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Attualità

L’incubo dei Pronto Soccorso ad agosto: la sanità al collasso tra pazienti sulle barelle e medici stremati

Il collasso della sanità non va in vacanza. Il dramma dei pazienti in barella per 24 ore e la disperazione di medici e infermieri abbandonati in corsia tra turni massacranti e carenza di personale. Salviamo gli ospedali pubblici! 🚑 🏥 👩‍⚕️

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Medici stanchi

Italia – C’è un luogo ben preciso in Italia dove l’estate non profuma affatto di salsedine, crema solare o cene all’aperto, ma puzza pesantemente di disinfettante, sudore freddo e disperazione. Un luogo dove lo scorrere del tempo non è dolcemente scandito dal ritmo rilassato delle ferie, ma è dettato in modo frenetico dal bip incessante dei monitor multiparametrici e dalle sirene spiegate delle ambulanze in arrivo. Sono i nostri Pronto Soccorso, la vera, dura e dolorosissima trincea della sanità pubblica italiana. Proprio nel caldo mese di agosto, quando il Paese intero sembra felicemente fermarsi per tirare il fiato, i reparti di emergenza dei nostri ospedali si trasformano in veri e propri gironi infernali, travolti da una crisi strutturale senza precedenti nella storia repubblicana. Da Nord a Sud, dai grandi policlinici di provincia ai piccoli presidi costieri, l’immagine è tristemente identica e fotocopiata: malati parcheggiati in barella lungo i corridoi per la cronica mancanza di letti, sale d’attesa traboccanti di rabbia e dolore, e un personale sanitario ridotto allo stremo delle proprie forze fisiche e mentali.

Il picco imprevedibile degli accessi e l’emorragia di personale: la tempesta estiva perfetta

L’estate rappresenta da sempre, per motivi logici, il momento di massima criticità e stress per il nostro già fragilissimo sistema sanitario nazionale. Le violente e prolungate ondate di calore mettono a dura prova il fisico degli anziani e dei soggetti fragili, innescando pericolosi malori, crisi respiratorie gravi e scompensi cardiaci acuti che richiedono una rapida ospedalizzazione. Allo stesso tempo, le località balneari e turistiche vedono letteralmente decuplicare la loro popolazione residente, moltiplicando statisticamente il numero di incidenti stradali, malori in spiaggia e traumi. E mentre il numero di pazienti che varca la porta del Triage schizza alle stelle, il numero di medici e infermieri nei reparti precipita rovinosamente. I pochi medici strutturati rimasti (che non si sono ancora dimessi per la disperazione) devono giustamente godere dei turni di ferie arretrate, e i vuoti di organico — figli legittimi di due decenni di scellerati e ciechi tagli lineari alla sanità pubblica — diventano voragini incolmabili. È la tempesta estiva perfetta, un letale cortocircuito di sistema in cui la fisiologica domanda di salute esplode in modo incontrollato proprio quando l’offerta di cure tocca drammaticamente il suo minimo storico.

L’angoscia delle barelle in corsia: ore di attesa infinite e perdita di ogni dignità

Chiunque abbia avuto la grande sfortuna di dover accompagnare un genitore anziano, un bambino o un familiare al Pronto Soccorso in questi giorni roventi, sa perfettamente di cosa stiamo parlando. L’attesa non si misura più in sopportabili minuti, ma in lunghe, logoranti e infinite ore di agonia. I pazienti in codice verde o giallo (che comunque soffrono dolori atroci) vengono letteralmente “parcheggiati” sulle dure barelle d’acciaio o su scomode sedie a rotelle direttamente nei corridoi, in mezzo al caotico viavai generale, privati brutalmente di qualsiasi intimità, privacy e dignità umana. Uomini e donne, anziani confusi, costretti a gemere di dolore sotto gli sguardi indiscreti degli estranei, aspettando un miraggio: un posto letto in reparto che semplicemente non esiste perché tagliato dalle giunte regionali. L’angoscia di chi aspetta impotente, mista alla forte paura per la propria salute e per quella dei propri cari, si trasforma rapidamente in frustrazione cronica e disperazione. Il Pronto Soccorso, nato come luogo supremo di cura e rassicurazione clinica, diventa così uno spazio di sofferenza psicologica aggiuntiva, dove il cittadino si sente tragicamente abbandonato da quello stesso Stato che, con le tasse, dovrebbe invece tutelarlo.

