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Cronaca

Lupi avvelenati nel Pnalm, smentita sul ruolo delle fototrappole

Arriva una secca smentita in merito al presunto ruolo decisivo delle fototrappole hi‑tech nelle indagini sui 23 lupi appenninici avvelenati nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm)

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Redazione- Arriva una secca smentita in merito al presunto ruolo decisivo delle fototrappole hi tech nelle indagini sui 23 lupi appenninici avvelenati nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). Nonostante quanto riportato in recenti articoli di stampa, secondo cui le immagini catturate da dispositivi di ultima generazione potrebbero rappresentare la chiave per individuare i responsabili, le fototrappole non sono mai state utilizzate nelle indagini in corso.
Nell’articolo intitolato “SVOLTA NELLE INDAGINI SUI LUPI AVVELENATI IN ABRUZZO: LA VERITÀ POTREBBE ARRIVARE DALLE FOTOTRAPPOLE HI-TECH” si sostiene che il progetto Wadas (Wild Animal Detection and Alert System), basato sull’installazione di decine di fototrappole ad alta tecnologia, potrebbe aver registrato il posizionamento delle esche avvelenate o il passaggio di persone sospette nelle aree interessate.
La ricostruzione viene però definita inesatta dall’associazione Salviamo L’Orso, direttamente coinvolto nelle attività sul territorio. Nel contesto delle verifiche relative ai lupi avvelenati, infatti, non risultano impiegate fototrappole, né tradizionali né “hi tech”, né vi è allo stato la disponibilità di filmati che documentino in alcun modo il posizionamento dei bocconi avvelenati o il transito di soggetti ritenuti sospetti.
La smentita sottolinea come la pubblicazione di notizie non vere e non verificate in merito allo stato delle indagini rischino di influire negativamente sulle indagini che, si auspica, possano portare al più presto all’individuazione del colpevole.
Resta confermato il quadro ricostruito dagli accertamenti tossicologici, che hanno individuato nei fitofarmaci di uso agricolo la causa della morte dei 23 lupi, mentre per un ulteriore esemplare è stata accertata la morte per cause naturali legate all’età. L’attenzione degli inquirenti rimane quindi concentrata sul possibile utilizzo illecito di queste sostanze e sui rapporti tra attività zootecniche e presenza dei grandi predatori.
Chi ha diffuso la smentita chiede ora che venga effettuata una rettifica formale, chiarendo ai lettori che:
• le fototrappole non sono state utilizzate nelle indagini sui lupi avvelenati nel Pnalm;
• non esistono, per quanto noto alle autorità e ai soggetti coinvolti, filmati che ritraggano il posizionamento delle esche o il passaggio di persone sospette in relazione ai fatti.
L’obiettivo dichiarato è quello di ristabilire un’informazione corretta e aderente ai dati effettivamente disponibili, evitando che l’uso improprio del riferimento alle tecnologie di monitoraggio alimenti aspettative investigative o conclusioni che, allo stato, non trovano alcun riscontro nei fatti.

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Cronaca

Pordenone – il Tar sospende l’abbattimento della Cornacchia

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Redazione-  La notizia è confermata dagli avvocati che seguono la vicenda per conto delle associazioni animaliste. Stamattina, 8 giugno, un altro presidio in loco degli attivisti.Ecco le motivazioni del Tar.  «L’abbattimento dell’animale indicato nei provvedimenti impugnati costituirebbe un danno grave e (palesemente) irrimediabile. Non appare del tutto convincente l’argomentazione motivazionale secondo cui non si riesca a (e sarebbe addirittura impossibile) conseguire – pur se con l’ausilio della scienza, delle moderne tecniche, dei sofisticati strumenti e dei potenti mezzi (civili e militari) dei quali l’Ordinamento amministrativo può disporre – l’obiettivo di neutralizzare la condotta iper/aggressiva di una cornacchia, senza però giungere all’estremo rimedio del suo abbattimento». Adesso il Sindaco, in una dichiarazione dice di accettare la decisione del TAR, ma ribadisce che il suo ordine di abbattere il volatile, era per proteggere i cittadini residenti in quella zona.

