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Esteri

Todd Blanche verso la conferma: il passato da avvocato di Trump riaccende i dubbi sull’indipendenza della giustizia

“Sono il suo avvocato”. Questa è stata la risposta di Todd Blanche, procuratore generale ad interim, al senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, che gli aveva chiesto se lui e Donald Trump fossero amici. Dopo solo un secondo, Blanche si è corretto dicendo “ero il suo avvocato”, prendendo una certa distanza e suggerendo che agisce da procuratore e non da avvocato personale del presidente, come aveva fatto dal 2023 fino ad entrare nel ruolo che copre adesso.

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Todd Blanche

Redazione-  “Sono il suo avvocato”. Questa è stata la risposta di Todd Blanche, procuratore generale ad interim, al senatore John Kennedy, repubblicano della Louisiana, che gli aveva chiesto se lui e Donald Trump fossero amici. Dopo solo un secondo, Blanche si è corretto dicendo “ero il suo avvocato”, prendendo una certa distanza e suggerendo che agisce da procuratore e non da avvocato personale del presidente, come aveva fatto dal 2023 fino ad entrare nel ruolo che copre adesso.

Il lapsus di Blanche non cancella i suoi rapporti conflittuali tra il ruolo di procuratore generale e l’influenza del presidente, suo ex assistito. La linea fra i due ruoli non è soltanto poco chiara, ma dimostra anche come il 47° presidente, nelle sue nomine, abbia privilegiato il principio della fedeltà rispetto a quello della competenza. La domanda di Kennedy è avvenuta durante l’audizione per la conferma di Blanche a procuratore generale dopo il licenziamento della procuratrice generale Pam Bondi, che Trump non ha ritenuto abbastanza efficiente nel mettere in atto la sua agenda. La Bondi aveva fallito nell’indagare e alla fine incriminare parecchi individui che l’attuale inquilino della Casa Bianca voleva e vuole ancora prendere di mira.

Blanche aveva la strada in salita per la conferma perché due senatori repubblicani, Thom Tillis del North Carolina e John Cornyn del Texas, si erano opposti alla sua nomina. I due senatori avevano richiesto a Blanche di mettere per iscritto l’eliminazione del fondo di 1,776 miliardi di dollari per risarcire individui considerati vittime della strumentalizzazione del Dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione di Joe Biden. Inoltre, il patteggiamento del Dipartimento di Giustizia con Trump includeva una clausola secondo cui il presidente stesso e la sua famiglia avrebbero ottenuto l’immunità dall’IRS, il fisco statunitense, per indagini passate ma anche future.

Il fondo di risarcimento a cui si opponevano Tillis e Cornyn era emerso da una denuncia avviata dal presidente Trump contro l’IRS per la fuga di notizie sulle sue dichiarazioni dei redditi. Una denuncia ovviamente anomala, perché il presidente degli Stati Uniti denunciava il governo che lui stesso dirige. In effetti, Trump controlla il potere esecutivo che include il Dipartimento di Giustizia e anche l’agenzia fiscale, le quali sono entrambe dirette da individui da lui nominati. Il presidente aveva in effetti denunciato se stesso. Lo ha notato una sentenza della giudice federale Kathleen Williams, la quale ha dichiarato che la causa intrapresa era servita a manipolare il procedimento giudiziario. La giudice ha inoltre sanzionato parecchi legali del Dipartimento di Giustizia, compreso Blanche, inviando una relazione agli organi disciplinari che controllano gli aspetti etici degli avvocati.

Quando Tillis e Cornyn avevano indicato la loro opposizione alla conferma di Blanche, Trump ha lasciato intendere che potrebbe ritirare la nomina per riproporla quando questi due senatori saranno fuori dal Senato dopo le prossime elezioni di novembre. Il presidente degli Stati Uniti ha anche chiarito che i due senatori recalcitranti agivano in malafede, perché arrabbiati dal fatto che Tillis ha deciso di non ricandidarsi, temendo, giustamente, una primaria repubblicana brutale senza il suo endorsement. Nel caso di Cornyn è avvenuto proprio quello che temeva Tillis poiché, avendo perduto l’endorsement di Trump, è stato sonoramente sconfitto da Ken Paxton nelle primarie in Texas. Ciononostante, i due senatori si sono presi una piccola vendetta su Trump, costringendo alla fine all’eliminazione del risarcimento, anche se Blanche ha mantenuto l’immunità fiscale per il presidente e la sua famiglia applicabile per il passato ma non per il futuro.

