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Salute

OLTRE LA STANCHEZZA PRIMAVERILE, DISTURBO AFFETTIVO STAGIONALE (SAD) E DISTIMIA: QUANDO IL CALO DELL’UMORE DIVENTA CRONICO. NE PARLIAMO CON ADELIA LUCATTINI

Lucattini: “Il messaggio più importante da trasmettere è chiaro: sono forme che possono diventare croniche se non curate in tempo utile e che pertanto, meritano attenzione”
 
Intervista di Marialuisa Roscino

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Redazione-  In questa intervista, Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association ci illustra come in primavera, in alcuni casi, è possibile notare dei cambiamenti dell’umore. Esistono infatti, forme di sofferenza psicologica silenziose che possono passare inosservate per anni, mimetizzandosi nella vita delle persone. Parliamo del SAD (Disturbo Affettivo Stagionale) e della Distimia (Disturbo Depressivo Persistente).

“Nel SAD gli episodi depressivi compaiono al cambiamento di stagione. La forma primaverile, si presenta più frequentemente con insonnia, irritabilità e ansia. Invece, la Distimia, se non trattata, può trasformarsi in un disturbo cronico”.

Le cause sono in parte fisiologiche, infatti il cambiamento della luce naturale e dell’irraggiamento solare, oltre che delle temperature, influiscono sui ritmi circadiani e sull’umore.

“Oggi sappiamo – prosegue Lucattini – che esistono trattamenti efficaci soprattutto se associati alla psicoterapia dinamica e la psicoanalisi”.

Dott.ssa Lucattini, come si arriva alla diagnosi dei rispettivi casi di Distimia e Disturbo Affettivo Stagionale (SAD)?

Arrivare a una diagnosi nei disturbi dell’umore non è mai immediato, il percorso è clinico e si costruisce attraverso l’ascolto, l’osservazione e la ricostruzione della storia della persona da parte di professionisti, psichiatri e psicoanalisti.

Nel caso della Distimia – che nella classificazione del Manuale Diagnostico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ICD-10) rientra tra i disturbi persistenti dell’umore – il criterio chiave è il tempo continuo. Parliamo di un umore depresso stabile, presente per la maggior parte dei giorni, per almeno due anni. È una sofferenza poco rumorosa ma costante, che spesso viene scambiata per un tratto del carattere e che proprio per questo rischia di restare a lungo non riconosciuta.

Diverso è il caso della depressione con andamento stagionale, la cosiddetta SAD. In questo caso non è la continuità a orientare la diagnosi, ma la ciclicità. Gli episodi depressivi compaiono in specifici periodi dell’anno, si ripetono nel tempo – generalmente per almeno due anni – e tendono a regredire spontaneamente con il cambio di stagione.

Nell’ICD-10, il Disturbo affettivo stagionale non è una categoria autonoma, ma viene inquadrato come disturbo depressivo ricorrente, con specificazione dell’andamento stagionale.

In entrambi i casi, il lavoro clinico consiste nel dare senso alla storia dei sintomi nel tempo, più che nel fotografare un singolo momento, nella Distimia.

Distimia si osserva un tempo lungo, continuo, quasi invisibile, mentre nella depressione stagionale abbiamo un tempo ciclico, che segue il ritmo delle stagioni. È proprio questa lettura del tempo della sofferenza che permette di arrivare a una diagnosi corretta e, quindi, a una cura efficace.

 

A che età, possono manifestarsi Distimia e SAD?

La Distimia tende a comparire presto, spesso già nell’adolescenza o nella prima età adulta. È un disturbo che si sviluppa lentamente e in modo poco evidente, tanto che molte persone crescono con questa tonalità depressiva senza riconoscerla, pensando che faccia parte del proprio carattere.

La depressione con andamento stagionale (SAD), invece, esordisce più frequentemente nella giovane età adulta, tra i 20 e i 40 anni, ed è più rara nei bambini. Una volta comparsa, tende a ripresentarsi con una certa regolarità negli anni, seguendo il ritmo delle stagioni (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2025).

