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Gian-Luca Galletti lancia ‘Poesie che si cancellano dopo un’ora’

Esce “Poesie che si cancellano dopo un’ora”, il nuovo e visionario libro di Gian-Luca Galletti tra gioco, ironia e memoria storica. 📜 ✨

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Copertina_Poesie che si cancellano dopo unora

Roma – Nel tormentato panorama culturale contemporaneo, segnato dall’iperconnessione e da una progressiva mercificazione dei messaggi, la parola poetica avverte la necessità di ritrovare spazi di libertà e forme espressive inedite per scardinare il conformismo della società dei consumi. Con questa impronta coraggiosa si apre la stagione espositiva della nuova attesa raccolta lirica firmata dallo scrittore Gian-Luca Galletti, intitolata “Poesie che si cancellano dopo un’ora”. L’opera, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” da Aletti Editore e distribuita anche in formato e-book, si offre alla pubblica opinione e ai cittadini come un viaggio letterario incandescente, ironico e profondamente visionario, capace di deostruire le vecchie paratie accademiche per parlare direttamente alla sensibilità delle persone.

La struttura in cinque sezioni e gli omaggi a Szymborska e Toti Scialoja

L’ordito della silloge si sviluppa e prende spazio attraverso cinque suggestive sezioni tematiche, i cui titoli indicano una precisa progressione emotiva e concettuale: “Pura Vida”, “L’aria che respiri”, “L’ora più buia”, “Anche la poesia può aspettare” e infine “Tremarella”. All’interno di questi canti, Galletti guida il lettore in un percorso che attraversa il sacro e il profano, fondendo l’intimità del vissuto personale con la forza dei sentimenti collettivi. Tra i componimenti di spicco si segnala proprio la poesia “Tremarella”, concepita come un sentito e accorato omaggio alla celebre poetessa polacca Wisława Szymborska, a cui si affiancano “Tutto il peso del mondo”, tributo al pittore e poeta Toti Scialoja, e l’opera “Come Paul Valéry”, scritta in memoria del grande scrittore e filosofo francese.

L’intuizione nata in un ristorante cinese dall’adolescente digitale

Un capitolo di grande curiosità e rilevanza sociologica investe la singolare genesi del titolo a cui l’autore è profondamente legato. Come già accaduto per la sua precedente pubblicazione editoriale, la raccolta è cresciuta attorno a un’idea originaria, suggerita in modo del tutto inconsapevole due anni fa da un adolescente digitale durante una cena familiare trascorsa all’interno di un ristorante cinese rionale. Questo aneddoto mette in luce la distanza tra la memoria storica dei padri e la fretta espressiva dei giovani d’oggi, abituati all’asfissia dei messaggi virtuali che spariscono dagli schermi in pochi istanti. Galletti trasforma questa transizione tecnologica in una provocazione poetica, offrendo testi vivi e imperfetti che diventano uno strumento indispensabile di sopravvivenza contro l’oblio della modernità.

La traduzione per Luis Zhang e il manifesto critico di Francesco Gazzé

Il volume, che ha registrato un eccellente riscontro di pubblico in occasione della sua recente presentazione ufficiale al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 presso gli spazi espositivi della casa editrice, si arricchisce anche di collaborazioni interculturali di rilievo. Tra le pagine trova spazio la lirica “Alle persone senza nome”, una libera e intensa traduzione condotta su un testo originale scritto dall’amico e attore Luis Zhang, offrendo un messaggio di inclusione sociale e solidarietà. Nella prefazione del libro, il noto autore e compositore Francesco Gazzé ha analizzato con acume critico il poliedrico universo dello scrittore: «È fatto di trovate originali e fantastiche, di audaci destrutturazioni linguistiche, di velati ermetismi che fanno stropicciare gli occhi, di frasi stranianti che planano sospese a mezz’aria sopra le piatte distese del reale per poi atterrare dolcemente sull’impossibile».

