Intervista condotta dalla poetessa e traduttrice libanese-brasiliana Taghrid Bou Merhi alla poetessa italiana Maria Teresa Liuzzo
Quando si parla di multiculturalità, di leadership letteraria e intellettuale, il nome di Maria Teresa Liuzzo emerge come una figura imprescindibile. Scrittrice, filosofa, giornalista e ponte culturale tra Oriente e Occidente, ha costruito un percorso straordinario fatto di parole, pensiero e visione. Con opere tradotte in oltre trenta lingue e un’attività instancabile nel campo editoriale, culturale e accademico, la sua voce è oggi simbolo di universalità. In questa intervista, esploriamo alcune tappe della sua ricca esperienza intellettuale e umana.
Redazione- Quando si parla di multiculturalità, di leadership letteraria e intellettuale, il nome di Maria Teresa Liuzzo emerge come una figura imprescindibile. Scrittrice, filosofa, giornalista e ponte culturale tra Oriente e Occidente, ha costruito un percorso straordinario fatto di parole, pensiero e visione. Con opere tradotte in oltre trenta lingue e un’attività instancabile nel campo editoriale, culturale e accademico, la sua voce è oggi simbolo di universalità. In questa intervista, esploriamo alcune tappe della sua ricca esperienza intellettuale e umana.
1) Come è iniziato il tuo percorso letterario e intellettuale? Chi è stata la prima persona a credere nel tuo talento?
1) Ero ancora una bambina e il primo a credere in me è stato il grande scrittore e avvocato Massimo Di Prisco, marito della duchessa Maria Piromallo, amico di tanti attori e registi conosciuti e apprezzati dal cinema internazionale come Vittorio De Sica, Federico Fellini e Roberto Rossellini. All’avvocato e scrittore Massimo Di Prisco ho dedicato la poesia “E sarà ancora estate”, mentre le altre due prime poesie scritte da me furono: “Il mondo nella mia anima” e “Solitudine”. Questi miei primi versi li fece leggere a Giulio Einaudi, suo grande amico, e figlio dell’intellettuale ed economista di fama mondiale Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica Italiana.
2) Qual è stata la motivazione principale che ti ha spinta a fondare e dirigere la rivista “Le Muse”?
2) La rivista fu fondata da me e da mio marito, il Prof. Paolo Borruto, giornalista, editore, scrittore, regista e produttore. Fu un suo omaggio affinché io potessi operare in modo libero e lontano dalle varie consorterie per dare risalto a quella che è la vera Cultura e ogni forma d’Arte.
3) Scrivi in molti ambiti: poesia, filosofia, giornalismo, critica. Come riesci a conciliare tutte queste attività?
3) Ho consacrato la mia vita alla cultura. Mi nutro spesso di parole, vocali, consonanti, virgole, apostrofi, parentesi, accenti e li seguo come se ognuno di essi avesse un corpo: dell’insieme ho fatto il mio esercito. Alla scrittura dedico ogni attimo del mio tempo e in ogni cosa che faccio c’è sempre un pezzo del mio cuore e della mia anima che offro a Dio e ai miei lettori sparsi per il mondo, che mi seguono e mi sostengono amorevolmente in tutto quello che scrivo, ma anche per la mia generosità, senso critico, di giustizia e per la trasparenza del mio lato umano, morale, etico e intellettuale. Mi sono occupata per anni degli emarginati, ho difeso i diritti dei carcerati- spesso innocenti- lottando contro le ingiustizie della vita che perpetuano senza vergogna (sfruttamento degli immigrati nei campi agricoli e non solo). Sono una grande sostenitrice della natura che sento viva, vegeta e Madre, in grado di dare vita persino ad una pietra quando dal suo cuore fa spuntare un filo d’erba. Soffro per quello che è accaduto in Amazzonia, le fiamme che hanno distrutto parte della sua foresta, minando il polmone verde del mondo. Ascolto e condivido il respiro di ogni singolo albero, il lacrimare delle piogge che lo bagnano, le cascate degli uccelli tra i suoi rami, tutto racchiuso in un rituale di vita e di morte. Lamenti che attraversano la memoria fustigandola, uncini che strappano la pelle con i suoi suoni onomatopeici. Le carestie, le recenti alluvioni che hanno messo in ginocchio l’India e parte del Bangladesh distruggendo abitazioni e piantagioni di cotone. In questa distanza che divide la notte io continuo ad ascoltare quel lamento di terre bagnate dal pianto dei popoli, soli a lottare contagiati dal verde sotto un riflesso opaco di luna e una vertigine di pioggia. Vivo da solitaria in una civiltà globale le amarezze della terra raccogliendo i linguaggi di tanti paesi. Bevo la luce antica del mare dove tutto vive nel silenzio; dove il seme viaggia col vento; uomo e natura sono un solo germoglio dove la materia affonda le proprie radici e si riproduce. Si edifica come un tempio antico nel ventre dell’assoluto. Nessuno trova il tempo per guardarsi intorno, altrimenti scoprirebbe che il vero paradiso è sulla terra. Basta pensare ad un albero singolare che vive in Amazzonia: il “calipso arcobaleno”. Credo che da una creazione così spettacolare si proietti la vera saggezza; così come nel raccogliere i linguaggi di tanti paesi sconosciuti e lontani ci fa sopravvivere ad ogni tempesta. Forse ci attende un nuovo Noè sotto l’albero dello “Spirito Santo” (Kupahùba) per esplorare la bellezza dell’eterno attraverso un viaggio antropologico che farebbe di ognuno di noi, un essere responsabile, lontano dal cancro del male, dal pozzo delle nebbie, e rendendo il nostro cuore divino.
4) Con le tue opere tradotte in oltre 30 lingue, come vedi la responsabilità della parola nel rappresentare la cultura italiana?
