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Salute

OLTRE LA STANCHEZZA PRIMAVERILE, DISTURBO AFFETTIVO STAGIONALE (SAD) E DISTIMIA: QUANDO IL CALO DELL’UMORE DIVENTA CRONICO. NE PARLIAMO CON ADELIA LUCATTINI

Lucattini: “Il messaggio più importante da trasmettere è chiaro: sono forme che possono diventare croniche se non curate in tempo utile e che pertanto, meritano attenzione”
 
Intervista di Marialuisa Roscino

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OLTRE LA STANCHEZZA PRIMAVERILE, DISTURBO AFFETTIVO STAGIONALE (SAD) E DISTIMIA: QUANDO IL CALO DELL’UMORE DIVENTA CRONICO. NE PARLIAMO CON ADELIA LUCATTINI

Redazione-  In questa intervista, Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association ci illustra come in primavera, in alcuni casi, è possibile notare dei cambiamenti dell’umore. Esistono infatti, forme di sofferenza psicologica silenziose che possono passare inosservate per anni, mimetizzandosi nella vita delle persone. Parliamo del SAD (Disturbo Affettivo Stagionale) e della Distimia (Disturbo Depressivo Persistente).

“Nel SAD gli episodi depressivi compaiono al cambiamento di stagione. La forma primaverile, si presenta più frequentemente con insonnia, irritabilità e ansia. Invece, la Distimia, se non trattata, può trasformarsi in un disturbo cronico”.

Le cause sono in parte fisiologiche, infatti il cambiamento della luce naturale e dell’irraggiamento solare, oltre che delle temperature, influiscono sui ritmi circadiani e sull’umore.

“Oggi sappiamo – prosegue Lucattini – che esistono trattamenti efficaci soprattutto se associati alla psicoterapia dinamica e la psicoanalisi”.

Dott.ssa Lucattini, come si arriva alla diagnosi dei rispettivi casi di Distimia e Disturbo Affettivo Stagionale (SAD)?

Arrivare a una diagnosi nei disturbi dell’umore non è mai immediato, il percorso è clinico e si costruisce attraverso l’ascolto, l’osservazione e la ricostruzione della storia della persona da parte di professionisti, psichiatri e psicoanalisti.

Nel caso della Distimia – che nella classificazione del Manuale Diagnostico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ICD-10) rientra tra i disturbi persistenti dell’umore – il criterio chiave è il tempo continuo. Parliamo di un umore depresso stabile, presente per la maggior parte dei giorni, per almeno due anni. È una sofferenza poco rumorosa ma costante, che spesso viene scambiata per un tratto del carattere e che proprio per questo rischia di restare a lungo non riconosciuta.

Diverso è il caso della depressione con andamento stagionale, la cosiddetta SAD. In questo caso non è la continuità a orientare la diagnosi, ma la ciclicità. Gli episodi depressivi compaiono in specifici periodi dell’anno, si ripetono nel tempo – generalmente per almeno due anni – e tendono a regredire spontaneamente con il cambio di stagione.

Nell’ICD-10, il Disturbo affettivo stagionale non è una categoria autonoma, ma viene inquadrato come disturbo depressivo ricorrente, con specificazione dell’andamento stagionale.

In entrambi i casi, il lavoro clinico consiste nel dare senso alla storia dei sintomi nel tempo, più che nel fotografare un singolo momento, nella Distimia.

Distimia si osserva un tempo lungo, continuo, quasi invisibile, mentre nella depressione stagionale abbiamo un tempo ciclico, che segue il ritmo delle stagioni. È proprio questa lettura del tempo della sofferenza che permette di arrivare a una diagnosi corretta e, quindi, a una cura efficace.

 

A che età, possono manifestarsi Distimia e SAD?

La Distimia tende a comparire presto, spesso già nell’adolescenza o nella prima età adulta. È un disturbo che si sviluppa lentamente e in modo poco evidente, tanto che molte persone crescono con questa tonalità depressiva senza riconoscerla, pensando che faccia parte del proprio carattere.

La depressione con andamento stagionale (SAD), invece, esordisce più frequentemente nella giovane età adulta, tra i 20 e i 40 anni, ed è più rara nei bambini. Una volta comparsa, tende a ripresentarsi con una certa regolarità negli anni, seguendo il ritmo delle stagioni (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2025).

In che modo è possibile riconoscere i primi sintomi?

