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Esteri

Mandati di comparizione ai cronisti del New York Times: il caso Air Force One riaccende il conflitto con la Casa Bianca

“Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense.

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Donald Trump e L'Air Force One

Redazione-  “Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense. I cinque giornalisti avevano riportato che l’aereo presidenziale donato dal Qatar a Donald Trump, il nuovo Air Force One, non era sicuro e che il presidente era stato costretto ad usare il velivolo vecchio per ritornare in Inghilterra e poi negli Usa dopo il vertice NATO in Turchia. I giornalisti avevano riportato che il cambiamento di velivolo era dovuto alle preoccupazioni del Secret Service, che vedeva un pericolo data la vicinanza di Ankara all’Iran. Trump, che aveva lodato la bellezza del nuovo aereo presidenziale, ha spiegato il cambiamento con l’idea di farlo vedere ai militari americani in Inghilterra.

Una situazione imbarazzante per Trump perché i giornalisti hanno riportato che il nuovo aereo presidenziale, dopo essere stato rimodellato, non conteneva i sistemi di sicurezza necessari per la protezione. L’inquilino della Casa Bianca, dopo aver appreso le notizie, ha scatenato un’indagine per scoprire chi fosse il responsabile della fuga di informazioni che lui considera riservate. Gli atti di comparizione potrebbero costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, il che sarebbe una violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana. I giornalisti hanno fatto il loro lavoro, ma quando smentiscono Trump, facendo notare la sua ipocrisia se non le sue menzogne, lui ovviamente va su tutte le furie cercando di trovare un capro espiatorio.

I media sono un bersaglio che a lui piace tanto, anche perché i loro grandi proprietari hanno tanti altri interessi che oscurano quelli giornalistici e vogliono mantenere buoni rapporti con il potere, temendo ritorsioni che Trump non esita ad attuare. Nel mese di dicembre del 2024 la ABC News ha patteggiato con Trump, riconoscendo la colpa del conduttore George Stephanopoulos, che aveva accusato il Tycoon di essere stato condannato per aggressione sessuale nel caso di E. Jean Carroll. L’accordo ha incluso un risarcimento di 15 milioni di dollari destinati alla futura costruzione della biblioteca presidenziale di Trump, 1 milione per le spese legali e una scusa pubblica sul sito della ABC. Tutti gli analisti ritengono che in un eventuale processo la ABC avrebbe prevalso; tuttavia, la Walt Disney Company, proprietaria della rete televisiva, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente potrebbe mettere in pericolo.

Anche le piattaforme social, che dopo gli assalti al Campidoglio del 2021 avevano chiuso gli account di Trump, poco a poco hanno fatto marcia indietro. Facebook, Instagram e X (già Twitter) hanno riaperto le porte a Trump, ma lui ha preferito concentrarsi sull’uso della sua piattaforma Truth Social, anche per ragioni finanziarie. Mark Zuckerberg, padrone di Meta, ha patteggiato con Trump pagandogli 25 milioni di dollari per avergli sospeso l’account nel 2021. Anche X ha risolto una causa intrapresa da Trump per simili ragioni, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. I padroni di questi media temono, anche se non lo ammettono, che il loro business ne soffra, sia perché hanno contratti miliardari con il governo, sia per l’influenza della Federal Communications Commission, agenzia del governo che regola le comunicazioni e che potrebbe revocare le loro concessioni.

Gli ovvi attacchi ai giornalisti del New York Times non avranno successo perché, a differenza degli altri media corporativi, la storica testata americana concentra tutti i suoi sforzi commerciali sull’informazione. Una denuncia di Trump per 15 miliardi di dollari, sostenendo l’esistenza di una diffamazione da parte del New York Times, è stata respinta da un giudice federale, anche se il presidente ha fatto ricorso in appello. Nonostante alcune critiche sulla sua linea editoriale, il giornale ha difeso i diritti dei giornalisti e i principi fondamentali del Primo Emendamento. Lo fa perché ne va della sua sopravvivenza, avvantaggiato dal fatto che non può essere colpito dal presidente in mancanza di attività commerciali extragiornalistiche.

