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Cronaca

Emergenza lupo a Noicattaro, l’allarme dell’Associazione Rurale e il parere degli esperti: “Criticità al massimo livello, servono misure immediate”

Sicurezza urbana e fauna selvatica: a Noicattaro si accende il dibattito dopo i recenti episodi registrati nelle aree verdi comunali. 🐺 📋 L’Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente e della Vita Rurali interviene con un approfondito dossier tecnico, analizzando i pareri scientifici di ISPRA e dei docenti universitari dell’Ateneo di Bari: l’esemplare avvistato è stato inserito nei protocolli di massima attenzione come canide confidente. L’appello alle istituzioni: “Occorre un coordinamento rapido e controlli costanti per tutelare la serenità delle famiglie e la sicurezza dei cittadini”. Leggete l’approfondimento completo nel nostro articolo! 👇 🌿

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Noicattaro – L’episodio avvenuto nella tarda serata di Ferragosto a Noicattaro, dove un bambino di sei anni è rimasto ferito a seguito del contatto ravvicinato con un canide selvatico (con ogni probabilità un esemplare confidente) all’interno di un’area verde cittadina, continua a richiamare la massima attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulla convivenza tra comunità urbane e fauna selvatica. A intervenire in modo articolato sulla vicenda è l’Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente e della Vita Rurali, che ha raccolto le testimonianze dirette dei presenti e ha analizzato i pareri tecnici e scientifici dei massimi esperti del settore faunistico nazionale per sollecitare interventi risolutivi.

La dinamica nel parco cittadino: il resoconto dei soccorritori

La ricostruzione di quanto accaduto intorno alle ore 23.00 nei pressi dell’area giochi adiacente a via San Filippo Neri evidenzia la concitazione di quegli istanti attraverso le parole di Domenico, uno dei cittadini intervenuti tempestivamente sul posto per allontanare l’animale e soccorrere il minore. «Mi trovavo a poca distanza quando ho udito le grida di allarme dei genitori e delle persone presenti nel parco», racconta il testimone. «Sono accorso immediatamente e ho cercato, insieme ad altri cittadini, di frappormi tra l’animale e il bambino per allontanare il predatore».

I presenti hanno adottato manovre di dissuasione acustica per disperdere l’esemplare: «Le persone hanno iniziato a suonare i clacson delle auto in sosta, mentre alcuni giovani su due ruote si sono avvicinati per creare una barriera visiva e sonora. L’animale ha infine desistito indietreggiando, consentendo ai familiari di prestare i primi soccorsi al piccolo. L’aspetto che ha destato maggiore stupore tra i presenti è stata l’assenza di timore da parte dell’animale, che si è avvicinato nonostante la presenza di diverse decine di persone nell’area verde». Il bambino, condotto prontamente dal padre al presidio ospedaliero pediatrico “Giovanni XXIII” di Bari, ha ricevuto le necessarie cure chirurgiche e resta sotto osservazione medica con una prognosi legata alle lesioni toraciche e a tre costole incrinate.

Il monitoraggio sul territorio: l’appello per un presidio costante

Secondo il report diffuso dall’Associazione per la Vita Rurale, l’accaduto si inserisce in un quadro di ripetute segnalazioni registrate a partire dalla seconda metà di luglio, che evidenziano una frequentazione costante delle zone periurbane da parte dell’animale. L’associazione rimarca come le comunità locali abbiano espresso crescente apprensione per la vicinanza dell’esemplare alle strade illuminate e ai centri residenziali.

L’ente sottolinea come le misure preventive adottate a livello municipale, tra cui le restrizioni d’accesso serale ai parchi, debbano essere supportate da un monitoraggio continuativo e operativo, suggerendo di avvalersi anche della collaborazione delle guardie campestri e degli operatori territoriali che possiedono una profonda conoscenza delle campagne limitrofe e delle abitudini della fauna locale.

Il quadro scientifico: le valutazioni ISPRA e il comportamento confidente

A supporto della complessità del fenomeno, l’associazione richiama i parametri scientifici elaborati dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). All’interno del Protocollo sperimentale per l’identificazione e la gestione dei lupi urbani confidenti, i soggetti che mostrano una progressiva perdita di diffidenza verso l’essere umano e interazioni ripetute vengono inquadrati nella categoria 19 con livello di criticità 5 (il grado massimo di attenzione previsto).

