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Cultura

MARIO FRATTI, UN GIGANTE DEL TEATRO E DELLA CULTURA ITALIANA, A NEW YORK E NEL MONDO

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Esce in questi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie”, un libro di testimonianze sul grande drammaturgo aquilano: sarà presentato a L’Aquila il 30 aprile 2026, presso la storica Libreria Colacchi

Redazione  – Uscirà nei prossimi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie – Testimonianze ed interviste al grande drammaturgo aquilano” (One Group Edizioni), realizzato a cura di chi qui scrive raccogliendo testimonianze e ricordi su Mario Fratti da personalità del mondo istituzionale, accademico, teatrale e culturale, sia in Italia che all’estero. La presentazione del volume si terrà a L’Aquila il 30 aprile, alle ore 17:30, presso la storica Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele II, 5). Ricorrendo il terzo anniversario della scomparsa di Mario Fratti, la presentazione intende essere non solo un evento significativo, ma un vero e proprio tributo verso il grande drammaturgo aquilano quando L’Aquila, sua città natale è Capitale italiana della Cultura.

Queste le testimonianze presenti nel volume, che reca la Prefazione del Prof. Anthony Julian Tamburri, Preside del Calandra Institute di New York (City University New York): Paola Inverardi (Rettrice del Gran Sasso Science Institute), Pierluigi Biondi (Sindaco dell’Aquila), Biagio Tempesta (ex Sindaco dell’Aquila), Massimo Cialente (ex Sindaco dell’Aquila), Liliana Biondi (saggista e critica letteraria), Giuseppe Di Pangrazio (ex Presidente Consiglio Regionale d’Abruzzo), Stefania Pezzopane (ex Presidente Provincia dell’Aquila e Teatro Stabile d’Abruzzo), Letizia Airos Soria (New York – giornalista), Gabriele Lucci (scrittore, direttore artistico), Laura Benedetti (Washington – docente Georgetown University), Franco Narducci (attore e regista teatrale), Josephine Buscaglia Maietta (New York – docente), Mino Sferra (attore e regista), Mariza Bafile (New York – giornalista e scrittrice), Lucilla Sergiacomo (scrittrice e critica letteraria), Roberta Gargano (Teatro Stabile d’Abruzzo, giornalista), Stefano Vaccara (New York – giornalista), Valentina Fratti (New York – regista teatrale), Rosemary Serra (docente Università di Trieste), Tiziano Bedetti (compositore), Giovanna Chiarilli (giornalista e scrittrice), Emanuela Medoro (già docente e traduttrice), Maria Fosco (New York – dirigente Queens College), Monia Manzo (attrice e saggista), Silvia Giampaola (addetta culturale Maeci, attrice), Marisa Mastracci (attrice e regista teatrale), Milena Petrarca (artista), Joseph Sciame (New York – già docente St. John’s University), Pasqualina Petrarca (docente e giornalista), Giulia Bisinella (New York – attrice), Lucia Patrizio Gunning (Londra, docente), Laura Caparrotti (New York – regista e attrice), Laura Lamberti (New York – attrice), Margherita Peluso (attrice), Piero Picozzi (New York – promoter), Sara Morante (Berlino – attrice).

Mario Fratti (L’Aquila, 5 luglio 1927 – New York, 15 aprile 2023) è stato uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento e del nuovo millennio, una figura che ha saputo conquistare la scena mondiale con una voce unica: europea nelle radici, americana nel ritmo, universale nella visione morale. Autore di oltre novanta opere, tradotte in ventuno lingue e rappresentate in più di seicento teatri nei cinque continenti, Fratti è stato anche critico teatrale, professore universitario, intellettuale cosmopolita, punto di riferimento della comunità culturale italoamericana. La sua fama internazionale è testimoniata da una costellazione di riconoscimenti: sette Tony Award – premio che nel teatro equivale all’Oscar del cinema – otto Drama Desk Awards, il Selezione O’Neill, il Richard Rogers, l’Outer Critics Award, l’Heritage and Culture Award, il Magna Grecia Award ed altri.