In che modo è possibile riconoscere i primi sintomi?

La Distimia tende a comparire presto, spesso già nell’adolescenza o nella prima età adulta. È un disturbo che si sviluppa lentamente e in modo poco evidente, tanto che molte persone crescono con questa tonalità depressiva senza riconoscerla, pensando che faccia parte del proprio carattere.

La depressione con andamento stagionale (SAD), invece, può esordire già nell’adolescenza ma generalmente è più percepita tra i 20 e i 40 anni. Una volta comparsa, solitamente ha un andamento ciclico, ovvero, tende a ripresentarsi con una certa regolarità negli anni, seguendo il ritmo delle stagioni (Jornal de Pediatria, 2025).

Come si manifesta negli adolescenti?

Negli adolescenti, i disturbi dell’umore non si presentano sempre nel modo in cui ce li aspettiamo. A differenza degli adulti, dove prevale la tristezza evidente, nei più giovani il disagio assume spesso forme più sfumate e meno riconoscibili.

Un ragazzo depresso, per esempio, può apparire soprattutto irritabile, nervoso, facilmente arrabbiato, più che triste. Può diventare oppositivo, chiudersi nelle relazioni o mostrare un progressivo disinteresse verso la scuola e le attività quotidiane. Proprio per questo, il rischio è che questi segnali vengano interpretati come una semplice “fase adolescenziale” o come un problema comportamentale.

Nel caso della Distimia, questa condizione si esprime spesso come una insoddisfazione costante, una sorta di malessere di fondo che accompagna il ragazzo nel tempo. Emergono bassa autostima, senso di inadeguatezza, difficoltà di concentrazione e una visione pessimistica di sé e del futuro. Sono adolescenti che si sentono frequentemente stanchi, poco motivati, come se mancasse loro una spinta vitale.

Quando invece il disturbo segue un andamento stagionale (SAD), si osserva una certa variabilità nel corso dell’anno. Nei mesi invernali possono comparire maggiore sonnolenza, calo dell’energia, ritiro sociale e difficoltà scolastiche, mentre in altri periodi si assiste a un miglioramento.

In generale, ciò che caratterizza la sofferenza depressiva in adolescenza è proprio la sua capacità di mascherarsi. Non sempre si presenta come tristezza dichiarata, ma come cambiamento nel comportamento, nelle relazioni e nel rendimento (European Child & Adolescent Psychiatry, 2026).

Esistono terapie efficaci per curare Distimia e SAD in adolescenza?

 

La cura dei disturbi dell’umore, come la Distimia e la depressione con andamento stagionale, non è mai standardizzata: richiede un approccio personalizzato, che tenga conto dell’età, della storia della persona e dell’intensità dei sintomi.

Nel caso della Distimia, essendo una forma cronica di depressione, il trattamento ha come obiettivo non solo la riduzione dei sintomi, ma anche una trasformazione più profonda del funzionamento emotivo. La psicoterapia rappresenta l’intervento centrale, sia in adolescenza che nell’età adulta.

Negli adolescenti, il lavoro terapeutico si concentra spesso anche sul contesto: coinvolgimento della famiglia, supporto scolastico, attenzione alle dinamiche relazionali.

Quando i sintomi sono più intensi o persistenti, alla psicoterapia può essere affiancato un trattamento farmacologico, sempre sotto controllo specialistico.

Per quanto riguarda la depressione con andamento stagionale (SAD), il trattamento presenta alcune specificità legate alla componente anche costituzionale del disturbo.

Psicoterapia dinamica e psicoanalisi, attività fisica regolare, alimentazione sana, mantenimento di un buon ritmo sonno-veglia sono indispensabili (The Lancet Psychiatry, 2020).

 

Perché è importante il trattamento psicoanalitico in questi due disturbi?

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha posto crescente attenzione sulle forme croniche e persistenti della depressione, come la Distimia, evidenziando quanto queste condizioni siano diffuse ma spesso sottodiagnosticate.