La Distimia tende a comparire presto, spesso già nell’adolescenza o nella prima età adulta. È un disturbo che si sviluppa lentamente e in modo poco evidente, tanto che molte persone crescono con questa tonalità depressiva senza riconoscerla, pensando che faccia parte del proprio carattere.

La depressione con andamento stagionale (SAD), invece, può esordire già nell’adolescenza ma generalmente è più percepita tra i 20 e i 40 anni. Una volta comparsa, solitamente ha un andamento ciclico, ovvero, tende a ripresentarsi con una certa regolarità negli anni, seguendo il ritmo delle stagioni (Jornal de Pediatria, 2025).

Come si manifesta negli adolescenti?

Negli adolescenti, i disturbi dell’umore non si presentano sempre nel modo in cui ce li aspettiamo. A differenza degli adulti, dove prevale la tristezza evidente, nei più giovani il disagio assume spesso forme più sfumate e meno riconoscibili.

Un ragazzo depresso, per esempio, può apparire soprattutto irritabile, nervoso, facilmente arrabbiato, più che triste. Può diventare oppositivo, chiudersi nelle relazioni o mostrare un progressivo disinteresse verso la scuola e le attività quotidiane. Proprio per questo, il rischio è che questi segnali vengano interpretati come una semplice “fase adolescenziale” o come un problema comportamentale.

Nel caso della Distimia, questa condizione si esprime spesso come una insoddisfazione costante, una sorta di malessere di fondo che accompagna il ragazzo nel tempo. Emergono bassa autostima, senso di inadeguatezza, difficoltà di concentrazione e una visione pessimistica di sé e del futuro. Sono adolescenti che si sentono frequentemente stanchi, poco motivati, come se mancasse loro una spinta vitale.

Quando invece il disturbo segue un andamento stagionale (SAD), si osserva una certa variabilità nel corso dell’anno. Nei mesi invernali possono comparire maggiore sonnolenza, calo dell’energia, ritiro sociale e difficoltà scolastiche, mentre in altri periodi si assiste a un miglioramento.

In generale, ciò che caratterizza la sofferenza depressiva in adolescenza è proprio la sua capacità di mascherarsi. Non sempre si presenta come tristezza dichiarata, ma come cambiamento nel comportamento, nelle relazioni e nel rendimento (European Child & Adolescent Psychiatry, 2026).

Esistono terapie efficaci per curare Distimia e SAD in adolescenza?

 

La cura dei disturbi dell’umore, come la Distimia e la depressione con andamento stagionale, non è mai standardizzata: richiede un approccio personalizzato, che tenga conto dell’età, della storia della persona e dell’intensità dei sintomi.

Nel caso della Distimia, essendo una forma cronica di depressione, il trattamento ha come obiettivo non solo la riduzione dei sintomi, ma anche una trasformazione più profonda del funzionamento emotivo. La psicoterapia rappresenta l’intervento centrale, sia in adolescenza che nell’età adulta.

Negli adolescenti, il lavoro terapeutico si concentra spesso anche sul contesto: coinvolgimento della famiglia, supporto scolastico, attenzione alle dinamiche relazionali.

Quando i sintomi sono più intensi o persistenti, alla psicoterapia può essere affiancato un trattamento farmacologico, sempre sotto controllo specialistico.

Per quanto riguarda la depressione con andamento stagionale (SAD), il trattamento presenta alcune specificità legate alla componente anche costituzionale del disturbo.

Psicoterapia dinamica e psicoanalisi, attività fisica regolare, alimentazione sana, mantenimento di un buon ritmo sonno-veglia sono indispensabili (The Lancet Psychiatry, 2020).

 

Perché è importante il trattamento psicoanalitico in questi due disturbi?

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha posto crescente attenzione sulle forme croniche e persistenti della depressione, come la Distimia, evidenziando quanto queste condizioni siano diffuse ma spesso sottodiagnosticate.

Una ricerca pubblicata su Clinical Practice & Epidemiology in Mental Health (2025) conferma che la depressione persistente rappresenta una quota significativa dei disturbi dell’umore lungo l’arco della vita e che la sua natura cronica la rende particolarmente complessa sia dal punto di vista diagnostico sia terapeutico. Si tratta, infatti, di condizioni che non sempre emergono con sintomi eclatanti, ma che si strutturano nel tempo, diventando parte del funzionamento emotivo della persona.