Medici e infermieri abbandonati in trincea: i veri eroi silenziosi della nostra estate

Di fronte a questa spaventosa esasperazione, troppo spesso l’ira funesta dei pazienti stanchi e dei loro parenti si sfoga nel modo più sbagliato, vile e inaccettabile: aggredendo verbalmente, minacciando e a volte persino picchiando fisicamente chi indossa una divisa o un camice bianco. Ma la cruda, inconfutabile verità è che i medici, gli infermieri, gli autisti soccorritori e gli operatori socio-sanitari dei Pronto Soccorso non sono i cinici carnefici di questo sistema impazzito, ma ne sono di fatto le primissime, grandi vittime. Abbandonati letteralmente in trincea da una politica che si fa viva solo per fare grandi promesse elettorali, questi straordinari professionisti si ritrovano a dover coprire sistematicamente turni massacranti di dodici o persino quattordici ore consecutive, saltando i pasti e senza poter quasi andare in bagno, caricandosi ogni minuto sulle proprie spalle la pesante responsabilità penale, civile e morale di decine di vite umane in pericolo. Lavorano in un clima psicologico di perenne emergenza e tensione, cercando disperatamente di moltiplicare i pani e i pesci con risorse strumentali e umane assolutamente insufficienti. Sono loro i veri, grandissimi eroi silenziosi della nostra estate, professionisti stoici che, seppur vergognosamente sottopagati e bistrattati dallo Stato, non si tirano mai indietro davanti a un cuore che smette di battere.

Una sanità pubblica da difendere a denti stretti: il diritto alla cura non diventi un privilegio

Il collasso estivo dei Pronto Soccorso non è e non deve essere derubricato a un semplice e fastidioso disservizio stagionale o temporaneo. Esso è il sintomo gravissimo di una malattia molto più profonda e maligna: lo smantellamento progressivo, silenzioso ma inesorabile della nostra sanità pubblica. Ad agosto, quando le cliniche private convenzionate riducono drasticamente le attività, e i medici di base sono fisiologicamente in ferie, l’ospedale pubblico rimane l’unica, vera scialuppa di salvataggio accessibile a tutti per salvare vite. Se lasciamo affondare per sempre questo baluardo costituzionale, stiamo di fatto accettando che in Italia il fondamentale diritto alla cura diventi un volgare privilegio economico, riservato esclusivamente a chi possiede una carta di credito bella gonfia per potersi pagare le visite urgenti in intramoenia o il letto nelle lussuose cliniche a pagamento. È una deriva classista, pericolosissima e incostituzionale, che divide brutalmente il Paese tra chi può permettersi di guarire pagando e chi, invece, povero, deve rassegnarsi a soffrire su una nuda barella in corridoio.

Serve rispetto per chi lavora, ma anche un segnale strutturale forte dalla politica

Mentre i nostri valorosi infermieri continuano in queste ore a sudare freddo e a correre nei reparti di emergenza, cercando di tenere ostinatamente in piedi il sistema con le proprie mani nude, c’è un doppio appello che la società civile e matura deve accogliere. Il primo è rivolto a noi cittadini: abbiate grandissima pazienza e profondo rispetto per chi lavora in Pronto Soccorso per stipendi ridicoli. Se aspettate otto ore su una sedia, non è per cattiveria o pigrizia del medico, ma semplicemente perché c’è qualcuno infinitamente più grave di voi che in quel preciso istante sta lottando tra la vita e la morte nella stanza accanto. Il secondo, durissimo e non più rimandabile appello, è rivolto direttamente al Governo, al Ministero della Salute e alla classe politica intera: la sanità pubblica non si cura con i finti bonus una tantum, con i gettonisti strapagati o con soluzioni tampone provvisorie inventate ad agosto. Servono assunzioni vere, stabili, stipendi dignitosi equiparati all’Europa e posti letto strutturali. Perché la malattia non guarda in faccia a nessuno, il diritto alla salute non va in vacanza a Ferragosto, e il dolore di un essere umano non aspetta certo l’arrivo dell’autunno per farsi sentire.

