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Attualità

Il 22 settembre segna una data spartiacque per il sistema penitenziario italiano: la Consulta decide sul futuro della pena detentiva

⚖️ Il prossimo 22 settembre la Corte costituzionale si pronuncia sulla dignità dei detenuti: tra certezza della pena e tutela dei diritti fondamentali, l’Italia interroga il proprio sistema carcerario.

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Carcere

Roma – Il prossimo 22 settembre, il palazzo della Consulta a via XX Settembre si prepara ad ospitare una udienza che potrebbe ridisegnare i confini della giustizia italiana. La Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi in merito alla legittimità di sospendere l’esecuzione della pena detentiva, o di disporre forme di detenzione alternative, laddove le condizioni igienico-sanitarie e strutturali degli istituti non rispettino il senso di umanità sancito dall’articolo 27 della Carta fondamentale. Un interrogativo che scuote le fondamenta dello Stato di diritto: può la privazione della libertà trasformarsi, a causa dell’incuria, in un trattamento inumano e degradante?

Il caso di Sollicciano come punto di partenza

La questione sollevata trae origine dalle condizioni critiche riscontrate nella casa circondariale di Sollicciano, alle porte di Firenze. L’istituto, situato nell’area nord-ovest della città toscana, rappresenta purtroppo solo la punta dell’iceberg di una sofferenza sistemica che attraversa lo stivale, toccando da nord a sud le realtà di Regina Coeli a Roma, San Vittore a Milano o Poggioreale a Napoli. Le condizioni di invivibilità che caratterizzano molti di questi luoghi non sono solo una questione amministrativa, ma pongono un problema di tenuta democratica. La pena non può eccedere la misura stabilita dal codice e non deve includere, tra le sue clausole invisibili, il degrado strutturale o la mancanza di igiene.

La Corte dovrà pesare da una parte la necessità di tutelare i diritti inviolabili dei detenuti – che restano persone soggette alla giurisdizione dello Stato – e dall’altra il principio della certezza della pena. Si tratta di un equilibrio complesso, che rifugge da facili populismi e chiede invece un intervento tecnico di alto profilo, capace di guardare alla funzione rieducativa della pena prevista dai padri costituenti.

La visione di Meritocrazia Italia sulle riforme

Il dibattito si inserisce in un contesto dove le inefficienze dello Stato non possono essere scaricate esclusivamente sulle spalle della magistratura. La politica è chiamata a fornire risposte concrete, evitando di delegare ai tribunali una gestione che richiede investimenti, visioni e tempismo. Meritocrazia Italia, da tempo attiva nel monitoraggio del sistema carcerario, sottolinea come la dignità della persona e la sicurezza dei cittadini non debbano essere considerate valori antitetici.

La proposta di Meritocrazia Italia si articola su più livelli. In primis, è necessario un piano straordinario di natura nazionale destinato alla riqualificazione degli edifici carcerari presenti nelle varie province italiane. La messa in sicurezza e l’adeguamento strutturale rappresentano i primi passi verso il ripristino della legalità detentiva. Oltre ai mattoni, serve un sistema permanente e trasparente di monitoraggio, capace di effettuare verifiche periodiche tramite organismi del tutto indipendenti, che possano segnalare le criticità prima che queste diventino emergenze insanabili per la Corte costituzionale.

Oltre il sovraffollamento: formazione e personale

Il problema del sovraffollamento è spesso la conseguenza di una politica penale punitiva che dimentica il reinserimento sociale. Per invertire questa rotta, è urgente potenziare l’organico di polizia penitenziaria, i presidi sanitari e, non meno importante, il personale che si occupa del supporto psicologico, figure che oggi sono numericamente insufficienti rispetto alle necessità reali delle strutture.