4) L’Italia, con Roma “Caput Mundi”, è stata la culla della civiltà, il regno di poeti, scrittori, filosofi, matematici. Proprio la Calabria dove io sono nata e cresciuta si chiamava Italia Prima, fu questa regione a forma di stivale che diede il nome all’Italia, ma rimase la Terra dei Miti con i suoi tremila anni di storia, arte e cultura nella terra dei giganti: Ibico, Pitagora, Nosside, Parrasio, Saffo, Talete, Campanella, Alvaro, Boccioni, Preti, Dulbecco, Maria Teresa Liuzzo, Monteleone, Calogero, Cilea, Versace (a cura di P. B.). I vari riconoscimenti mi hanno reso più responsabile come rappresentante dell’Italia nel mondo, in quanto le vere testimonianze e le conoscenze acquisite attraverso la lettura dei miei libri hanno appassionato i lettori oltre oceano, ho fatto di tutto per non deludere le loro aspettative.
5) In che modo la tua formazione in psicologia e filosofia ha influenzato la tua visione della letteratura e dell’essere umano?
5) Il nostro vissuto è la migliore dimostrazione che riusciamo a trasformare in parole l’amore vero verso il prossimo, i bisognosi, i soli, gli ammalati, i derelitti, i prigionieri, le vittime di guerra. Lo studio è necessario ma è il dolore della vita il migliore maestro. L’umanità siamo noi, e i versi sono i messaggeri della PACE e tutte le creature ne fanno parte.
6) Hai una presenza significativa nei media internazionali. Come vedi il ruolo della scrittrice italiana nel panorama culturale globale?
6) Forse questa domanda potrebbe essere una novità per qualcun altro, ma non per me che scrivo e pubblico da 55 anni, cioè da quando ero bambina su riviste letterarie nazionali. Pur non viaggiando i miei libri hanno camminato per me, sono stati le mie braccia e la mia bocca, la mia voce. Da oltre 40 anni, e quando i social non esistevano i miei libri erano arrivati in India, Oceania, America, Asia, Europa, Africa. Ho apprezzato molti scrittori arabi (che ritengo molto bravi) e ho avuto una fitta corrispondenza con la crema mitteleuropea. Sono stata prefata, presentata e tradotta dal grande poeta britannico Peter Russell, più volte candidato al Nobel per la Letteratura, da Athanase Vantchev De Tracy, altro Candidato al Premio Nobel per la Letteratura (2019) che ha tradotto in lingua francese il mio primo romanzo “…E adesso parlo!” e decine di poesie, Licio Gelli – candidato al Nobel per la Letteratura – ha recensito diversi miei libri di poesia e Maria Luisa Spaziani che mi ha letto e recensito sin dalla prima opera (Radici-Poesia dell’infanzia), anche lei candidata al Nobel per la Letteratura. Si è interessato alle mie opere persino il grande editore di Chicago Thomas Fleming che mi scrisse: “Lascio a te la fiaccola della Magna Grecia” dopo averlo ripetuto più volte al suo grande amico e poeta Peter Russell. Non sono delusa perché sono stata apprezzata dagli addetti ai lavori e da migliaia di lettori da tutto il mondo.
7) Sei Presidente dell’Associazione artistica “P. Benintende”. Qual è, secondo te, il ruolo dell’arte nella formazione dell’identità culturale?
7) L’arte è il centro della vita, l’universo intero, il terzo occhio del mondo. Appassionata di musica lirica ho avuto l’occasione di conoscere i più grandi artisti del mondo da Maria Callas, Luciano Pavarotti, Mario Del Monaco.
8) Secondo te, i premi e i riconoscimenti letterari rendono veramente giustizia agli scrittori?
8) Non credo nei premi letterari di oggi, destinati spesso, a chi meno li merita. Non sono i premi gettati come pula al vento, assegnati senza alcuna autorità né consapevolezza a definire grande uno scrittore ma le sue opere. Saggi, recensioni e prefazioni di illustri nomi di critici di indubbia onestà morale e intellettuale battezzano il poeta o lo scrittore di successo. La scrittura deve essere autentica, intelligente, che coinvolge l’esistenza e la società. Come diceva Peter Russell: “I poeti sono i legislatori dell’umanità”. La poesia analizza il legame tra senso e non senso, tra ombra e luce, tra vita e morte e li descrive così come sono nella realtà senza stravolgere il senso al di là di ogni suo interesse esistenziale ed ontologico, (linguaggio giuridico e letterario). Non siano passi d’aria nell’esplorare antico e moderno. I veri poeti scarseggiano, sono sempre di meno, anche di fronte a queste rivoluzioni di poeti e scrittori autoreferenziali tra manipolazioni e caos di linguaggi. Da improvvisati ed egoisti, quali sono, non sanno che ogni verso nasconde un segreto che non sempre insegna ma aiuta a capire, senza smarrire l’identità regionale della parola affinché sia la voce dell’esistenza e mai della separazione.
9) Hai scritto sull’umanità, sull’utopia, sull’ombra e sulla luce… Qual è il tema a te più caro fra tutti?
9) Il tema a me più caro rimane quello umano: l’uomo al centro dell’universo. Il sogno è necessario per farci vivere e superare il male pernicioso della realtà in cui viviamo, ma senza la luce del nostro cuore morirebbero le parole, le attese per lasciare spazio al dolore e a una convivenza estremamente distopica, come quella di oggi.
10) Quali difficoltà hai affrontato come donna intellettuale e pensatrice in un ambito letterario spesso competitivo?
10) Credo poco nella giustizia terrena ma molto in quella divina, Non mescolo il sacro con il profano, mi piace volare da sola, non essere parte del gregge, né strisciare come i serpenti in cerca di approvazioni. Ho molta esperienza della vita. Il dolore e la vita mi hanno reso più forte, perché più crepe hanno aperto più luce mi è arrivata. La competitività non deve essere una guerra, ma deve arricchire gli animi, senza cercare di occultare i talenti con bugie, prepotenze o potere illegittimo che le è stato dato solo per fare numero. La mia forza deriva dalla verità per la quale vivo e sono pronta a morire. Ma la realtà è diversa da quella virtuale, che continua a divorare l’innocenza della bellezza sostituendola con l’orrore.
11) Come scegli i testi o gli autori stranieri da tradurre in italiano? Quali sono le sfide nella traduzione di testi appartenenti a culture diverse, come quella araba o asiatica?