La provocazione sulla felicità e la ricerca del benessere interiore

In ultima analisi, il cammino letterario tracciato da Gian-Luca Galletti si conclude con un quesito etico e grammaticale rivolto direttamente alla coscienza dei propri lettori: «Ma la felicità, per voi, è con l’accento o senza accento?». Questa domanda, semplice solo in apparenza, invita le famiglie, i lavoratori e i giovani ad abbandonare per un momento l’isolamento individuale indotto dall’abuso delle reti virtuali per riflettere sul significato autentico delle proprie passioni e sulla cura dei legami affettivi. Sradicare la fruizione dell’arte dal torpore digitale per ricondurla nella ritualità della lettura lenta e consapevole costituisce il pilastro più alto delle riforme culturali contemporanee, dimostrando che il domani della nostra saggistica dipende linearmente dalla capacità di unire il merito del talento alla trasparenza delle relazioni umane.

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“Discaricart” – La ricerca di Maria Cappellini, fra mito e denuncia della crisi del senso

Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.

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MARIA CAPPELLINI_Nellonda lunga del polimero, 2016, tecnica assemblaggio di polistirolo, plexiglass, frammenti di ferro e marmo, dimensioni48x46x7

Redazione-  Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.

Dal lontano concetto di bellezza razionale, che è stato di Van de Velde[1] si è approdati a formulare l’idea dell’ornamento di massa, aprendo a un itinerario decisivo per i rapporti dell’arte con la manipolazione dell’oggetto e l’ornamento cercato, e quel che più conta, al porsi stesso dell’arte nella società di massa.

Più di recente, nel mutamento dei concetti di “essenza” e di “bello”, è anche con l’arte del riciclo nelle sue manifestazioni più alte che si arriva a recuperare paradossalmente alcuni tratti come l’unicità, l’originalità, l’autenticità consumati dalla società e dalla cultura occidentali nel loro lavoro di riproducibilità dell’opera d’arte, dettando le specifiche determinazioni quali si configura oggi nell’epoca della megalopoli.

Si prova dunque ad analizzare le ragioni teoriche e critiche dello sfaldarsi del sistema dell’arte della modernità, della sua corrosione e collasso, e a comprendere la storia dell’arte, la teoria e la pratica critica, nonché la stessa forma di museo, che hanno saputo rimodellare il profilo, i contorni e i nessi dei loro saperi, dal momento che il post-moderno ha segnato – indicando il suo compimento – una frattura e una discontinuità con il moderno e con l’umano e nessun stile unitario.

Non per questo si può declinare di nuovo la fine dell’arte, anche se forgiata dalla spazzatura!

L’arte è oggi nella sua vitalità modello di decostruzione e costruzione di altri linguaggi, dall’antropologia del cyberspazio dell’architettura[2] dei musei di terza generazione, o della stessa critica scesa dal trono dell’alta teoria, per essere sommo momento di analisi di compiti, in un rimescolamento di funzioni e di ruoli degli addetti ai lavori (mercanti, collezionisti, curatori).

Proiettato su questo scenario il sistema dell’arte intende porre l’accento sull’erosione delle metropoli e sulle megalopoli, spazi deterritorializzati, disomogenei e selvaggi della post-modernità, in cui l’artista si trova a praticare una sorta di nomadismo interiore, nella ricerca continua di un senso da vivere e comunicare.

Studiosi come Jameson[3], nel distinguere il post-moderno come stile, dalla post-modernità come periodo storico, ha precisato che “globalizzazione” e “post-modernità” sono due appellativi diversi per descrivere lo stesso fenomeno storico e lo stesso fenomeno economico, evidenziando che “uno sottolinea la sua espansione economica, l’approssimarsi a un mercato mondiale definitivo; l’altro mette a fuoco le strutture e le forme culturali nelle quali è giunta ad esprimersi questa mutazione, prodotta dalla terza fase del capitalismo”.

Se Jameson legando post-modernità e globalizzazione conferma il ruolo strategico della megalopoli, delle sue contraddizioni e delle sue possibilità, è Bauman a ribadire i concetti di “tempo puntinizzato”, dove si pensa solo al presente, perché il futuro non esiste, o tutt’al più può essere pensato come un presente che sta arrivando, e a definire la mercificazione di ogni cosa, persino dei sentimenti e di noi stessi. Ma è soprattutto la sua analisi sociopolitica a sostenere che le megalopoli sono “discariche” prodotte dalla modernità che ha vinto imponendo il suo modello di  “libero scambio, libera economia, libero consumo” e generato una popolazione di “underclass” (fuori luogo, esclusi, incapaci).