La pena, affinché non sia solo un luogo di abbandono, deve tornare a essere un tempo di formazione. Ampliare i percorsi lavorativi e professionalizzanti all’interno delle mura carcerarie significherebbe trasformare il tempo della reclusione in una fase propedeutica al rientro nella società. Questo approccio non riduce soltanto la recidiva, ma restituisce al Paese un cittadino che ha compreso il valore delle regole. La reingegnerizzazione delle misure alternative non deve essere letta come un indebolimento del rigore dello Stato, ma come uno strumento raffinato per garantire che la pena, pur essendo afflittiva, resti pienamente nel solco dei principi di Civiltà che l’Italia ha sottoscritto a livello internazionale. Il 22 settembre, dunque, non si scriverà soltanto una sentenza, ma si traccerà il perimetro entro cui lo Stato vuole definire il proprio rapporto con la giustizia.

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Politica

Il futuro della politica italiana passa per il centro: la proposta dei Cristiano Riformisti sulla riforma elettorale

⚖️ Il Movimento dei Cristiano Riformisti apre il dibattito su un nuovo assetto elettorale fondato sul merito e sulla libertà di scelta, bocciando le logiche di potere basate sul trasformismo politico.

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#Politica #RiformaElettorale #CristianoRiformisti #Calenda

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Roma – Il dibattito politico nazionale torna a concentrarsi sulle regole del gioco democratico. Nelle ultime ore, il Movimento dei Cristiano Riformisti ha espresso un sostegno convinto alla visione politica delineata da Carlo Calenda, leader di Azione, riguardo alla necessità di superare l’attuale logica bipolare per orientarsi verso una configurazione a cinque poli. Secondo il movimento, il panorama politico italiano deve tornare a riflettere la complessità e la pluralità delle istanze civili, ponendo fine a quelle forzature che, negli ultimi anni, hanno paralizzato le istituzioni e limitato lo spazio di manovra dei partiti moderati.

Una proposta per riequilibrare il sistema democratico

L’assetto ipotizzato da Calenda prevede la presenza stabile di almeno due poli posizionati al centro dello scacchiere. Per i Cristiano Riformisti, questa architettura rappresenta l’unica via percorribile per far funzionare correttamente un sistema proporzionale che sia realmente rappresentativo. Il cuore della questione risiede nella necessità di rispettare la reale volontà degli elettori, spesso compressa tra due blocchi contrapposti che finiscono per annullare ogni sfumatura programmatica.

L’obiettivo non è solo numerico, ma qualitativo: il Movimento sostiene che una democrazia matura debba fondarsi sulla piena libertà di scelta. Questo principio di autonomia intellettuale da parte dell’elettore deve essere salvaguardato in ogni fase del percorso elettorale, lontano da quei vincoli di coalizione che spesso si trasformano in veri e propri blocchi di potere, impedendo il naturale ricambio della classe dirigente.

Il superamento della doppia preferenza di genere

Un punto centrale della riflessione proposta dai Cristiano Riformisti riguarda il superamento dell’obbligo della doppia preferenza uomo-donna nelle consultazioni elettorali. Nonostante tale norma sia stata introdotta con intenti di equità, il Movimento ritiene che la sua applicazione si sia tradotta in un vincolo burocratico che rischia di svilire il merito dei singoli candidati. La posizione espressa è netta: la valorizzazione delle donne non deve passare attraverso clausole forzate all’interno della scheda elettorale, ma deve essere il risultato di un percorso naturale basato su pari opportunità reali.

Secondo i vertici del Movimento, la vera dignità di genere si manifesta nel momento in cui il cittadino è libero di votare la persona che ritiene più capace e preparata, indipendentemente dal sesso. Imporre abbinamenti forzati sulla scheda significa, secondo questa visione, limitare la libertà dell’elettore e trasformare la scelta politica in un esercizio di calcolo matematico, piuttosto che in un atto di fiducia basato sulla competenza e sul programma presentato.

Critiche al trasformismo e alla gestione dei simboli

La riflessione dei Cristiano Riformisti si sposta poi verso una critica pungente contro le dinamiche più opportunistiche della politica italiana. Il movimento punta il dito contro figure come l’onorevole Laura Ravetto, esponente di Futuro Nazionale, accusata di aver interpretato il bipolarismo in modo strumentale. Secondo la nota diffusa, il comportamento di chi sposta il proprio consenso da una coalizione all’altra, utilizzando i simboli di partito come “taxi” elettorali per mantenere una posizione nelle istituzioni, danneggia la credibilità dell’intero sistema.

