Rimani in contatto con noi
#

Lifestyle

Murìcena teatro porta al Campania Teatro Festival lo spettacolo Dimenticata Pace

🎭 Il Teatro si spoglia della vista per ritrovare l’essenza dell’umano: Murìcena Teatro porta a Napoli “Dimenticata Pace”, un’esperienza sensoriale unica al Campania Teatro Festival. Non perdere un evento dove il corpo e la voce diventano gli unici veri protagonisti.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#MuricenaTeatro #CampaniaTeatroFestival #TeatroInclusivo #NapoliCultura

Pubblicato

a

Muricena Teatro 1264 x 754

Redazione- Napoli si prepara ad accogliere un evento di rilievo nel panorama culturale contemporaneo: il debutto di Dimenticata Pace, atteso per il 4 luglio 2026 alle ore 20:30 presso il Teatro Tedér. La compagnia Murìcena Teatro sceglie il prestigioso palcoscenico del Campania Teatro Festival per presentare un’opera che sfida le convenzioni della drammaturgia classica, proponendo una rilettura dell’omonima commedia di Aristofane attraverso il talento e la sensibilità di un cast composto interamente da attori professionisti non vedenti e ipovedenti.

Il progetto affonda le proprie radici nel laboratorio teatrale permanente “Fare Teatro…oltre lo sguardo”, avviato nel 2018. Questo percorso ha ottenuto nel gennaio 2026 un importante riconoscimento dal Ministero della Cultura, che lo ha inserito tra i dodici progetti finanziati a livello nazionale in seno alle iniziative destinate agli organismi che impiegano artisti con disabilitĂ . Non si tratta di una semplice rappresentazione, ma di un approccio metodologico che ribalta il paradigma dell’inclusione: gli interpreti non sono i destinatari di un’azione assistenziale, ma le guide autorevoli di un processo creativo che esplora forme alternative di percezione.

Un viaggio sensoriale oltre la vista

La trama muove i passi dal mito aristofaneo in cui il vignaiolo Trigeo decide di sfidare gli orrori bellici per liberare Eirene, la dea della Pace. In questa rielaborazione contemporanea, il racconto assume toni diversi e profondamente umani. Il protagonista è un mendicante che, accompagnato dalla fedele Nuvola — il proprio cane-guida, presenza scenica quanto mai reale e simbolica — percorre un itinerario alla ricerca della pace smarrita. Ad arricchire il tessuto narrativo interviene la figura di Opora, un cantastorie che, agendo come una moderna Parca intenta a filare e lavorare a maglia, narra in lingua napoletana la vicenda della “guagliuncedda”.

La regia, curata da Raffaele Parisi, ha saputo trasformare la satira grottesca di Aristofane in una drammaturgia corporea. La scena diventa un territorio di esplorazione dove i canali privilegiati non sono quelli visivi, bensì l’udito, il tatto e l’olfatto. Gli spettatori sono invitati a compiere un viaggio che sollecita la memoria e la presenza fisica, in un contesto dove il teatro smette di essere un’esperienza puramente ottica per trasformarsi in una risonanza emotiva condivisa.

L’architettura del suono nel teatro napoletano

La scelta del Teatro TedĂ©r, una chiesa sconsacrata trasformata in spazio culturale nel cuore del capoluogo campano, non appare casuale. L’architettura antica, con le sue risonanze naturali e il suo peso storico, dialoga con la dimensione immersiva dell’opera. Il luogo stesso contribuisce ad amplificare la potenza del messaggio, rendendo tangibile la riflessione sulla riconciliazione.

Raffaele Parisi, regista e drammaturgo, sottolinea la genesi di questo lavoro collettivo: «Siamo partiti da una domanda semplice: dove cerchiamo la nostra pace, in un mondo attraversato da guerre? Abbiamo cominciato a improvvisare non sui testi, ma sui corpi. Suoni, respiri, passi e voce sono diventati la materia drammaturgica primaria. Aristofane ci ha fornito la struttura, ma la trasformazione è avvenuta attraverso il modo in cui i nostri attori conoscono il mondo». Secondo Parisi, la condizione di chi non vede permette di filtrare la violenza delle immagini quotidiane, lasciando spazio a un ascolto piĂą profondo della realtĂ . La pace, in quest’ottica, non è un concetto astratto, ma un obiettivo che parte dalla cura dell’altro e dalla ricerca di una dimensione interiore capace di trasmettersi alla comunitĂ .