Questi dati rafforzano l’idea che non sia sufficiente intervenire solo sul sintomo, ma che sia necessario un approccio più articolato, capace di integrare dimensione clinica e comprensione profonda dell’esperienza soggettiva. In questo senso, tutte le ricerche sottolineano l’importanza di trattamenti integrati, in cui la psicoterapia dinamica e la psicoanalisi, approcci che lavorano sul significato e sulla storia emotiva della persona, svolgono un ruolo centrale accanto al trattamento farmacologico ove necessario.

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

 

-Non minimizzare i cambiamenti. Se un figlio cambia improvvisamente umore, si isola o perde interesse, non è sempre “una fase”. È importante osservare e prendere sul serio questi segnali;

-Ascoltare senza giudicare. Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi ascoltati, non corretti subito. A volte, la cosa più utile è esserci, senza interpretare o dare soluzioni immediate;

-Dare un nome alle emozioni. Aiutare i ragazzi a riconoscere ciò che provano è già un primo passo terapeutico. Spesso il disagio nasce proprio da emozioni non comprese;

-Mantenere routine regolari. Sonno, alimentazione e ritmi quotidiani stabili sono fondamentali, soprattutto nei disturbi dell’umore e nelle forme stagionali;

-Favorire relazioni e attività, fisiche e artistiche. Anche se i figli tendono a chiudersi, è importante incoraggiare senza forzare, il contatto con amici, sport o attività piacevoli;

-Non esitare a chiedere aiuto. Rivolgersi a uno specialista non significa “drammatizzare”, ma prendersi cura. Prima si interviene, migliori sono le possibilità di recupero;

-Ricordarsi sempre che si può stare meglio. I disturbi dell’umore si possono curare, bene per stare meglio e possibilmente per essere felici.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione 

Marialuisa Roscino

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Salute

Schiavi delle notifiche e logorati dallo stress: lo Psicologo Claudio Belardo ci insegna come guarire dalla pericolosa “Iperconnessione Digitale”

“Mal di testa, insonnia e collo bloccato? È colpa dell’Iperconnessione! Il tuo corpo ti sta urlando di staccare gli occhi da quello Smartphone!”. Gli utilissimi consigli dello Psicologo Claudio Belardo! 📱 🧠 Vi siete mai fermati a contare quante ore passate ogni giorno con gli occhi fissi sullo schermo luminoso del vostro cellulare? Tra notifiche continue, messaggi di WhatsApp, e-mail di lavoro a mezzanotte e lo “scorrimento” compulsivo sui social network prima di andare a dormire… ci stiamo letteralmente esaurendo! La mente va in “sovraccarico cognitivo” e genera stress, ansia fortissima e insonnia cronica. E sapete chi paga il prezzo di questa “tossicodipendenza digitale”? Il nostro corpo! A lanciare questo importante allarme sociale è il Dottor Claudio Belardo, brillante Psicologo clinico iscritto all’Albo della Regione Campania: “Quando la mente subisce passivamente gli effetti dell’iper-stimolazione virtuale, l’organismo risponde irrigidendosi per la tensione!”. Non a caso, al giorno d’oggi, siamo tutti pieni di dolori cervicali, respiro corto e muscoli contratti! Ma come si guarisce da questo “Logorio della Rete”? Lo Psicologo Belardo ci regala 3 semplici e preziosi Consigli pratici basati sulla scienza. Il primo fra tutti è il coraggio di fare il “Digital Detox”: bisogna imparare a spegnere tutto (telefonini e tablet) almeno un’ora prima di andare a dormire nel letto, o mentre si sta a tavola per mangiare con la famiglia! Leggi tutti gli altri fondamentali consigli terapeutici del Dottor Belardo nel nostro approfondimento completo! 👇 👁️ E voi riuscite mai a staccare la spina da internet e dalle chat? Oppure siete tra quelli che tengono il cellulare sul comodino tutta la notte e lo guardano appena aprono gli occhi la mattina? Diteci le vostre abitudini nei commenti e condividete questo post per “svegliare” i vostri amici!