Una ricerca pubblicata su Clinical Practice & Epidemiology in Mental Health (2025) conferma che la depressione persistente rappresenta una quota significativa dei disturbi dell’umore lungo l’arco della vita e che la sua natura cronica la rende particolarmente complessa sia dal punto di vista diagnostico sia terapeutico. Si tratta, infatti, di condizioni che non sempre emergono con sintomi eclatanti, ma che si strutturano nel tempo, diventando parte del funzionamento emotivo della persona.

Questi dati rafforzano l’idea che non sia sufficiente intervenire solo sul sintomo, ma che sia necessario un approccio più articolato, capace di integrare dimensione clinica e comprensione profonda dell’esperienza soggettiva. In questo senso, tutte le ricerche sottolineano l’importanza di trattamenti integrati, in cui la psicoterapia dinamica e la psicoanalisi, approcci che lavorano sul significato e sulla storia emotiva della persona, svolgono un ruolo centrale accanto al trattamento farmacologico ove necessario.

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Non minimizzare i cambiamenti. Se un figlio cambia improvvisamente umore, si isola o perde interesse, non è sempre “una fase”. È importante osservare e prendere sul serio questi segnali;

-Ascoltare senza giudicare. Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi ascoltati, non corretti subito. A volte, la cosa più utile è esserci, senza interpretare o dare soluzioni immediate;

-Dare un nome alle emozioni. Aiutare i ragazzi a riconoscere ciò che provano è già un primo passo terapeutico. Spesso il disagio nasce proprio da emozioni non comprese;

-Mantenere routine regolari. Sonno, alimentazione e ritmi quotidiani stabili sono fondamentali, soprattutto nei disturbi dell’umore e nelle forme stagionali;

-Favorire relazioni e attività, fisiche e artistiche. Anche se i figli tendono a chiudersi, è importante incoraggiare senza forzare, il contatto con amici, sport o attività piacevoli;

-Non esitare a chiedere aiuto. Rivolgersi a uno specialista non significa “drammatizzare”, ma prendersi cura. Prima si interviene, migliori sono le possibilità di recupero;

-Ricordarsi sempre che si può stare meglio. I disturbi dell’umore si possono curare, bene per stare meglio e possibilmente per essere felici.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione 

Marialuisa Roscino

Salute

PSICOMOTRICITÀ INFANTILE: IL CORPO CHE PENSA. IL VIAGGIO NELL’ESTENSIONE DEI SUOI MOLTEPLICI BENEFICI PER LA CRESCITA EMOTIVA E CORPOREA DEI BAMBINI. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA IT

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Redazione-  Lucattini: “Lo sport insegna a fare”, la psicomotricità insegna a “essere” attraverso il fare organizzato e guidato da un adulto formato, esperto e competente. È proprio questa la distinzione sottile, ma importante, che rende la psicomotricità una vera e propria terapia della crescita”.

​“La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino nella sua unità. Poiché corpo e mente nel bambino sono intrinsecamente collegati ed in dialogo tra loro, non c’è attività motoria che non contenga inconsciamente anche un pensiero per quanto “embrionale” o un’emozione. La psicomotricità è efficace perché utilizza uno dei canali naturali dei bambini attraverso il gioco corporeo, per intervenire lì dove le parole da sole non sono sufficienti. Attraverso uno spazio, un tempo organizzati e l’interazione ludica con gli oggetti, il bambino ‘mette in scena’ il proprio mondo interno, permettendogli di sviluppare qualità motorie e organizzare la propria personalità – spiega in questa intervista – la Psichiatra e Psicoanalista, Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

“Il corretto sviluppo motorio – prosegue  Lucattini – è uno degli elementi che concorre attivamente alo sviluppo e all’integrazione delle varie forme dell’intelligenza che supera il concetto del Quoziente Intellettivo (QI) unitario. Ad esempio, la lateralizzazione (la distinzione tra destra e sinistra) è fondamentale per l’organizzazione spaziale necessaria alla lettura e alla scrittura. L’equilibrio e la propriocezione, invece, non sono solo fisici, poiché il controllo del corpo e la sua percezione nello spazio, forniscono alla mente una sensazione di padronanza di sé e di sicurezza, che permettono di sviluppare risorse psichiche implementando per l’attenzione e rendendo più ricco ed articolato il linguaggio”.