Nato a L’Aquila, laureato in Lingue e Letterature a Ca’ Foscari di Venezia, Fratti inizia come giornalista, poeta e drammaturgo. Anche un romanzo nei primi anni Cinquanta, ma pubblicato però solo nel 2013 – Diario proibito,- L’Aquila anni Quaranta (Graus Edizioni) – per la durezza degli argomenti trattati, ambientato tra la fine del regime fascista e primi anni dell’Italia liberata. Il suo primo dramma, Il nastro (1959), vince un premio RAI ma non viene trasmesso per la crudezza del tema. La svolta arriva nel 1962. Al Festival dei Due Mondi, a Spoleto, il suo atto unico Suicidio colpisce Lee Strasberg, il leggendario direttore dell’Actors Studio. Strasberg lo invita a New York, lo dirige, lo introduce nell’ambiente teatrale più innovativo del mondo.

Nel 1963 Fratti si trasferisce stabilmente nella Grande Mela. Insegna due anni alla Columbia University e poi all’Hunter College della City University di New York. Diventa critico teatrale, frequenta i luoghi nevralgici della cultura newyorkese, e soprattutto scrive instancabilmente drammi e commedie. “Azione, chiarezza, conflitto ben risolto”, così sintetizza la sua drammaturgia.

Fratti diventa subito un “caso” singolare negli Stati Uniti, si impone subito come uno straordinario ponte tra due mondi. Analizzando le sue opere Paul Thomas Nolan, docente e critico, ha definito la sua carriera un unicum. Fratti è riuscito dove altri giganti europei – da Brecht a Sartre, per esempio – non erano riusciti: fondere la tradizione drammatica europea con la società americana, creando un linguaggio nuovo, diretto, incisivo, capace di parlare ad entrambi i continenti. Fratti ha portato infatti negli Stati Uniti non solo il suo straordinario talento di autore teatrale, ma anche umanità, curiosità, indignazione morale, tolleranza, qualità e sensibilità che gli hanno permesso di leggere l’America dall’interno, senza rinunciare allo sguardo critico dell’intellettuale europeo.

La sua scrittura è asciutta, tagliente, priva di orpelli: una drammaturgia dell’azione, nutrita da una forte tensione etica. Nei suoi testi emergono fortemente la denuncia politica e sociale, il disagio profondo della società americana, la critica alle responsabilità del potere e, soprattutto, l’imprevedibilità, una costante delle sue opere, cifra della sua drammaturgia. Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura, drammaturgo inglese che certo non regalava complimenti, definì il dramma Cecità “sintetico ed eloquente”. È forse la definizione più precisa dello stile drammaturgico di Fratti.

Il nome di Fratti è legato anche a uno dei musical più celebri della storia recente, uno dei grandi successi a Broadway: Nine, ispirato a di Fellini. Il musical debutta nel 1982, resta due anni di fila in teatro, vince il Tony Award, viene prodotto più volte negli States fino al celebre revival con Antonio Banderas. È la prova definitiva della sua capacità di trasformare la materia cinematografica europea in un linguaggio teatrale americano di enorme presa. Il musical ha poi avuto diverse fortunate produzioni anche fuori degli Stati Uniti.

Nonostante il successo planetario, Fratti ha tuttavia conservato una semplicità schietta, una disponibilità umana che colpiva chiunque lo incontrasse, uno spiccato senso della solidarietà. E un forte attaccamento alla sua terra natale. Ha sempre dichiarato con orgoglio la sua origine: “Sono nato all’Aquila”, ripeteva in ogni intervista, in ogni conferenza, in ogni teatro del mondo. È stato davvero un ambasciatore della cultura italiana negli Stati Uniti, protagonista in ogni evento del mondo culturale nella Grande Mela.