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Claudio Belardo

Napoli – Ammettiamolo con feroce onestà: qual è l’ultimissima cosa che i nostri occhi guardano ogni sera prima di chiudersi per la stanchezza, e qual è la primissima cosa che cerchiamo disperatamente sul comodino appena ci svegliamo? Esatto, lo schermo illuminato del nostro smartphone. Viviamo in un’epoca in cui siamo perennemente “connessi” al mondo intero, ma ci stiamo tragicamente sconnettendo da noi stessi.
L’iperconnessione quotidiana, l’uso massiccio e compulsivo di cellulari, tablet e computer stanno letteralmente ridisegnando (e spesso distruggendo) i delicatissimi confini del nostro benessere mentale. Il flusso costante e bombardante di e-mail, messaggi WhatsApp, video sui social e notifiche a cui siamo sottoposti 24 ore su 24 non distrugge solo i nostri livelli di attenzione, ma genera nuove e logoranti forme di stress cronico. Un male silenzioso che colpisce violentemente e contemporaneamente sia la nostra sfera emotiva che quella biologica.

Il sovraccarico da schermo: quando la mente si “brucia”

A fare chiarezza su questa spaventosa deriva sociale, attraverso una preziosa opera di divulgazione scientifica, è lo Psicologo Dott. Claudio Belardo (brillante professionista clinico iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Campania, Sezione A, n. 10728), da anni impegnato in prima linea nello studio delle dinamiche relazionali e dell’impatto distruttivo della tecnologia sulla nostra psiche.
I dati della letteratura scientifica internazionale parlano chiaro, e fanno paura: il “sovraccarico cognitivo da schermo” è oggi direttamente e matematicamente correlato all’aumento vertiginoso di attacchi d’ansia, depressione, alterazioni pesanti del ritmo sonno-veglia (l’insonnia dilagante) e dolorose somatizzazioni corporee.

L’allarme di Belardo: “Evitiamo la disconnessione corporea”

Il Dottor Belardo fotografa la situazione con una lucidità disarmante: «Mente e corpo sono strettamente e indissolubilmente interconnessi: quando la mente umana subisce passivamente gli effetti devastanti dell’iper-stimolazione virtuale, il nostro organismo risponde irrigidendosi per la tensione». L’ansia da schermo si trasforma in muscoli contratti e respiro affannato.
«Saper riconoscere tempestivamente i primissimi segnali di questo disagio psicofisico» – avverte lo specialista campano – «è il primo e fondamentale passo essenziale per evitare la cosiddetta disconnessione corporea e ritrovare un corretto e sano equilibrio biologico ed emotivo».

I Tre Consigli d’Oro per salvarsi dal logorio della rete

Per preservare la nostra salute dal veleno della rete, lo psicologo Claudio Belardo suggerisce a tutti noi tre strategie preventive e pratiche, basate su rigorose evidenze scientifiche:

1. Pianifica il tuo “Digital Detox”: Bisogna avere il coraggio di staccare la spina. Stabilisci finestre temporali precise, rigorose e “sacre” (ad esempio un’ora prima di andare a dormire, o durante i pasti in famiglia) che siano totalmente prive di dispositivi digitali. Il tuo sistema nervoso ringrazierà riducendo il carico di stress.

2. Ascolta il grido del tuo corpo: Presta un’attenzione maniacale a sintomi apparentemente banali come il respiro corto, il mal di testa, la rigidità cervicale o la tensione muscolare mentre usi gli schermi. Il corpo ti sta parlando. E se questo disagio diventa invalidante, metti da parte l’orgoglio ed è importante rivolgersi a un professionista della salute psicologica per iniziare un percorso clinico in studio.

3. Scegli il Movimento Consapevole: L’essere umano non è fatto per stare piegato tutto il giorno con il collo su uno schermo luminoso. Integra nella tua routine quotidiana un’attività fisica vera e strutturata. Il sano movimento del corpo umano (sempre guidato dalle figure professionali competenti del settore motorio) rappresenta un gigantesco alleato biologico per scaricare la rabbia, allentare le tensioni accumulate e sconfiggere la mortale sedentarietà digitale.