Quali consigli importanti, allora, per i genitori e quali ancora benefici e vantaggi si possono trarre dalla Psicomotricità nei bambini? Vediamoli insieme in questa intervista.

Dott.ssa Lucattini, può spiegare cos’è la psicomotricità e perché è efficace nei bambini?

La psicomotricità è una disciplina che considera il bambino come un’unità inscindibile di corpo e mente: ogni gesto, ogni movimento, è già portatore di significato psichico. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il corpo è il primo “luogo” in cui si inscrivono le esperienze emotive e relazionali. Prima ancora delle parole, il bambino comunica attraverso il tono muscolare, il ritmo, la postura.

È efficace perché utilizza il linguaggio più naturale dell’infanzia: il gioco corporeo. Attraverso il gioco nello spazio, nel tempo e con gli oggetti, il bambino mette in scena il proprio mondo interno: desideri, paure, conflitti e può progressivamente simbolizzarlo. Questo passaggio dalla scarica motoria alla rappresentazione è uno snodo fondamentale per lo sviluppo psichico.

Lo sport, invece, insegna prevalentemente il “fare”: regole, prestazione, coordinazione finalizzata. La psicomotricità insegna l’“essere attraverso il fare”: non interessa il risultato, ma il significato del gesto. Le due dimensioni non sono in opposizione, ma complementari: la psicomotricità costruisce le basi identitarie e simboliche, lo sport può poi organizzare queste competenze in abilità più strutturate e socializzanti (Frontiers in Psychology, 2023).

In che modo, in particolare, lo sviluppo delle funzioni motorie (come l’equilibrio o la lateralizzazione), può influenzare l’attenzione e l’apprendimento stesso del linguaggio dei bambini?

Lo sviluppo motorio è il primo organizzatore dell’esperienza. L’equilibrio, ad esempio, non è solo una funzione vestibolare: è una base di sicurezza interna. Un bambino che sente il proprio corpo stabile può “lasciarlo andare” e investire energia psichica nell’esplorazione cognitiva e linguistica.

La lateralizzazione, ovvero la distinzione tra destra e sinistra è fondamentale per l’organizzazione spazio-temporale. Senza questa organizzazione, il bambino fatica a orientarsi nella pagina scritta, a seguire una sequenza narrativa, a costruire una frase.

In termini neuropsicoanalitici, il corpo organizza la mente: le reti sensori-motorie sono strettamente connesse a quelle linguistiche e attentive. Se il corpo è disorganizzato, la mente deve continuamente “tornare indietro” a regolarlo. Una ricerca su Journal of Intelligence (2026) mostra come le competenze motorie precoci siano predittive dello sviluppo linguistico e delle funzioni esecutive nei bambini.

Un blocco emotivo può manifestarsi attraverso una rigidità muscolare e sulla scioltezza dei movimenti nel bambino? È possibile notarlo attraverso la sua postura abitudinaria?

Assolutamente sì. In psicoanalisi sappiamo che ciò che non può essere mentalizzato tende a essere somatizzato o agito. Nei bambini, questo si esprime spesso attraverso il corpo: rigidità muscolare, goffaggine, posture chiuse o eccessivamente tese.

Un bambino può apparire impacciato non per un deficit neurologico, ma perché il suo corpo è investito da tensioni emotive. Allo stesso modo, una postura abitualmente contratta o una difficoltà a modulare il tono muscolare possono indicare stati interni di ansia o difesa.

Il corpo diventa così una sorta di “testo” da leggere: una postura rigida può esprimere controllo e paura, una motricità disorganizzata può indicare difficoltà nella regolazione affettiva.