Il debutto al Campania Teatro Festival si configura come un appuntamento imperdibile per chiunque voglia interrogarsi sulla funzione del teatro come strumento di rottura rispetto alle abitudini percettive comuni. La fusione tra il rigore della commedia antica e la vitalità del dialetto napoletano crea un ponte tra il passato e le inquietudini del presente. Per chi desidera assistere a questa prima nazionale, le informazioni relative alle prenotazioni e agli orari sono consultabili attraverso il portale ufficiale del Festival, mentre per approfondire la ricerca artistica di Murìcena Teatro è possibile contattare direttamente la compagine artistica tramite posta elettronica.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarĂ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lifestyle

“Quando il giardino ha salvato la mia anima” (storie vere)

Avevo avuto tutto nella vita. Avevo studiato molto, svolto un lavoro che tanti sognano, viaggiato in molti Paesi, posseduto case, mobili, oggetti preziosi. Non mi mancava nulla di ciò che il denaro può comprare. Eppure, arrivato alla vecchiaia, mi accorsi che dentro di me c’era un vuoto che nessuna ricchezza

Pubblicato

a

1 23
Redazione-  Avevo avuto tutto nella vita. Avevo studiato molto, svolto un lavoro che tanti sognano, viaggiato in molti Paesi, posseduto case, mobili, oggetti preziosi. Non mi mancava nulla di ciò che il denaro può comprare. Eppure, arrivato alla vecchiaia, mi accorsi che dentro di me c’era un vuoto che nessuna ricchezza riusciva a riempire. Le persone che avevo amato non c’erano più: una dopo l’altra erano state portate via dagli anni. Mi restavano i ricordi, ma i ricordi non parlano, non rispondono, non abbracciano.
Ora mi trovo qui, paralizzato in un letto, ma con la mente ancora lucida. E a volte penso che questa sia l’unica libertà che mi è rimasta: quella di pensare. Perché a cosa servono le gambe se la testa non ragiona più? A cosa serve correre nel mondo se non si capisce più il mondo?
Per qualche tempo sono stato in una casa di riposo. Non ci andai per scelta, ma per necessità, perché non avevo nessuno che potesse occuparsi di me. All’inizio pensavo fosse la soluzione giusta: c’era assistenza, c’erano persone gentili, c’era ordine. Ma lentamente capii il prezzo di tutto questo. Non era la fatica fisica a pesare di più, ma la perdita della libertà. Dipendere dagli altri per ogni gesto, anche il più semplice, cambia il modo in cui senti te stesso.
Ogni mattina mi svegliavo molto presto. Il mio compagno di stanza gridava nella notte, chiamava sua madre, suo padre, i suoi figli, come se parlasse a persone lontane o scomparse, forse dentro un tempo che non esisteva più. Io restavo sveglio ad ascoltarlo nel buio, e pensavo a quanto la mente umana possa smarrirsi e cercare rifugio in ciò che non c’è più. Poi arrivava il mattino e la colazione diventava un evento, non per gioia, ma perché rompeva la notte.
Tutto era regolato: orari per alzarsi, per mangiare, per dormire, per uscire. Io avevo sempre amato la libertà, e quella disciplina continua mi faceva sentire come un ospite nella mia stessa vita. Nel soggiorno comune eravamo in tanti: uomini e donne con storie diverse, riuniti nello stesso spazio. Qualcuno rideva senza motivo, qualcuno parlava da solo, qualcuno batteva le mani guardando la televisione senza capire ciò che vedeva. Io avrei voluto leggere un libro, ma era quasi impossibile. Non provavo giudizio, ma una tristezza profonda e una paura silenziosa: quella del tempo che lentamente cambia e consuma le persone.
