata al Palazzetto dei Nobili, dove è stata evidenziata la collaborazione strategica tra il Festival delle Culture e UnivAQ. L’ateneo aquilano ha integrato nell’evento un significativo progetto europeo, il Blended Intensive Program (BIP) Erasmus Plus, parte dell’alleanza universitaria EULiST (European Universities Linking Society and Technology). Il programma ha portato in residenza all’Aquila 22 studenti internazionali e due docenti provenienti da cinque atenei partner in Spagna, Svezia, Slovacchia, Germania e Grecia, arricchendo il tessuto cittadino con prospettive globali.

Federico Vittorini, promotore dell’iniziativa, ha sottolineato l’importanza di queste sinergie: “Per questa manifestazione abbiamo attivato diverse collaborazioni, con l’Università dell’Aquila la più rilevante. Questi 22 ragazzi da cinque atenei europei animeranno le vie del centro, portando il racconto di tante culture dal mondo.” Anche Ersilia Lancia, assessore al Turismo e alle Politiche Giovanili, ha rimarcato il valore civico del progetto: “È il racconto più bello e autorevole della nostra città, quello su cui dobbiamo puntare. L’Aquila ha bisogno di essere sempre più conosciuta e scelta da studenti e turisti.”

Doriana Scarsella, coordinatrice locale dell’alleanza EULiST per UnivAQ, ha espresso apprezzamento per il coinvolgimento dell’università, sottolineando la rilevanza strategica: “La presenza dell’Università qui oggi dimostra come l’Ateneo sia parte integrante del tessuto cittadino, ponendosi al servizio e in costante collegamento con la società civile. I Blended Intensive Programs sono uno strumento di mobilità flessibile nell’ambito dell’alleanza EULiST, pilastro della nostra strategia di internazionalizzazione. Questo progetto è l’inizio di un percorso che ci auguriamo possa strutturarsi in collaborazioni stabili.” La coordinatrice ha ringraziato anche i docenti Maria Giulia Vinciguerra, Gabriele Curci e Spinosa, il Dipartimento di Scienze Umane e Laura Guardiani dell’Ufficio Relazioni Internazionali per il loro supporto. Il professor Gabriele Curci ha aggiunto che il programma è stato modulato per rendere duraturo il lavoro degli studenti, i cui risultati saranno presentati alla cittadinanza durante la “Notte Bianca”.

Uno degli appuntamenti più attesi sarà la conferenza di Licia Colò, “Viaggiare per andare verso l’Altro”, in programma alle ore 17:00 all’Auditorium del Parco. La conduttrice televisiva guiderà il pubblico attraverso la sua esperienza di viaggiatrice, trasformando il racconto in una riflessione profonda sulla figura dell'”Altro”. Il viaggio, nella sua visione, diventa un mezzo per superare la paura del diverso e scoprire nella varietà culturale una risorsa preziosa per arricchire l’umanità. Questo incontro, intimo e d’ispirazione, si propone come uno dei momenti centrali per abbattere le distanze attraverso la conoscenza reciproca.

Il programma si articola attraverso numerose collaborazioni con istituzioni e librerie cittadine. La Fondazione Giorgio de Marchis offrirà visite guidate alla mostra sul Teatro Nō giapponese, a cura del Presidente Fabio Massimo Fioravanti. Il Museo MAXXI L’Aquila proporrà una visita guidata speciale in lingua inglese. Le librerie Polarville, Libera mia e Colacchi, il Laboratorio Radici e l’associazione Spazio Rimediato contribuiranno con eventi collaterali, letture e percorsi tematici.

La “Notte Bianca delle Culture” sarà anche un viaggio sonoro globale. Musicisti itineranti animeranno le strade del centro storico con generi diversi: dai canti popolari abruzzesi dei Discanto al folk irlandese degli Eoan O’Dean, dalle contaminazioni mediterranee di Vlada Shamova e Fabio Iuliano alle atmosfere d’oltreoceano dei Refusi, fino al repertorio dei Mikorizo che spazierà tra tarantelle e brani tradizionali balcanici, greci, mediorientali e sudamericani. La serata culminerà all’Auditorium del Parco con il concerto dell’Orchestra Policulturale di Piazza Palazzo, che proporrà successi di musica leggera, popolare e internazionale. Il locale I due Magi ospiterà la jam di chiusura, un momento di convivialità che unirà cibo e musica in un’improvvisazione aperta a tutti, suggellando lo spirito di festa e integrazione dell’evento.