Oggi le città del mondo sono delle immense discariche, perché (per dirla con Fanon) “ai dannati della terra” si aggiungono anche i rifiuti dei consumi di massa. Le discariche, tuttavia, oltre a luoghi di battaglia sono anche potenziali laboratori di idee e di esperienze, e tutto ciò che di obsoleto e abbandonato ci circonda è un dono prezioso che ci viene restituito dal mare, dalla terra, o resta davvero un grande, inarrestabile rigurgito.

La forma d’intreccio della postmodernità con la globalizzazione, letto nelle diverse prospettive di Jameson e Bauman (ma anche di Derrida) impone una domanda sul possibile destino dell’arte e del sistema dell’arte. Se è necessario distinguere la postmodernità (o globalizzazione) dal postmoderno come stile, forse è altrettanto necessario costruire uno stile postmoderno, una molteplicità di livelli fuori dal campo di uno stratificato sistema dell’arte irriducibile a uno stile unitario e unico, per dar voce ad artisti come Maria Capellini, condannati diversamente a  popolare l’underclass, e congedare la riflessione di pensanti che in tempi diversi e nella logica progressiva della modernità hanno tracciato una linea continua scandita dalla sequenza luttuosa avanguardia-postmoderno-morte dell’arte (Trimarco).

Le opere di Maria Capellini si collocano ben più al di là di un semplice ed occasionale assemblaggio di oggetti: non sono semplici tracce lasciate dal mare delle Cinque Terre sulla sabbia o sulle rocce, o lamiere corrose e derelitte, spogliate di ogni funzione originaria.

Diventa quasi d’obbligo ri-citare il primo artefatto artistico della “Ruota di bicicletta” di Duchamp, gli ornamenti stampigliati sui collages di Picasso, o la magia degli oggetti senza senso traslati dalla produzione del mercato dai surrealisti, per trovare il loro punto d’origine e al tempo stesso il suo superamento. Un modo per comunicare la possibile nuova vita di un materiale rivisitato in senso artistico, animato dell’amore, della memoria, del potere visionario e poetico del mondo interiore dell’artista (La ruggine del cercare, Nell’onda lunga del polimero).

A specchio dei conflitti e dei quesiti lancinanti posti dalla modernità, l’incontro fortuito del “discaricart” con oggetti incompossibili colti in nuove posture o assemblamenti pensati naturali, rinviano allo sguardo che interroga un disordine sistematicamente organizzato, il cui risultato trova validità in qualcosa di non scontato a priori, ma singolarmente cercato entro un contesto consapevolmente problematico: anche in una tematica, come il meraviglioso, ispirato alla diversa natura demiurgica di un oggetto riciclato, scelta come proprio campo di ricerca in qualsiasi materia in cui sia stato selezionato il campo del proprio rapporto con il mondo (cfr: A ruota libera, Capovolta all’indietro).

Nelle sculture e nelle tavole di Maria Capellini c’è molto di più e di profondo. Accanto alla narrazione affidata al simbolismo dei “cicli” vige il principio della dualità che si alterna sistematicamente e si compensa, alla perenne ricerca di oggetti compossibili che non trasmuta mai in stasi, ma è energia e slancio verso il conseguimento di nuovi equilibri. A stagliarsi sono i due elementi, il maschile e il femminile, il sole e la luna, quest’ultima presente spesso nella sua fase nascente (cfr: Buongiorno Luna, buonanotte Sole). E compaiono le costellazioni e le stagioni e i mesi: aprile, mese magico del Toro, Orione, che apre verso la Porta del cielo, o Spicca e il ciclo della fertilità. Ma anche stelle splendenti come Sirio o il Carro dell’Orsa Minore e la Stella Polare, guida di naviganti, di infelici o di innocenti: finestra aperta sulla tematica sociale delle grandi immigrazioni, affidata al valore simbolico di uno sguardo sperduto e lontano (Forse un posto ci sarà), di una valigia, unico elemento certo di un viaggio verso l’ignoto (Partire), o a una “Sirena del Mediterraneo”, che con un colpo di coda spinge fuori dalle onde un bambino da salvare.

Su tutto sembra dominare Cassiopea, incarnazione della dea dell’effimero.

Questo e tant’altro sullo sfondo di carte nautiche e dilatazioni incise o dipinte a mano.

Al di là del singolo racconto, nel connubio perfetto tra pensiero e intuizione squisitamente femminile, domina il principio di rinascita del seme-oggetto custodito nel ventre della terra, diversamente restituito dal mare, o incastonato nel profondo del cielo. Vive cioè nel mito greco, talora di Dioniso, più sovente in quello della Grande Madre, testimonianza della fecondità e massima divinità, in grado di generare la vita da se stessa (Sizigia).

Nelle sue composizioni Maria Capellini rivisita il mito della Dea Madre, cui è associato il ciclo lunare, e per analogia i cicli rigenerativi delle fasi lunari, per i quali la morte è momento necessario alla rinascita della vita.

Un oggetto sepolto e ripescato tra le onde o le sabbie è un essere messo nel ventre della Grande Madre, dalla quale un giorno è destinato a rinascere, come avviene per il ciclo vegetale. Così nel ciclo del cielo ripropone la venerazione della dea nella sua forma trinitaria di fanciulla, di donna gravida e di anziana, tre figure femminili destinate a identificarsi con le tre fasi lunari mensili, prima e autentica trinità nella storia religiosa dell’uomo, perché l’unica che riunisce in una sola persona divina tre diverse manifestazioni divine: la femmina impubere (Luna crescente), la femmina fertile (Luna piena), la femmina infeconda (Luna calante).

Tutta l’opera di Maria Capellini guarda al culto primitivo della Grande Madre; la donna, immagine vivente della Dea, simile alla Luna, cresceva e decresceva, dall’adolescenza alla senilità, senza risoluzione di continuità e la sua perpetuità non era in discussione, perché la fanciulla-luna-crescente diveniva madre-luna-piena, e infine vecchia-luna-calante, per sparire dal cielo per qualche giorno e ritornare sotto forma di nuova fanciulla.

Proiettato nella rivisitazione del mito, l’oggetto-seme della terra non è più un rigurgito. Il valore demiurgico, il simbolismo di cui è caricato vivono grazie alla grande capacità d’astrazione e di comunicazione legate ad una manualità artigianale di alto spessore artistico.

Nel fare come processo dell’arte (da “Art” che nell’accezione più comune significa “arto – mano”), artista è colei (o colui) che lavora con le mani. Il senso cercato si cala nel fare come processo che non può prescindere dalla ragione o da un pensiero riflesso.

Maria Capellini non solo racconta, sa soprattutto dotare di senso una materia apparentemente esanime, e denunciare con voce stentorea i soprusi e gli obbrobri di una visione metafisica corrente, momento esemplare dell’oggettivazione artistica della crisi del senso, che è in realtà dissolvimento del senso e area di conflitti tra diversi orizzonti di senso (come nella denuncia di Dis-equilibrio).

All’”essenzialismo” o “discaricart”, movimento del quale ha palesemente dichiarato la sua appartenenza, l’artista ha saputo dare molto di più di un piacevole assemblaggio di piccole cose rigettate e inutili. E non si è nemmeno smarrita nella meravigliosa isola di Lipsi, dove la mente si perde nella fascinosa e rapinosa avventura di effimere emozioni. Il mondo sommerso e onirico dal quale sa alfine attingere per dar vita alle sue creature rivela la sua capacità di rifugiarsi in un gioco di solitudine e di confronto costante con se stessa, nella ripetitività quasi ossessiva, ma mai monotona che manda i segnali di un inconscio nascosto e rivelato ogni volta come la prima volta (cfr: Ordine crescente, Tursiops).

La luce di sogni surreali emerge a rappresentare una nuova realtà. La discarica, come recita il suo manifesto, “insegna a non dimenticare le piccole cose che ieri abbiamo amato e oggi abbiamo perduto o rigettato”, perché nell’osservazione e nella ricerca di un microcosmo materico il cercatore si ritrova e riscopre una realtà che lo conduce a frequentare quella parte di sé che soltanto ieri sonnecchiava dimenticata.

Non è semplice incasellare il lavoro di Maria tra i tanti artisti dell’arte ecosostenibile; non c’è in esso alcunché di scontato, né di occasionale. E non è neppure un semplice ossimoro, anche se animato da momenti onirici e contemporanee grida di denuncia; è piuttosto l’esito di una lettura socio-esistenziale che rende feconda l’unità di mondi apparentemente incompossibili e sa proporre una nuova iconografia dov’è il ruolo nel quale la materia è trasformata ad assumere una valenza di riscatto su quanto appare inerte.

[1] Per Henry van de Velde l’aspetto esteriore di un manufatto deve derivare in modo diretto dal suo utilizzo e dalla sua natura intrinseca. La decorazione non è un elemento aggiunto, ma deve integrarsi in modo organico nella struttura dell’oggetto. Con il passaggio alla produzione moderna, la bellezza si fonda sulla geometria, sulla linea pura e sulla sincerità del materiale.

[2] Il cyberspazio dell’architettura è il campo che studia come gli spazi virtuali, le reti digitali e i metaversi ridefiniscono il progetto dello spazio. L’architetto non crea solo edifici fisici, ma organizza anche ambienti digitali tridimensionali e interazioni sociali online. Principalmente cadono i limiti della prospettiva euclidea e della materia pesante. Le città diventano reti di comunione culturale e intellettuale prima che vicinanza fisica. Il progettista esperto di spazio organizza la comunicazione visiva e i percorsi di navigazione online.

[3] Per Fredric Jameson il postmoderno non è un semplice stile artistico, ma la logica culturale del tardo capitalismo. È il modo in cui l’economia e la società globale si riflettono nell’arte, nella moda e nel pensiero. Lo stile postmoderno nasce quando il mercato domina ogni cosa.

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“La Corte dei Miracoli”: i versi di Francesco Marcì che salvano l’anima

Dal dolore al trionfo della parola: la toccante poesia di Francesco Marcì conquista il Salone di Torino con una lezione di pura resilienza. 📖✨

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Copertina_La Corte dei Miracoli

Siracusa – Ci sono abissi dell’esistenza umana che la maggior parte delle persone preferisce non guardare, girando la testa dall’altra parte per paura o per semplice indifferenza. Sono i luoghi del dolore mentale, dell’isolamento sociale, delle notti passate a contare le crepe del soffitto o a camminare lungo i vicoli freddi delle nostre città. Ma è proprio da queste crepe, dove la sofferenza si fa più acuta e straziante, che a volte nasce una luce di sbalorditiva bellezza, capace di trasformare il fango in oro e il tormento in arte pura. Questo è il miracolo laico racchiuso tra le pagine de “La Corte dei Miracoli”, l’opera toccante e profonda data alle stampe da Francesco Marcì. Non siamo di fronte a un poeta nel senso convenzionale o accademico del termine, ma a un vero e proprio “pensatore” dell’anima. Un uomo sensibile che ha scelto di osservare il mondo dai margini della società, trasformando l’esperienza devastante del dolore personale in una ricerca spirituale costante e incrollabile.

La raccolta, pubblicata con coraggio nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” e disponibile anche in formato e-book per raggiungere un pubblico più ampio, rappresenta un vero e proprio sasso nello stagno del panorama culturale contemporaneo. L’opera ha saputo conquistare una vetrina di assoluto rilievo nazionale, venendo esposta con successo al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, all’interno degli spazi espositivi di Aletti Editore. Attraverso una narrazione in versi che intreccia con sapienza misticismo, richiami alla natura e una spietata introspezione, il libro conduce il lettore in un viaggio emotivo senza sconti. Si passa dai freddi vicoli vissuti dai clochard, dove la solitudine gela le ossa, fino alle finestre illuminate delle case calde, che diventano la metafora potente e malinconica di un isolamento forzato e di un nostalgico, umanissimo desiderio di appartenenza a una comunità che troppo spesso esclude chi fa più fatica.

Il peso del dolore e la forza salvifica della parola scritta

Per comprendere l’assoluta autenticità di questi testi, bisogna scavare nella biografia stessa dell’autore siracusano, un percorso segnato fin dalla primissima giovinezza da complesse e dolorose asperità personali e familiari. Francesco Marcì ha dovuto interrompere presto gli studi superiori per fare i conti con i mostri della mente: a soli diciotto anni affronta il dramma del suo primo ricovero in ambito psichiatrico, dando inizio a un lungo calvario attraverso gli anni, segnato da periodi di forte sregolatezza e smarrimento. Molti avrebbero ceduto, molti si sarebbero arresi al silenzio. Nonostante le difficoltà estreme e la perdita dolorosa della quasi totalità della sua produzione letteraria giovanile, la scrittura ha rappresentato per lui l’unica ancora di salvataggio, un punto fermo e irrinunciabile fin dall’età di quattordici anni.