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Politica

Perché invito Beppe Grillo al Castello Sforzini di Castellar Ponzano

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Beppe Grillo

Lettera aperta di Luca Sforzini
Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale

 

Redazione-  In politica esiste un’abitudine che considero profondamente sbagliata: giudicare un fenomeno storico esclusivamente da come finisce.
È un riflesso quasi infantile. Se un’esperienza politica entra in crisi, allora si conclude che non avesse nulla da dire. Se un leader perde consenso, si riscrive retroattivamente la storia sostenendo che avesse sempre torto. Così facendo, però, si rinuncia a comprendere la politica e ci si limita a tifare.
Le vicende di questi giorni, segnate dall’ennesimo scontro tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, stanno producendo esattamente questo effetto. Si parla delle persone, dei video rilanciati sui social, delle accuse reciproche, del futuro del Movimento 5 Stelle. Quasi nessuno, invece, sembra voler affrontare la domanda più interessante: che cosa rappresentò davvero il grillismo delle origini?

Credo che questa domanda meriti una risposta seria.
Non perché io condivida il percorso politico successivo del Movimento 5 Stelle. Anzi. Il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha espresso critiche molto nette verso numerose scelte compiute dal Movimento, dalla politica economica a quella istituzionale, fino a molte posizioni in materia internazionale.
Ma proprio perché la critica è stata autentica, non abbiamo bisogno di trasformarla in pregiudizio.

Il primo grillismo fu qualcosa di molto diverso da ciò che spesso oggi viene raccontato. Milioni di italiani non votarono semplicemente una novità. Votarono una ribellione contro una classe politica percepita come autoreferenziale, contro una burocrazia sempre più invasiva, contro la trasformazione dei partiti in apparati permanenti, contro il professionismo della politica, contro un sistema mediatico ritenuto incapace di rappresentare il Paese reale.

Possiamo discutere se quella ribellione abbia trovato le risposte giuste. È molto più difficile sostenere che le domande fossero sbagliate.

Del resto, la storia politica insegna che i grandi movimenti di rottura non nascono mai dal nulla. Alexis de Tocqueville osservava come le grandi crisi politiche non derivino soltanto dalla povertà o dall’oppressione, ma soprattutto dalla distanza crescente tra le aspettative dei cittadini e la capacità delle istituzioni di soddisfarle. In forme completamente diverse, il grillismo rappresentò anche questo: la manifestazione di una frattura tra il Paese reale e il sistema della rappresentanza.

Si possono criticare il linguaggio, la leadership o le soluzioni proposte. È molto più difficile negare l’esistenza del problema che aveva spinto milioni di italiani a riconoscersi in quella protesta.

Guardiamoci attorno. Lo Stato pesa oggi meno sulla vita dei cittadini rispetto a quindici anni fa? La burocrazia è diventata più semplice? La fiducia nelle istituzioni è cresciuta? Le classi dirigenti vengono davvero selezionate sulla base del merito? Il rapporto tra cittadini e politica è stato ricostruito? Non mi pare.

Liquidare il grillismo come una parentesi folkloristica significa, in realtà, rifiutarsi di comprendere il disagio che lo ha generato.
È un errore che la politica italiana continua a commettere.

Ogni volta che emerge un fenomeno nuovo, invece di domandarsi quali problemi abbia intercettato, preferisce delegittimarlo moralmente. È successo con la Lega delle origini, è successo con il Movimento 5 Stelle e, per certi versi, accade oggi anche con Futuro Nazionale. Prima ancora di discutere le idee, si classificano le persone, si applicano etichette, si costruiscono recinti.

José Ortega y Gasset, nella Ribellione delle masse, descriveva il rischio di una società nella quale le élite perdono progressivamente la capacità di comprendere il disagio della società. Quando questo accade, quel disagio trova inevitabilmente nuovi interpreti. Ignorarlo non lo elimina. Anzi, spesso lo rafforza.