Uno studio pubblicato su Current Developmental Disorders Reports (2026) evidenzia la correlazione tra regolazione emotiva e pattern motori nei primi anni di vita.

Quali sono i segnali specifici che indicano che la psicomotricità è la “cura” ideale per un bambino?

 

I segnali possono essere diversi, ma hanno un filo comune: una difficoltà nell’integrazione tra corpo ed emozione.

Iperattività: il movimento è eccessivo, ma non organizzato. È un agire senza simbolizzazione, spesso legato a difficoltà nella regolazione interna.

Inibizione: il bambino appare bloccato, evita il movimento, teme l’esplorazione. Qui il corpo è trattenuto, come se il gesto fosse pericoloso.

Ritardi nello sviluppo: difficoltà nella coordinazione, nella lateralizzazione, nella strutturazione dello schema corporeo. In tutti questi casi, la psicomotricità offre uno spazio in cui il bambino può ritrovare un equilibrio tra espressione e contenimento.

Secondo una ricerca pubblicata su Sport medicine (2025), gli interventi psicomotori e di psicomotricità, migliorano significativamente autoregolazione emotiva, attenzione e competenze sociali nei bambini con difficoltà evolutive psiconeurosomatiche.

Qual è il ruolo centrale nel trasformare i movimenti “disorganizzati” del bambino in un “significato”, anche da un punto di vista psicologico?

Il ruolo centrale è quello del terapeuta psicomotricista, che ha una funzione di “traduzione simbolica”. Il bambino porta il suo vissuto attraverso il corpo in forma spesso caotica o ripetitiva. L’adulto, attraverso la relazione, il contenimento e talvolta la parola, restituisce un significato.

È un processo molto vicino alla funzione “alfa” descritta dallo psicanalista Wilfred Bion ovvero la capacità di rappresentazione che permette al bambino di agire dopo aver pensato, riducendo così iperattività e impulsività. Anche uno studio su The Arts in Psychotherapy (2025) sottolinea proprio il ruolo della relazione corporea nel processo di simbolizzazione precoce.

Quali sport, a Suo avviso, si integrano meglio con la psicomotricità per favorire la consapevolezza corporea senza cadere nell’agonismo precoce?

Gli sport più adatti sono quelli che mantengono una dimensione di ascolto del corpo e non spingono precocemente verso la prestazione;

-Nuoto: favorisce la percezione corporea globale e ha un effetto regolatore sul piano emotivo;

-Arti marziali non agonistiche: insegnano controllo, rispetto e consapevolezza;

-Atletica di base: corsa, salto, gioco libero strutturato, senza pressione competitiva;

L’importante è evitare l’agonismo precoce, che può spostare l’attenzione dal sentire al performare.

Uno studio su Scientific Reports (2025) evidenzia come attività motorie non competitive permettano maggiormente lo sviluppo dell’autoregolazione e dell’autostima nei bambini.

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Offrite la possibilità ai figli di avere uno spazio anche a casa per muoversi: il corpo è il primo linguaggio del bambino;

-Evitate di anticipare l’agonismo: prima viene il gioco con piacere di sentire il proprio corpo, poi il “saper fare”, infine, il competere se il bambino lo desidera;

-È importante osservare, più che correggere: anche la goffaggine o l’agitazione hanno sempre un significato che è importante vedere e comprendere per potere aiutare al meglio il proprio bambino;

-Aiutare a dare un nome alle emozioni: è così che il gesto diventa pensiero;

-Offrire regole semplici e stabili: libertà e contenimento devono sempre andare insieme;

-Rispettare i tempi di sviluppo senza accelerarli: ogni bambino ha il suo ritmo e i suoi tempi di maturazione;

-Non attendere troppo se si notano delle difficoltà motorie persistenti: una valutazione da parte del neuropsichiatra infantile, integrata dalla valutazione psicoanalitica, può chiarire il quadro e indicare un intervento multimodale anche con la psicomotricità.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Marialuisa Roscino