Anche durante i pasti era difficile trovare pace. Una volta un uomo accanto a me si puliva le mani sui miei vestiti senza rendersene conto. Un’altra volta mi sedetti vicino a una donna che parlava senza fermarsi mai, dalla mattina alla sera, senza logica, senza respiro. Cambiai posto, e poi ancora, ma capii che non esisteva un luogo migliore: esisteva solo la condizione umana, diversa in ogni corpo ma uguale nella fragilità. C’era chi non aveva figli, chi li aveva lontani, chi era stato dimenticato, chi non poteva più essere seguito da nessuno.
La notte era la parte più dura. Io non prendevo sonniferi, volevo restare lucido. Il mio compagno invece li prendeva. Si addormentava, poi verso le tre del mattino si svegliava e ricominciava a gridare, a cercare sua madre, suo padre, i suoi figli. Una notte, stremato, non sentii subito il rumore. Aveva tentato di scavalcare le sbarre del letto ed era caduto. Quando aprii gli occhi vidi il pavimento pieno di sangue. Entrarono infermieri, ambulanza, luci, voci, confusione. Lo portarono via. Dopo alcuni giorni tornò con una fasciatura sulla fronte, ma da quel momento peggiorò: gridava di più, dormiva meno, sembrava ancora più lontano da sé stesso.
Chiesi di cambiare stanza. Mi trasferirono accanto a un uomo più giovane, ma già segnato dalla demenza: camminava avanti e indietro senza fermarsi mai, per ore, per giorni, come se cercasse un’uscita invisibile. Poi cambiai ancora e trovai un uomo allettato, sempre a letto, sempre silenzioso. Per la prima volta ebbi pace: potevo leggere, guardare un film, respirare un po’ di silenzio. Ma dopo un mese accadde qualcosa di strano: mi mancò il primo compagno, quello che gridava. Mi mancava la sua presenza, perché almeno era vita, anche se confusa. Capì allora che anche il rumore della sofferenza può diventare una forma di compagnia.
Fu in quel momento che decisi di tornare a casa. Avevo ancora una casa, un giardino, alberi, fiori. Chiamai qualcuno che potesse aiutarmi e lasciai la struttura. Quando attraversai il cancello della mia proprietĂ  piansi. Non per dolore, ma per la sensazione di essere tornato alla vita.
Il giardino era lì, come sempre. Ma io lo vedevo con occhi diversi. Ogni mattina osservavo il cielo, ascoltavo gli uccelli, guardavo il vento muovere le foglie. Un giorno vidi un riccio attraversare lentamente il prato e rimasi a guardarlo come si guarda qualcosa di sacro. Il giardino non era cambiato. Ero cambiato io.
Poi arrivò il cane. Non lo vidi mai come un semplice animale. Era una presenza viva, silenziosa, costante. Quando ero triste si avvicinava, quando ero fermo restava accanto a me, quando ero meglio sembrava capirlo. Un giorno non riuscivo ad alzarmi dal letto. Non avevo forza. Il cane rimase seduto accanto a me per ore, immobile, guardandomi, come se aspettasse che tornassi al mondo. E io piansi, perché capii che esiste un amore che non chiede nulla.
Qualche anno dopo tornai a visitare la casa di riposo. Molte persone non c’erano più. Il mio ultimo compagno era morto. Le stanze erano le stesse, ma le vite erano cambiate. Quando uscii mi fermai in un bar pieno di gente: giovani, anziani, famiglie, persone che parlavano e ridevano. E io, con la carrozzina, passavo tra loro mentre mi lasciavano spazio. In quel momento compresi la differenza tra esistere e vivere.
Tornai a casa. Il cane e il gatto mi aspettavano. Entrammo insieme. Quella sera guardai il cielo dalla finestra aperta: entrava aria fresca, entrava il profumo del giardino, entrava la vita. E capii che la felicità non era mai stata lontana. Era sempre stata lì: nel silenzio degli alberi, nel canto degli uccelli, nella presenza di chi resta accanto senza chiedere nulla.
E se oggi dovessi dire una sola cosa a chi legge queste righe, direi questo: non aspettate. Perché la vita non urla quando passa. Sussurra. E spesso lo fa proprio mentre pensiamo di avere ancora tempo.