11) Ci tengo a chiarire che sono quasi sempre gli autori a inviare le loro opere per essere tradotte, autori a me sconosciuti. Leggo i loro contenuti, vivo le loro emozioni e le traduco se incontro un humus letterario e soprattutto umano.
12) Cosa rappresenta per te il concetto di “pace culturale” in un mondo attraversato dai conflitti?
12) La tua è una bella domanda e non riesco a immaginare una “pace culturale” dove la “guerra culturale” è più feroce del genocidio di Gaza e delle feroci tempeste che colpiscono forte al cuore già provato della terra. Non ci può essere “pace culturale” dove la forza del diritto soccombe dinanzi al diritto della forza, (P. B.) finché ci sono in giro persone – lupi travestiti da agnelli – che operano nella menzogna pur di apparire. Questi personaggi, oscuri, vorrebbero neutralizzare il bello, il sacro, il vero, ma sono soltanto l’ombra di se stessi. Forse, chi parla di cultura ha dimenticato la saggezza, l’amore, la fratellanza tra i popoli e non la corsa a imminenti vittorie ottenute con concorrenze sleali. Lo studio è rinuncia e sacrificio, non di certo uno spettacolo circense.
13) Qual è stato il momento di successo che ti ha lasciato il segno più profondo nel cuore?
13) Tutti i successi sono come figli, una madre non saprebbe e non dovrebbe scegliere. Sono i fiori di un prato che le lacrime di commozione innaffiano ad ogni ricordo indelebile. Forse il segno più profondo lo ha lasciato un’importante Associazione designandomi Benefattrice dell’Umanità.
14) Come contribuisci a scoprire e sostenere nuovi talenti? Quali qualità cerchi nelle voci emergenti?
14) I nuovi talenti sono rari. Li riconosci dalla loro umiltà, non conoscono l’arroganza del potere. Sono generosi, empatici nella loro solitudine. Scrivono senza pretese e non per superare gli altri, ma per dare il loro contributo alla letteratura.
15) Come direttrice delle pubbliche relazioni e corrispondente internazionale, quanto è importante oggi la diplomazia culturale?
15) La diplomazia è sempre stata importante per una civile convivenza, è indispensabile quando ci sono interessi comuni per il bene della società etica, morale e culturale.
16) Come vedi il futuro della letteratura nell’epoca della diffusione digitale?
16) La diffusione digitale se da un lato è stata importante per l’altro è stata deleteria, in quanto si fa abuso e non uso. Ognuno cerca di sovrastare l’altro. Molti sono spietati e cercano di emergere ad ogni costo con la convinzione di “seppellire” gli elementi autentici per fare prevalere la loro presenza che non è altro che un pacco ingombrante e misero agli occhi dei veri cultori del bello e del sacro.
17) C’è un nuovo progetto a cui stai lavorando attualmente e che vorresti condividere con i tuoi lettori?
17) Progetti in cantiere che ne sono tanti ed anche importanti, ma saranno piacevoli soprese per i miei lettori quando le opere saranno realizzate, se Dio vuole.
18) Come riesci a mantenere viva la tua passione per la scrittura nonostante i tanti impegni e responsabilità?
18) Ripeto ancora una volta che scrivo per non morire, non cerco applausi. La scrittura è la mia famiglia, la pace, il mio appuntamento con l’ignoto, il tempio del mio dolore e della mia consolazione, la speranza, la fede, la foresta delle emozioni dove le stelle sono scintille che accendono il sangue e riscaldano il cuore.
19) Nel cammino di ogni pensatrice o creativa, ci sono parole che, seppur ascoltate o lette per caso, diventano luce guida o principi indelebili.
C’è una frase che hai letto in un libro, o ascoltato da qualcuno, che ti ha colpita profondamente al punto da farla diventare un riferimento costante nel tuo modo di vivere e di relazionarti con gli altri?
Qual è questa frase? E perché è rimasta impressa così profondamente nel tuo cuore?
19) Ci sono frasi che sconvolgono o toccano il cuore, ma mai e poi mai avrei “lavorato” o scritto frasi di altri. Ogni parola che ho scritto e vissuto è carne del mio corpo, sangue delle mie vene e respiro della mia anima. Il mio motto è donare, non coniugo il verbo pretendere o assimilare. Sono me stessa e tale rimango.
20) Sei membro di istituzioni culturali e accademiche prestigiose come il Sirius Media Group, WOW e il Senato Accademico della Leibniz University. Quanto ritieni sia importante, per una scrittrice, essere coinvolta nei movimenti istituzionali e intellettuali?
20) È bello essere amati, raggiunti da persone di cultura, ma anche seri con obiettivi onesti. Sono felice di essere letta e di essere utile ai loro progetti che condivido e cerco di dare il meglio di me stessa, con tutto il cuore.
21) Hai una presenza molto ampia su riviste e siti internazionali, dall’Uzbekistan al Messico, dal Vietnam alla Danimarca. Come ha influenzato questa diversità geografica e culturale la tua voce letteraria? Ti sei mai sentita una “scrittrice oltre i confini”?
21) È importante per me essere presente per costruire qualcosa di utile, di umano, di bello e duraturo nel tempo. Guardo tutte le cose con umanità, a volte, per chi possiede una particolare sensibilità- non è difficile sentire battere il cuore di una pietra che si stringe in una mano. Oggi come ieri mi sento cittadina del mondo perché la scrittura, quella vera, non ha confini geografici né culturali se l’intento è raggiungere la pace, un sogno difficilmente realizzabile. Credo di essere stata da sempre “una scrittrice oltre i confini”. Con gli scrittori, editori, artisti abbiamo sempre edificato senza rincorrere poteri di gloria, ma per il bene del progresso.
22) Hai scritto centinaia di articoli di critica letteraria e artistica, e curi una rubrica poetica intitolata Miosòtide – Non ti scordar di me.
Quanto ritieni sia importante documentare e archiviare le voci poetiche in un’epoca che tende a dimenticare velocemente?
22) Quello in cui credo non va mai dimenticato, la carta brucia, la memoria semina e arricchisce. Credo nei miei lettori, nelle biblioteche, ovunque ci siano i miei libri e riviste che hanno rappresentato e unito il cuore dei lettori dei cinque continenti, ancora prima che ci fossero le piattaforme social.