Contribuiranno anche il CiPenso Festival, con la presentazione del libro “La bianca scienza” di Marco Boscolo, il gruppo di lettura “Aquilibri” con la scrittrice Maria Grazia Lopardi, e l’associazione ESN Aquilasmus con un karaoke internazionale. Il programma completo, con possibilità di prenotazione, è disponibile sul sito www.laquilafilmfestival.it.

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Cultura

La voce di Egla in Addio silenzio: la fenomenologia dell’abuso familiare nel testo di Menda Vreto

🚨 LA VOCE DI EGLA: L’ANATOMIA DELL’ABUSO IN “ADDIO SILENZIO” DI MENDA VRETO”Il silenzio non salva, il silenzio distrugge”. Nel secondo capitolo della potente disamina del libro “Addio silenzio”, la scrittrice Menda Vreto dà voce direttamente a Egla in un racconto in prima persona che squarcia il velo sulla violenza psicologica e d’ambiente. Un matrimonio in giovane età, 300 chilometri di distanza dalla famiglia d’origine e l’assenza totale di telefoni diventano le premesse per un isolamento assoluto. 📖🔒Il testo rivela una verità inquietante: la minaccia non proviene dall’interno della coppia, ma dalle frange tossiche della famiglia allargata. Tra aggressioni fisiche alla luce del giorno, tentativi di pubblica umiliazione e ronde notturne attorno alle mura domestiche, Egla affronta un anno di terrore che ne logora il corpo e l’anima. Una testimonianza cruda e dolorosa che mostra come la rottura dell’omertà e la solidarietà dei vicini siano gli unici canali per riappropriarsi della vita e della propria dignità. 🕊️✨👇 Quanto incide l’isolamento geografico nella difficoltà di denunciare i soprusi familiari? Scrivilo nei commenti.#AddioSilenzio #MendaVreto #TestimonianzaEgla #NoAllaViolenza #ViolenzaPsicologica #DirittiDelleDonne #Resilienza #CriticaLetteraria

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MENDA-VRETO

Roma – La letteratura contemporanea focalizzata sulle dinamiche traumatiche della violenza intrafamiliare si arricchisce di una nuova, dolorosa e profonda testimonianza biografica attraverso le pagine del libro “Addio silenzio” di Menda Vreto. Il testo, strutturato come una prima persona narrante che dà corpo e voce alla protagonista Egla, si configura come un’autentica anatomia della sottomissione e del riscatto psicologico. La narrazione supera i confini del memoir per diventare un saggio sociologico sulla condizione femminile nelle realtà rurali e patriarcali, dove il matrimonio viene storicamente codificato non come un’unione elettiva, ma come uno strumento di “sistemazione” sociale volto a placare il giudizio della comunità. Egla analizza il proprio passato non per rivendicare un ruolo di vittima inerme, ma per decostruire analiticamente quel meccanismo perverso in cui il silenzio, inizialmente adottato come scudo protettivo e razionale, si trasforma progressivamente in una prigione invisibile capaci di logorare l’identità, la dignità e la stessa percezione della realtà oggettiva.

La distanza geografica e l’illusione della protezione intellettuale

Il percorso esistenziale di Egla comincia con una frattura radicale: un matrimonio precoce che comporta il trasferimento a trecento chilometri di distanza dalla casa natale e dalle figure genitoriali. In un’epoca caratterizzata dall’assenza di comunicazioni telefoniche immediate, questa distanza geografica si traduce in una condizione di isolamento assoluto. La scrittrice descrive con straordinaria lucidità il peso di quei chilometri, misurati non sulle carte topografiche, ma in senso di vuoto e di abbandono permanente. Egla, nonostante il conseguimento della laurea universitaria, scopre a proprie spese l’inefficacia dello status intellettuale come scudo morale contro la prevaricazione: il sapere accademico e la rettitudine dell’educazione non costituiscono una barriera automatica contro la ferocia umana. La figura del marito, descritto come un uomo apparentemente gentile, colto e privo di istinti violenti, introduce un elemento di profonda asimmetria nella trama: la minaccia non proviene dall’interno della coppia, ma si manifesta attraverso le frange tossiche del nucleo familiare allargato, i cui legami di sangue sono avvelenati da un’ostilità ingiustificata e distruttiva.