Sul piano tecnico e normativo, Piero Genovesi, responsabile del Settore Fauna di ISPRA, evidenzia come gli strumenti di gestione consentano interventi specifici nelle situazioni straordinarie: «I protocolli prevedono percorsi definiti per i casi di conclamata criticità, ma ogni determinazione gestionale, pur basata rigorosamente su rilievi scientifici oggettivi, richiede una sintesi equilibrata tra esigenze di tutela della popolazione, contesto territoriale e responsabilità degli amministratori pubblici».

Un’analisi confermata dal contributo dello zoologo ed esperto della materia Rocco Sorino, docente a contratto presso l’Università degli Studi di Bari: «La gestione di un esemplare che frequenta stabilmente aree abitate richiede metodologie rigorose e tempi di osservazione mirati a comprendere l’uso dello spazio e i ritmi circadiani dell’animale. Quando si assiste a una transizione comportamentale da abituazione a confidenza marcata, l’approccio previsto dalle linee guida nazionali impone interventi tempestivi di rimozione o traslocazione per garantire la pubblica sicurezza ed evitare il ripetersi di interazioni a rischio».

La tutela della comunità al centro dell’agenda istituzionale

L’Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente e della Vita Rurali conclude il proprio documento auspicando una rapida concertazione tra Prefettura di Bari, Regione Puglia e organi tecnici, affinché le determinazioni operative possano garantire la piena serenità dei cittadini e delle famiglie.

«La presenza del lupo sul territorio nazionale rappresenta un elemento consolidato del patrimonio naturale», conclude la nota dell’associazione. «Tuttavia, di fronte a singoli comportamenti anomali che possono interferire con la sicurezza delle persone e dei più piccoli, è indispensabile che le istituzioni intervengano con chiarezza, tempestività ed efficacia. La tutela della sicurezza pubblica deve rimanere l’obiettivo primario attorno a cui costruire ogni azione operativa sul territorio».

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Cronaca

Pomeriggio ad alta tensione tra Turania e Monti della Duchessa: escursionista precipita e due dispersi a 1850 metri. Doppio salvataggio del Soccorso Alpino

Pomeriggio di grande apprensione e soccorsi ad alta quota sulle montagne del Reatino! ⛰️ 🚁 Il Soccorso Alpino e Speleologico del Lazio (CNSAS) ha portato a termine due salvataggi complessi: a Turania un escursionista romano è precipitato lungo un pendio ed è stato recuperato con l’eliambulanza del 118; sui Monti della Duchessa due ragazzi pugliesi sono rimasti bloccati a 1850 metri e sono stati salvati a piedi dalle squadre di terra pochi minuti prima di una violentissima grandinata! Una lezione fondamentale sulla sicurezza in quota. Leggete la cronaca dei salvataggi e i consigli degli esperti nel nostro articolo! 👇 🥾

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Redazione – Il fascino maestoso e selvaggio dell’Appennino laziale continua ad attrarre ogni fine settimana migliaia di appassionati di trekking, amanti della natura e camminatori in cerca di aria pura e panorami mozzafiato. Tuttavia, la montagna non perdona la minima distrazione o l’improvvisa variabilità meteorologica. Nel pomeriggio di domenica 16 agosto, gli operatori del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico del Lazio (CNSAS) sono stati impegnati in una vera e propria maratona di emergenza, portando a termine con successo due distinti, complessi e delicati interventi di salvataggio per soccorrere escursionisti in grave difficoltà nel territorio della provincia di Rieti.

Il primo dramma a Turania: escursionista romano scivola e precipita durante il trekking

Il primo allarme è scattato sul territorio comunale di Turania, suggestivo borgo incastonato nella splendida cornice della Valle del Turano. Un uomo originario di Roma stava percorrendo uno dei sentieri della zona quando, per cause ancora in corso di accertamento (probabilmente una perdita di aderenza su terreno sconnesso o un appoggio instabile), ha perso improvvisamente l’equilibrio, scivolando e precipitando nel vuoto per diversi metri lungo un ripido pendio.

La macchina dei soccorsi si è mossa con una tempestività straordinaria. La centrale operativa dell’emergenza sanitaria ha inviato sul posto l’eliambulanza del 118 con a bordo l’équipe medica specializzata e il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino. A rendere ancor più celere la prima fase di localizzazione è stata la provvidenziale presenza nell’area di un operatore del CNSAS, che si trovava casualmente in zona per attività personali e ha prestato immediatamente la prima assistenza. Raggiunto sul fondo del dirupo, il malcapitato è stato stabilizzato, imbarellato con tecniche alpinistiche di precisione e valutato dai medici. Successivamente, l’escursionista è stato verricellato a bordo del velivolo e trasferito in ospedale per i necessari accertamenti clinici. Alle operazioni a terra hanno collaborato attivamente anche i Carabinieri, il personale dell’ambulanza territoriale e le squadre dei Vigili del Fuoco.