23) Hai scritto di tematiche esistenziali come L’ombra non supera la luce e Eutanasia d’utopia, e recentemente hai pubblicato Non seppellitemi viva.
Vedi la scrittura come uno strumento di liberazione interiore o come una forma di resistenza?
23) Liberazione e resistenza, pur essendo due cose diverse hanno in comune l’intensità. La scrittura è testimonianza e testamento per i posteri.
24) Le tue opere sono state tradotte in decine di lingue e hai collaborato con figure letterarie di tutto il mondo.
Tra queste esperienze di traduzione, c’è stato un dialogo culturale che ha segnato una svolta nel tuo percorso o ha cambiato la tua visione del mondo?
24) Il mondo lo cambia il nostro modo di pensare, io sono una persona molto positiva e anche dal male ho tratto il bene (con sacrificio e volontà ferrea). Il mondo siamo noi, per questo la collaborazione è indispensabile, ma non tutti accettano sacrifici né la verità. Amano le cose facili, di scarso valore.
25) Qual è la domanda che non ti ho posto e che avresti voluto ricevere? E quale sarebbe?
25) Per esempio se sono felice e quanto tempo dedico a me stessa. Felice lo sono nella mia famiglia con un figlio che adoro e un cagnolino che è la mia compagnia e la mia gioia. Sono una persona molto amata perché so vivere e comprendo l’animo umano, molto fragile. Quanto il tempo che dedico a me stessa non è mai esistito e so che quando passa non ritorna. Se fosse possibile risponderti ti direi: “Ferma questo tempo che mi fa impazzire!”. È l’unica cosa con la quale non posso competere.
Le pagine delle donne: a Spoleto un salotto letterario tra libri, parole ed emozioni
Domenica 6 settembre 2026, alle ore 16.00, Palazzo Mauri a Spoleto ospiterà “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario”, un appuntamento dedicato alla scrittura femminile, alla cultura e alle storie di vita. L’evento è ideato e organizzato da Roberta Testaguzza e sarà condotto da Massimo Zamponi.
Ci sono eventi che nascono da un’idea organizzativa e altri che, prima ancora di diventare appuntamenti in calendario, nascono da una sensibilità. “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario” appartiene certamente a questa seconda categoria: un incontro pensato per mettere al centro i libri, ma soprattutto le donne che quei libri li hanno scritti, vissuti, attraversati e trasformati in parole.
Redazione- Domenica 6 settembre 2026, alle ore 16.00, Palazzo Mauri a Spoleto ospiterà “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario”, un appuntamento dedicato alla scrittura femminile, alla cultura e alle storie di vita. L’evento è ideato e organizzato da Roberta Testaguzza e sarà condotto da Massimo Zamponi.
Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia con il Cav. Roberta Testaguzza
Ci sono eventi che nascono da un’idea organizzativa e altri che, prima ancora di diventare appuntamenti in calendario, nascono da una sensibilità. “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario” appartiene certamente a questa seconda categoria: un incontro pensato per mettere al centro i libri, ma soprattutto le donne che quei libri li hanno scritti, vissuti, attraversati e trasformati in parole.
L’appuntamento è fissato per domenica 6 settembre 2026, alle ore 16.00, nella suggestiva cornice di Palazzo Mauri a Spoleto, luogo naturalmente vocato alla cultura e all’incontro. Un pomeriggio nel quale la letteratura non sarà soltanto materia da raccontare, ma diventerà uno strumento per entrare nelle esperienze personali, nei sentimenti, nelle scelte e nelle sensibilità delle autrici protagoniste.
A ideare e organizzare l’iniziativa è Roberta Testaguzza, che ha immaginato un format capace di andare oltre la tradizionale presentazione editoriale. Il suo progetto parte infatti da una domanda semplice e, proprio per questo, profondamente significativa: cosa c’è dietro le pagine di un libro? Quale donna si nasconde dietro una storia, un personaggio, un pensiero, una confessione?
Da qui nasce il sottotitolo che accompagna l’iniziativa: “Le autrici raccontano il libro che hanno scritto… e la donna che sono”. Una frase che racchiude perfettamente lo spirito dell’appuntamento.
Non soltanto libri, dunque, ma persone. Non soltanto trame e pubblicazioni, ma percorsi interiori. Non soltanto letteratura, ma quella particolare forma di verità che talvolta soltanto la scrittura riesce a restituire.
Il pomeriggio sarà articolato attraverso incontri con le autrici, conversazioni e racconti di vita, letture di brani scelti dalle scrittrici. Saranno proprio le parole a costruire un ponte tra il pubblico e le protagoniste, consentendo ai presenti di conoscere non solo le opere, ma anche le motivazioni, le emozioni e le esperienze che hanno accompagnato la loro nascita.
A condurre il salotto sarà Massimo Zamponi, chiamato a guidare il pubblico attraverso un percorso fatto di domande, racconti, riflessioni e momenti di lettura.
La conduzione, in un appuntamento di questo tipo, diventa parte integrante della narrazione. Perché intervistare un’autrice significa anche saper ascoltare ciò che viene detto e, talvolta, intuire ciò che rimane tra le righe. È proprio nelle pause, nei ricordi, nelle emozioni improvvise che spesso si trova la parte più autentica di una storia.
E “Le Pagine delle Donne” sembra voler scommettere proprio su questo: sulla forza della parola quando riesce a diventare relazione.
L’iniziativa gode del patrocinio della Città di Spoleto e si svolge in partnership con l’Unione Insigniti – Ordine al Merito della Repubblica Italiana, elementi che conferiscono all’appuntamento una particolare dimensione istituzionale e culturale.
La scelta di Spoleto non appare casuale. Una città che da sempre dialoga con l’arte, la cultura e la letteratura offre infatti una scenografia ideale per un incontro nel quale il libro diventa protagonista e, contemporaneamente, punto di partenza per parlare della contemporaneità.