La metamorfosi dello spazio domestico: la prima aggressione estiva

La violenza si palesa fin dai primi giorni successivi alle nozze, quando il fratello del coniuge e la consorte varcano la soglia di casa intimando a Egla di abbandonare l’abitazione, definendola un’estranea. Questa intrusione avvia un processo di destrutturazione psicologica che trova il suo culmine drammatico durante una giornata estiva, sotto una luce accecante che amplifica il senso di vulnerabilità della protagonista. Mentre è intenta nello svolgimento delle mansioni domestiche all’esterno, Egla viene colpita violentemente alla nuca e minacciata di subire il taglio coatto dei capelli, un atto ancestrale volto alla pubblica umiliazione e alla cancellazione della femminilità. Il silenzio complice dei vicini di casa, testimoni passivi dell’aggressione, e l’impossibilità di muoversi della suocera malata costringono Egla a una solitudine estrema. Il testo della narrazione originale evidenzia con drammatica precisione la scomposizione emotiva della vittima dinanzi alla gratuità del male organizzato:”);

MI CHIAMO EGLA
DAL LIBRO DI MENDA VRETO

Racconto la mia storia non perché il dolore sia finito, ma perché ha smesso di restare in silenzio. Per troppo tempo l’ho portato dentro, nascosto tra sorrisi che non sentivo miei, tra lacrime che scendevano di nascosto, tra le notti fredde, tra le lenzuola di un letto che avrebbe dovuto essere rifugio ma che invece si era trasformato in prigione. Il silenzio mi sembrava protezione; il silenzio mi sembrava scudo; il silenzio mi sembrava l’unica via per preservare qualcosa di me. Ma il silenzio non salva. Il silenzio distrugge. Lo capii ogni volta che il mio cuore si stringeva, ogni volta che la notte calava e non c’era nessuno con cui parlare, nessuno che potesse assistere al lento disfacimento di me stessa.
Mi sono sposata troppo giovane. Così giovane che ignoravo cosa significasse davvero lasciare casa, lasciare coloro che mi avevano cresciuta, lasciar andare le mani che mi avevano cullata da bambina e parlare con loro come se fossi adulta, come se non avessi più bisogno di protezione. Mi sono sposata lontano, quasi trecento chilometri dai miei genitori, e nella mia mente quei chilometri non erano misurabili solo sulla carta geografica, ma in solitudine, in senso di vuoto, in sensazione di assenza permanente. Ogni chilometro che mi separava da loro era come una pietra caduta nel mio petto, come se ogni passo verso la nuova casa fosse un passo verso l’ignoto più oscuro.
Non c’erano telefoni. Non potevo chiamarli quando avevo paura, quando stavo male, quando sentivo che qualcosa non andava. Li vedevo forse una volta all’anno, forse anche meno, per motivi economici che non potevano essere elencati a voce alta perché la vergogna di ammettere che non potevo permettermelo mi avvolgeva ogni volta come un manto di piombo. E così, in quella condizione di distanza che non era solo fisica ma anche esistenziale, iniziai a sentire il primo vero tremito della mia anima.
Da noi si diceva che sposare una figlia fosse “sistemarla”. Non importava dove, non importava come. Bastava un tetto e un pezzo di pane. E così si chiudevano le bocche degli altri, così si spegnevano i loro sguardi giudicanti, così si diceva a tutti che oramai ero una donna sposata e quindi felice per forza. Io però avevo studiato, avevo finito l’università, e credevo ingenuamente che questo avrebbe cambiato la mia vita, che uno studio potesse costituire una sorta di protezione morale, di barriera invisibile contro ogni male. Credevo, ingenuamente, che il sapere potesse garantire rispetto, dignità, felicità. Eppure, scoprii presto che il sapere non ripara il cuore, e che persino le menti più illuminate possono essere avvolte dall’oscurità più totale.