Oggi, ricoverato volontariamente presso una struttura psichiatrica, Marcì continua a dedicarsi al pensiero e alla parola come strumenti privilegiati di espressione e riscatto sociale. I suoi componimenti diventano così i tasselli di un mosaico esistenziale che oscilla costantemente tra la caduta e la risalita, tra la debolezza della carne e il coraggio dello spirito, con una sezione di straordinaria dolcezza dedicata alla figura della donna. Come scrive magistralmente nella Prefazione il maestro Giuseppe Aletti, noto poeta, editore e formatore: “È una raccolta che nasce da una esperienza di vita diretta, i testi hanno l’aria di appunti incendiati: brevi, a volte essenziali, a volte più narrativi, ma sempre guidati da un’urgenza che porta in dono l’autenticità. La poesia accolta in queste pagine ci dice che qualcosa è accaduto”. Ed è proprio questo senso di urgenza che cattura il lettore, trascinandolo dentro una realtà che non ammette finzioni.

Un manifesto di silenziosa resilienza contro ogni pregiudizio

Al centro dell’opera si consuma la lotta quotidiana e universale tra l’ombra del disagio e la speranza della guarigione, celebrando, nel finale, il potere terapeutico, curativo e salvifico della parola scritta. La delicatezza straordinaria dello stile di Marcì risiede proprio nella sua capacità unica di incontrare la fragilità umana senza mai emettere un giudizio, trasformando anche il vissuto più complesso e oscuro in pura tensione verso la conoscenza e l’empatia. Gli esperti di scienze umane e i tecnici della riabilitazione psicologica sottolineano spesso quanto l’arte sia fondamentale nei percorsi di recupero, ma i versi di questo autore superano la semplice valenza terapeutica: sono letteratura viva, che merita di essere letta e compresa per il suo valore intrinseco.

Le famiglie che vivono da vicino il dramma della malattia mentale dei propri cari troveranno in queste pagine un motivo di conforto e di profonda riflessione. Francesco Marcì, con la sua straordinaria e silenziosa resilienza, dimostra al mondo che le mura di una struttura di cura non possono imprigionare la libertà del pensiero né spegnere il talento. Il suo viaggio intimo attraverso le fragilità dell’anima continua a tracciare una strada di luce, ricordandoci che dentro ogni imbrunire si nasconde la promessa di un’alba nuova. La Corte dei Miracoli diventa così il luogo dell’anima in cui tutti gli esclusi, i dimenticati e i sofferenti ritrovano la propria dignità regale, uniti dalla forza immortale della poesia che cura le ferite della vita.

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Salento, il regista Albert Dejda dona un’opera dove iniziò la sua vita

Il regista Albert Dejda dona un’opera a Galatone: un ringraziamento al Salento che lo accolse 35 anni fa in fuga dal piroscafo Tirana. 🇦🇱❤️

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Opera di Albert Dejda

Galatone – Un’odissea lunga trentacinque anni che si chiude con un abbraccio di pura gratitudine, un cerchio perfetto che unisce le due sponde del mare Adriatico. La storia di Albert Dejda è una di quelle vicende umane profonde che lasciano un segno indelebile nel cuore di chi ascolta, capace di raccontare il dramma della fuga e la bellezza del riscatto come solo le grandi storie della vita sanno fare. Tutto ha inizio in Albania, alla fine degli anni Ottanta, in una città di Durazzo soffocata dalla rigidità del regime di Enver Hoxha. Albert è un intellettuale, un regista cinematografico che usa la sua arte e la sua macchina da presa per dare voce alla libertà d’espressione, sfidando un silenzio imposto a un intero popolo con la forza della paura e della censura. Una scelta coraggiosa e trasparente che, nel millenovecentonovantuno, si trasforma improvvisamente in una condanna invisibile: un amico fidato, impiegato tra le forze dell’ordine albanesi, lo avverte in segreto che il suo nome è finito sulla lista nera e che l’arresto da parte delle autorità statali è ormai imminente. La salvezza ha un nome che appartiene alla memoria collettiva e alla storia di una nazione: il Tirana, il primo leggendario piroscafo che apre la grande e drammatica stagione dei viaggi dell’immigrazione albanese verso le coste italiane.