Continua a Leggere

Lifestyle

Giuro sul bene che ti voglio: la poesia che trasforma l’ordinario in eterno

❤️ La bellezza della vita risiede nelle piccole cose e nell’amore che ci lega agli altri. Ginevra Savorani ci guida in un viaggio poetico che celebra l’autenticitĂ  e la forza interiore.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Poesia #GinevraSavorani #LetteraturaItaliana #AlettiEditore

Pubblicato

a

Ginevra Savorani

Redazione-  Firenze è la culla che ha visto nascere e crescere l’ispirazione di Ginevra Savorani, una voce poetica che oggi si impone nel panorama letterario contemporaneo con la pubblicazione della sua opera intitolata «Giuro sul bene che ti voglio». Il volume, edito da Aletti Editore all’interno della prestigiosa collana «I Diamanti della Poesia», non è soltanto una raccolta di versi, ma una dichiarazione d’intenti che vuole riportare l’attenzione del lettore verso la riscoperta della quotidianitĂ . In un mondo dominato dal rumore di fondo digitale e dalla velocitĂ , la Savorani sceglie la strada opposta: quella della lentezza, della riflessione e della valorizzazione dei gesti minimi che compongono le nostre giornate.

La bellezza nascosta nei gesti quotidiani

L’autrice fiorentina definisce la sua opera come una dedica multipla: alle persone care, che fungono da perno emotivo della sua esistenza, e ai lettori, invitati a specchiarsi nell’autenticitĂ  dei sentimenti descritti. La genesi dei componimenti affonda le radici in una sapienza antica, quella tramandata dalla madre, che Savorani custodisce come un tesoro prezioso: l’idea che la meraviglia risieda nelle pieghe della normalitĂ . Durante la stesura, l’autrice ha cercato di dimostrare come un atto apparentemente banale, come la consumazione di una colazione, possa elevarsi a momento lirico se osservato con la giusta lente d’ingrandimento.

Il lavoro editoriale, disponibile sia in formato cartaceo che in versione e-book, si configura come un esercizio di stile dove la leggerezza non è sinonimo di superficialità, bensì di un’eleganza rara. Ogni verso è costruito come una piccola architettura di senso, capace di fondere la memoria del passato con le istanze del presente. Questo approccio permette alla poetessa di creare un ponte ideale con chi legge, stimolando una sosta necessaria per contemplare la realtà con una sensibilità rigenerata, lontana dai ritmi soffocanti imposti dalla modernità.

Il ruolo dell’amore come principio ordinatore

A sottolineare il valore intrinseco della raccolta, interviene la prefazione curata dal maestro Giuseppe Aletti, editore, poeta e formatore di lungo corso. Aletti individua nella poetica della Savorani una coerenza intellettuale solida, basata sul riconoscimento dell’amore come forza capace di dare ordine al caos esistenziale. La memoria, in questo contesto, smette di essere un semplice archivio di ricordi e diventa una radice viva, essenziale per definire l’identitĂ  personale. Inoltre, l’autrice esplora il tema della fragilitĂ  non come un limite, ma come una condizione umana necessaria, uno spazio da abitare con consapevolezza per comprendere appieno il significato del vivere.

La profonditĂ  della scrittura di Ginevra Savorani deriva da una scelta deliberata: esporsi senza filtri. La poetessa parla di mettersi a nudo di fronte al pubblico, un processo che richiede una maturitĂ  emotiva costante, coltivata giorno dopo giorno. Questo atto di coraggio letterario si traduce in una narrazione trasparente, in cui la penna diventa un tramite naturale tra lo stato d’animo dell’autrice e la pagina bianca. Si tratti di fissare un ricordo indelebile come una fotografia o di assecondare un’urgenza creativa improvvisa, la Savorani mantiene sempre una cifra stilistica riconoscibile, che oscilla tra lo sfogo liberatorio e la meditazione introspettiva.

Un invito a guardare al domani con fiducia

L’opera ha giĂ  trovato un importante palcoscenico di risonanza, essendo stata presentata al Salone Internazionale del Libro di Torino negli spazi dedicati alla casa editrice Aletti. Tale esposizione ha permesso ai versi di incontrare un pubblico vasto, confermando l’universalitĂ  delle tematiche trattate. L’intera raccolta è permeata da una fiducia incrollabile nelle possibilitĂ  del domani, visto come un orizzonte fluido e benefico verso cui muoversi. Il messaggio finale è un incoraggiamento rivolto a chiunque si accosti alla lettura: l’esortazione a costruire il proprio vissuto con tenacia e ad attingere, anche nei momenti di maggiore difficoltĂ , alla forza interiore che risiede in ogni essere umano.

La scrittura, per l’autrice, rimane un’attivitĂ  salvifica, un modo per dare dignitĂ  al tempo che passa e per celebrare quel dono insostituibile che è il legame affettivo tra le persone. Con «Giuro sul bene che ti voglio», Ginevra Savorani consegna al pubblico non solo un libro, ma una piccola bussola per orientarsi nella complessitĂ  dei sentimenti moderni.

Continua a Leggere

Lifestyle

“Non chiamatemi First Lady “: il racconto di Elisa De Leo oltre l’immagine pubblica della politica

đź“– Scopri il racconto senza filtri di Elisa De Leo tra vita privata, politica e il coraggio di essere se stesse oltre le etichette. Un libro necessario per chi cerca l’autenticitĂ .