Le donne che scrivono raccontano mondi differenti. Alcune affidano alla pagina la memoria, altre la fantasia, altre ancora le proprie inquietudini, le esperienze, le battaglie, le speranze. Ma in ogni libro c’è una parte di chi lo ha scritto. Talvolta evidente, talvolta nascosta, talvolta inconsapevole.
È questa la magia della letteratura: mentre l’autore pensa di raccontare una storia, il lettore finisce per riconoscervi qualcosa di sé.
Il salotto ideato da Roberta Testaguzza vuole quindi creare uno spazio di confronto autentico, nel quale le protagoniste possano parlare del proprio lavoro senza rinunciare alla dimensione più umana del loro percorso.
Un’idea che porta con sé anche una riflessione più ampia sul ruolo della donna nella cultura contemporanea. La scrittura femminile non è un genere chiuso, né un’etichetta: è un universo plurale, fatto di voci diverse, esperienze differenti e prospettive capaci di arricchire il panorama culturale.
E proprio la pluralità sembra essere uno dei valori più interessanti di questo appuntamento.
“Le Pagine delle Donne” non promette soltanto un pomeriggio dedicato ai libri. Promette un incontro con le persone che quei libri li hanno trasformati in realtà. Perché dietro ogni copertina esiste una storia: quella dell’autrice, del suo coraggio, delle sue domande, delle sue fragilità e delle sue conquiste.
In questo senso, il titolo dell’evento diventa quasi una piccola dichiarazione d’intenti. Le pagine sono quelle dei libri, naturalmente, ma sono anche le pagine della vita. Quelle che nessun editore può correggere, nessun redattore può riscrivere e che soltanto il tempo continua a sfogliare.
E così, nel cuore di Spoleto, il prossimo 6 settembre, il pubblico sarà invitato a fare proprio questo: sfogliare idealmente quelle pagine insieme alle loro protagoniste.
Il merito dell’ideatrice e organizzatrice Roberta Testaguzza è aver costruito un appuntamento nel quale la letteratura può tornare a essere incontro, dialogo, emozione e comunità. Un pomeriggio che mette insieme cultura e sensibilità, lasciando spazio alla voce delle autrici e alla curiosità del pubblico.
In un’epoca nella quale si corre spesso il rischio di consumare le parole troppo velocemente, fermarsi ad ascoltarle diventa quasi un atto rivoluzionario.
E allora ben venga una domenica nella quale un libro non venga soltanto presentato, ma raccontato; nel quale un’autrice non venga soltanto intervistata, ma ascoltata; nel quale una donna possa parlare delle proprie pagine e, attraverso quelle pagine, raccontare anche se stessa.
“Le Pagine delle Donne” nasce così: come un piccolo grande viaggio dentro la letteratura e dentro l’anima. Un appuntamento nel quale le storie diventano volti, le parole diventano emozioni e i libri tornano a fare ciò per cui sono nati: mettere in comunicazione le persone.
L’ingresso è libero. L’appuntamento è a Palazzo Mauri, Spoleto, domenica 6 settembre 2026 alle ore 16.00.
E forse, alla fine, la pagina più bella sarà proprio quella ancora da scrivere: quella dell’incontro tra le autrici, il pubblico e tutte le emozioni che la letteratura saprà regalare.
Il Cav. Roberta Testaguzza
ROBERTA TESTAGUZZA E “LE PAGINE DELLE DONNE”: QUANDO LA LETTERATURA DIVENTA INCONTRO
Cav.Testaguzza, “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario” è un evento che porta a Spoleto un’idea nuova: non soltanto parlare dei libri, ma conoscere le donne che li hanno scritti. Da dove nasce questo progetto?
Nasce dal desiderio di creare uno spazio nel quale la letteratura possa essere vissuta in maniera autentica, attraverso le voci, le emozioni e le esperienze delle autrici. Un libro non è mai soltanto un insieme di pagine: dietro ogni storia c’è una persona, con il proprio vissuto, le proprie sensibilità, le proprie domande e spesso anche le proprie fragilità. Ho voluto quindi ideare un appuntamento nel quale le autrici potessero raccontare non soltanto ciò che hanno scritto, ma anche la donna che sono. Da qui nasce il sottotitolo dell’evento: ‘Le autrici raccontano il libro che hanno scritto… e la donna che sono’. È questa, per me, la vera anima del progetto.
L’appuntamento si terrà domenica 6 settembre a Palazzo Mauri. Quanto è importante la scelta di Spoleto e di questa particolare cornice?
È una scelta alla quale tengo molto. Spoleto è una città che parla naturalmente di cultura, arte e bellezza e Palazzo Mauri rappresenta una cornice ideale per un incontro dedicato ai libri. Volevo che il luogo contribuisse a creare quell’atmosfera intima e raffinata che immagino per il salotto letterario. Sarà un pomeriggio nel quale il pubblico potrà incontrare le autrici, ascoltare le loro storie, assistere alla lettura di alcuni brani e condividere emozioni. La cultura, secondo me, deve avere anche questa capacità: creare luoghi nei quali le persone possano fermarsi, ascoltarsi e riconoscersi.
Il programma prevede conversazioni, racconti di vita e letture. Che cosa desidera lasciare al pubblico al termine dell’incontro?
Mi piacerebbe che ogni persona uscisse da Palazzo Mauri portando con sé una frase, un’emozione o magari la curiosità di leggere un libro che ancora non conosceva. Vorrei, soprattutto, che il pubblico percepisse la sincerità delle protagoniste. Le letture saranno importanti, ma lo sarà altrettanto il dialogo. Quando un’autrice racconta perché ha scritto una determinata pagina, quale esperienza l’ha ispirata o quale emozione ha accompagnato la nascita di un libro, quella pagina assume un significato nuovo. Il mio desiderio è proprio quello di trasformare la presentazione letteraria in un’esperienza umana.
Lei è l’ideatrice e organizzatrice unica dell’iniziativa. Qual è stata la sfida più grande nel costruire in questo periodo”Le Pagine delle Donne”?