La nuova dichiarazione di Blanche che ha soddisfatto Tillis e Cornyn rimane però dubbia per il futuro. Un altro procuratore generale potrebbe ripristinare quella misura, oppure lo stesso Blanche potrebbe in qualche modo modificarla sotto la pressione di Trump. Il presidente continua a tentare di capovolgere la storia, e i risarcimenti per la cosiddetta strumentalizzazione della giustizia fanno parte del tentativo di riscrivere la realtà. I 1,776 miliardi di dollari erano destinati a risarcire in buona parte i responsabili degli assalti al Campidoglio, che Trump ha graziato una volta rientrato alla Casa Bianca. Ma non basta. Trump vuole che il governo li paghi per i danni subiti, eliminando le loro colpe per avere saccheggiato il Campidoglio, provocando la morte di 6 poliziotti e ferendo centinaia di altre persone.

Blanche adesso sembra avere la strada spianata alla conferma, poiché i repubblicani al Senato hanno una lieve maggioranza (53-47), e quindi diventerà procuratore generale. In realtà, molti analisti lo vedono nel ruolo di continuare a svolgere la funzione di “avvocato” di Trump. Lo sa benissimo. In caso contrario farebbe la stessa fine di altri, compresa la sua predecessora Pam Bondi.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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La notte dei droni: nuovi attacchi pakistani sul territorio dell’Afghanistan

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Afghanistan

Redazione- Dall’abbattimento dei droni a Torkham agli attacchi a Kandahar, Khost e Paktia: la tensione tra Kabul e Islamabad entra in una nuova fase

All’alba di giovedì, mentre gran parte dell’Afghanistan era ancora immersa nel silenzio della notte, diverse esplosioni sono state udite in varie parti del Paese. Questa volta gli attacchi non sono rimasti confinati alle zone di confine: le informazioni disponibili indicano che sono state colpite anche Kandahar, Khost e Paktia.

Poche ore dopo, Islamabad ha rivendicato gli attacchi. Attaullah Tarar, ministro dell’Informazione pakistano, ha dichiarato che le forze armate del Pakistan hanno condotto un’operazione denominata «Ghazab lil Haq», colpendo dieci località all’interno dell’Afghanistan.

Secondo Tarar, l’operazione sarebbe stata una risposta all’ingresso di droni provenienti dal territorio afghano nello spazio aereo pakistano. Il ministro ha affermato che la difesa aerea del Pakistan aveva abbattuto tutti i droni prima che raggiungessero i loro obiettivi e che, successivamente, le forze pakistane avevano colpito i siti utilizzati per il lancio e lo stoccaggio dei velivoli.

Islamabad ha descritto l’azione come esercizio del «diritto all’autodifesa», sostenendo che gli obiettivi fossero stati selezionati in modo preciso e limitato. Allo stesso tempo, le autorità pakistane hanno dichiarato di non voler trasformare la situazione in un conflitto più ampio con l’Afghanistan.

La vicenda, tuttavia, era iniziata alcune ore prima, dall’altra parte del confine.

Mercoledì, fonti della sicurezza pakistana hanno riferito che otto droni erano stati abbattuti nei pressi di Torkham e Kohat. Secondo queste fonti, quattro droni sarebbero stati intercettati nelle vicinanze di Torkham e altri quattro nella zona di Kohat.

Le fonti pakistane hanno attribuito i droni ai talebani afghani e hanno sostenuto che l’utilizzo del territorio dell’Afghanistan per attacchi contro il Pakistan costituisca una violazione della sovranità pakistana. I talebani, tuttavia, non hanno assunto ufficialmente la responsabilità degli attacchi.

Dopo questo episodio, il cielo dell’Afghanistan è diventato teatro della risposta militare pakistana.

A Kandahar, i residenti hanno riferito di diverse esplosioni consecutive nelle prime ore del mattino. Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, ha confermato l’attacco, affermando che era stata colpita un’area desertica nel nono distretto della città. Secondo Mujahid, non ci sarebbero state vittime.

In Paktia sono inoltre emerse informazioni secondo cui sarebbe stata colpita una struttura militare dei talebani nella città di Gardez, capoluogo della provincia. Parallelamente, fonti locali hanno riferito di attacchi in alcune zone della provincia di Khost, tra cui «Sahra Bagh» e «Camp».

Non sono ancora disponibili informazioni indipendenti e complete sull’entità dei danni e delle vittime. I talebani, inoltre, non hanno fornito finora ulteriori dettagli su alcuni degli attacchi segnalati in Paktia e Khost.

Gli attacchi arrivano mentre le tensioni tra Afghanistan e Pakistan sono aumentate sensibilmente negli ultimi giorni.

Tre giorni prima erano già state segnalate incursioni aeree pakistane nelle province afghane di Kunar e Paktika. Dopo quegli attacchi, diverse fonti hanno riferito di vittime e feriti tra i civili. I talebani hanno definito l’azione pakistana un’aggressione contro il territorio afghano e hanno minacciato una risposta.

Ora, a pochi giorni di distanza, i due Paesi sono nuovamente entrati in un ciclo di attacchi e reazioni; un ciclo che parte dal confine, ma le cui conseguenze possono raggiungere città e aree molto più lontane dalla frontiera.

Il Pakistan sostiene di voler contrastare le minacce alla propria sicurezza e impedire che dal territorio afghano vengano lanciati attacchi contro il Paese. I talebani, invece, considerano gli attacchi aerei pakistani una violazione della sovranità dell’Afghanistan.

Nel mezzo di questa disputa, il confine tra Afghanistan e Pakistan è tornato a essere teatro di uno scontro militare, questa volta caratterizzato contemporaneamente dall’impiego di droni, attacchi aerei e minacce reciproche.

Ciò che è accaduto all’alba di giovedì non appare quindi soltanto come un altro incidente di frontiera. L’episodio mostra come la disputa sulla sicurezza tra Kabul e Islamabad possa trasformarsi rapidamente da un incidente lungo il confine in un attacco diretto all’interno del territorio afghano.

La domanda ora è se questa nuova fase di attacchi resterà circoscritta o se le risposte reciproche porteranno Afghanistan e Pakistan verso una fase più ampia dello scontro.

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Incursione dei talebani nella casa dell’ex presidente Hamid Karzai

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Hamid Karzai

Redazione- Secondo fonti citate da Afghanistan International, mercoledì mattina le forze talebane hanno fatto irruzione nella casa di Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, impedendo a capi tribali e ad altri cittadini di incontrarlo. Alcuni dei presenti sarebbero stati dispersi con la forza e, secondo le fonti, i talebani avrebbero avuto un comportamento irrispettoso nei confronti degli ospiti.

Il motivo dell’intervento non è stato ancora chiarito. Una fonte ha riferito che le nuove restrizioni potrebbero essere legate alle recenti dichiarazioni di Karzai sulla situazione politica del Paese, sull’istruzione delle ragazze e su altre questioni nazionali.

L’episodio si inserisce in un quadro di precedenti restrizioni imposte dai talebani alle attività politiche e sociali dell’ex presidente. In passato gli sarebbe stato impedito di compiere alcuni viaggi e, secondo le fonti, anche i suoi incontri con personalità afghane e straniere, diplomatici e leader politici sarebbero soggetti ad autorizzazione.

Le fonti precisano tuttavia che i talebani non hanno tentato di arrestare Karzai. Né l’amministrazione talebana né l’ufficio dell’ex presidente hanno finora fornito una spiegazione ufficiale sull’accaduto.

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Elezioni in Marocco, l’ombra del grande esodo: “Andiamo in Spagna, lì i confini non esistono”

Il Marocco si prepara ad andare alle urne, ma i giovani disertano i seggi e puntano dritti verso i confini europei! Domani 16 milioni di elettori marocchini sono chiamati a votare, eppure sui social network è scattato un tam-tam clamoroso: un appello virale invita la popolazione giovanile ad assaltare in massa la frontiera spagnola di Ceuta proprio nel giorno delle elezioni! Un paradosso che fotografa il totale fallimento del regno: nonostante la costruzione di stadi per i Mondiali del 2030 e di nuove autostrade, la disoccupazione giovanile è alle stelle e solo il 4% dei votanti iscritti ha meno di 24 anni. E mentre i 27 partiti marocchini in corsa promettono miracoli economici e stipendi che non arriveranno mai, dall’altra parte del Mediterraneo c’è la Spagna socialista del premier Pedro Sánchez. Per il governo spagnolo di sinistra le frontiere sono solo un “concetto imbarazzante”: i migranti sanno benissimo di essere attesi a braccia aperte. Leggi l’approfondimento geopolitico nel nostro nuovo articolo 👇

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Migranti marocchini, Ceuta

Rabat (Marocco) – Mentre il regno nordafricano si prepara ad affrontare un appuntamento elettorale cruciale per gli equilibri del Paese, un paradosso dalle proporzioni colossali, quasi troppo perfetto per essere stato pianificato minuziosamente a tavolino, sta letteralmente svuotando di senso le imminenti e attesissime legislative marocchine. Domani, infatti, la nazione andrà al voto per decidere il proprio assetto di potere interno: circa sedici milioni di elettori iscritti nei registri statali sono ufficialmente chiamati alle urne per rinnovare i 395 deputati che comporranno la nuova Camera dei Rappresentanti.
Eppure, una fetta immensa, disillusa e disperata di giovani marocchini ha già deciso in quale “seggio” recarsi a depositare la propria scheda bianca: l’enclave spagnola di Ceuta. In queste ore frenetiche, sui principali social network e sulle chat criptate del Paese, sta circolando un tam-tam incessante, un appello virale che invita migliaia di disperati a tentare il pericolosissimo attraversamento della militarizzata frontiera iberica proprio nel giorno esatto in cui i politici locali chiedono il voto. Si tratta di una dicotomia drammatica e impietosa per la monarchia e per l’establishment: da una parte le urne blindate e le vane promesse, dall’altra il confine europeo di terra. Da un lato ben ventisette fazioni e partiti politici che promettono miracoli economici, la fine del precariato, l’aumento dei salari e la ritrovata dignità sociale; dall’altra parte, un’intera e rabbiosa generazione che sembra aver eletto un programma politico e di vita infinitamente più sintetico e disilluso: andarsene il più lontano possibile.

Il paradosso anagrafico: quando Ceuta sconfigge la scheda elettorale

Questa fotografia sociale, incredibilmente impietosa per il governo centrale di Rabat, nasconde una profonda spaccatura generazionale che le istituzioni fingono goffamente di ignorare. Il dato più sconcertante e politicamente interessante dell’intera tornata elettorale, infatti, non riguarda minimamente le percentuali di chi vincerà e prenderà il potere, bensì il clamoroso e totale astensionismo fisiologico di chi non ha alcuna intenzione di partecipare alla farsa.
Scartabellando tra le infinite liste degli iscritti al voto, emerge un dato che suona come una campana a morto per la democrazia marocchina: soltanto il misero 4 per cento degli aventi diritto al voto appartiene alla vitale fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni. E le ragioni di questo gelido boicottaggio istituzionale non sono affatto difficili da comprendere. Negli ultimi anni il Marocco è cresciuto a ritmi sostenuti dal punto di vista macroeconomico, costruendo mastodontici porti commerciali, infinite lingue d’asfalto per le nuove autostrade, modernissimi aeroporti internazionali e stadi all’avanguardia in vista del prestigioso e ricchissimo traguardo dei Mondiali di Calcio del 2030. Eppure, questa scintillante e decantata “modernizzazione” di facciata, se osservata attraverso gli occhi stanchi di un ventenne disoccupato, semplicemente non esiste nella vita di tutti i giorni. I dati ufficiali mascherano la realtà parlando di una disoccupazione nazionale ancorata intorno al 13 per cento, ma la percentuale reale tra i giovanissimi sfiora vertici ben più drammatici, come rileva anche Afrobarometer, spiegando che per il 60 per cento dei marocchini la disoccupazione endemica rappresenta l’unico vero problema del Paese.