La scienza politica conosce bene questi meccanismi. Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca hanno spiegato che ogni società è inevitabilmente guidata da una classe dirigente. Il problema non è l’esistenza delle élite, ma la loro capacità di rinnovarsi, di ascoltare e di conservare un rapporto vivo con la società.
Robert Michels, con la sua celebre “legge ferrea dell’oligarchia”, sosteneva che ogni organizzazione tende progressivamente a chiudersi su sé stessa. Il grillismo nacque anche come reazione a questa dinamica. È legittimo domandarsi se, con il trascorrere degli anni, non ne sia diventato esso stesso una vittima.

È proprio questo il compito di un centro studi: comprendere i fenomeni prima ancora di giudicarli.
Per questa ragione voglio rivolgere pubblicamente un invito a Beppe Grillo.
Lo invito al Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Non per costruire alleanze politiche. Non per immaginare convergenze elettorali. Non per rievocare nostalgicamente una stagione ormai conclusa. Lo invito perché ritengo che il grillismo delle origini meriti finalmente un confronto culturale serio.

Vorrei discutere con lui di alcune questioni che appartengono all’intero Paese: come ridurre realmente il peso della burocrazia; come restituire centralità ai cittadini senza indebolire le istituzioni; come selezionare classi dirigenti fondate sul merito e non sull’appartenenza; come impedire che la politica diventi una professione anziché un servizio; come utilizzare le tecnologie digitali per rafforzare la partecipazione democratica senza consegnare la democrazia agli algoritmi.

Sono domande che non appartengono né alla destra né alla sinistra, né al Movimento 5 Stelle. Sono domande italiane.

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale nasce proprio con questa ambizione: riportare la cultura politica al centro del dibattito pubblico.
Viviamo in una stagione nella quale il confronto viene progressivamente sostituito dalla scomunica. Si discute sempre meno delle idee e sempre di più delle persone. Ci si divide in tifoserie permanenti. Si applaude chi appartiene al proprio schieramento e si deride chi appartiene a quello opposto. È una scorciatoia comoda. Ma è anche il modo meno utile di fare politica.

Noi abbiamo scelto una strada diversa. Dialoghiamo con mondi liberali, liberisti, libertari, conservatori, cattolici, federalisti, risorgimentali, sociali e con tutte quelle culture che possano contribuire alla costruzione di una destra moderna, competente e capace di governo. Perché, allora, dovremmo rifiutare il confronto con chi ha rappresentato una delle più grandi rivolte politiche della storia repubblicana?

Comprendere non significa aderire. Studiare non significa condividere. Invitare non significa allearsi. Significa riconoscere che le idee meritano di essere discusse prima di essere archiviate.
Le grandi tradizioni politiche sono sempre cresciute attraverso il confronto. Il pensiero liberale si è misurato con il socialismo. Il conservatorismo ha dialogato con il liberalismo. Il repubblicanesimo è nato dal confronto tra culture differenti.
Solo le idee deboli temono il dibattito. Quelle solide lo cercano, perché sanno che è proprio nel confronto critico che possono rafforzarsi oppure correggersi.

Se il grillismo delle origini non ha più nulla da dire, sarà proprio un confronto, pubblico oppure privato, se questo fosse il desiderio di Beppe Grillo, a dimostrarlo. Se invece alcune sue intuizioni conservano ancora una forza attuale, sarebbe un errore ignorarle soltanto perché provengono da una storia politica diversa dalla nostra.

È questo il ruolo che immagino per il Castello Sforzini: non un fortino ideologico, ma un luogo dove idee diverse possano incontrarsi, confrontarsi e, quando possibile, contaminarsi.
Un centro studi non nasce per confermare pregiudizi. Nasce per mettere continuamente alla prova le proprie convinzioni. Per questo l’invito a Beppe Grillo resta aperto. Se accetterà, ne sarò lieto. Se preferirà declinare, resterà comunque valido il principio che lo ispira: la politica italiana ha bisogno di meno scomuniche e di molta più cultura.