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Salute

Vaccini e paura dopo la tragedia della difterite in Sicilia. Gli Assistenti Sanitari: “Le multe non bastano, serve ascolto umano”

Morire di Difterite a soli 4 anni nel 2026 è una tragedia inaccettabile! Ma punire i genitori spaventati con multe salatissime è davvero la soluzione giusta? Il monito degli Assistenti Sanitari: “Serve rassicurazione e umanità, non solo fredda coercizione!” 💉 💔 La recentissima e drammatica morte di una bimba per difterite in Sicilia, e il preoccupante calo dei vaccini sull’Isola, hanno spinto la Regione a varare un rigido “pugno di ferro”: convocazioni coatte e multe salate per le famiglie inadempienti! Ma l’ASNAS (Associazione Nazionale Assistenti Sanitari) invita tutti a una profondissima e delicata riflessione: le multe burocratiche non bastano per sconfiggere la paura! “Nelle famiglie già sfiduciate”, spiegano gli esperti dell’Asnas, “un intervento percepito come puramente punitivo e coercitivo rischia di irrigidire le posizioni invece che convincere. Le sanzioni non intercettano i genitori che hanno davvero paura o che sono finiti vittime della disinformazione online! Per loro serve ascolto umano, pazienza e assenza totale di pregiudizio!”. La maggior parte dei bambini non vaccinati, infatti, non appartiene a famiglie “ideologicamente No-Vax”, ma a genitori disorientati o a fasce deboli che non hanno accesso ai servizi (come nel caso del quartiere ZEN di Palermo, il cui ambulatorio vaccinale era incomprensibilmente chiuso dal 2019 ed è stato finalmente riaperto!). Il grido dell’Associazione alle Istituzioni è chiaro: “Basta spaccare la società in tifoserie! Investite negli Assistenti Sanitari per ricostruire un rapporto di fiducia umana e portare la prevenzione lì dove le multe e i controlli non arriveranno mai!”. Leggi la lucida e profonda analisi nel nostro articolo! 👇 👩‍⚕️ Siete d’accordo con gli Assistenti Sanitari? Per convincere un genitore spaventato dai vaccini è più utile mandargli una multa a casa, oppure offrirgli un incontro privato con un professionista in grado di rassicurarlo e ascoltare le sue enormi paure senza giudicarlo? Qual è la vostra opinione? Scrivetela nei commenti e condividete questo interessantissimo dibattito!

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Vaccino difterite

Redazione  – Morire di difterite a soli quattro anni, nel cuore dell’Italia e dell’Europa del ventunesimo secolo, è una tragedia inaccettabile che lacera le coscienze e impone una profondissima riflessione su come il nostro sistema sanitario dialoga con i cittadini. Il recente e drammatico lutto avvenuto in Sicilia, accompagnato dall’allarmante calo delle coperture vaccinali sull’Isola, ha spinto le Istituzioni regionali a correre immediatamente ai ripari, varando un rigido pacchetto di misure basato su convocazioni obbligatorie, appuntamenti fissati d’ufficio e pesantissime sanzioni per le famiglie inadempienti.
Ma la paura di un genitore può davvero essere cancellata con la minaccia di una multa pecuniaria? A rispondere a questo delicato interrogativo è intervenuta con grandissima lucidità ed empatia l’Asnas (l’Associazione Nazionale Assistenti Sanitari), che lancia un messaggio cruciale ai vertici della sanità: le sanzioni non bastano, la vera prevenzione si costruisce unicamente insieme a chi è in grado di ricostruire, giorno dopo giorno, un rapporto di fiducia umana e professionale sul territorio.

La voce dell’Asnas: “La coercizione irrigidisce i genitori”

Sul fronte delle multe e delle convocazioni coatte, l’Asnas non nega certo la validità legale dei provvedimenti. «Sono strumenti del tutto legittimi, che rispondono a un preciso obbligo di legge», ricordano i vertici dell’Associazione. Tuttavia, c’è un enorme “ma” psicologico e sociologico da affrontare, avvalorato dalle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla fresca e dolorosa esperienza della recente pandemia.
«L’evidenza mostra in maniera inequivocabile che, nelle famiglie già profondamente sfiduciate, un intervento statale percepito come puramente coercitivo e punitivo rischia fortemente di irrigidire ulteriormente le posizioni, invece di convincere e rassicurare», spiegano gli esperti. Le multe, insomma, possono certamente spingere ad adempiere i genitori che erano semplicemente disorganizzati o sbadati, ma «non intercettano, da sole, chi ha davvero paura, chi ha subito una feroce disinformazione online o chi non si fida più delle istituzioni. Per tutte queste famiglie serve un lavoro relazionale e umano che i freddi controlli burocratici non potranno mai sostituire».