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Cronaca

Incontro ravvicinato con un branco di lupi sul sentiero per il Santuario della Santissima Trinità: l’esperienza dei ciclisti tra stupore e rispetto

Tra i sentieri dell’Aquilano, un incontro improvviso con i lupi si trasforma da attimo di tensione in un ricordo di pura meraviglia e rispetto per la natura. Una domenica in bici diventata il racconto di un faccia a faccia raro, autentico e indimenticabile. #Lupi #Aquilano #MountainBike #Natura

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Redazione-  Una domenica di sole tra i monti dell’Aquilano si è trasformata in un’esperienza difficile da dimenticare per un gruppo di bikers impegnati in un’escursione lungo il percorso che conduce al Santuario della Santissima Trinità, nel territorio di Camporotondo, frazione del comune di Cappadocia. Quello che doveva essere un semplice tratto di salita, immerso nel silenzio del bosco e nei colori della montagna, si è infatti trasformato in un incontro ravvicinato con un branco di lupi, capace di suscitare inizialmente sorpresa e apprensione, ma anche un forte senso di meraviglia nei ciclisti protagonisti dell’episodio.

Il gruppo stava affrontando una parte del tracciato in salita, procedendo con il ritmo regolare di una normale escursione domenicale. L’aria limpida, il sole pieno e la quiete del paesaggio rendevano l’atmosfera particolarmente serena. Proprio in quel contesto, però, alcuni rumori provenienti alle spalle dei ciclisti hanno attirato la loro attenzione. In un primo momento, i bikers hanno pensato che si trattasse di altri escursionisti in bicicletta, magari sopraggiunti a velocità maggiore lungo lo stesso sentiero. Solo pochi istanti dopo, voltandosi, hanno compreso che dietro di loro non c’erano altri sportivi, ma un branco di lupi in movimento.

L’impatto visivo è stato forte. Vedere gli animali così da vicino, in un ambiente naturale che rappresenta il loro habitat, ha provocato nei ciclisti un’immediata scarica di adrenalina. D’istinto hanno aumentato l’andatura, cercando di allontanarsi e di raggiungere un punto più sicuro del percorso. Una reazione del tutto naturale, dettata dalla prudenza e dalla necessità di valutare rapidamente quanto stesse accadendo. Una volta superato il momento iniziale, però, ciò che è rimasto nei racconti dei presenti non è stato soltanto lo spavento, ma soprattutto la consapevolezza di aver assistito a una scena rara e straordinaria.

I lupi, infatti, sono apparsi ai biker come parte viva e autentica di quel paesaggio montano, simbolo di una natura che continua a conservare la propria forza e la propria identità. Dopo i primi istanti di tensione, i ciclisti hanno vissuto l’episodio anche con un sentimento di rispetto e di ammirazione verso gli animali. Nonostante la paura comprensibile del momento, l’incontro è stato percepito come un privilegio inatteso: trovarsi faccia a faccia con una delle specie più emblematiche dell’Appennino ha dato all’escursione un significato del tutto particolare, trasformandola in un’esperienza da raccontare e ricordare.

Raggiunta una zona ritenuta sicura, il gruppo si è fermato per alcuni minuti. C’è stato il tempo per riprendere fiato, calmare i battiti accelerati e confrontarsi su quanto appena accaduto. In quei momenti, accanto alla tensione, ha iniziato a farsi spazio anche un sentimento diverso: la consapevolezza di aver assistito a una manifestazione autentica della fauna selvatica, in un territorio che da sempre custodisce un legame profondo tra uomo e natura. I lupi, poco dopo, si sono allontanati nel bosco, scomparendo tra gli alberi con la stessa rapidità con cui erano comparsi.

L’episodio conferma quanto i percorsi montani dell’Appennino possano regalare non solo bellezza paesaggistica e occasioni di sport all’aria aperta, ma anche incontri capaci di lasciare un segno profondo. Per i bikers, quella salita verso il Santuario della Santissima Trinità non resterà soltanto una tappa del loro itinerario, ma il ricordo di un contatto ravvicinato con la natura più vera. Un momento che, pur vissuto con prudenza, è stato letto anche come un segnale positivo: la presenza dei lupi racconta infatti un ambiente ancora ricco, vitale e selvaggio, in cui l’equilibrio naturale continua a esprimersi con forza.