Mio marito era un uomo bello, alto, con capelli ricci e scuri, occhi profondi e gentili. Nei suoi gesti c’era sempre una cortesia palpabile, nei suoi modi una dolcezza che sembrava fuori posto in un mondo così crudo. Mi amava, diceva. Mi rispettava, diceva. In lui non c’era violenza. Non c’era alcuna ombra di ferocia. Ma la violenza non arriva sempre da chi ti sta accanto. A volte arriva da chi varca la porta, da chi dovrebbe essere famiglia, da chi ti è vicino solo per sangue, e in quel sangue scorre un veleno che non si vede ma che ti scava dentro come una malattia incurabile.
Il giorno del matrimonio mancava qualcuno. Io lo sapevo: mio marito aveva un fratello, ma non era stato invitato. Non feci domande. Ero nuova, timida, insicura. La mia voce, ancora fragile, non avrebbe potuto resistere alla pesantezza di una spiegazione. Non avrei mai immaginato che quel giorno avrebbe segnato l’inizio di un inferno che si sarebbe insinuato in ogni fibra del mio essere.
Il secondo giorno sentirono bussare alla porta.
Mi inchinai, como mi avevano insegnato, in segno di rispetto. Quell’atto che per tutti sembrava naturale, per me era un gesto carico di ansia, perché non riuscivo a capire cosa stesse per accadere, quale nube stesse per calare sulla mia esistenza. Davanti a me, il fratello di mio marito e sua moglie. Non c’era tempo per parole di cortesia. “Che ci fai qui?” dissero, con una risata che feriva più delle mani. Le loro voci non erano semplici parole: erano colpi invisibili, lame che penetravano uno dopo l’altro nella mia psiche fragile. Quando se ne andarono, lasciarono una frase come un coltello: “Devi andare via. Questo non è il tuo posto.”
Quella frase non fu solo una frase. Fu un’eco che rimbombò in ogni angolo della mia mente. Quante volte, da bambina, mi avevano detto che non ero nel mio posto quando provavo qualcosa? Quante volte il mondo mi aveva fatto sentire estranea, indesiderata? E ora quella frase, pronunciata con leggerezza, si impresse sulle pareti del mio cuore come una condanna.
Chiesi a mia suocera. Lei diventò rossa, abbassò lo sguardo, e disse:
“Egla, è troppo presto. Prima dobbiamo conoscerci. Lascia perdere loro… ma non dire niente a tuo marito.”
Quelle parole scivolarono sulle mie spalle come un peso insopportabile. Tacqui, pensando che il silenzio potesse proteggermi. Ma il silenzio si trasformò presto in gabbia, in prigione invisibile, in una specie di lenta combustione interna che bruciava tutto, persino i miei pensieri più segreti.
Due giorni dopo tornarono. Era estate. Il sole era alto, la luce accecante, e quella luce paradossalmente non mi riscaldava: mi bruciava, mi metteva a nudo, mi faceva sentire ogni mio dubbio, ogni mia paura, ogni mia insicurezza. Stavo lavando i panni fuori, con l’acqua fresca che scoloriva sulle mie mani, eppure il mio cuore era gelido. Pensavo che il ritmo di quel gesto semplice potesse calmarmi, come se lavare potesse lavare via anche il mio timore. Ma non fu così.
Un colpo violento mi colpì alla nuca.
Dolore acuto, improvviso. Urlai, non tanto per il dolore, ma perché non riuscivo a comprendere quel gesto, quella follia gratuita. Urlavano: “Vai via! Vai via da qui!”
Io non capivo. Non li avevo mai visti prima. Non avevo fatto nulla per meritare quell’ira cieca. Ma la violenza non si basa su ragione o causa: la violenza si nutre di sé stessa, cresce come un cancro. La moglie urlava: “Tagliale i capelli! Lasciatela pelata!” come se l’umiliazione potesse diventare forma di dominio. I vicini sentirono, ma nessuno intervenne. Nessuno.