Non ideologia, ma esitazione: il caso emblematico dello ZEN

Il dibattito pubblico tende troppo spesso a dividere la società in tifoserie opposte, etichettando tutti i non vaccinati come fanatici ideologici. La realtà, però, è ben diversa. La stragrande maggioranza dei genitori che oggi non protegge i propri figli lo fa semplicemente per esitazione, per la mancanza di un’informazione chiara e accessibile. Una copertura vaccinale contro la difterite ferma all’85% in Sicilia significa che il 15% dei bambini resta quotidianamente esposto a una forma gravissima e potenzialmente letale della malattia. «La priorità assoluta non è dividere il campo tra tifoserie», ribadisce Asnas, «ma spiegare con infinita pazienza il vitale rapporto tra i rischi e i benefici».
A volte, il problema è semplicemente l’assenza dello Stato sul territorio. L’Asnas valuta infatti in modo estremamente positivo la riapertura, decisa in queste ore dalla task force regionale, del centro vaccinale dello ZEN di Palermo (incomprensibilmente chiuso dal lontano 2019). «È la conferma sul campo di quanto i servizi vicini alle persone facciano un’enorme differenza», ha sottolineato Elena Nichetti, presidente nazionale Asnas.

Dalla burocrazia al calore umano: il ruolo dell’Assistente

In un tessuto sociale così frammentato, il contributo specifico dell’Assistente sanitario diventa la vera chiave di volta per salvare vite umane. Lo spiega magnificamente Luigi Vitale, Presidente Asnas Sicilia: «Counselling motivazionale, chiamata attiva, ascolto empatico e totale assenza di giudizio, capacità di trasformare un freddo dato anagrafico in un contatto reale e rassicurante con una famiglia».
Incrociare i dati dei Pronto Soccorso per scovare i non vaccinati è utilissimo, ma «un dato serve a qualcosa solo se c’è un operatore umano che può trasformarlo in un percorso di recupero». Per questo motivo, l’accorato appello dell’Asnas alle Istituzioni chiede che il rafforzamento sanitario in corso in Sicilia non si limiti agli strumenti di polizia e di controllo, ma si traduca in un investimento stabile e massiccio negli Assistenti sanitari.
Perché, come chiosa saggiamente la presidente Nichetti: «Le regole scritte tutelano la collettività. Ma è solo la relazione umana, costruita faticosamente ogni giorno da chi lavora sul territorio, a portare la prevenzione vitale lì dove i controlli, da soli, non arriveranno mai».

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Salute

Rientro a scuola: tra desiderio di autonomia e ansie di separazione intervento di Adelia Lucattini sulle sfide emotive, la crescita e il benessere degli studenti

Lucattini: “L’ascolto attivo e il dialogo empatico dei genitori aiutano i figli a superare l’ansia da rientro, una reazione iniziale del tutto normale, transitoria e destinata a risolversi con il naturale adattamento”. Intervista di Marialuisa Roscino

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Ritorno a scuola

Redazione-  Il ritorno in classe rappresenta per bambini e adolescenti molto più di una semplice ripresa della routine quotidiana, è una fase di profonda trasformazione emotiva in cui si mescolano il desiderio di crescita, le aspettative per il futuro e la nostalgia del tempo trascorso con la famiglia durante le vacanze. Accompagnare i più piccoli in questo delicato passaggio significa sapere ascoltare i loro bisogni, accogliere le paure senza drammatizzarle ed essere punti di riferimento stabili.

La psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA), al riguardo, in questa intervista. ci guida alla scoperta delle dinamiche psicologiche legate al rientro a scuola, offrendo ai genitori chiavi di lettura preziose e consigli pratici per vivere questa transizione con serenità, fiducia e vicinanza affettiva.

Dott.ssa Lucattini, con la fine dell’estate e la ripresa delle lezioni, per molti bambini e ragazzi si riaprono le porte della Scuola. Quali sono le emozioni prevalenti che caratterizzano questo momento e come si manifestano?

 

Il rientro a scuola è quasi sempre accompagnato da emozioni contrastanti, accanto alla curiosità, al piacere di ritrovare i compagni e al desiderio di tornare alle proprie attività, possono comparire nostalgia per il tempo delle vacanze, paura dei voti e una vera e propria ansia da separazione. È un’ambivalenza fisiologica, poiché ogni ripresa comporta sia un ritorno a qualcosa di conosciuto, che l’inizio di un “nuovo” anno scolastico.