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Attualità

L’infamia degli abbandoni estivi: chi lega un cane in autostrada non è degno di chiamarsi essere umano

Il cane non prova rancore: si siede sull’asfalto rovente e aspetta fiducioso il ritorno di chi lo ha appena abbandonato. Un’infamia che causa incidenti stradali mortali e che merita il carcere. Fermiamo questa strage! 🐕 😡

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Cane abbandonato

Italia – Arriva purtroppo sempre quel momento preciso e drammatico dell’anno in cui la parte peggiore, più nera e cinica dell’animo umano decide di uscire sfacciatamente allo scoperto. È l’inizio torrido del mese di agosto, il tanto atteso momento di chiudere frettolosamente le valigie, caricare l’auto di famiglia e partire spensierati verso le spiagge assolate. Ma per migliaia di ignobili individui, la sacrosanta partenza per le ferie si trasforma improvvisamente nel pretesto perfetto per compiere uno dei gesti in assoluto più vili, crudeli e vigliacchi che un essere umano possa mai arrivare a concepire: l’abbandono volontario del proprio animale domestico. Ogni anno, in modo sistematico, i bordi infuocati delle nostre autostrade, le piazzole di sosta isolate e le roventi strade statali diventano dei veri e propri cimiteri a cielo aperto per migliaia di cani e gatti. Creature innocenti lasciate spesso legate con un filo di nylon a un freddo guardrail sotto il sole cocente, condannate senza pietà a una morte atroce per sete, disidratazione o schiacciate dalle ruote dei tir in corsa, solo perché “non si sapeva dove lasciarli” pur di godersi quindici giorni di vacanza in un resort.

Il tradimento più vile in assoluto: l’animale che aspetta fiducioso il ritorno del suo carnefice

Chi abbandona lucidamente un cane per strada non sta semplicemente compiendo un fastidioso illecito amministrativo o un freddo reato penale: sta pugnalando alle spalle l’unico essere vivente al mondo capace di amarlo incondizionatamente, persino più di se stesso. La dinamica psicologica dell’abbandono è oggettivamente straziante e fa rabbrividire chiunque abbia un cuore. Quando il sedicente proprietario accosta l’auto sulla corsia di emergenza, apre lo sportello, fa scendere il cane e lo lega al guardrail, l’animale non capisce affatto il pericolo. Spesso scodinzola, lecca le mani, crede ingenuamente che sia una breve sosta fisiologica, un banale momento di gioco prima di ripartire insieme. Quando la portiera sbatte e l’auto riparte sgommando sollevando la polvere, il cane non prova rabbia o rancore. Si siede lì, obbediente, sul catrame bollente, e semplicemente aspetta. Aspetta per ore, aspetta per giorni interi, con la gola secca, riarsa e il cuore in gola per la paura, ostinatamente convinto che il suo amato padrone, il suo eroe, il suo “tutto”, stia per fare inversione di marcia per tornare a prenderlo. Quel povero cane morirà quasi sempre di crepacuore prima ancora che di sete, con gli occhi sgranati e spalancati fissi sull’orizzonte, cercando con disperazione la sagoma di quell’auto che non tornerà mai. Chi è capace di infliggere una simile, sadica tortura psicologica e fisica a un essere innocente, non è semplicemente un criminale da codice penale: non è minimamente degno di essere definito un essere umano.

Un gesto folle e criminale che mette a grave rischio la vita di intere famiglie innocenti in viaggio

Oltre all’immane e inaccettabile tragedia animale, c’è un aspetto drammaticamente umano che la cronaca nera estiva ci ricorda ogni anno a carissimo prezzo di sangue. Abbandonare volontariamente un cane su un’autostrada trafficata, o in una strada statale ad alto scorrimento automobilistico, equivale materialmente e moralmente a piazzare una vera e propria mina vagante innescata sull’asfalto. L’animale, presto terrorizzato a morte dal rumore assordante dei clacson e completamente disorientato dai fari abbaglianti, prima o poi riuscirà per disperazione a slegarsi o vagherà, confuso, verso il centro della carreggiata in cerca di una via di fuga o di aiuto umano. L’impatto con i veicoli in transito a centotrenta chilometri orari è quasi sempre violento e inevitabile. Ignari automobilisti, costretti a frenate improvvise o a sterzate brusche e disperate per evitare l’animale, finiscono spessissimo per perdere il controllo dell’auto, causando incidenti a catena letali, in cui padri, madri e bambini innocenti in viaggio verso il mare perdono tragicamente la vita in un groviglio di lamiere. Chi apre di proposito quello sportello per “scaricare” come un rifiuto il proprio cane, sta scientemente e lucidamente commettendo un tentato omicidio stradale plurimo.