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Cultura

“Addio Silenzio” di Menda Vreto: la forza di Egla oltre la violenza domestica

🚨 LETTERATURA E DIRITTI: IN LIBRERIA “ADDIO SILENZIO” DI MENDA VRETOUna testimonianza potente, analitica e necessaria che rompe il muro dell’omertà domestica. Nel suo nuovo libro “Addio silenzio”, la scrittrice Menda Vreto ricostruisce con straordinaria sensibilità e rigore la storia di Egla, una donna colta e determinata che si ritrova imprigionata nel labirinto della violenza psicologica e dell’abuso tra le mura di casa. 📖🔒Attraverso un percorso doloroso ma profondamente liberatorio, l’opera esamina la transizione dal silenzio — vissuto ingannevolmente come scudo — alla parola, intesa come unico strumento di riscatto e dignità civile. Egla sceglie di parlare non per rimanere legata al passato, ma per lanciare un messaggio universale a chiunque si senta senza via d’uscita: la colpa appartiene solo a chi ferisce, e spezzare la prigione dell’isolamento è il primo passo per rinascere. 🕊️✨👇 Quanto pensi sia importante la testimonianza scritta per aiutare le vittime di violenza psicologica? Dicci la tua nei commenti.Leggi la nostra recensione critica completa e l’estratto del testo nell’articolo.#AddioSilenzio #MendaVreto #Egla #ViolenzaDiGenere #NoAllaViolenzaSulleDonne #LetteraturaSociale #RecensioneLibro #ResilienzaFemminile

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Menda VRETO

Roma – Nel panorama editoriale contemporaneo, la letteratura sociale e memorialistica si configura sempre più come uno strumento d’indagine sociologica e civile, capace di squarciare il velo di ipocrisia che spesso avvolge le dinamiche relazionali più oscure della nostra società. Il nuovo libro della scrittrice Menda Vreto, intitolato “Addio silenzio”, si inserisce con prepotenza in questo filone, offrendo una disamina analitica e profonda della violenza di genere e del trauma psicologico attraverso il racconto biografico. L’opera narra le vicende di Egla, una figura emblematica che incarna la parabola di migliaia di donne intrappolate nel labirinto dell’abuso domestico e della coercizione psicologica. Il saggio narrativo della Vreto supera la semplice cronaca del dolore per trasformarsi in uno studio fenomenologico sul meccanismo del silenzio, inteso prima come fallace scudo protettivo e, successivamente, come prigione invisibile da abbattere attraverso la rivendicazione della parola e la denuncia pubblica.

La deterritorializzazione affettiva e l’illusione del focolare domestico

La biografia intellettuale ed emotiva di Egla comincia con un atto di speranza comune a molti percorsi migratori ed esistenziali: il distacco dalla casa natale per edificare un nuovo nucleo familiare fondato sui valori del rispetto reciproco e della crescita culturale. Egla, donna colta e strutturata, affronta la distanza geografica e affettiva dai propri cari confidando nella solidità dei propri strumenti educativi, considerati erroneamente come un’armatura impenetrabile contro le miserie della prevaricazione. Il testo evidenzia con grande lucidità come la violenza non si manifesti quasi mai in forma immediata ed eclatante, ma si insinui capillarmente attraverso una strategia di micro-aggressioni verbali e svalutazioni costanti. L’abitazione, storicamente concepita come rifugio e presidio di sicurezza, subisce una metamorfosi strutturale, tramutandosi in uno spazio ostile dove la paura ridefinisce i confini della quotidianità e isola la vittima all’interno di un perimetro di costante allerta psicologica.

La fenomenologia del silenzio e il peso del ricatto emotivo

L’apporto più significativo del volume di Menda Vreto risiede nell’analisi dettagliata del silenzio condotto dalla protagonista. La scelta di non verbalizzare il sopruso non deriva da una passiva accettazione, bensì da un complesso intreccio di fattori psicologici e sociali: il desiderio di proteggere l’onore e la serenità della famiglia d’origine, il timore di non essere creduta e la vergogna sociale indotta dal manipolatore (gaslighting). Questo silenzio, inizialmente adottato come tattica di sopravvivenza per evitare l’escalation del conflitto, finisce per ritorcersi contro la vittima stessa, erodendone progressivamente l’autostima e la percezione della realtà. Il libro dimostra come la rottura di questo isolamento rappresenti l’atto più rivoluzionario e rischioso del percorso di fuoriuscita dalla violenza, una transizione cruciale in cui la parola cessa di essere un veicolo di sofferenza e si trasforma in uno strumento di emancipazione giuridica e umana. Di seguito viene riportata l’architettura testuale della narrazione originale:”);