Nei bambini più piccoli, che iniziano o frequentano la Scuola Primaria (materna) queste emozioni si esprimono spesso nel corpo e con il comportamento, hanno ad esempio, difficoltà ad addormentarsi, mal di pancia, mal di testa, maggiore bisogno di vicinanza ai genitori, pianto al momento del distacco, sia a casa, che all’ingresso a scuola. Nei bambini più grandi l’ansia può essere meno evidente e assumere la forma di insofferenza, stanchezza, preoccupazione, a volte del tutto immotivata, per il rapporto con i compagni di classe. Nell’età evolutiva molto spesso, l’ansia viene somatizzata o diviene iperattività fisica, soltanto nella preadolescenza è riconosciuta e verbalizzata con chiarezza (British Journal of Psychiatry Open, 2025).

 

Per molti genitori, l’ansia o il pianto dei figli all’idea di tornare in classe possono tuttavia essere fonte di grande preoccupazione. Quando il pianto o l’ansia legati al ritorno in classe rientrano nella norma e quando invece, diventano campanelli d’allarme?

 

Il pianto, da solo, non è un indicatore di un qualche disturbo, in generale è una manifestazione naturale. Un bambino può piangere perché in quel momento la separazione è emotivamente faticosa e, pochi minuti dopo, entra in classe, si interessa a ciò che succede trascorrendo serenamente la giornata scolastica. In questi casi, il pianto è un modo per scaricare la tensione ed esprimere il conflitto  tra desiderio di restare con i genitori e curiosità per la scuola, che il bambino non riesce a comprendere. È generalmente rassicurante quando l’ansia diminuisce progressivamente, quando il bambino riesce comunque a entrare a scuola, mantiene interesse per i compagni e per le attività e, una volta avvenuta la separazione, ritrova un proprio equilibrio.

È importante soprattutto non entrare in una spirale nella quale l’ansia del bambino allarma i genitori e li rende ansiosi, naturalmente, se il disagio persiste per oltre tre mesi, interferisce con la frequenza scolastica e turba la vita familiare, in questi casi, è utile confrontarsi con la scuola ed eventualmente valutare anche un consulto con uno specialista dell’età evolutiva (Frontiers in Psychology, 2025).

 

Come si riflette, in particolare, nel comportamento quotidiano il conflitto tra il desiderio di crescita e il timore del distacco e quali accorgimenti i genitori possono adottare al riguardo, senza forzature e ansie?

 

La crescita non procede mai come una linea retta, è piuttosto un movimento a spirale con ritorni e progressioni in avanti. I bambini possono avere bisogno di rendersi autonomi e allo stesso tempo di sapere che mamma e papà sono sempre lì per loro. Questa oscillazione tra autonomia e dipendenza non è una contraddizione patologica, ma una caratteristica propria dello sviluppo.

Nei periodi di cambiamento, come l’inizio della scuola, possono comparire anche piccole regressioni, con maggiore richiesta di attenzione, bisogno di rituali che sembravano superati, difficoltà a separarsi o atteggiamenti oppositivi. Talvolta, l’oppositività stessa è un modo per mettere alla prova la solidità del legame e verificare inconsciamente se sia possibile desiderare di andare a scuola senza perdere l’amore dei genitori.

Il ruolo dei genitori non è accelerare la separazione, ma renderla possibile, cioè offrire piccole autonomie proporzionate all’età, senza sostituirsi al bambino, ma neppure ritirando bruscamente la propria presenza amorevole. Sollecitare un bambino a comportarsi da grande o negare la sua paura rischia di trasformare una difficoltà momentanea in un sentimento di inadeguatezza. È molto più utile riconoscere l’emozione e contemporaneamente trasmettere fiducia, comprendendo la paura senza confermare l’idea che la situazione sia pericolosa (Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2025).

In questo delicato percorso di accompagnamento, quanto è determinante il ruolo della comunicazione tra genitori e figli e quali atteggiamenti pratici possono realmente fare la differenza?

 

È fondamentale, a condizione di non confondere la comunicazione con l’interrogatorio. I bambini hanno bisogno di sentire che i genitori sono interessati a ciò che vivono, ma anche di poter avere uno spazio psichico proprio, non continuamente indagato o controllato.

Fare domande molto insistenti appena il figlio esce da scuola porta a una chiusura o a risposte banali. È più efficace cominciare a parlare di se stessi e della propria giornata perché il racconto del bambino emerga spontaneamente, magari durante il tragitto verso casa, a tavola o mentre si fanno i compiti.