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#ElisaDeLeo #NonChiamatemiFirstLady #Editoria #DonneInPolitica

Pubblicato

a

Elisa De Leo

 Redazione-  Il mondo della politica, spesso osservato attraverso il filtro delle cronache giornalistiche o delle immagini istituzionali, cela una dimensione umana che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. A squarciare questo velo di consuetudine arriva in libreria “Non chiamatemi First Lady”, l’opera autobiografica di Elisa De Leo, pubblicata da Santelli Editore. Non si tratta di una guida su come interpretare il ruolo di compagna accanto a un esponente delle istituzioni, né di un compendio di etichetta per apparizioni formali. Il libro si propone come un diario intimo, un tentativo di restituire voce e spessore a una donna che, per anni, ha vissuto il peso, le aspettative e le contraddizioni di una vita esposta, pur mantenendo ferma la propria identità.

La realtĂ  dietro le quinte del potere

Il volume copre un arco temporale significativo, dal 2014 al 2023, anni in cui De Leo è stata testimone diretta della traiettoria politica del marito. In questo lasso di tempo, la vita dell’autrice si è intrecciata con i meccanismi della rappresentanza istituzionale, in un contesto in cui la privacy cede spesso il passo all’osservazione costante da parte dell’opinione pubblica. L’autrice definisce la stesura del libro quasi come una necessitĂ  terapeutica: nata da appunti sparsi, note sul telefono e riflessioni conservate in un taccuino, l’opera si è trasformata in un contenitore di emozioni in cui trovano posto la maternitĂ , le sfide quotidiane dell’essere madre e lavoratrice e, soprattutto, la gestione dell’iper-esposizione mediatica.

Il racconto di Elisa De Leo non risparmia i passaggi piĂą complessi. Tra questi, emerge con chiarezza la narrazione della proposta di matrimonio avvenuta alla Camera dei Deputati, un episodio che all’epoca scatenò un acceso dibattito mediatico. In queste pagine, l’evento viene analizzato oltre la superficie del gesto eclatante, rivelando le sfumature emotive di chi si è trovata al centro di un riflettore improvviso, bilanciando il vissuto personale con la cornice pubblica in cui la scena è stata recitata.

Oltre il pregiudizio: la sfida contro le etichette

La casa editrice Santelli ha accolto il progetto editoriale riconoscendo in esso il valore di una narrazione che mette al centro la persona, prima ancora del personaggio. In una societĂ  che spesso richiede alle figure femminili collegate alla politica un comportamento standardizzato, De Leo rivendica il diritto alla complessitĂ . Il libro affronta con coraggio tematiche sensibili come il body shaming, la pressione del giudizio altrui e l’ipersensibilitĂ  vissuta come caratteristica di forza e non di fragilitĂ .

L’autrice, padovana di nascita e ligure d’adozione, descrive la sua esperienza come una continua ricerca di equilibrio tra la propria carriera di impiegata e le esigenze di una vita familiare in cui le dinamiche di coppia devono misurarsi con ruoli istituzionali di rilievo, come quello di un ex onorevole e sindaco. Il testo si rivolge non soltanto a chi nutre curiositĂ  per le dinamiche interne alla politica, ma a tutte le donne che si sentono schiacciate da definizioni imposte e che cercano, quotidianamente, di mantenere la propria integritĂ  in un contesto che spesso premia l’apparenza rispetto alla sostanza.

Un invito all’autenticitĂ  nel quotidiano

La forza di “Non chiamatemi First Lady” risiede nella sua natura non idealizzata. Non c’è spazio per il racconto edulcorato di una vita dorata; al contrario, le pagine restituiscono la fatica del compromesso, il dovere di restare saldi di fronte agli attacchi degli haters e la tenacia necessaria per ricostruirsi dopo ogni delusione. Il libro diventa così un manifesto di resilienza, dove le cadute non sono viste come segni di debolezza, ma come tappe fondamentali di un percorso di crescita personale.

Con uno sguardo rivolto alla propria storia, Elisa De Leo invita il lettore a sospendere il giudizio. Attraverso una scrittura che alterna ironia e introspezione, l’opera vuole essere un ponte verso chi, pur operando nell’ombra – nel lavoro, in famiglia o nel civismo – sostiene il peso della società con dignità e discrezione. La narrazione, lontana dal tono dei comunicati ufficiali, si impone come uno scavo onesto che mira a scardinare quel pregiudizio che spesso accompagna le compagne dei politici, troppo spesso ridotte a semplici figure di contorno. In un tempo dominato dalla velocità delle immagini, la voce di De Leo si prende il tempo necessario per riaffermare che dietro ogni ruolo pubblico esiste, prima di tutto, un essere umano con le proprie aspirazioni, dubbi e, soprattutto, una vita reale che merita di essere ascoltata senza filtri.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza