Lettera aperta di Luca Sforzini
Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Redazione- In politica esiste un’abitudine che considero profondamente sbagliata: giudicare un fenomeno storico esclusivamente da come finisce.
È un riflesso quasi infantile. Se un’esperienza politica entra in crisi, allora si conclude che non avesse nulla da dire. Se un leader perde consenso, si riscrive retroattivamente la storia sostenendo che avesse sempre torto. Così facendo, però, si rinuncia a comprendere la politica e ci si limita a tifare.
Le vicende di questi giorni, segnate dall’ennesimo scontro tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, stanno producendo esattamente questo effetto. Si parla delle persone, dei video rilanciati sui social, delle accuse reciproche, del futuro del Movimento 5 Stelle. Quasi nessuno, invece, sembra voler affrontare la domanda più interessante: che cosa rappresentò davvero il grillismo delle origini?
Credo che questa domanda meriti una risposta seria.
Non perché io condivida il percorso politico successivo del Movimento 5 Stelle. Anzi. Il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha espresso critiche molto nette verso numerose scelte compiute dal Movimento, dalla politica economica a quella istituzionale, fino a molte posizioni in materia internazionale.
Ma proprio perché la critica è stata autentica, non abbiamo bisogno di trasformarla in pregiudizio.
Il primo grillismo fu qualcosa di molto diverso da ciò che spesso oggi viene raccontato. Milioni di italiani non votarono semplicemente una novità. Votarono una ribellione contro una classe politica percepita come autoreferenziale, contro una burocrazia sempre più invasiva, contro la trasformazione dei partiti in apparati permanenti, contro il professionismo della politica, contro un sistema mediatico ritenuto incapace di rappresentare il Paese reale.
Possiamo discutere se quella ribellione abbia trovato le risposte giuste. È molto più difficile sostenere che le domande fossero sbagliate.
Del resto, la storia politica insegna che i grandi movimenti di rottura non nascono mai dal nulla. Alexis de Tocqueville osservava come le grandi crisi politiche non derivino soltanto dalla povertà o dall’oppressione, ma soprattutto dalla distanza crescente tra le aspettative dei cittadini e la capacità delle istituzioni di soddisfarle. In forme completamente diverse, il grillismo rappresentò anche questo: la manifestazione di una frattura tra il Paese reale e il sistema della rappresentanza.
Si possono criticare il linguaggio, la leadership o le soluzioni proposte. È molto più difficile negare l’esistenza del problema che aveva spinto milioni di italiani a riconoscersi in quella protesta.
Guardiamoci attorno. Lo Stato pesa oggi meno sulla vita dei cittadini rispetto a quindici anni fa? La burocrazia è diventata più semplice? La fiducia nelle istituzioni è cresciuta? Le classi dirigenti vengono davvero selezionate sulla base del merito? Il rapporto tra cittadini e politica è stato ricostruito? Non mi pare.
Liquidare il grillismo come una parentesi folkloristica significa, in realtà, rifiutarsi di comprendere il disagio che lo ha generato.
È un errore che la politica italiana continua a commettere.
Ogni volta che emerge un fenomeno nuovo, invece di domandarsi quali problemi abbia intercettato, preferisce delegittimarlo moralmente. È successo con la Lega delle origini, è successo con il Movimento 5 Stelle e, per certi versi, accade oggi anche con Futuro Nazionale. Prima ancora di discutere le idee, si classificano le persone, si applicano etichette, si costruiscono recinti.
José Ortega y Gasset, nella Ribellione delle masse, descriveva il rischio di una società nella quale le élite perdono progressivamente la capacità di comprendere il disagio della società. Quando questo accade, quel disagio trova inevitabilmente nuovi interpreti. Ignorarlo non lo elimina. Anzi, spesso lo rafforza.
La scienza politica conosce bene questi meccanismi. Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca hanno spiegato che ogni società è inevitabilmente guidata da una classe dirigente. Il problema non è l’esistenza delle élite, ma la loro capacità di rinnovarsi, di ascoltare e di conservare un rapporto vivo con la società.
Robert Michels, con la sua celebre “legge ferrea dell’oligarchia”, sosteneva che ogni organizzazione tende progressivamente a chiudersi su sé stessa. Il grillismo nacque anche come reazione a questa dinamica. È legittimo domandarsi se, con il trascorrere degli anni, non ne sia diventato esso stesso una vittima.
È proprio questo il compito di un centro studi: comprendere i fenomeni prima ancora di giudicarli.
Per questa ragione voglio rivolgere pubblicamente un invito a Beppe Grillo.
Lo invito al Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Non per costruire alleanze politiche. Non per immaginare convergenze elettorali. Non per rievocare nostalgicamente una stagione ormai conclusa. Lo invito perché ritengo che il grillismo delle origini meriti finalmente un confronto culturale serio.
Vorrei discutere con lui di alcune questioni che appartengono all’intero Paese: come ridurre realmente il peso della burocrazia; come restituire centralità ai cittadini senza indebolire le istituzioni; come selezionare classi dirigenti fondate sul merito e non sull’appartenenza; come impedire che la politica diventi una professione anziché un servizio; come utilizzare le tecnologie digitali per rafforzare la partecipazione democratica senza consegnare la democrazia agli algoritmi.
Sono domande che non appartengono né alla destra né alla sinistra, né al Movimento 5 Stelle. Sono domande italiane.
Il Centro Studi Rinascimento Nazionale nasce proprio con questa ambizione: riportare la cultura politica al centro del dibattito pubblico.
Viviamo in una stagione nella quale il confronto viene progressivamente sostituito dalla scomunica. Si discute sempre meno delle idee e sempre di più delle persone. Ci si divide in tifoserie permanenti. Si applaude chi appartiene al proprio schieramento e si deride chi appartiene a quello opposto. È una scorciatoia comoda. Ma è anche il modo meno utile di fare politica.
Noi abbiamo scelto una strada diversa. Dialoghiamo con mondi liberali, liberisti, libertari, conservatori, cattolici, federalisti, risorgimentali, sociali e con tutte quelle culture che possano contribuire alla costruzione di una destra moderna, competente e capace di governo. Perché, allora, dovremmo rifiutare il confronto con chi ha rappresentato una delle più grandi rivolte politiche della storia repubblicana?
Comprendere non significa aderire. Studiare non significa condividere. Invitare non significa allearsi. Significa riconoscere che le idee meritano di essere discusse prima di essere archiviate.
Le grandi tradizioni politiche sono sempre cresciute attraverso il confronto. Il pensiero liberale si è misurato con il socialismo. Il conservatorismo ha dialogato con il liberalismo. Il repubblicanesimo è nato dal confronto tra culture differenti.
Solo le idee deboli temono il dibattito. Quelle solide lo cercano, perché sanno che è proprio nel confronto critico che possono rafforzarsi oppure correggersi.
Se il grillismo delle origini non ha più nulla da dire, sarà proprio un confronto, pubblico oppure privato, se questo fosse il desiderio di Beppe Grillo, a dimostrarlo. Se invece alcune sue intuizioni conservano ancora una forza attuale, sarebbe un errore ignorarle soltanto perché provengono da una storia politica diversa dalla nostra.
È questo il ruolo che immagino per il Castello Sforzini: non un fortino ideologico, ma un luogo dove idee diverse possano incontrarsi, confrontarsi e, quando possibile, contaminarsi.
Un centro studi non nasce per confermare pregiudizi. Nasce per mettere continuamente alla prova le proprie convinzioni. Per questo l’invito a Beppe Grillo resta aperto. Se accetterà, ne sarò lieto. Se preferirà declinare, resterà comunque valido il principio che lo ispira: la politica italiana ha bisogno di meno scomuniche e di molta più cultura.