La funzione più importante del genitore è quella di aiutare il figlio a trasformare un’emozione in qualcosa che può essere pensato e raccontato, questo significa ascoltare senza minimizzare, ma anche senza amplificare, riconoscere che la giornata è stata difficile e lasciare che il bambino trovi, con il proprio tempo, le parole per spiegarne il perché.

Una ricerca pubblicata su Developmental Psychology (2025) ha mostrato quanto parlare con i figli di come si sentano, ascoltarli con pazienza, spiegare senza interrompere, è associato ad un miglioramento delle reazioni ansiose.

 

Come può la ritualità quotidiana dell’accompagnamento e del ritorno giovare al bambino nella stabilità del suo mondo affettivo e familiare?

 

I rituali hanno una funzione psicologica molto importante perché rendono prevedibile ciò che emotivamente può essere difficile. Il saluto del mattino, il percorso verso scuola, lo stesso modo di salutarsi, così come il momento in cui ci si rincontra nel pomeriggio, costruiscono una cornice affettiva e danno un ritmo al tempo riconoscibile, stabile. Il bambino fa così l’esperienza che ci si può lasciare,  ma che poi, ci si ritrova e si sta insieme.

Dal punto di vista psicoanalitico, questa prevedibilità sostiene progressivamente la capacità del bambino di conservare dentro di sé la sicurezza del legame anche quando il genitore non è fisicamente presente. Il rito diventa così una sorta di ponte tra presenza e assenza, tra casa e scuola.

Per questo, è prezioso anche un piccolo rituale del ritorno, come una merenda insieme, qualche minuto tranquillo o il tempo di riappropriarsi della casa e della cameretta, prima di iniziare compiti e attività (Journal of Family Psychology, 2026).

 

Nei casi in cui il rientro a scuola coincida con un passaggio scolastico particolarmente impegnativo, come il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria o dalle elementari alle medie, in che modo cambiano le dinamiche legate all’ansia da separazione e come può evolvere il rito dell’accompagnamento?

Ogni passaggio scolastico comporta un piccolo trauma, nel passaggio dalla Scuola dell’Infanzia alla Primaria è ancora molto presente la separazione concreta dalle figure familiari, insieme al timore per un ambiente più richiedente, nuove regole e nuovi compagni. I genitori continuano quindi a rappresentare un punto di riferimento molto forte.

Anche il rito dell’accompagnamento deve evolvere, con un bambino piccolo può significare arrivare insieme fino all’ingresso della scuola. Crescendo può diventare accompagnarlo da lontano, lasciando che si incontri con gli amici prima dell’ingresso. È importante che questa trasformazione avvenga gradualmente, non si può sparire improvvisamente.

L’obiettivo è che la presenza concreta del genitore possa lentamente diventare una presenza interiorizzata. Il bambino e poi l’adolescente, possono progressivamente sentire di avere dentro se stessi una base affettiva sufficientemente sicura da permettere loro di affrontare nuove esperienze anche senza la presenza fisica dei genitori. Le ricerche più recenti sui passaggi di ciclo scolastico confermano quanto la qualità dei legami con i compagni e con l’ambiente scolastico siano fattori importanti per il benessere psicologico (School Mental Health, 2025).

Quali consigli si sente di dare per affrontare al meglio questo nuovo anno scolastico?

-Ricordare che un po’ di ansia all’inizio della scuola è normale e, nella maggior parte dei casi, passeggera, che non è una malattia e tende ad attenuarsi con il tempo e con l’adattamento;

-Avere pazienza e cercare di comprendere ciò che il bambino sta vivendo, senza minimizzare la sua paura ma senza amplificarla;

-Mantenere costanti le abitudini quotidiane, soprattutto l’accompagnamento a scuola e il momento del ritorno a casa. La prevedibilità aiuta il bambino a sentirsi sicuro e capace di farcela;

-Evitare di tartassare il bambino di domande appena esce da scuola. È più utile creare dei momenti tranquilli, senza tecnologia, in cui possa raccontare spontaneamente quello che ha vissuto o è successo a scuola,  e sentirsi ascoltato;

-Mantenere un rapporto fiducioso e collaborativo con la Scuola. La continuità tra famiglia e insegnanti offre al bambino una base di sicurezza e serenità molto solido;

-Se l’ansia non si attenua e persiste per oltre tre mesi e interferisce con la frequenza scolastica, il sonno, le relazioni o la vita quotidiana, è opportuno consultare uno psicoanalista dell’età evolutiva.

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