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Cronaca

SVOLTA NELLE INDAGINI SUI LUPI AVVELENATI IN ABRUZZO: LA VERITÀ POTREBBE ARRIVARE DALLE FOTOTRAPPOLE HI-TECH

Il mistero dei lupi uccisi nel Parco Nazionale d’Abruzzo sta per essere svelato: le immagini delle fototrappole hi-tech sono pronte a incastrare i responsabili.
#Pnalm #Abruzzo #Lupi #Ambiente

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Redazione-  Le immagini catturate dalle fototrappole di ultima generazione potrebbero rappresentare l’elemento risolutivo per individuare i responsabili dell’uccisione di 23 lupi appenninici nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). La Procura di Sulmona, guidata dal procuratore capo Luciano D’Angelo, sta coordinando un’inchiesta complessa che vede impegnati i Carabinieri e il reparto Forestale per far luce sulla scia di morte che ha colpito la fauna protetta tra i mesi di aprile e maggio scorsi. Al centro dei sospetti c’è l’uso sistematico di fitofarmaci, sostanze impiegate in agricoltura e soggette a rigidi protocolli di vendita e tracciabilità, che sono stati identificati come la causa dei decessi dalle analisi tossicologiche dell’Istituto zooprofilattico sperimentale di Teramo.

Il bilancio delle vittime, inizialmente fissato a 24 esemplari, è stato parzialmente ridimensionato dopo che gli esami specialistici hanno accertato che un lupo, tra quelli rinvenuti nel Parco, è deceduto per cause naturali legate all’età. Per i restanti 23, invece, il quadro è chiaro: l’assunzione di veleno è stata fatale. La natura delle sostanze utilizzate punta direttamente verso il settore agricolo, alimentando il sospetto che dietro le uccisioni possa esserci un movente legato al conflitto tra attività zootecniche e presenza dei predatori sul territorio.

Il punto di svolta dell’inchiesta risiede nel progetto Wadas (Wild Animal Detection and Alert System). Si tratta di un sistema sperimentale basato sull’intelligenza artificiale, avviato oltre un anno fa dal Pnalm in collaborazione con l’associazione Salviamo l’Orso. Questo programma prevede l’installazione di decine di fototrappole hi-tech, dal costo unitario variabile tra i 350 e i 400 euro, progettate per monitorare l’orso bruno marsicano e la fauna selvatica. Secondo quanto emerso, la Procura sarebbe venuta a conoscenza solo di recente, per vie indirette, dell’esistenza di filmati che potrebbero aver ripreso le fasi del posizionamento delle esche avvelenate o il transito di persone sospette nelle aree interessate.

Al momento, l’acquisizione formale dei video è in corso. Sebbene i vertici del Parco e i responsabili del progetto non abbiano ancora consegnato le immagini, la procedura è considerata ormai imminente. Gli investigatori puntano a incrociare i dati visivi con gli esiti dei numerosi interrogatori già condotti. Tra le figure ascoltate dagli inquirenti figura anche Dino Rossi, presidente del Cospa Abruzzo (Comitato allevatori e agricoltori), la cui deposizione si inserisce in un fitto mosaico di testimonianze volte a circoscrivere le responsabilità in un territorio dove la convivenza tra uomo e natura vive una fase di profonda tensione.

Il riserbo posto a protezione dell’indagine rimane massimo, segno della volontà della Procura di Sulmona di procedere senza interferenze esterne. L’obiettivo è trasformare le prove digitali fornite dalla tecnologia di monitoraggio in elementi probatori validi per un procedimento penale che si preannuncia complesso. Il caso non riguarda solo la tutela del lupo appenninico, specie protetta di grande valore biologico, ma investe l’intero sistema di sicurezza e controllo del patrimonio naturalistico abruzzese. La capacità di utilizzare l’intelligenza artificiale come strumento di giustizia ambientale segna un cambio di passo nel contrasto al bracconaggio, rendendo i boschi del Parco meno accessibili a chi decide di farsi giustizia con il veleno.

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