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Eventi

A ROMA NUOVA SEDE PER LE PROFESSIONI SANITARIE

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Redazione-  Uno spazio istituzionale pensato come luogo di confronto tra salute, cultura e società, destinato a ospitare eventi, incontri e iniziative rivolte al pubblico: la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm e Pstrp) ha inaugurato la sua nuova sede a Palazzo Balestra, in piazza Santi Apostoli a Roma. Si tratta di un patrimonio architettonico di grande pregio che si integra con la missione della Federazione, rappresentativa di 165mila professionisti, che operano su tutto il territorio nazionale.
“Con il recupero di questo luogo, ci sentiamo parte attiva nella valorizzazione del patrimonio artistico”, ha sottolineato il presidente Diego Catania. “Si tratta di una dimora storica dal valore inestimabile”, da cui “abbiamo portato alla luce e restaurato gli affreschi, i dipinti e le opere d’arte al suo interno”. Un luogo che si trova al centro della città, nel cuore delle Istituzioni. “Da oggi – continua Catania – i nostri professionisti saranno più vicini ai luoghi in cui si assumono le decisioni, una vicinanza che è insieme fisica e istituzionale e che ne rafforza la rappresentanza, affinché il loro impegno sia sempre visibile, ovunque e da chiunque. In quest’ottica auspichiamo che le nostre professioni abbiano il giusto riconoscimento e maggiore autonomia: questa è la missione che ci accompagnerà per il prossimo futuro”, ha concluso.
Al taglio del nastro, preceduto dall’esecuzione dell’Inno di Mameli, hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni, autorità civili, militari e religiose, oltre a esponenti del mondo sanitario e culturale. La senatrice Beatrice Lorenzin, promotrice della legge 3/2018, che ha istituito la Federazione e ordinato le professioni afferenti, ha ricordato il “percorso cominciato insieme ormai tanti anni fa e che va avanti. Questa è la soddisfazione massima: siete diventati grandi e spero che possiate dare sempre un contributo costruttivo e operativo alle evoluzioni di cui noi abbiamo bisogno nel Servizio sanitario nazionale, per farlo essere sempre resiliente rispetto alle tante trasformazioni che abbiamo”.
Il taglio del nastro è stato accompagnato dalla benedizione dei locali, impartita da Don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (CEI), che ha ricordato come questa sede sia la casa di chi ha scelto di prendersi cura dell’altro, richiamando la vocazione dei professionisti della salute a essere, nel loro operare quotidiano, autentici costruttori di pace. La nuova sede si propone come luogo aperto per iniziative culturali, momenti di incontro e condivisione con la cittadinanza. In questa prospettiva si inserisce anche la collaborazione con il panorama artistico romano, con l’obiettivo di ospitare eventi e mostre negli spazi della Fno Tsrm e Pstrp, rafforzando il legame tra le professioni sanitarie e il mondo della cultura.
L’edificio, restituito alla collettività grazie a un attento lavoro di restauro, rinasce valorizzando decorazioni, tonalità e ambienti rimasti nascosti per molti anni.  La storia di Palazzo Balestra inizia nel ‘400 come dimora della famiglia Muti Papazzurri, ma negli anni divenne dimora di Jacques Francis Stuart, il re cattolico d’Inghilterra in esilio. A curare il restauro Susanna Sarmati, restauratrice e curatrice di beni culturali. “L’appartamento è stato abbandonato per anni, c’erano state infiltrazioni d’acqua che ne ha compromesso lo stato, il soffitto a ligneo era nascosto da un’ulteriore copertura in legno. Il restauro ha però portato alla luce le decorazioni dei soffitti, dai raffinati toni pastello originali, permettendo di leggere correttamente le figure e gli ornamenti che rendono unico questo edificio storico” ha concluso la restauratrice.

La nuova sede della Federazione nazionale, dunque, si pone come ponte tra la cura della persona e la cura del patrimonio, tra benessere e bellezza.

Una cerimonia inaugurale, voluta nel giorno dei Natali di Roma, giornata che è stata insieme celebrazione, visione e dichiarazione d’intenti: abitare la storia per costruire il futuro della salute.