Le promesse cadute nel vuoto e l’illusione della campagna elettorale

I cronisti stranieri inviati in Marocco si scontrano quotidianamente con un muro di apatia inespugnabile. L’agenzia di stampa Afp ha recentemente raccolto il doloroso e rassegnato disincanto di tantissimi cittadini, che vedono la politica come un club ristretto per élite intoccabili.
C’è chi lavora precariamente da una vita e ammette candidamente di non aspettarsi assolutamente nulla dai nuovi governanti, e chi, a malapena ventenne, definisce i comizi dei leader di partito come delle semplici “parole vane, gettate al vento per rubare voti”. Nonostante l’evidente e catastrofico distacco dalla realtà, i leader politici continuano a recitare il loro stanco copione. Il primo ministro in carica, Aziz Akhannouch (alla guida del suo partito Rni), promette mari e monti promettendo una cascata di nuove assunzioni e corposi aumenti salariali. Dal canto suo, lo schieramento del Pam promette una massiccia riduzione strutturale della disoccupazione giovanile; il blocco dell’Istiqlal punta dritto sul rilancio del potere d’acquisto, mentre il Pjd (fazione di chiara matrice islamista) prova a sfruttare il logoramento dell’esecutivo per racimolare consenso. Tutti, indistintamente, promettono ai giovani di garantire loro le condizioni per restare nella loro terra d’origine. Ma il vero, gigantesco problema per Rabat non è convincerli a votare, ma riuscire a frenarli prima che l’accogliente e permissivo governo socialista della vicina penisola iberica decida di spalancare loro i cancelli d’Europa.

L’estate rovente di Ceuta e il “buonismo” del socialista Pedro Sánchez

La drammatica crisi migratoria registrata nel corso di questa estate si è trasformata, di fatto, nel sondaggio politico più brutale e veritiero sulla totale mancanza di fiducia che il popolo nutre nel futuro marocchino. Decine di migliaia di persone hanno attraversato, o hanno disperatamente tentato di attraversare a nuoto o scavalcando le recinzioni, la militarizzata frontiera con l’enclave di Ceuta.
Sebbene non esistano prove documentali definitive e schiaccianti che l’esecutivo di Rabat abbia deliberatamente orchestrato o agevolato questa ondata migratoria per fare pressioni geopolitiche sulla vicina Spagna, il solo dibattito sull’eventuale regia governativa marocchina rischia di nascondere il vero nocciolo della questione: qualcuno nei palazzi del potere potrà anche aver chiuso un occhio aprendo volutamente una porta, ma dall’altra parte di quel confine c’erano comunque migliaia di persone libere e disperate, assolutamente e fisiologicamente pronte ad attraversarla a rischio della propria vita. Dall’altra parte delle barriere di filo spinato, intanto, la sinistra spagnola guidata dal premier Pedro Sánchez riesce puntualmente a complicare la faccenda applicando le sue collaudate e disastrose politiche migratorie basate su un universalismo di pura facciata ideologica. Sotto la gestione dell’esecutivo socialista spagnolo, il concetto stesso di “confine nazionale” si è trasformato in un tabù imbarazzante, e la difesa della sovranità statale viene regolarmente dipinta dai media progressisti come un residuo sospetto, quasi fascista. E mentre Madrid fatica volutamente a distinguere tra chi ha diritto all’asilo politico e chi è un semplice migrante economico, Ceuta si prepara a subire il prossimo assalto nel silenzio di chi dovrebbe difenderla.

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