ADDIO SILENZIO
LIBRO DI MENDA VRETO

La storia di Egla: il viaggio di una donna dalla paura alla libertà di raccontare
Ci sono storie che per anni rimangono chiuse dentro una persona. Storie che non vengono raccontate non perché siano dimenticate, ma perché il dolore a volte è troppo grande per essere trasformato in parole.
Questa è la storia di Egla.
Una donna che ha conosciuto la solitudine, la paura e il peso di un silenzio che sembrava non avere fine. Una donna che per molto tempo ha nascosto le proprie ferite dietro un sorriso, cercando di proteggere gli altri mentre dentro di sé combatteva una battaglia che nessuno poteva vedere.
Oggi Egla sceglie di raccontare. Non perché il passato sia sparito, ma perché ha capito che ciò che viene taciuto può continuare a fare male. La sua voce diventa un messaggio per chi vive situazioni difficili e pensa di non avere una via d’uscita.
Una nuova vita lontano da casa
Egla era giovane quando lasciò la casa della sua famiglia per iniziare un nuovo capitolo della sua vita.
Como accade a molte persone, partì con sogni semplici: costruire una famiglia, trovare serenità, sentirsi amata e rispettata. Aveva studiato, aveva fatto progetti per il futuro e credeva che la conoscenza, l’educazione e il desiderio di fare il bene potessero essere una protezione contro le difficoltà della vita.
Lasciare la propria famiglia, però, non fu facile.
La distanza non era soltanto una questione di chilometri. Era la mancanza di una presenza familiare nei momenti di paura, l’assenza di una voce amica a cui raccontare ogni dubbio, ogni tristezza, ogni momento difficile.
Egla cercava di essere forte. Pensava che diventare adulta significasse anche imparare a sopportare.
Ma nessuno dovrebbe essere costretto a sopportare il dolore in silenzio.
Quando la casa smette di essere un rifugio
All’inizio Egla cercava di comprendere ogni situazione. Non voleva giudicare, non voleva creare conflitti. Pensava che con il tempo le persone avrebbero potuto conoscersi meglio e che molte difficoltà sarebbero svanite.
Ma alcune sofferenze non arrivano all’improvviso.
Iniziano lentamente.
Prima con parole che feriscono. Poi con atteggiamenti che fanno sentire una persona fuori posto. Poi con la paura che entra nella vita quotidiana e prende spazio nei pensieri.
Egla iniziò a sentirsi sempre più sola. Cercava di convincersi che fosse soltanto un periodo passeggero, che presto sarebbe cambiato qualcosa.
Continuava a vivere, a sorridere davanti agli altri, a svolgere le sue responsabilità.
Ma dentro di lei qualcosa si stava spegnendo.
Il peso del silenzio
Egla non raccontava quello che stava vivendo.
Non perché non soffrisse.
Al contrario, soffriva così tanto che trovare le parole sembrava impossibile.
Aveva paura di far soffrire la sua famiglia, paura delle conseguenze, paura che nessuno potesse comprendere davvero ciò che stava attraversando.
Così scelse il silenzio.
Per un periodo pensò che tacere fosse un modo per proteggersi. Pensava che evitando discussioni e nascondendo il dolore avrebbe potuto salvare almeno un po’ di tranquillità.
Ma con il tempo capì una verità difficile: il silenzio non sempre protegge.
A volte il silenzio diventa una prigione invisibile.
Una prigione dove una persona inizia a dubitare di sé stessa, della propria forza e persino del proprio diritto a stare bene.
Il momento in cui tutto cambia
Nella vita di Egla arrivò un momento in cui comprese che non poteva più continuare così.
La paura aveva occupato troppo spazio. Il dolore aveva tolto troppa energia. La sua vita non poteva essere soltanto una continua attesa del prossimo momento difficile.
Chiedere aiuto fu un passo enorme.
Raccontare significò affrontare ricordi dolorosi, pronunciare parole rimaste nascoste troppo a lungo e accettare che ciò che era accaduto aveva avuto un peso reale.
Ma proprio attraverso quelle parole Egla iniziò a ritrovare sé stessa.
Perché raccontare una ferita non significa rimanere legati al dolore.
Significa認識la propria storia e riprendersi la propria voce.
Una domanda senza risposta
Ancora oggi Egla si chiede da dove potesse nascere tanta violenza.
Si domanda come sia possibile che una persona possa causare sofferenza a un’altra senza vedere le conseguenze delle proprie azioni.
Non tutte le domande trovano una risposta. Alcuni comportamenti rimangono difficili da comprendere e nessuna spiegazione può cancellare il dolore vissuto.
Ma Egla ha imparato che cercare un motivo non deve trasformarsi in un’altra prigione.
La responsabilità appartiene a chi sceglie di ferire, non a chi subisce.
La forza di una nuova voce
La storia di Egla non è soltanto una storia di sofferenza.
È anche una storia di resistenza.
È la storia di una donna che ha attraversato momenti bui e che, nonostante tutto, ha trovato la forza di guardare avanti.
Raccontare significa ricordare che dietro ogni persona che soffre c’è una vita, una dignità, una voce che merita di essere ascoltata.
Egla oggi non vuole essere definita soltanto dal dolore che ha vissuto.
Vuole essere ricordata per il coraggio di aver parlato.
Perché nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a vivere nella paura.
Perché ogni voce ha valore.
E questo è il suo addio al silenzio.