Ma anche i media corporativi con altri interessi di tanto in tanto si comportano con una dose di integrità. La NBC e la ABC si sono recentemente rifiutate di trasmettere il discorso alla nazione di Trump perché si sapeva che avrebbe parlato della bufala dell’elezione rubatagli nel 2024. In effetti, queste reti hanno rifiutato di essere complici e di fare il gioco propagandistico del presidente. Trump lo ha notato e ha dichiarato che queste due reti dovrebbero perdere le loro concessioni: un’ovvia minaccia che fa pensare a un intervento della Federal Communications Commission.

Al momento di scrivere siamo informati proprio da Trump che l’uso dell’aereo donato dal Qatar sarà sospeso e il velivolo sarà sottoposto a manutenzione per una serie di aggiornamenti che dureranno un mese. Il presidente Usa ha aggiunto di essere “il bersaglio numero uno nella lista da uccidere dell’Iran”. In effetti, queste sue dichiarazioni confermano che le notizie dei giornalisti del New York Times sono affidabili. Confermano anche quanto un’informazione libera sia essenziale per il funzionamento della democrazia.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Due miliardi di euro di aiuti, una condizione politica: la nuova posizione dell’Unione Europea nei confronti di Afghanistan

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Unione Europea

Redazione- A cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, l’Unione Europea lancia un messaggio chiaro all’Afghanistan e alla comunità internazionale: continuerà a sostenere il popolo afghano, ma senza riconoscere né legittimare il governo talebano.

Mentre milioni di cittadini afghani affrontano una grave crisi economica, povertà e limitazioni sempre più pesanti, Bruxelles afferma che non interromperà il proprio sostegno. L’ultimo esempio concreto è lo stanziamento di 10 milioni di euro al Fondo umanitario per l’Afghanistan, un contributo che l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha definito essenziale per garantire la continuità degli aiuti alle persone più vulnerabili.

Dietro questi interventi umanitari, tuttavia, emerge anche un messaggio politico preciso: l’Unione Europea vuole mantenere una distinzione netta tra il sostegno alla popolazione afghana e il riconoscimento dei talebani. Secondo Bruxelles, il dialogo con il gruppo al potere serve esclusivamente a proteggere gli interessi fondamentali della popolazione e a garantire servizi essenziali, ma non rappresenta in alcun modo un atto di legittimazione politica.

Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha dichiarato che l’UE rimane uno dei principali sostenitori dell’Afghanistan e l’unica presenza diplomatica occidentale ancora attiva nel Paese. Allo stesso tempo, ha sottolineato che qualsiasi passo verso un eventuale riconoscimento dei talebani dipenderà dal rispetto di precise condizioni internazionali.

Tra queste condizioni figurano il rispetto dei diritti delle donne e delle ragazze, la creazione di un governo inclusivo, il rispetto degli impegni internazionali dell’Afghanistan e la garanzia che il territorio afghano non venga utilizzato da gruppi terroristici.

Negli ultimi cinque anni, l’Unione Europea ha destinato oltre due miliardi di euro all’Afghanistan. Questi fondi sono stati utilizzati per interventi umanitari, assistenza sanitaria, istruzione, sostegno ai mezzi di sussistenza e copertura dei bisogni fondamentali della popolazione.

Nonostante gli aiuti, l’Europa avverte che la crisi afghana è ancora lontana dalla soluzione. Dopo il crollo dell’economia nazionale, circa metà della popolazione continua ad avere bisogno di assistenza umanitaria, mentre le restrizioni sui diritti umani, in particolare quelli delle donne e delle ragazze, rimangono una delle principali preoccupazioni della comunità internazionale.

L’Unione Europea ha inoltre evidenziato i rischi regionali legati all’instabilità dell’Afghanistan, tra cui terrorismo, traffico di droga, cambiamenti climatici e flussi migratori incontrollati.

La posizione europea resta quindi sospesa tra solidarietà e diplomazia: Bruxelles continua ad aiutare il popolo afghano, ma mantiene una linea politica ferma nei confronti dei talebani. Gli aiuti proseguiranno, ma un eventuale riconoscimento internazionale dipenderà da cambiamenti concreti nelle politiche e nel comportamento dell’attuale governo afghano.

Il messaggio dell’Unione Europea è dunque duplice: sostenere l’Afghanistan sì, riconoscere i talebani no, almeno finché non verranno rispettati i criteri stabiliti dalla comunità internazionale.