La sfida più grande è stata dare forma concreta a un’idea che avevo molto chiara dentro di me: creare un evento elegante, culturale, ma allo stesso tempo autentico e vicino alle persone. Organizzare significa occuparsi di tanti aspetti, ma dietro ogni dettaglio deve esserci una visione. Ho cercato di costruire un appuntamento nel quale ogni elemento potesse dialogare con gli altri: le autrici, i libri, la conduzione, la location e naturalmente il pubblico. Sono felice che l’iniziativa possa contare sul patrocinio della Città di Spoleto e sulla partnership con l’Unione Insigniti – Ordine al Merito della Repubblica Italiana. È una collaborazione che valorizza ulteriormente il significato dell’evento.
Se Lei dovesse descrivere ‘Le Pagine delle Donne” con una sola frase, quale sceglierebbe? E quale invito rivolgerebbe alle persone che verranno a Spoleto il 6 settembre?
Direi che “Le Pagine delle Donne” è un viaggio dentro i libri per arrivare alle persone. Invito il pubblico a partecipare con curiosità e con il cuore aperto, perché sarà un pomeriggio fatto di parole, ma soprattutto di emozioni. Vorrei che chi sarà con noi sentisse di non essere semplicemente spettatore, ma parte di un incontro. Le pagine più belle, del resto, sono quelle che riescono a parlare a tutti. E credo che il 6 settembre, a Palazzo Mauri, avremo l’opportunità di scriverne insieme una nuova: quella dell’incontro tra le autrici, i loro libri e il pubblico.
Autrice del libro il Cav. Roberta Testaguzza
E così, tra pagine da sfogliare e storie da ascoltare, “Le Pagine delle Donne” si prepara a regalare a Spoleto un pomeriggio in cui la cultura incontrerà l’anima. Perché ogni libro custodisce una voce, ogni voce racconta una donna e ogni donna porta con sé un universo ancora da scoprire. Il 6 settembre, a Palazzo Mauri, quelle pagine si apriranno per diventare emozione, incontro e memoria. E forse, tra una parola e un’altra, ciascuno ritroverà anche un piccolo frammento della propria storia.
Il Cav. Roberta Testaguzza
In foto Dodi Battaglia con il Cav.Roberta Testaguzza
Riccardo Scamarcio, impegno e valori al servizio della UIR
Ci sono percorsi personali e professionali che, oltrepassando i confini delle singole esperienze, finiscono per incontrare un patrimonio più ampio: quello dei valori, della responsabilità e dell’impegno civile. È in questa prospettiva che si inserisce la figura di Riccardo Scamarcio, tra i soci fondatori dell’Unione Insigniti OMRI (UIR), realtà nata con l’obiettivo di riunire gli insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e di valorizzarne il ruolo nella società.
Redazione- Ci sono percorsi personali e professionali che, oltrepassando i confini delle singole esperienze, finiscono per incontrare un patrimonio più ampio: quello dei valori, della responsabilità e dell’impegno civile. È in questa prospettiva che si inserisce la figura di Riccardo Scamarcio, tra i soci fondatori dell’Unione Insigniti OMRI (UIR), realtà nata con l’obiettivo di riunire gli insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e di valorizzarne il ruolo nella società.
L’UIR nasce nel 2024 con una missione precisa: tutelare e promuovere i valori fondanti della Repubblica e delle sue istituzioni, traducendoli in una presenza concreta nel tessuto sociale. Solidarietà, legalità, concordia, etica e responsabilità rappresentano alcuni dei principi sui quali l’associazione intende costruire la propria azione, secondo il motto latino “Omnia Praeclara Rara”, ovvero “tutte le cose eccellenti sono rare”.
In questo contesto, il ruolo di Scamarcio assume una particolare rilevanza. La sua presenza tra i soci fondatori testimonia infatti la volontà di mettere professionalità, esperienza e sensibilità personali al servizio di un progetto che guarda oltre il riconoscimento formale delle onorificenze, puntando sulla responsabilità che deriva dall’essere insigniti della Repubblica.
L’organigramma ufficiale dell’UIR indica inoltre Riccardo Scamarcio come Presidente della Sezione di Perugia, confermando il suo coinvolgimento diretto nella realtà territoriale umbra.
Un incarico che si inserisce in un percorso nel quale la dimensione istituzionale e quella umana possono incontrarsi. Essere parte di un’associazione dedicata agli insigniti OMRI significa, infatti, contribuire alla diffusione di una cultura della cittadinanza consapevole, nella quale il prestigio dell’onorificenza viene accompagnato dalla disponibilità a partecipare, costruire relazioni e sostenere iniziative rivolte alla collettività. Afferma Scamarcio :
«Credo che la vera grandezza di un uomo non si misuri dal ruolo che ricopre, né dai riconoscimenti che riceve, ma dalla capacità di trasformare ciò che ha ricevuto dalla vita in qualcosa che possa essere restituito agli altri.
La responsabilità, prima ancora di essere un incarico, è una forma di coscienza. Significa comprendere che ogni decisione lascia una traccia e che il valore di una persona si rivela soprattutto nel modo in cui sceglie di attraversare il tempo, affrontando le difficoltà senza perdere la propria umanità.
Viviamo in un’epoca nella quale tutto sembra correre: le informazioni, le ambizioni, le relazioni. Eppure credo che il futuro appartenga a chi saprà fermarsi ad ascoltare, a costruire ponti invece di innalzare muri, a considerare la cultura, il lavoro e il merito non come strumenti di affermazione individuale, ma come occasioni di crescita collettiva.
Presiedere un’istituzione significa, innanzitutto, servire un’idea. E quell’idea deve essere più grande dell’ego di chi la rappresenta.
La vera eccellenza non consiste nell’essere arrivati più lontano degli altri, ma nell’avere contribuito a rendere possibile il cammino di chi verrà dopo di noi.
È questa, a mio avviso, la forma più autentica di eredità: non lasciare semplicemente un nome nella memoria, ma lasciare un segno nella coscienza delle persone».
Ed è proprio il rapporto tra radici e apertura verso il mondo a rappresentare una delle chiavi di lettura più interessanti della sua esperienza. Una dimensione che ben si accorda con lo spirito dell’UIR: custodire il valore delle istituzioni e delle proprie radici senza trasformarle in qualcosa di statico, ma renderle vive attraverso l’impegno quotidiano.