La critica internazionale lo colloca accanto ai grandi del teatro del Novecento: Arthur Miller, Tennessee Williams, Pirandello, Betti, Ionesco. Jean Servato scrisse che Fratti è un “testimone attento, meticoloso, inimitabile del suo tempo, nel cuore del ciclone America”. La sua produzione drammaturgica continua ad essere rappresentata, studiata, tradotta. La sua figura rimane un ponte tra Italia e Stati Uniti, tra L’Aquila e New York, tra la tradizione e la modernità. La sua opera letteraria si distingue per la forte connotazione etica e civile, per la scelta della difesa degli svantaggiati e degli ultimi nella società.

Quando nel 1963 parte da Venezia per New York, non pensando di restarci molto ma solo il tempo di assistere alla sua opera messa in scena da Strasberg, Fratti è un uomo gentile, con una enorme curiosità, con lo sguardo di chi ha già visto molto ma vuole ancora vedere altro. Forse non immagina neanche del tutto che quel viaggio lo condurrà nel cuore della scena teatrale mondiale, né che il suo nome, nato tra le antiche architetture del capoluogo abruzzese contornato da splendide montagne, diventerà familiare nei teatri di New York e di tutto il mondo. Eppure in lui c’è già tutto: la disciplina dello studioso, la curiosità del giornalista, la grazia del poeta, la lucidità di un autore con profondo senso della giustizia e della moralità sociale. E soprattutto la convinzione, quasi ostinata, che il teatro sia un luogo di verità.

L’incontro di Fratti a Spoleto con Lee Strasberg genera nel grande regista una vera e propria folgorazione, galeotto è il dramma Suicidio. Strasberg lo mette in scena a New York, vuole presente l’autore, lo invita all’Actors Studio. È l’inizio di una metamorfosi. Fratti, fino a quel momento un promettente autore italiano – ma in un’Italia e in una società non ancora pronte a recepire la forza e la crudezza della sua creatività -, diventa subito un drammaturgo internazionale. New York lo accoglie come si accolgono gli spiriti affini: all’inizio con circospezione, subito dopo con entusiasmo, infine con rispetto e grande considerazione per la sua arte drammaturgica.

Alla Columbia University, e poi per quasi un trentennio all’Hunter College, Fratti non è solo un docente insigne: è un maestro. Parla ai suoi studenti con la stessa limpidezza con cui scrive. Non impone, suggerisce. Non pontifica, accompagna. La sua lezione più importante è sempre la stessa: “Il teatro è azione. La parola deve camminare.” E lui, quelle parole, le fa correre. La sua scrittura è uno sguardo morale. La sua drammaturgia è un bisturi: taglia, incide, rivela. Fratti osserva l’America con l’attenzione di un antropologo e la sensibilità di un europeo cresciuto tra la guerra e la ricostruzione. Nei suoi testi c’è la denuncia politica, la fragilità umana, l’ironia sottile, la compassione. Non giudica: mostra. Non urla: suggerisce. Non consola: inquieta.

Con il musical Nine, tratto dalla sua commedia Six Passionate Women, conquista Broadway. È il trionfo, ma Fratti non cambia. Continua a scrivere ogni giorno, con la stessa disciplina di sempre, seduto alla sua scrivania nella bella casa di Manhattan, circondato da libri, opere d’arte, cineserie, poster e locandine delle sue opere, ritagli di giornale, lettere, fotografie. Chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto la sua gentilezza. La sua ironia lieve. La sua capacità di ascoltare. Il suo amore per L’Aquila, che portava con sé come un talismano. Ne parlava sempre in pubblico, in ogni evento, in ogni intervista. Era un modo per restare ancorato alla sua origine, per non dimenticare da dove veniva la sua voce.

Fratti è stato un portentoso ambasciatore dell’immenso patrimonio culturale italiano. Lo ha presentato e promosso dovunque: università, musei, centri culturali, radio, televisioni, e teatri naturalmente. Ha costruito ponti, aperto dialoghi, sostenuto giovani artisti. Ha raccontato l’Italia con affetto e lucidità. Ha portato l’America dentro il teatro europeo, con uno sguardo che nessun altro aveva: interno e insieme distaccato, partecipe e critico, affettuoso e severo. Oggi, la sua opera continua a vivere: nei teatri, nelle università, nelle biblioteche, nelle memorie di chi lo ha incontrato. Ma soprattutto vive nella sua lezione più grande: il teatro è un atto di verità, e la verità non ha confini.

Mario Fratti ha attraversato l’oceano con una valigia di idee e con il rilevante scrigno di sensibilità umanistica proprio della cultura italiana ed europea. Ha lasciato un continente e ne ha conquistato un altro. E alla fine, come accade ai grandi, è tornato a casa. Non fisicamente, ma nella memoria della sua città, della sua terra, della sua gente. Il suo nome, oggi, appartiene al mondo. Ma la sua voce resta profondamente, irrimediabilmente aquilana, anche se la sua eco è universale.

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Cultura

Roma apre le porte ai tesori archeologici restaurati grazie ai fondi del piano nazionale di ripresa e resilienza

🏛️ Roma svela i segreti dei suoi tesori archeologici restaurati grazie al piano PNRR: visite guidate gratuite alla scoperta di luoghi storici inediti per tutto il mese di giugno.
Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Roma #Archeologia #PNRR #Cultura

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Redazione-  Roma accoglie i visitatori con un programma di aperture straordinarie che punta a svelare il volto inedito di alcuni dei suoi monumenti più rappresentativi. Nelle giornate di sabato 13 e domenica 14 giugno, la città offre l’opportunità di immergersi nella storia attraverso visite guidate gratuite, promosse dalla Sovrintendenza Capitolina. L’iniziativa rientra nel più ampio progetto Caput Mundi, finanziato dal PNRR, che negli ultimi anni ha permesso di concretizzare importanti interventi di restauro, conservazione e valorizzazione su siti spesso preclusi al pubblico o soggette a un degrado che ne minacciava l’integrità.

Dopo il riscontro positivo della prima fase, che ha coinvolto oltre cinquecento presenze al mausoleo di Monte del Grano e al sepolcro di Largo Talamo, l’attenzione si sposta ora verso luoghi di alto valore simbolico e architettonico situati in diverse aree della Capitale. Il piano, fortemente voluto dall’amministrazione locale, mira non solo a recuperare i singoli manufatti ma a integrare queste testimonianze all’interno di un tessuto urbano più accessibile e narrato.

il patrimonio tra sacro e profano nella valle della Caffarella

La giornata di sabato 13 giugno è dedicata alla scoperta della chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella, un edificio che racchiude in sé secoli di stratificazioni storiche. Situato all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica, questo sito mostra una trasformazione millenaria: nato come tempio romano, è stato successivamente convertito in luogo di culto cristiano, conservando pregevoli testimonianze artistiche. Al suo interno, gli sguardi dei visitatori vengono catturati dagli affreschi dell’XI e del XVII secolo, tra cui spicca, per importanza storica, la raffigurazione della Madonna con Bambino tra Sant’Urbano e San Giovanni Evangelista, collocabile nel periodo tra il IX e il X secolo.

Oltre al recupero strutturale della chiesa, i recenti interventi hanno permesso il ripristino della scala che conduce al Ninfeo di Egeria. Questa suggestiva costruzione ipogea, risalente alla prima metà del II secolo dopo Cristo, è stata scavata direttamente nella roccia lungo la sponda sinistra del fiume Almone, riproducendo l’estetica di una grotta naturale. Il restauro ha consentito di mettere in sicurezza il percorso, permettendo al pubblico di avvicinarsi a uno dei luoghi mitici più celebri dell’antichità romana, un tempo meta di pellegrinaggi e soste rigenerative.

il nuovo volto del circo massimo e le radici di Tor de’ Cenci

Il programma prosegue domenica 14 giugno con due appuntamenti significativi. Il primo riguarda la villa romana di Tor de’ Cenci, un complesso architettonico che documenta l’attività abitativa e agricola dell’agro romano per un arco temporale vasto, che va dal I secolo avanti Cristo fino al V secolo dopo Cristo. La villa rappresenta un esempio di residenza suburbana in cui le funzioni produttive si fondevano con la vita quotidiana, offrendo uno squarcio sulla gestione del territorio fuori dalle mura urbiche.