Questa condotta viene indicata come il simbolo di una politica che ha dimenticato il valore del radicamento territoriale e della coerenza programmatica. Per i Cristiano Riformisti, è tempo di segnare un cambio di passo: la politica deve tornare a essere un luogo di confronto tra idee e visioni diverse, dove l’elettore si sente protagonista grazie a un sistema che non impone, ma libera la capacità di giudizio individuale.

Guardando al futuro, il Movimento assicura che proseguirà la propria attività in questa direzione, promuovendo iniziative che tutelino il diritto dei cittadini a votare per chi incarna al meglio le proprie istanze, senza le distorsioni tipiche dei passaggi tra schieramenti opposti. La battaglia dei Cristiano Riformisti si preannuncia quindi come una sfida aperta contro chi preferisce le rendite di posizione alla trasparenza di un sistema elettorale veramente democratico e pluralista. Il radicamento in territori come le province italiane, storicamente cuore pulsante della moderazione, resta il punto di partenza per questo ambizioso progetto di riforma che punta a restituire valore alla scelta del singolo cittadino nelle cabine elettorali di tutto il Paese.

Esponente dei Cristiano Riformisti

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Attualità

La Spezia, cinghiale abbattuto vicino alle case nel quartiere del Favaro: scoppia la protesta degli animalisti

🚨 RABBIA ANIMALISTA ALLA SPEZIA! Guardia faunistica spara e uccide un cinghiale a meno di 50 metri dalle case nel quartiere del Favaro. Il Comitato Maggiolina denuncia: “Fatto intollerabile, nessun preavviso e rischi per la sicurezza pubblica”. La Regione Liguria avvia accertamenti urgenti. I dettagli 👇#laspezia #cronacalocale #animalisti #cinghiale #regioneliguria #sicurezzaurbana #pagineutili

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Cinghiale

La denuncia del comitato antispecista maggiolina per l’episodio avvenuto all’alba

La Spezia – Un gravissimo episodio di cronaca urbana legato alla gestione della fauna selvatica e alla pubblica sicurezza ha innescato un’ondata di polemiche e di profonda indignazione tra i residenti e le associazioni di tutela ambientale del territorio ligure. Un operatore identificato come guardia faunistica regionale ha aperto il fuoco abbattendo un esemplare di cinghiale nel corso delle prime ore del mattino all’interno del perimetro del quartiere residenziale del Favaro, situato nella periferia della città della Spezia. L’accaduto è stato denunciato pubblicamente attraverso una dura e dettagliata lettera aperta redatta dai rappresentanti del Comitato Antispecista Maggiolina e indirizzata formalmente ai vertici della Regione Liguria e al sindaco del comune ligure Pierluigi Peracchini, sollevando pesanti interrogativi sulla legittimità dell’azione.
Secondo quanto messo nero su bianco dagli attivisti nel documento di accusa stragiudiziale, l’intervento armato si sarebbe svolto intorno alle ore cinque e trenta del mattino, in un contesto orario in cui le strade del quartiere iniziano a essere frequentate da pendolari e cittadini. Gli animalisti hanno definito il fatto come un atto intollerabile, sottolineando che l’azione solleva dubbi non soltanto sul piano strettamente etico e del rispetto della vita animale, ma anche sotto il profilo della legalità formale, della sicurezza delle persone e del potenziale rischio epidemiologico connesso alla gestione della carcassa del mammifero nel centro abitato.