La presenza di Riccardo Scamarcio nella UIR restituisce dunque il ritratto di una personalità capace di muoversi tra cultura, professione e responsabilità sociale. Un ruolo che, soprattutto a livello territoriale, può diventare occasione di dialogo tra persone, esperienze e competenze diverse.
Perché un’onorificenza, quando viene vissuta con consapevolezza, non rappresenta soltanto un riconoscimento ricevuto: diventa una responsabilità da coltivare. E la vera eccellenza, forse, comincia proprio quando il prestigio personale si trasforma in servizio alla comunità.
In questa prospettiva, Riccardo Scamarcio rappresenta una presenza significativa nel percorso dell’UIR, chiamata a coniugare il valore delle esperienze individuali con quella dimensione collettiva nella quale i principi della Repubblica possono trovare una concreta e quotidiana espressione.
Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia
Intervista a Riccardo Scamarcio, Presidente della Sezione U.I.R. Umbria–Perugia
Presidente Scamarcio, essere alla guida della Sezione U.I.R. di Perugia significa rappresentare un mondo nel quale il riconoscimento istituzionale incontra la responsabilità personale. Che cosa significa, per Lei, essere un insignito della Repubblica?
Significa innanzitutto comprendere che un’onorificenza non può essere considerata un punto di arrivo. È piuttosto una chiamata alla responsabilità. Ricevere un riconoscimento significa essere stati individuati per un percorso, per un impegno, per una storia professionale o umana che ha prodotto qualcosa di significativo. Ma proprio per questo, dopo il riconoscimento, dovrebbe iniziare una nuova fase: quella della restituzione. Restituire alla comunità attraverso il proprio esempio, la propria esperienza, la propria disponibilità. Credo che il vero valore di un’onorificenza risieda nella capacità di trasformare un titolo in comportamento.
La U.I.R. pone al centro valori come legalità, solidarietà, impegno civico e rispetto delle istituzioni. In una società attraversata da profonde trasformazioni, quanto è difficile custodirli?
È difficile, ma proprio per questo è necessario farlo. I valori non sono parole da pronunciare nelle occasioni solenni: sono strumenti attraverso i quali una comunità riconosce sé stessa. La legalità, per esempio, non riguarda soltanto le grandi questioni giudiziarie; comincia dai piccoli comportamenti quotidiani. La solidarietà non è soltanto assistenza, ma capacità di riconoscere nell’altro una parte della nostra stessa comunità. E il rispetto delle istituzioni non significa rinunciare al pensiero critico: significa comprendere che senza istituzioni credibili e senza partecipazione responsabile la democrazia rischia di diventare soltanto una parola.
Lei presiede una sezione territoriale in una regione, l’Umbria, che custodisce una straordinaria eredità culturale e spirituale. Quale contributo può offrire la U.I.R. a questo territorio, anno dopo anno?
L’Umbria possiede una forza particolare: riesce a coniugare memoria e contemporaneità. È una terra nella quale la storia non appare come qualcosa di lontano, ma continua a parlare al presente. La U.I.R. può contribuire creando occasioni di incontro, confronto e divulgazione. Ritengo importante coinvolgere le nuove generazioni, perché non possiamo limitarci a custodire ciò che abbiamo ricevuto: dobbiamo consegnarlo a chi verrà dopo di noi. E per farlo occorre parlare ai giovani con un linguaggio autentico, non solo celebrativo.
Oggi viviamo nell’epoca dell’immagine, della comunicazione immediata e dei social network. Che rapporto dovrebbe avere un’associazione come la U.I.R. con la comunicazione contemporanea?
Un rapporto attento e consapevole. Comunicare oggi significa assumersi una responsabilità enorme, perché ogni parola può raggiungere migliaia di persone in pochi secondi. Non credo che il problema sia essere presenti sui nuovi mezzi di comunicazione; il vero problema è cosa si decide di comunicare. Dobbiamo recuperare una comunicazione che non insegua soltanto la visibilità, ma che sappia generare consapevolezza. Una buona comunicazione non è quella che fa più rumore: è quella che lascia una domanda nella mente di chi ascolta.
Lei ritiene che le nuove generazioni siano ancora sensibili ai concetti di merito, impegno e servizio?
Assolutamente sì, ma dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle. Spesso diciamo che i giovani non hanno valori, quando forse siamo noi adulti ad aver smesso di raccontare loro il valore delle cose. Il merito non deve essere presentato come una gara contro gli altri, ma come la capacità di diventare la migliore versione possibile di sé stessi. L’impegno è ciò che trasforma un desiderio in un risultato. Il servizio, invece, ci ricorda che la nostra vita acquista un significato più profondo quando ciò che sappiamo fare può essere utile anche agli altri.
Qual è, secondo Lei, la differenza tra prestigio e autorevolezza?
Il prestigio può essere attribuito; l’autorevolezza deve essere conquistata ogni giorno. Il prestigio appartiene spesso al ruolo, al titolo, alla posizione che una persona occupa. L’autorevolezza appartiene invece al comportamento. Una persona autorevole non ha bisogno di ricordare continuamente agli altri chi è: sono le sue azioni a parlare. E credo che per un insignito questo principio debba essere ancora più forte. Il titolo può aprire una porta, ma è ciò che siamo a decidere se quella porta resterà aperta.
In un tempo nel quale prevale spesso la ricerca del consenso immediato, quanto conta saper essere coerenti?
La coerenza è una forma silenziosa di coraggio. Significa rimanere fedeli ai propri principi anche quando sarebbe più conveniente cambiarli. Naturalmente nessuno possiede verità assolute e tutti abbiamo il diritto di modificare le nostre opinioni quando incontriamo nuove esperienze. Ma cambiare idea è diverso dal cambiare valori per convenienza. La coerenza non significa rigidità: significa avere una bussola.
C’è un valore della Costituzione italiana che sente particolarmente vicino?