Le finte scuse e l’ipocrisia dilagante: l’animale non è un peluche da buttare via alla vigilia di Ferragosto

Le squallide giustificazioni addotte da chi, fortunatamente, viene poi rintracciato dalle forze dell’ordine (ormai quasi sempre grazie alla presenza del microchip obbligatorio o alle telecamere autostradali) sono sempre ugualmente patetiche e intrise della più bieca e vergognosa ipocrisia umana: “Le pensioni per cani costavano troppo”, “L’albergo prenotato non accettava in nessun modo animali”, “Era cresciuto e diventato troppo impegnativo da gestire in appartamento”. Sono scuse moralmente inaccettabili. Un cane non è un simpatico peluche comprato d’impulso a Natale per far zittire i capricci dei bambini e da buttare poi nell’immondizia a Ferragosto quando intralcia i piani. È un membro effettivo della famiglia, un essere senziente a tutti gli effetti che richiede un impegno costante, un sacrificio economico e una profonda responsabilità morale che durano per tutta la sua vita. Se non si è disposti a rinunciare a un albergo stellato per cercare una struttura “pet-friendly” (che oggi, per immensa fortuna, sono decine di migliaia in tutta Italia), o se non si vogliono spendere dei sudati soldi per affidarlo a una pensione qualificata e sicura, la soluzione a monte è molto semplice: non prendete un cane. Compratevi un videogioco per passare il tempo. La vita di un animale non è uno scacciapensieri estivo.

Pene carcerarie severe e ritiro definitivo della patente: è arrivato il tempo di trattare l’abbandono come un reato gravissimo

Se oggi continuiamo, anno dopo anno, ad assistere quasi inermi e sconfortati a questa spietata strage silenziosa, è in gran parte anche colpa di un sistema legislativo e giudiziario troppo morbido che per decenni ha considerato i reati contro gli animali come illeciti bagatellari, reati di “serie B”. Le sanzioni pecuniarie e le multe, per quanto possano essere elevate e salate, non fanno paura a chi ha la crudeltà insita nel proprio DNA. Per arginare la barbarie serve un pugno di ferro senza precedenti. Il reato infame di abbandono animale deve necessariamente portare a conseguenze durissime, tangibili e immediate: il ritiro permanente della patente di guida (perché, ribadiamolo, chi usa deliberatamente l’auto per abbandonare in autostrada sta compiendo un reato stradale gravissimo) e la reclusione carceraria certa, senza finti sconti di pena, sospensioni o condizionali. Solo quando i criminali capiranno a proprie spese che lasciare un cane in strada significa perdere la propria libertà personale e rovinarsi la fedina penale per sempre, forse questa barbarie estiva inizierà a fermarsi davvero.

La civiltà di un Paese si specchia negli occhi di un cane salvato: non voltiamoci mai dall’altra parte

La dura e vitale lotta contro l’abbandono estivo non può e non deve assolutamente essere demandata solo alle sempre più oberate Forze dell’Ordine o alle instancabili, eroiche associazioni animaliste, che proprio in questi torridi giorni fanno veri e propri salti mortali senza fondi per recuperare, curare e sfamare i cani randagi feriti. Questa è una grande battaglia di civiltà, che coinvolge ognuno di noi in prima linea, senza deroghe. Se mentre siete tranquillamente in viaggio con la vostra famiglia vedete un cane vagare spaurito, affamato e disorientato sul ciglio della strada, non giratevi dall’altra parte alzando la radio e pensando egoisticamente “ci penserà qualcun altro”. Accostate in sicurezza il prima possibile, mettete le quattro frecce e chiamate immediatamente il 112, la Polizia Stradale o i vicini servizi veterinari della Asl. Quel vostro piccolo gesto, che vi costerà solo cinque minuti di ritardo sull’arrivo in spiaggia, potrebbe salvare la vita a una creatura innocente e, contemporaneamente, evitare un terribile incidente stradale mortale. Scegliamo di essere umani fino in fondo, in ogni situazione: perché un Paese che non sa difendere e rispettare l’innocenza dei suoi animali è un Paese che ha già perso la propria anima.