I dettagli sulla dinamica dello sparo e le contestazioni sui protocolli di sicurezza

La ricostruzione dei fatti fornita dai membri del comitato antispecista mette in evidenza presunte e gravi violazioni delle norme di comportamento previste per gli interventi di contenimento faunistico in aree antropizzate. Stando alla versione dei testimoni, l’agente regionale avrebbe esploso i colpi da fuoco a una distanza nettamente inferiore ai cinquanta metri dalle abitazioni private e dalle finestre dei palazzi, agendo in totale solitudine e senza il supporto di un secondo operatore preposto alla vigilanza e alla tutela dei passanti. Gli attivisti rimarcano inoltre la totale assenza di qualsiasi tipo di segnalazione preventiva, transennamento stradale o preavviso acustico e visivo volto a mettere in sicurezza l’area prima dell’utilizzo dell’arma da fuoco.
Le critiche delle associazioni si concentrano anche sulle condizioni in cui è avvenuto il decesso dell’animale, descritto come un esemplare pacifico che non aveva mai manifestato alcuna forma di aggressività verso l’uomo o creato disagi di ordine pubblico nel quartiere del Favaro. Il cinghiale sarebbe stato abbattuto dibattendosi a lungo in preda a sofferenze atroci sul selciato, consumando l’agonia davanti agli occhi attoniti e profondamente traumatizzati di alcuni cittadini che hanno assistito alla scena dalle proprie abitazioni. Il comitato ha stigmatizzato la condotta della guardia, respingendo le giustificazioni presentate nell’immediatezza dei fatti per motivare la necessità dell’abbattimento biologico dell’animale.

L’emergenza della peste suina africana e gli accertamenti della regione Liguria

La motivazione addotta dall’operatore faunistico per giustificare l’intervento d’urgenza faceva riferimento alle severe misure di contenimento sanitario legate all’emergenza nazionale per la diffusione della Peste Suina Africana sul territorio regionale. Tuttavia, la tesi viene respinta con forza dal Comitato Antispecista Maggiolina, il quale evidenzia come, se questo fosse il reale protocollo applicato dagli organi preposti, l’azione risulterebbe ancora più contraddittoria e fallimentare rispetto agli obiettivi di biosicurezza prefissati dalle autorità ministeriali. La sparatoria in mezzo alle case e la gestione dei fluidi biologici sul suolo pubblico rappresenterebbero infatti, secondo l’opinione degli esperti ambientali, un potenziale veicolo di diffusione del virus anziché un elemento di contenimento.
Di fronte alla gravità delle accuse e alla crescente pressione dell’opinione pubblica spezzina, le istituzioni hanno deciso di muoversi ufficialmente per fare piena luce sulla vicenda. La Regione Liguria ha confermato l’avvio immediato di una serie di accertamenti ispettivi interni e di verifiche documentali necessari al fine di comprendere l’esatta dinamica dell’accaduto, ascoltare la versione della guardia faunistica coinvolta e valutare l’eventuale adozione di provvedimenti disciplinari o sanzioni amministrative. La redazione del giornale continuerà a seguire l’evoluzione del caso in modo neutrale, riportando le risposte formali del comune e i bollettini ufficiali degli uffici veterinari competenti per garantire una corretta informazione ai lettori.

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Attualità

San Calogero, il santo del silenzio che interroga il nostro tempo

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San Calogero

Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per l’uomo smarrito del presente