In contemporanea, l’attenzione si sposta nel cuore della città, presso l’area archeologica del Circo Massimo. Per la prima volta, viene aperto un settore inedito situato nel lato sud-orientale dell’emiciclo, un’area che fino a questo momento era rimasta pressoché sconosciuta al grande pubblico. Gli scavi hanno restituito dati fondamentali sull’evoluzione della struttura di epoca traianea e sulle fasi di riutilizzo in epoca tardoantica, quando il Circo, ormai in declino, divenne sede di attività artigianali e abitazioni private.

Le indagini archeologiche hanno portato alla luce pavimentazioni originali e persino tracce degli edifici che, a partire dal XVIII secolo, furono costruiti sopra le vestigia romane, riutilizzando talvolta i vani antichi come spazi di servizio o cantine. La valorizzazione di quest’area non si è limitata alla sola conservazione, ma ha previsto l’installazione di nuovi percorsi di visita, inclusi supporti multimediali e scale di collegamento che rendono l’esperienza più immersiva. Le visite guidate, gestite dagli archeologi della Sovrintendenza, rappresentano una modalità privilegiata per comprendere le dinamiche di trasformazione che hanno interessato lo spazio pubblico e privato nel corso dei secoli. La partecipazione è libera, fino a esaurimento dei posti disponibili in base alla capacità di accoglienza dei siti.

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Cultura

Umani troppo umani (oggi), l’arte riflette sulla fragilità contemporanea a Palazzo Braschi

🎭 Il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospita “Umani troppo umani (oggi)”, una mostra intensa che esplora la fragilità dell’identità contemporanea attraverso lo sguardo degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma.
Non perdere l’occasione di riflettere sul valore della vita tra performance e arti visive. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Roma #AccademiaBelleArti #Mostra #PalazzoBraschi

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Redazione-  Roma accoglie, tra le prestigiose sale del Museo di Roma a Palazzo Braschi, un progetto espositivo che invita a una profonda introspezione sul presente. Dal 17 al 30 giugno 2026, lo storico edificio affacciato su piazza Navona e piazza San Pantaleo diventa il palcoscenico di Umani troppo umani (oggi), una collettiva che raccoglie l’estro e la ricerca critica degli studenti del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia di Belle Arti di Roma. L’iniziativa, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, si propone di interrogare il pubblico sul valore intrinseco dell’esistenza in un’epoca dominata dall’incertezza.

Il progetto nasce da una riflessione partecipata, coordinata da Anna Maiorano per l’istituzione accademica romana, con la curatela dei testi critici affidata a Livia Romano. L’obiettivo è quello di sondare il confine sottile che separa, o unisce, la sacralità della vita umana ai meccanismi spersonalizzanti imposti dalla società globale. La mostra non si limita a esporre oggetti artistici, ma intende sollevare questioni di natura etica, indagando come il corpo, l’identità e la dignità siano costantemente sottoposti a pressioni esterne e dinamiche economiche che ne tentano una continua riscrittura.

il linguaggio dell’arte come critica sociale

Il titolo dell’esposizione, una citazione che richiama orizzonti filosofici radicati nella modernità, serve da lente d’ingrandimento per osservare la fragilità insita nel genere umano. I diciotto artisti coinvolti — tra cui Giulia Battista, Federica Bonomi, Sabino de Nichilo, Giuseppe Antonio Lo Presti e molti altri — attingono a un vocabolario espressivo multiforme. Il percorso espositivo si snoda infatti attraverso un dialogo tra pittura, scultura, installazioni video e performance, offrendo ai visitatori una mappatura delle inquietudini contemporanee.