Incubo a 1850 metri sui Monti della Duchessa: sorpresi dal maltempo sul monte Morrone

Poco più tardi, mentre si concludevano le operazioni nel comprensorio del Turano, un secondo e ancor più insidioso allarme ha mobilitato nuovamente gli specialisti del Soccorso Alpino e Speleologico del Lazio. La richiesta d’aiuto è giunta dalla maestosa e aspra Riserva Naturale Regionale Monti della Duchessa, precisamente nei pressi di Fonte Salomone, sulle pendici del monte Morrone, a una quota ragguardevole di circa 1850 metri sul livello del mare.

Due escursionisti originari della provincia di Lecce, saliti in quota per un’escursione d’alta quota, hanno improvvisamente smarrito la traccia principale del sentiero, perdendo l’orientamento in un ambiente particolarmente impervio. A complicare drammaticamente il quadro è stato il repentino arrivo di una violenta perturbazione atmosferica, che ha avvolto la vetta con nebbia fitta, raffiche di vento gelido e un brusco crollo termico, lasciando i due giovani bloccati e impossibilitati a proseguire autonomamente la discesa.

La corsa contro il tempo e la grandine: messi in salvo dalla squadra di terra

Data l’impossibilità di operare con l’elicottero a causa delle avverse condizioni meteo e della scarsa visibilità, una squadra di terra del Soccorso Alpino è partita a sirene spiegate, risalendo le pendici montuose con un mezzo fuoristrada fino al limite massimo consentito dalla carreggiata, per poi proseguire a piedi a passo spedito lungo i costoni rocciosi con l’attrezzatura di soccorso in spalla.

Grazie alla perfetta conoscenza dei valichi e delle coordinate GPS, i tecnici del CNSAS sono riusciti a intercettare i due dispersi salentini, trovandoli visibilmente provati, infreddoliti e impauriti ma fortunatamente incolumi. I soccorritori hanno preso in custodia i due escursionisti, rifornendoli di abbigliamento termico e accompagnandoli a valle lungo un percorso protetto, anticipando di pochissimi minuti l’abbattersi di un violento temporale accompagnato da fitte grandinate e pioggia torrenziale. Alle operazioni di supporto logistico hanno partecipato anche i Vigili del Fuoco. Un salvataggio provvidenziale che ha scongiurato conseguenze potenzialmente gravissime da ipotermia.

La sicurezza prima di tutto: le regole d’oro del Soccorso Alpino per l’estate

Questi due episodi, conclusisi fortunatamente con un lieto fine grazie alla professionalità encomiabile dei soccorritori laziali, offrono lo spunto per ribadire le regole fondamentali per frequentare la montagna in sicurezza durante la stagione estiva:

  • Consultare sempre i bollettini meteo locali: in estate i temporali pomeridiani in quota si formano con estrema rapidità, trasformando sentieri agevoli in trappole scivolose e pericolose.
  • Pianificare l’itinerario con cura: studiare preventivamente i sentieri (tracciati CAI), i dislivelli e i tempi di percorrenza, calcolando sempre un margine per rientrare prima del calar del sole o del peggioramento meteo.
  • Dotarsi di abbigliamento adeguato: scarponi da trekking a caviglia alta con suola scolpita (vibram), giacca antivento/antipioggia (guscio), strato termico nello zaino, scorta abbondante di acqua e sali minerali.
  • Utilizzare strumenti di orientamento: non affidarsi esclusivamente alla batteria dello smartphone; portare con sé una mappa cartacea topografica e una bussola o dispositivi GPS dedicati.
  • Comunicare la meta prescelta: informare sempre familiari, amici o gestori di rifugi sul tragitto programmato e sull’orario stimato di rientro.