La responsabilizzazione dell’abusante e l’etica della testimonianza

Nelle pagine finali del libro, la riflessione di Menda Vreto si sposta su un piano prettamente etico e filosofico, affrontando l’annosa questione dell’incomprensibilità della violenza interpersonale. Egla rinuncia alla ricerca ossessiva di una giustificazione razionale per i patimenti subiti, comprendendo che il tentativo di decodificare la mente dell’abusante rischia di tramutarsi in una nuova forma di subordinazione psicologica. L’opera sancisce un principio cardine della moderna vittimologia: la responsabilità del danno appartiene esclusivamente a chi sceglie deliberatamente di colpire, sollevando la vittima da qualsiasi senso di colpa atavico. “Addio silenzio” si configura in definitiva non come un diario di vittimismo, ma come un pilastro di resistenza civile. La testimonianza di Egla, spogliata della retorica della fragilità, diventa un manifesto politico per l’autodeterminazione delle donne, ricordandoci che la dignità umana e la sicurezza personale si difendono riappropriandosi dello spazio pubblico e collettivo della parola.

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Cultura

“La Megera Psicopatica”: l’analisi del testo satirico di Maria Teresa Liuzzo

🚨 LETTERATURA E SATIRA SOCIALE: LA NUOVA OPERA DI MARIA TERESA LIUZZOUn viaggio ritmico e graffiante tra i vizi, le ipocrisie e i ricatti della società contemporanea. Nella sua ultima opera “La megera psicopatica”, la poetessa Maria Teresa Liuzzo recupera la struttura della filastrocca per lanciare una potente denuncia contro la manipolazione psicologica, il servilismo e i tentativi di censura intellettuale. 🖋️🎭Mescolando icone della cultura popolare (da Topo Gigio a Calimero) a grandi archetipi storici come la Monaca di Monza, il testo scava a fondo nelle dinamiche di chi muove gli individui come pedine sacrificabili, svelando l’inganno di chi si ammanta di una falsa luce per nascondere un’anima nera. Un’analisi spietata ma necessaria sulla libertà di espressione e il coraggio di non lasciarsi abbindolare. 📖💡👇 Cosa ne pensi dell’uso della poesia satirica come strumento di denuncia sociale? Scrivilo nei commenti!Leggi il testo integrale del componimento e la nostra recensione critica.#MariaTeresaLiuzzo #LaMegeraPsicopatica #PoesiaItaliana #SatiraSociale #CriticaLetteraria #LibertàDiEspressione #CulturaContemporanea

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Maria Teresa Liuzzo

Reggio Calabria – Nel variegato panorama della produzione letteraria contemporanea, la forma della filastrocca e del componimento in rima viene spesso recuperata non come mero esercizio ludico o infantile, ma come un affilato strumento di critica sociale, di satira di costume e di decostruzione dei vizi umani. In questo alveo espressivo si colloca l’ultima opera della poetessa e scrittrice Maria Teresa Liuzzo, intitolata “La megera psicopatica”. Il testo si configura come un torrenziale flusso di coscienza ritmico, in cui la combinazione di figure della cultura pop, archetipi storici e metafore popolari disegna un quadro grottesco e spietato delle dinamiche di potere, manipolazione e sottomissione intellettuale che inquinano i rapporti interpersonali e i circuiti della comunicazione odierna. Attraverso un lessico volutamente polifonico, l’autrice analizza la figura della “megera”, intesa come allegoria di un’autorità tossica e coercitiva che riduce gli individui a semplici pedine da muovere su una scacchiera di ambizioni personali e invidie distruttive.