Tra le opere esposte, si nota una volontà comune di restituire una visione complessa del presente, dove la nozione di “sacro” non viene intesa in senso dogmatico, ma come una forza simbolica capace di resistere alla mercificazione. Ogni opera si trasforma in un dispositivo critico, uno strumento che spinge lo spettatore a guardare con occhi diversi il rapporto tra sé e la comunità, tra l’individuo e le strutture di potere che modellano l’identità quotidiana. La varietà tecnica rispecchia la polifonia di pensieri che i giovani talenti dell’Accademia hanno saputo declinare, trasformando il Museo di Roma in un laboratorio di idee vivo e pulsante.

un rituale collettivo per aprire le porte

Il progetto espositivo trova il suo momento di massima espressione nell’anteprima del 16 giugno, alle ore 19.00. In questa occasione, il Museo ospiterà l’azione performativa Il cuscino della sposa, una performance diretta da Paola Ricci che chiama il pubblico a una partecipazione attiva. Un collettivo di studentesse — comprendente Isabella Abbate, Ginevra Angiuli, Nicole De Napoli, Aurelia Di Iorio, Marta Fornaini, Simona Giuliani e Martina Sarubbi — metterà in scena un rituale che esplora i temi del passaggio, della memoria e della trasformazione. La cura del dettaglio, dai costumi realizzati da G. Gabriella Pitarresi fino all’accompagnamento sonoro di Chiara Stella Landi, sottolinea la coesione progettuale del lavoro accademico.

L’ingresso alla mostra, gestito dai servizi museali di Zètema Progetto Cultura, è gratuito, rendendo l’iniziativa un’opportunità democratica per accostarsi all’arte emergente nel cuore della Capitale. Il Museo di Roma a Palazzo Braschi, con le sue architetture barocche, crea un contrasto scenografico perfetto con la contemporaneità delle opere, esaltando il dialogo tra il passato glorioso della città e le sfide del XXI secolo. La mostra rimane visitabile dal martedì alla domenica, osservando l’orario 10.00-19.00 (ultimo ingresso alle 18.00). Per ulteriori informazioni sugli eventi collaterali o sulle specifiche delle opere, il portale museiincomuneroma.it e il servizio telefonico 060608 restano a disposizione dei cittadini, garantendo un accesso agevole a questa panoramica sul sentire umano contemporaneo. È una rara occasione per toccare con mano le inquietudini e le speranze della prossima generazione di artisti.

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Cultura

Gustavo Vélez e le dimensioni dell’equilibrio: trent’anni di scultura in mostra a Pietrasanta

🎨 Pietrasanta si trasforma in un museo a cielo aperto per i trent’anni di carriera di Gustavo Vélez: la mostra “Le dimensioni dell’equilibrio” esplora il rapporto tra marmo, geometria e spazio urbano tra le Alpi Apuane e il mare.
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#GustavoVelez #Pietrasanta #SculturaContemporanea #ArteVersilia

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Redazione-  Pietrasanta si prepara a celebrare un traguardo significativo per il panorama artistico internazionale: il trentennale della carriera di Gustavo Vélez. Dall’11 giugno al 20 settembre 2026, la città del marmo, celebre hub per la lavorazione artistica tra le Alpi Apuane e la costa tirrenica, ospita “Le dimensioni dell’equilibrio”, una mostra diffusa curata da Francesca Sborgi con il contributo di Eike Schmidt. L’evento trasforma il tessuto urbano in un museo a cielo aperto, coinvolgendo luoghi iconici come Piazza Duomo, il Complesso di Sant’Agostino, Piazza Carducci, Piazza Statuto, Piazza XXIV Maggio e il Pontile di Marina di Pietrasanta.