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Hamid Karzai: il presidente che è rimasto in Afghanistan

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Hamid Karzai

Redazione- Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, è una delle figure più importanti della storia politica recente del Paese. La sua vicenda è legata a due momenti decisivi: la caduta dei talebani nel 2001 e il loro ritorno al potere nel 2021.

Karzai è nato il 24 dicembre 1957 a Kandahar, in una famiglia politicamente influente. Dopo la caduta del primo regime talebano, nel 2001 fu scelto come capo dell’amministrazione ad interim dell’Afghanistan. Nel 2004 divenne il primo presidente eletto dopo la caduta dei talebani e rimase in carica fino al 2014.

Durante la sua presidenza furono ricostruite numerose istituzioni statali e aumentarono l’accesso all’istruzione e ai mezzi di comunicazione. Allo stesso tempo, il suo governo fu criticato per la corruzione, la debolezza delle istituzioni, l’influenza dei signori della guerra e la forte dipendenza dal sostegno degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali.

Dopo aver lasciato la presidenza nel 2014, Karzai rimase in Afghanistan. La sua decisione acquistò particolare importanza il 15 agosto 2021, quando i talebani entrarono a Kabul e il governo della Repubblica crollò. L’allora presidente Ashraf Ghani lasciò il Paese, mentre Karzai rimase a Kabul.

Anche dopo il ritorno dei talebani, Karzai ha continuato a vivere in Afghanistan e a intervenire nel dibattito politico. Ha più volte chiesto un governo inclusivo e la riapertura delle scuole e delle università alle ragazze e alle donne.

Il rapporto con la stampa italiana

Karzai ha rilasciato diverse interviste alla stampa italiana, tra cui al quotidiano Corriere della Sera. Una delle interviste documentate fu pubblicata il 23 gennaio 2012 e realizzata dal giornalista Davide Frattini a Kabul. In quell’occasione Karzai parlò soprattutto del futuro dell’Afghanistan, del ritiro delle forze della NATO e della capacità del Paese di assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

È importante distinguere questa intervista del 2012 dalle dichiarazioni più recenti sulla sua decisione di non lasciare l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani nel 2021.

Il significato della sua scelta di rimanere nel Paese è soprattutto politico: Karzai ha sostenuto più volte che i leader afghani dovrebbero rimanere accanto alla propria popolazione anche nei momenti di crisi.

La sua figura rimane quindi controversa. Per alcuni rappresenta il principale volto dell’Afghanistan ricostruito dopo il 2001; per altri è anche uno dei simboli dei problemi di quel sistema politico. Dopo il ritorno dei talebani, tuttavia, Karzai ha assunto un ruolo diverso: quello di ex presidente che continua a vivere nel proprio Paese e a parlare del suo futuro.

In questo contesto va compresa la sua affermazione di essere «felice di non aver lasciato il suo Paese»: non significa necessariamente che approvi il governo talebano, ma che considera importante essere rimasto in Afghanistan durante uno dei momenti più difficili della sua storia recente.

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Il ghiaccio del Nepal restituisce i corpi dei cinque alpinisti dispersi. Torna a casa anche l’abruzzese Marco Di Marcello: fine di un’agonia lunga 9 mesi

La montagna restituisce i suoi figli. Finisce in tragedia l’incubo durato nove lunghissimi mesi: sono stati ritrovati a 5.400 metri di quota in Nepal i corpi dei cinque alpinisti spazzati via dalla valanga il 3 novembre 2025. Tra loro c’è anche il biologo 37enne abruzzese Marco Di Marcello, originario di Castellalto (Teramo), che stava tentando la difficilissima ascesa al Dolma Khang. Il recupero è stato un’operazione difficilissima condotta da eroici sherpa nepalesi tra i crepacci dell’Himalaya. “Finalmente queste cinque bellissime anime stanno tornando a casa dalle loro famiglie”, hanno dichiarato i soccorritori. Leggi il nostro articolo per conoscere i dettagli di questa straziante missione di recupero. Tutta la nostra comunità si stringe nel dolore della famiglia Di Marcello. Riposa in pace, Marco. 🏔️ 💔 👇