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Cronaca

“Pensavamo stesse solo dormendo”: viaggiano per 100 km in autostrada con il figlio morto sul sedile posteriore. Lo strazio sulla A21

Una tragedia che lascia senza fiato e spezza il cuore in mille pezzi. 😭 💔 Hanno viaggiato per oltre 100 chilometri in autostrada parlando sottovoce per “non svegliare” il figlio di 31 anni seduto sul sedile posteriore, convinti che stesse solo riposando. Ma quando i genitori hanno accostato l’auto in un’area di sosta sulla A21 (tra Casteggio e Voghera) per svegliarlo, hanno fatto la scoperta più devastante della loro vita: il ragazzo era privo di sensi. L’arrivo disperato del 118 non è servito a nulla, il giovane era già morto da tempo, stroncato da un arresto cardiaco improvviso durante il viaggio. Le urla strazianti della madre hanno scosso l’intera autostrada. Una notizia drammatica che ci ricorda quanto fragile sia la vita. Leggete la ricostruzione di questa immane tragedia nel nostro articolo. 👇 🕯️

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Redazione – Ci sono tragedie che oltrepassano ogni possibile immaginazione, drammi che si consumano nel silenzio più assordante e che lasciano senza parole, avvolti da un senso di vuoto e di dolore inconcepibile. È una storia che spezza il respiro quella avvenuta nella mattinata di oggi lungo il nastro d’asfalto dell’autostrada A21 Torino-Piacenza, nel tratto pavese compreso tra i caselli di Casteggio e Voghera. Una famiglia, un viaggio apparentemente tranquillo verso il Piemonte, e un ragazzo di soli 31 anni che si addormenta sul sedile posteriore per non svegliarsi mai più, mentre i genitori continuano a guidare convinti che stia semplicemente riposando.

Il viaggio verso Torino e quel silenzio durato cento chilometri

A bordo della vettura viaggiava una famiglia di origini romene: al volante il padre, attento alla strada nelle prime ore del mattino, al suo fianco la madre e, sui sedili posteriori, il loro unico pensiero, il figlio 31enne. L’automobile procedeva regolare lungo la carreggiata in direzione del capoluogo piemontese. Tutto sembrava scorrere nella più totale normalità: qualche parola scambiata tra una canzone e l’altra, il paesaggio che scorre veloce fuori dai finestrini, poi il giovane che chiude gli occhi, reclinando il capo come chiunque fa durante i lunghi tragitti autostradali.

I genitori, vedendolo tranquillo, hanno continuato la marcia senza alcun sospetto, parlando a bassa voce per non disturbare quel sonno che sembrava profondo e ristoratore. Hanno percorso oltre cento chilometri con il cuore leggero, ignari che a pochi centimetri dalle loro spalle la vita del loro ragazzo stesse scivolando via per sempre in modo silenzioso e fatale. Solo in seguito, tra le lacrime e la disperazione, il padre e la madre avrebbero ricostruito che le ultime parole pronunciate dal figlio risalivano a circa un’ora prima, prima che quel sonno si trasformasse in buio eterno.

La sosta tra Casteggio e Voghera e la scoperta devastante

Con il passare dei chilometri, però, un’inquietudine sottile ha iniziato a farsi strada nell’abitacolo. Mamma e papà hanno provato a chiamare il 31enne per chiedergli se volesse fermarsi a bere un caffè o sgranchirsi le gambe, ma dall’abitacolo posteriore non è giunta alcuna risposta, nemmeno un cenno o un respiro percepibile. Di fronte a quella strana immobilità, l’ansia ha preso il sopravvento: il conducente ha immediatamente inserito la freccia e ha accostato la vettura all’interno di un’area di sosta tra i caselli di Casteggio e Voghera.

Erano circa le 7.30 del mattino. È stato in quel preciso istante, aprendo la portiera posteriore e scuotendo il corpo del figlio, che i genitori si sono trovati di fronte alla realtà più crudele che un essere umano possa sperimentare: il ragazzo era privo di sensi, pallido, freddo, completamente incosciente. L’urlo di disperazione della madre ha squarciato l’aria dell’autogrill, mentre il padre componeva con mani tremanti il numero d’emergenza del 118.

L’inutile corsa dei soccorsi: stroncato da un malore improvviso

La centrale operativa dell’emergenza sanitaria ha inviato sul posto un’ambulanza e un’automedica a sirene spiegate. Il personale del 118 è giunto sulla piazzola di sosta nel giro di pochissimi minuti, avviando immediatamente le manovre di rianimazione cardio-polmonare e i protocolli per i casi di arresto cardiaco. Purtroppo, ogni disperato tentativo dei sanitari si è rivelato vano: il medico di turno non ha potuto far altro che constatare ufficialmente l’avvenuto decesso del giovane, stroncato con ogni probabilità da un arresto cardiocircolatorio fulminante avvenuto decine di chilometri prima durante la marcia.

Da quanto si è appreso nelle ore successive, il 31enne soffriva di lievi problematiche cardiache pregresse, che tuttavia mai avrebbero fatto presagire un epilogo così devastante e repentino. Sul luogo del dramma sono intervenute anche le pattuglie della Polizia Stradale per raccogliere le testimonianze, gestire la viabilità e fornire supporto psicologico a due genitori distrutti dal dolore, seduti sull’asfalto accanto alla vettura, incapaci di accettare come un semplice viaggio di famiglia possa essersi trasformato nella fine di tutto.