un legame profondo tra artista e territorio

L’esposizione non rappresenta soltanto una celebrazione formale, ma sancisce un legame indissolubile nato nel 1996, anno in cui l’artista colombiano scelse Pietrasanta come sua base operativa. In questi tre decenni, Vélez ha integrato la propria visione creativa con il sapere secolare delle maestranze locali. Il marmo e il bronzo, materiali che definiscono l’identità storica del distretto versiliese, diventano nelle mani dello scultore strumenti per sfidare le leggi della fisica. Le sue opere, spesso monumentali, sembrano sottrarsi alla forza di gravità, creando un cortocircuito percettivo tra la solidità della materia e la leggerezza di forme che paiono fluttuare nell’aria.

Il cuore pulsante del percorso espositivo è rappresentato da Piazza Duomo. Qui, il dialogo tra la pietra scolpita e l’architettura storica del territorio genera una tensione visiva che invita il pubblico a mutare continuamente i propri punti di vista. Il rigore geometrico del marmo, la lucentezza dell’acciaio e la matericità del bronzo si fondono, trasformando lo spazio pubblico in un ambiente dove la simmetria diventa linguaggio universale. Come sottolinea lo stesso artista, l’obiettivo è far sì che ogni scultura stabilisca un rapporto dialettico con il contesto circostante, offrendo ai visitatori un’esperienza che unisce libertà espressiva e precisione costruttiva.

oltre la forma: il percorso verso l’astrazione

Il viaggio artistico di Vélez, nato in Colombia a Medellín nel 1975 e forgiato dagli anni giovanili trascorsi a Firenze, ha visto una netta evoluzione. Partito da una matrice figurativa, l’artista si è spostato progressivamente verso l’astrazione geometrica, pur mantenendo intatto il rispetto per la tradizione plastica. Le opere in mostra non si impongono con aggressività, ma cercano un equilibrio meditativo, spogliando la materia di ogni sovrastruttura per rivelarne l’essenza.

Il Complesso di Sant’Agostino, con i suoi spazi più raccolti, offre una dimensione di silenzio e raccoglimento, permettendo al visitatore di analizzare i dettagli tecnici e la purezza delle linee di Vélez. Al contrario, la sezione di Marina di Pietrasanta, che si estende fino al Pontile, proietta le sculture verso l’orizzonte marino, mettendole in relazione diretta con la luce naturale e l’apertura del paesaggio. Questa dicotomia tra lo spazio chiuso, intimo, e quello aperto, monumentale, definisce l’ampiezza della ricerca condotta in questi trent’anni di attività.

La carriera di Gustavo Vélez ha superato ampiamente i confini toscani, consolidandosi in America, Asia ed Europa. Con la partecipazione alla Triennale di Scultura di Bad Ragaz e Vaduz nel 2023, l’artista ha confermato il proprio ruolo di protagonista nella scultura monumentale contemporanea. Il riconoscimento ottenuto in Italia nel 2024, con il Premio Fratelli Rosselli, testimonia l’importanza della sua figura come ambasciatore dell’eccellenza artistica di Pietrasanta nel mondo. Il fatto che un bozzetto della sua opera monumentale “Hipercúbicos” faccia parte delle collezioni del Museo dei Bozzetti è un ulteriore segno della stretta interconnessione tra il percorso di Vélez e la storia culturale della città.

L’esposizione, visitabile con orari variabili a seconda del periodo estivo, rappresenta un’occasione unica per osservare come la geometria possa farsi veicolo di poesia visiva. La mostra sarà aperta dal martedì alla domenica, con orari estesi durante le serate estive, garantendo una fruizione che spazia dalla luce del mattino fino alle atmosfere suggestive del tramonto. L’accesso ai luoghi pubblici della città permetterà a cittadini e turisti di vivere la scultura non come un elemento statico, ma come una componente dinamica della vita urbana, capace di cambiare volto alla città di Pietrasanta per tutta la durata dell’estate 2026.

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