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Marco Di Marcello

Kathmandu (Nepal) / Teramo – Ci sono montagne che chiamano a sé le anime più avventurose e coraggiose, e ci sono montagne che, tragicamente, decidono di trattenerle per sempre. Dopo un silenzio bianco e straziante durato ben nove mesi, il ghiacciaio dello Yalung Ri, a 5.400 metri di quota, ha finalmente restituito i corpi dei cinque alpinisti travolti da una spaventosa valanga il 3 novembre 2025. Tra loro, come purtroppo si temeva fin dai primissimi giorni della tragedia, c’è anche l’abruzzese Marco Di Marcello, 37 anni, originario di Villa Zaccheo, frazione di Castellalto in provincia di Teramo. Una notizia che mette fine a una logorante agonia fatta di incertezza, preghiere e false speranze per le famiglie delle vittime, permettendo finalmente a questi giovani di tornare a casa per riposare in pace.

Il sogno spezzato sul Dolma Khang: chi era Marco Di Marcello

Marco non era solo un appassionato di montagna. Era un biologo stimato, un ragazzo dal cuore grande, innamorato della natura e dei silenzi vertiginosi che solo l’Himalaya sa regalare. Si trovava in Nepal per un’avventura che aveva pianificato con cura, accompagnato dal suo fraterno amico Paolo Cocco (41 anni, originario di Fara San Martino, in provincia di Chieti, fortunatamente scampato al disastro). Insieme ad altri alpinisti esperti, Marco faceva parte di una spedizione ambiziosa che puntava a conquistare la vetta del Dolma Khang, una montagna sacra e impervia che svetta a 6.332 metri nella remota e selvaggia valle della Rolwaling. Poi, quel maledetto 3 novembre, il boato della valanga ha spazzato via tutto: sogni, fatica e vite umane.

Un’operazione di recupero disperata: la tenacia degli Sherpa

La conferma ufficiale del ritrovamento è arrivata poche ore fa dall’agenzia Dreamers destination treks and expedition, che aveva organizzato parte della spedizione. Insieme a quello di Marco, sono stati recuperati i corpi dell’altro italiano disperso, Markus Kirchler, di Jakob Schreiber, di Padam Tamang e Mere Karki. L’operazione di recupero, coordinata congiuntamente con l’agenzia Wilderness outdoor, si è rivelata una vera e propria epopea ad altissimo rischio, ostacolata per mesi dalle proibitive condizioni meteorologiche invernali e primaverili dell’Himalaya.

A guidare la squadra di soccorso è stato Phurba Tenjing Sherpa, alpinista locale di Rolwaling ed eroico detentore del record mondiale Guinness. “Da metà giugno, Sherpa e la sua squadra hanno lavorato instancabilmente tra i crepacci per trovare i cinque alpinisti”, si legge nel commosso resoconto ufficiale. Il ritrovamento è avvenuto giovedì scorso, ma solo dopo aver atteso tre lunghissimi giorni per una finestra di “buon tempo”, la squadra è riuscita a raggiungere il sito in sicurezza e a recuperare tutte le salme, issandole a bordo degli elicotteri diretti a Kathmandu.

“Riportare a casa cinque bellissime anime”: il commiato del Nepal

Le parole usate dall’agenzia nepalese per annunciare la fine delle operazioni sono intrise di un profondo senso di umanità e spiritualità: “Dopo nove mesi, finalmente stanno tornando a casa. Questa missione non riguardava solo il recupero dei corpi, ma il ritorno di cinque bellissime anime alle loro famiglie dopo mesi di incertezza, speranza e attesa. E volevamo farlo con dignità, rispetto e massima cura. Due di loro, i nostri cari fratelli Marco Di Marcello e Padam Tamang, facevano parte della nostra famiglia esplorativa”.

Mentre i corpi si apprestano ad affrontare l’ultimo, doloroso volo per essere riconsegnati all’abbraccio dei loro cari in Italia e nel mondo, il pensiero di tutti si stringe attorno alle famiglie. “Che finalmente trovino un po’ di pace e chiusura”, concludono i soccorritori. Il Teramano e l’intero Abruzzo si preparano ora a piangere e a salutare per l’ultima volta un figlio che ha perso la vita cercando di toccare il cielo, là dove l’aria è più sottile e la montagna non fa sconti a nessuno.

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