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Attualità

I “nonni” dimenticati in città: la drammatica e silenziosa emergenza dell’estate italiana

Il caldo, le serrande abbassate, il silenzio assordante: il dramma silenzioso dei nonni abbandonati in città mentre l’Italia intera va in ferie. Chi lascia solo un anziano perde la propria umanità. 💔 👵👴

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Nonni

Roma  – C’è un’emergenza silenziosa, crudele e drammaticamente invisibile che si consuma inesorabile ogni singolo giorno d’estate nel nostro Paese. Mentre le colorate bacheche dei social network si inondano di fotografie sorridenti scattate in riva al mare cristallino, di brindisi spensierati al tramonto e di valigie pronte per mete esotiche, nelle nostre città sempre più vuote e infuocate si consuma il dramma oscuro della solitudine estrema. Stiamo parlando dei nostri anziani, dei nostri “nonni”, troppo spesso colpevolmente dimenticati all’interno di vecchi appartamenti roventi, lasciati drammaticamente soli ad affrontare l’incubo di un mese di agosto che assomiglia sempre di più a un lunghissimo ed estenuante esilio. È una ferita apertissima nel cuore della nostra società, una macchia d’indifferenza indelebile sulla nostra coscienza collettiva che nessuna tintarella estiva potrà mai riuscire a cancellare o a nascondere.

Il deserto rovente d’asfalto: quando la città si svuota e il silenzio fa paura

Per chi ha la grandissima fortuna di poter fare le valigie e partire, la metropoli che si svuota nei giorni a cavallo di Ferragosto è considerata quasi un sollievo, un’immagine poetica di strade finalmente libere dal traffico nevrotico e di parcheggi comodamente disponibili. Ma per un anziano fragile, che cammina a fatica appoggiandosi a un bastone o a un carrellino della spesa, quel vuoto urbano si trasforma rapidamente in un deserto ostile, pericoloso e insormontabile. Il panettiere di fiducia sotto casa, che garantiva quotidianamente due panini freschi e due minuti di preziosa conversazione umana, abbassa inesorabilmente la saracinesca per ferie. Il supermercato di quartiere riduce gli orari, il medico di base di una vita va giustamente in vacanza ed è sostituito dalla più fredda guardia medica. Anche le piccole e normali incombenze quotidiane, come andare a comprare una semplice cassa d’acqua o ritirare un farmaco salvavita in farmacia, diventano per queste persone anziane delle vere e proprie imprese titaniche. Il silenzio del condominio, un tempo rassicurante e vitale, diventa improvvisamente assordante, rotto solamente dal ronzio monotono del frigorifero e da una televisione accesa tutto il giorno a volume alto per farsi una finta e pietosa compagnia.

La gabbia soffocante: il caldo estremo come nemico invisibile e letale

A rendere questa solitudine forzata ancora più drammatica e fisicamente pericolosa ci pensa l’implacabile emergenza climatica. Le feroci ondate di calore africano che ormai caratterizzano stabilmente le nostre estati si abbattono senza alcuna pietà sulle città di cemento, trasformando i vecchi appartamenti in vere e proprie fornaci invivibili. Moltissimi anziani, costretti a sopravvivere con pensioni minime da fame, non possono assolutamente permettersi né l’installazione né il costoso mantenimento economico di un moderno condizionatore d’aria. Cercano disperatamente e invano un po’ di refrigerio tenendo le serrande abbassate per tutto il giorno, piazzandosi immobili davanti a vecchi e rumorosi ventilatori che non fanno altro che spostare aria bollente da una stanza all’altra. Il corpo di un anziano è per natura fisiologicamente debole, spesso non avverte correttamente lo stimolo della sete e tende a disidratarsi con una rapidità spaventosa. Rimanere totalmente soli in casa, in queste condizioni estreme, significa dover convivere giorno e notte con il terrore costante di un malore improvviso, con l’angoscia di cadere sul pavimento sapendo che non ci sarà nessuno nella stanza accanto pronto a chiamare un’ambulanza o a porgere un semplice bicchiere d’acqua fresca.