Il sincretismo metaforico e le citazioni popolari nel testo della Liuzzo

L’analisi strutturale del componimento evidenzia una densità citazionale di grande interesse, dove elementi della tradizione cinematografica e televisiva italiana – come Sbirulina, Topo Gigio e Calimero – si fondono con richiami letterari alti e toponimi simbolici, dalla “cecata di Sorrento” alla drammatica evocazione della “monaca di Monza”. Questo sincretismo linguistico permette a Maria Teresa Liuzzo di demistificare la gravità del ricatto morale, trasformandolo in una farsa ritmica che ne svela l’intrinseca meschinità. I “ratti” elevati a rango di giullari cortigiani e l’esplicita accusa di ignavia richiamano dinamiche di servilismo che annullano la dignità dell’uomo, costretto a “scodinzolare” dinanzi alla minaccia dell’oscuramento e del boicottaggio digitale e intellettuale. Di seguito si propone la lettura integrale del testo poetico oggetto dell’analisi:

LA MEGERA PSICOPATICA
FILASTROCCA DI MARIA TERESA LIUZZO

Sbirulina come il vento, la ”cecata di Sorrento”.
Un cerchio alla botte ed uno al vino
tira l’acqua al suo mulino.
Che disastro che diluvio,
sarà l’Etna o il Vesuvio?
Menestrello alla buon’ora che suonava la mandòla.
Topo Gigio impenitente è Nettuno col tridente.
Sarà falso sarà vero,
chi è la Donna del Mistero
che sposa Gesù nel monastero?
La megera è in una pozza,
la mozzarella arriva in carrozza.
Topo Gigio è impertinente, deleteria è la sua cotta:
ama il rischio e la ricotta!
Poverino è sotto scorta.
”Non tradirmi mare nero”
non trasformarmi in Calimero!
Che tragedia che sfortuna,
pure il tapiro scappò sulla luna.
La megera maledetta continuò la sua vendetta.
”Non sei altro che un ignavo,
sei e resterai un mio schiavo.
Un ovetto c’è per te
dalla megera coccodè.
Contagiosa la megera
è davvero un’anima nera.
Poveri ”Cristi ” le sue pedine,
lei la marcia lestofante
li manda in guerra come fanti:
dall’invidia consumata, dagli stupidi osannata,
la megera psicopatica!
”Non la devi pubblicare
intima ai ”ratti” suoi giullari.
No, lei no!
Mi ha fatto male
non si è fatta abbindolare,
no, lei no, sul tuo portale!
Chiudi e oscura l’altra ”porta”
lascia a me una grande sosta.
Il mio cuore è troppo amaro,
sii anche tu il mio somaro!
Gioca bene le tue carte
so che a te piace il ”latte”.
La mia faccia come suola
ti darò la mia figliola.
Amo il tuo scodinzolare
col mio verso devi andare.
Lancia pure la tua lenza,
son la monaca di ”Monza”.
Io decido la tua sorte, gioca bene le tue carte:
obbedisci o son ricatti!
Ho preso un grande abbaglio
sarò presto il suo bersaglio.
A noi in tenebre ci riduce
il suo abito è la LUCE!

La dinamica del ricatto editoriale e l’inganno della falsa luce

La seconda metà della filastrocca si focalizza su una tematica stringente e di forte denuncia: il tentativo di censura e il controllo dei canali informativi (“Chiudi e oscura l’altra ‘porta’ / lascia a me una grande sosta”). Attraverso l’uso del discorso diretto incorporato, la Liuzzo dà voce all’antagonista, svelandone i meccanismi di manipolazione psicologica (il gaslighting e il ricatto affettivo) e lo scambio utilitaristico di favori per ottenere obbedienza e sottomissione. La chiusura del componimento assume un valore quasi escatologico e filosofico. L’ammissione di aver preso un “grande abbaglio” introduce il lettore alla dicotomia finale tra tenebre e illuminazione. La figura denunciata si ammanta di una “LUCE” che tuttavia non eleva, ma riduce in ombra coloro che la circondano, configurandosi come una falsa guida intellettuale, un idolo vuoto osannato da cortigiani compiacenti che preferiscono la schiavitù psicologica alla complessità della verità indipendente.

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