Redazione-  Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero,la Sicilia è una di queste;terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacità di sperare.
Agrigento, città sospesa tra la memoria degli uomini e l’eternità del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.
San Calogero è più di un nome venerato, è una domanda
rivolta all’uomo di oggi.
Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?
Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo più un’immagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?
San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneità, perché il suo deserto assomiglia, più di quanto immaginiamo, al nostro.
Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.
Il nostro deserto è diverso, è affollato,è illuminato, è connesso, è pieno di voci e forse proprio per questo è ancora più difficile riconoscerlo.
Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente e dell’ascolto sempre più raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti l’altra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.
Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi. Mostriamo fotografie di felicità mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identità digitali. Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non può essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nudità dell’essenziale. L’eremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio. Questa è una verità spirituale profonda.
Il silenzio cristiano non è assenza, è attesa, non è mutismo, è ascolto, non è chiusura, è spazio consegnato a Dio. Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la verità.
Forse è proprio la verità ciò che più ci spaventa, perché la verità ci mette davanti alle nostre fragilità, ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto l’orgoglio al posto dell’abbraccio.
Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore,
persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce. E Dio?
Dov’è Dio in tutto questo?
È la domanda antica dell’uomo,
è la domanda di Giobbe,
è la domanda dei Salmi, è
la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce più a immaginare il domani.
Dov’è Dio? San Calogero non ci consegna una risposta facile.
I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.
Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto. Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.
Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare l’ultima parola.
La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.
La fede è la certezza che nessun dolore attraversato nell’amore è definitivamente perduto. San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia può diventare altare, la solitudine può diventare incontro, una vita nascosta può generare luce per intere generazioni, ed è qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.
Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza più lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.
Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo,
l’umiliazione pubblica.
La solitudine degli adolescenti,
l’abbandono degli anziani,
la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.
Viviamo una stagione nella quale la parola può diventare pietra. Un commento può ferire.
Una fotografia può essere usata per umiliare. Un errore può essere trasformato in una condanna senza fine.
Una persona può essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?
Abbiamo costruito una società velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.
Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci è stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.
Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.
Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.
Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.
Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.
La misericordia cristiana non è debolezza, è una delle forme più alte della verità, perché soltanto chi è forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.
Soltanto chi ama davvero sa distinguere l’errore dalla persona. Soltanto chi ha incontrato la propria fragilità smette di usare la fragilità altrui come una pietra. San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.
Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.
Una Chiesa che non può limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non può parlare soltanto a chi è già dentro, deve cercare chi si è perduto. Una Chiesa che non può avere paura delle ferite dell’uomo contemporaneo.
Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.
Perché una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non è mai lontano.
Il Vangelo ha mani,
ha occhi, ha polvere sui sandali,
ha fame, ha sete, ha compassione.
La spiritualità di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza. Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione. Chi guarda Dio più profondamente impara a guardare l’uomo con maggiore misericordia.

Chi prega davvero non diventa più duro, diventa più umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.

Responsabile della parola che pronuncia.
Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.
Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.
Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.
In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e più presenza, meno giudizio e più discernimento, meno esibizione e più verità, meno parole gridate e più parole capaci di curare.
Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perché oggi molti sanno arrivare e
pochi sanno restare,
soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.
Restare vicino a un giovane che non riesce più a credere in se stesso. Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.
Restare senza pretendere di risolvere tutto. A volte la forma più alta dell’amore è semplicemente non andarsene.
San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.
Abitare il nostro cuore.
Abitare le relazioni. Abitare la fede. Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.
Abitare la speranza senza ridurla a illusione.
Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria. La roccia rimane, il mare continua il suo respiro. Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dell’uomo continua a cercare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.
Ed è forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.
Nel ricordarci che non siamo soltanto ciò che produciamo.
Non siamo soltanto i nostri successi. Non siamo soltanto i nostri fallimenti. Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.
Non siamo l’errore che abbiamo commesso. Siamo creature chiamate per nome.
Siamo fragilità visitate dalla Grazia. Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternità, per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Restituisci profondità alle nostre parole,
verità ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce più a pregare.
Visita le case dove è entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.
Difendi chi è umiliato.
Rialza chi è caduto.
Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa può diventare una ferita e ogni mano tesa può diventare Vangelo.
E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.
Perché nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.
Nell’ascolto possiamo comprendere.
Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.
E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.
Forse è questo il messaggio più urgente che San Calogero consegna al nostro tempo:
non abbiamo bisogno di diventare più visibili.
Abbiamo bisogno di diventare più veri.
Non abbiamo bisogno di gridare più forte.
Abbiamo bisogno di ascoltare più profondamente.
Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.
Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dell’altro, una parte del nostro stesso destino.

Perché alla fine, quando ogni rumore sarà cessato, quando ogni immagine sarà scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno più alcun peso, resterà una sola domanda:

quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?

San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dell’Assoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.
Ci insegni a trasformare la roccia in altare.
La solitudine in preghiera.
La ferita in compassione.
Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.

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