Il distacco dalla terra e l’approdo nel Salento

Il distacco dalla propria terra natia è uno strappo doloroso, una ferita profonda che chiunque abbia dovuto lasciare la propria casa per scappare da una dittatura conosce fin troppo bene nell’anima. Albert sale su quella nave carica di anime con il cuore pesante per l’incertezza, ma con gli occhi pieni di futuro, sbarcando in un Salento che apre le sue braccia con una generosità spontanea, calorosa e commovente. Quella terra pugliese, così calda e accogliente, diventa il suo primo porto sicuro nel mondo, il luogo dove riprendere fiato prima che le vicende della vita lo portino a trasferirsi tra le montagne del Trentino. Nel nord Italia l’ex regista non si perde d’animo, si rimbocca le maniche con dignità, lavora duramente per integrarsi, costruisce una splendida famiglia e, pezzetto dopo pezzetto, ritrova la forza interiore e l’ispirazione per riprendere in mano il suo filo creativo, mai spezzato dalla distanza o dalla fatica della quotidianità. Il richiamo di quel primo amore geografico e umano, però, resta sempre vivo nel profondo del suo cuore di artista.

L’incontro a Masseria Silene e l’atto di restituzione

Il destino, con la sua precisa e poetica armonia, decide di compiere il suo giro più bello e significativo nell’agosto del duemilaventisei. Al termine di un lunghissimo, ambizioso e appassionato percorso di ricerca personale, storica e artistica, Albert sente il bisogno intimo e profondo di compiere un vero e proprio atto di restituzione verso quella terra salentina che lo aveva salvato e adottato con amore trentacinque anni prima. L’occasione perfetta si materializza grazie all’incontro speciale con le imprenditrici responsabili del progetto Masseria Silene, una bellissima e virtuosa realtà produttiva immersa nella campagna profumata del territorio salentino. Queste donne coraggiose credono fortemente nel valore sociale della cultura e scelgono di mettere a disposizione i propri spazi rurali per ospitare l’ingegno, la sensibilità e l’opera del regista albanese. Nasce così un’intesa speciale, un ponte ideale fatto di memoria storica, accoglienza reciproca e amore incondizionato per l’espressione artistica.

Un cammino di verità e la circolarità dell’esistenza

L’opera nata da questo felice incontro, completata proprio in queste ore con grande dedizione, rappresenta per Albert il vero compimento di un lungo cammino di verità. Non si tratta semplicemente di una creazione visiva o di un manufatto, ma di un vero e proprio monumento alla circolarità dell’esistenza umana, un ringraziamento visibile e tangibile rivolto a una comunità che, nel momento del bisogno, non si è mai voltata dall’altra parte. È la dimostrazione vivente che la speranza non è un’illusione astratta, ma una forza concreta capace di guarire le ferite del passato e riportare un uomo esattamente lì dove la sua seconda vita da cittadino italiano è cominciata. Le pareti storiche della masseria diventano così le custodi di una memoria preziosa, che unisce le antiche sofferenze della fuga alle gioie del presente in un messaggio universale di pace e fratellanza.

L’apertura culturale nel cuore dell’agro di Galatone

Il viaggio di questa straordinaria opera d’arte è appena iniziato e si prepara a incontrare lo sguardo e l’emozione del pubblico. L’inaugurazione ufficiale è prevista per la fine del prossimo mese di ottobre, un appuntamento importante che coinciderà con un momento di grande valore sociale per l’intera comunità locale. L’evento celebrerà infatti l’avvio ufficiale dell’utilizzo culturale della piccola sala meeting della struttura, uno spazio che d’ora in poi sarà interamente dedicato a incontri, dibattiti e manifestazioni d’arte proprio nel cuore dell’agro di Galatone, nella suggestiva provincia di Lecce. Sarà un momento di grande festa, condivisione e sincera commozione, in cui i cittadini salentini potranno stringersi attorno a un uomo che, dopo aver attraversato il mare in tempesta e i sentieri della storia recente, è tornato in questa terra per dire grazie nel modo più nobile, poetico e bello che conosce.

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