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Salute

POP UP YOUR VISION: ARRIVA A ROMA L’INIZIATIVA DI ALCON PER SENSIBILIZZARE LA POPOLAZIONE SULLA SECCHEZZA OCULARE

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Fino al 5 maggio presso il Maximo Shopping Center screening gratuiti con medici oculisti

 

1 italiano su 6 presenta sintomi riconducibili alla Malattia dell’Occhio Secco ma tende a sottovalutarli: 

bruciore e irritazione persistenti possono compromettere la qualità di vita

Redazione – Aumentare la consapevolezza su una patologia diffusa ma ancora sottovalutata: è questo l’obiettivo di “Pop Up Your Vision”, l’iniziativa promossa da Alcon che sarà a Roma fino al 5 maggio presso il Maximo Shopping Center, offrendo ai cittadini la possibilità di effettuare screening gratuiti per valutare la presenza di secchezza oculare con il supporto di medici oculisti.

In Italia si stimano circa 10 milioni di persone con sintomi riconducibili alla malattia dell’Occhio Secco, ma in molti non si rivolgono all’oculista, figura chiave per la diagnosi. Un dato che evidenzia come la consapevolezza sia ancora insufficiente, nonostante si tratti di una condizione che può avere un impatto rilevante sulla qualità della vita.

La malattia dell’Occhio Secco è una patologia multifattoriale della superficie oculare, caratterizzata da un’alterazione del film lacrimale e da processi infiammatori. I sintomi più frequenti includono occhi rossi, bruciore, sensazione di corpo estraneo, fotofobia e affaticamento visivo, segnali spesso sottovalutati ma indicativi della presenza della patologia.

“Esiste ancora una scarsa percezione dell’occhio secco come vera e propria patologia: molti pazienti lo considerano un disturbo occasionale, ritardando il confronto con lo specialista” dichiara il Prof. Antonio Di Zazzo, Professore Associato di Malattie dell’apparato visivo, Fondazione Policlinico Universitario, Campus Bio-Medico di Roma. “In realtà si tratta di una malattia cronica, molto diffusa nella popolazione e favorita anche da stili di vita e ambienti urbani moderni, che richiede un trattamento adeguato e continuativo nel tempo”.

L’iniziativa si inserisce in un contesto in cui emerge chiaramente la presenza di un “sommerso” di pazienti non diagnosticati, spesso già sintomatici ma non consapevoli.

“Non sottovalutare i segnali iniziali è fondamentale: sintomi come bruciore, sensazione di sabbia negli occhi o stanchezza visiva, soprattutto a fine giornata, devono spingere a una valutazione specialistica”. Conclude il Prof. Di Zazzo: “In questo contesto, caratterizzato da un ampio sommerso di pazienti non diagnosticati ma già sintomatici, è essenziale promuovere la prevenzione e controlli periodici per preservare la salute oculare e intervenire prima che la malattia diventi cronica. Anche iniziative sul territorio come questa rappresentano un’opportunità concreta per aumentare la consapevolezza e intercettare precocemente i pazienti”.

Attraverso “Pop Up Your Vision”, Alcon conferma il proprio impegno nel promuovere una cultura della prevenzione e nell’avvicinare i cittadini a percorsi di diagnosi e cura appropriati.

“Essere al fianco dello specialista è per noi fondamentale: non solo attraverso lo sviluppo di soluzioni innovative e una ricerca costante verso trattamenti sempre più all’avanguardia, ma anche supportando concretamente il suo ruolo come punto di riferimento per il paziente”, afferma Filippo Pau, Franchise Head Vision Care di Alcon Italia. “Crediamo infatti che il valore dell’innovazione si esprima pienamente quando è accompagnato da un ecosistema che rafforza la relazione tra medico e paziente, favorendo percorsi di cura più consapevoli e continuativi”.

Durante tutto il periodo dell’iniziativa, i cittadini potranno ricevere informazioni e consigli pratici per una corretta gestione della salute visiva.

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