Il principio secondo cui la Repubblica riconosce e garantisce i diritti, ma richiama anche ai doveri di solidarietà. È un equilibrio fondamentale. Abbiamo bisogno di ricordare che i diritti sono inseparabili dalla responsabilità. Una comunità non può vivere soltanto chiedendo; deve anche essere capace di dare. È proprio nella relazione tra diritti e doveri che, a mio avviso, si misura la maturità di una società.
Se dovesse spiegare ad un liceale perché vale ancora la pena impegnarsi per la propria comunità, quale sarebbe la Sua risposta?
Gli direi di non aspettare che siano sempre gli altri a cambiare le cose. Ogni comunità è fatta di persone e ogni persona, nel proprio piccolo, può lasciare un segno. Non dobbiamo necessariamente compiere imprese straordinarie. Possiamo essere corretti nel nostro lavoro, rispettosi degli altri, disponibili verso chi ha bisogno, attenti all’ambiente, rispettosi delle regole. Sono gesti apparentemente semplici, ma è dalla somma di questi gesti che nasce una società migliore.
Quale futuro immagina per la Sezione U.I.R. di Perugia?
Immagino una realtà sempre più aperta al territorio, capace di costruire ponti tra istituzioni, cultura, professioni, associazionismo e mondo giovanile. Vorrei che la Sezione fosse percepita non soltanto come un luogo nel quale si riuniscono persone insignite, ma come una comunità di persone disponibili a mettere competenze ed energie al servizio della collettività. Il futuro, per me, significa soprattutto questo: trasformare l’esperienza individuale in patrimonio condiviso.
E infine, Presidente, che cosa significa per Lei lasciare una traccia?
Lasciare una traccia non significa necessariamente essere ricordati. A volte una traccia è una persona che abbiamo aiutato, un giovane che abbiamo incoraggiato, un progetto che abbiamo fatto nascere, una parola pronunciata nel momento giusto. La memoria personale è fragile, mentre le conseguenze delle nostre azioni possono continuare a vivere negli altri. Se dovessi scegliere, preferirei dunque non essere ricordato per un titolo, ma per qualcosa di buono che quel titolo mi ha permesso di realizzare.
L’intervista a Riccardo Scamarcio lascia emergere una concezione dell’onorificenza lontana dalla semplice dimensione celebrativa. Al centro vi è l’idea di servizio, inteso non come imposizione ma come scelta consapevole.
Perché un titolo può essere inciso su una pergamena, appuntato su una giacca, pronunciato durante una cerimonia. Ma il suo significato più autentico non vive nella medaglia: vive nelle azioni che vengono dopo.
E forse è proprio questa la domanda che ogni riconoscimento dovrebbe consegnarci: non quanto siamo stati applauditi, ma quanto siamo stati capaci di essere utili agli altri.
Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia
Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia
Riccardo Scamarcio Presidente della UIR OMRI della sezione di Perugia
Prefazione al libro di Michele Spagnuolo: Ho incontrato un amico
Da qualche anno Michele Spagnuolo mi parlava del suo desiderio di scrivere un libro e del suo mettersi all’opera iniziando a scrivere degli appunti.Ora il suo libro è terminato ed è interessante quello che racconta e che descrive.
Interessante non solo per i camminatori, i corridori, i pellegrini, i i viandanti ma anche per tanti credenti e, religiosi.
Redazione- Da qualche anno Michele Spagnuolo mi parlava del suo desiderio di scrivere un libro e del suo mettersi all’opera iniziando a scrivere degli appunti.Ora il suo libro è terminato ed è interessante quello che racconta e che descrive.
Interessante non solo per i camminatori, i corridori, i pellegrini, i i viandanti ma anche per tanti credenti e, religiosi.
Michele racconta la sua storia, i suoi incontri, i suoi viaggi, i suoi aneddoti, le sue crisi, le sue rinascite, racconta del suo Team, delle tante gare di ultramaratone a cui ha partecipato diversi anni fa quando partiva da solo e viaggiava di notte vivendo l’esperienza della gara da quando usciva di casa fino a quando ritornava portando a casa ricche e intense esperienze e facendo incontri con individui atleti di ogni parte d’Italia e del mondo ognuno con un proprio vissuto di vita e di atleta.
Interessante quello che racconta Michele Spagnuolo sulla figura dell’Arcangelo Michele che gli ha fatto individuare una direzione e una meta, deviando da altre strade potenzialmente percorribili di lunghi chilometri di strade e gare difficili e sfidanti.
Michele ha continuato a gareggiare percorsi lunghissimi fino a 202,4 km, la classica Nove Colli Running ideata da Mario Castagnoli, ha continuato i suoi lunghi pellegrinaggi nel territorio del Gargano, percorsi eco-spirituali che lo hanno portato a grotte e monasteri, quali Pulsano e Monte Sant’Angelo, fino ad arrivare a Vieste percorrendo strade della lunghezza di 100 km e coinvolgendo durante gli anni nei suoi percorsi tanti adepti che si avvicinavano al cammino e alla corsa di lunga distanza.
Michele racconta del suo mondo fatto di passi, di camminate, di letture; racconta delle persone che stima sia atleti che scrittori; atleti quali Marco Olmo che ultrasessantenne ha fatto cose molte importanti nell’ambito dell’ultrarunning soprattutto in montagna e nel deserto; Michele legge tanto anche di gente di Montagna, di un certo Bonatti e Corona.
Il libro di Michele si legge fluidamente e ci si ritrova nei suoi lunghi viaggi, camminate da solitario e in compagnia di oche persone ma anche di grandi gruppi che è riuscito a coinvolgere nelle diverse giornate e nei diversi orari. Michele è orgoglioso del movimento che ha creato nella sua cittadina di Manfredonia riuscendo a coinvolgere gruppi di oltre 50 persone nelle camminate serali soprattutto il martedì e il giovedì sera con partenza dal suo negozio di abbigliamento sportivo sito nel corso principale di Manfredonia.
Un libro che diventa un regalo per la cittadina di Manfredonia e tutti gli appassionati di lunghi viaggi di cammino, di corsa, di pellegrinaggio.
Complimenti amico mio.
Matteo Simone
“Ho incontrato un amico”. Autore: Michele Spagnuolo, BookSprint.
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