Il dolore più lancinante non è l’afa, ma l’abbandono psicologico della famiglia

Tuttavia, se avessimo il tempo e la delicatezza di provare ad ascoltare il cuore di questi anziani, scopriremmo con vergogna che il dolore più forte e lancinante non è causato dai trentotto gradi all’ombra o dai fastidiosi dolori articolari. La ferita che sanguina di più, quella che non si rimargina, è quella del brutale abbandono psicologico. È l’amara, mortificante e inaccettabile sensazione di essere diventati improvvisamente un “peso” insopportabile per i propri figli e per i nipoti tanto amati. Quegli stessi nonni che durante i lunghi mesi invernali vengono considerati indispensabili, letteralmente usati come ammortizzatori sociali gratuiti per fare da instancabili babysitter ai nipoti mentre i genitori lavorano a tempo pieno, ad agosto vengono improvvisamente “parcheggiati” in casa o, nei casi peggiori, parcheggiati temporaneamente in fredde strutture di degenza per non “disturbare” le ferie di famiglia. Ricevono al massimo frettolose telefonate di pochissimi minuti, spesso disturbate dal rumore delle onde in sottofondo: “Ciao mamma, qui in spiaggia tutto bene, tu come stai? Mi raccomando, accendi il ventilatore e bevi tanta acqua”. E dall’altra parte della cornetta, con una dignità immensa e commovente, l’anziano risponde invariabilmente: “Io sto bene, non preoccupatevi assolutamente per me, divertitevi ragazzi”, nascondendo a fatica le lacrime pur di non rovinare le vacanze a chi, nonostante tutto, ama più della sua stessa vita.

L’incredibile esercito dei volontari: l’unico vero faro nel buio dell’indifferenza estiva

In questo desolante panorama di cinico egoismo diffuso e di istituzioni pubbliche troppo spesso distratte, lente o totalmente assenti, a tenere miracolosamente in piedi quel pochissimo di umana pietà che ci resta è il meraviglioso, instancabile esercito dei volontari italiani. I meravigliosi ragazzi della Protezione Civile, i medici e gli autisti della Croce Rossa, gli operatori della Caritas, o semplicemente le piccole e informali reti di vicinato solidale spontaneo. Sono loro l’unico, potentissimo faro di luce e speranza nel buio dell’indifferenza estiva. Bussano alle porte sbarrate, portano buste della spesa pesanti a domicilio, consegnano i farmaci necessari e, soprattutto, regalano dieci preziosissimi e inestimabili minuti del loro tempo per fare due chiacchiere sincere, per stringere forte una mano raggrinzita, per assicurarsi guardando negli occhi che quel signore solo al terzo piano stia davvero bene. Gesti all’apparenza banali, minuscoli ed economici, ma che per chi vive sepolto nella solitudine assoluta rappresentano di fatto l’unica vera ragione per sorridere e per sentirsi, ancora una volta, parte integrante e viva del mondo degli esseri umani.

Un patto sociale vitale da ricostruire: ripartiamo subito dall’umanità dei nostri pianerottoli

Non possiamo in alcun modo continuare a definirci ipocritamente un Paese civile, economicamente avanzato e democratico se permettiamo impunemente che l’ultima, delicatissima fase della vita dei nostri concittadini si trasformi in un incubo infernale di solitudine e rassegnazione. Il reale grado di civiltà, nobiltà e progresso di una nazione si misura esclusivamente da come essa sceglie di trattare e proteggere i suoi membri più deboli, malati e indifesi. Non servono colossali riforme parlamentari o leggi speciali per arginare questa tragedia silenziosa che si consuma ogni estate sotto i nostri occhi bendati; serve semplicemente riscoprire e riattivare l’umanità perduta nel nostro animo. Basterebbe uno sforzo microscopico: suonare gentilmente il campanello del vicino di casa anziano prima di caricare i bagagli in auto e partire, chiedergli se ha bisogno di un piccolo favore in farmacia, o semplicemente scambiarsi il numero di telefono per una chiamata di conforto durante le lunghe serate d’agosto. I nostri anziani sono la preziosa memoria storica del Paese, le radici profonde e sagge del nostro albero sociale; lasciare colpevolmente che queste nobili radici si secchino da sole, nell’isolamento, al buio e nel caldo infernale delle città, è un imperdonabile crimine morale di cui, prima o poi, saremo tutti chiamati a rispondere davanti alla nostra stessa coscienza.

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