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Cronaca

Aveva denunciato il suo stalker, ma l’ammonimento non l’ha salvata: Tania Terrin uccisa dall’ex compagno che poi si toglie la vita nel Veneziano

L’ennesimo femminicidio, l’ennesima donna lasciata sola di fronte al suo carnefice! 💔 🛑 Tragedia straziante nel Veneziano: Tania Terrin, 39 anni, è stata barbaramente uccisa nella sua casa di Camponogara dall’ex compagno Dino Keber (43 anni), che subito dopo si è tolto la vita impiccandosi nella propria abitazione a Dolo. La parte più inaccettabile di questo dramma? Tania aveva già avuto il coraggio di denunciare l’uomo, tanto che il Questore di Venezia aveva emesso un ammonimento ufficiale contro di lui! Un provvedimento che purtroppo non è servito a fermare la follia omicida. Fino a quando le donne dovranno pagare con la vita la fine di una relazione? Leggete tutti i dettagli dell’indagine e il dolore delle due comunità nel nostro articolo. 👇 🕯️

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Venezia – Una tragedia annunciata, un copione di morte che continua a ripetersi identico e inesorabile lungo tutto lo Stivale, lasciando dietro di sé una scia di sgomento, lacrime e una rabbia che strozza la gola. Mentre l’Italia cercava momenti di spensieratezza nel fine settimana di Ferragosto, nella provincia di Venezia si consumava l’ennesimo, drammatico capitolo di una strage silenziosa che non accenna a fermarsi: il femminicidio di Tania Terrin, 39 anni, strappata per sempre ai suoi affetti dall’ex compagno, Dino Keber, 43 anni, che dopo aver compiuto l’efferato delitto ha deciso di porre fine alla propria esistenza togliendosi la vita.

Il massacro a Camponogara e il suicidio a Dolo: una notte di terrore

La scoperta dei due corpi senza vita è avvenuta nella tarda serata di sabato 15 agosto, trasformando una tranquilla notte estiva in un incubo a occhi aperti per due intere comunità della Riviera del Brenta. Secondo quanto ricostruito con precisione dagli inquirenti, il dramma si è articolato su due scenari distinti ma tragicamente collegati dallo stesso filo di violenza. La prima scoperta, agghiacciante, è avvenuta all’interno di un’abitazione a Camponogara, dove i soccorritori hanno trovato il corpo ormai esanime di Tania Terrin, colpita a morte tra le mura domestiche. Pochi chilometri più in là, nel comune limitrofo di Dolo, le forze dell’ordine hanno fatto il secondo, macabro rinvenimento: il cadavere del 43enne Dino Keber, trovato impiccato nella propria casa.

Le forze dell’ordine mantengono il più stretto riserbo sui dettagli tecnici e sulla dinamica precisa dell’omicidio, in attesa che il medico legale e gli specialisti della scientifica completino i rilievi balistici, tossicologici e autoptici. Tuttavia, il quadro investigativo appare tristemente nitido: l’uomo avrebbe raggiunto la donna nella sua residenza con premeditazione o al culmine dell’ennesimo chiarimento negato, togliendole la vita prima di fuggire verso la propria abitazione per compiere l’estremo gesto suicida, evitando così di rispondere delle proprie azioni davanti alla legge.

Le denunce e l’ammonimento del Questore: un grido d’allarme rimasto inascoltato

Ciò che rende questa vicenda ancor più inaccettabile e profondamente dolorosa è il retroscena emerso nelle ore immediatamente successive al ritrovamento. La relazione sentimentale tra Tania e Dino era giunta al capolinea ormai da tempo, ma l’uomo non aveva mai accettato la fine del rapporto, trasformando il rancore in una spirale ossessiva e persecutoria. Di fronte alle pressioni e alle minacce continue, la 39enne aveva trovato il coraggio, la lucidità e la forza di denunciare l’ex partner alle autorità competenti.

A seguito di quegli esposti formali, nei confronti di Keber era stato emesso un provvedimento ufficiale di ammonimento da parte del Questore di Venezia. Si tratta di una misura di prevenzione amministrativa pensata per intimare formalmente allo stalker di interrompere ogni contatto e condotta persecutoria, ma che purtroppo, come dimostra l’ennesimo fatto di sangue, si è rivelata una barriera di carta contro la cieca furia omicida. Un dettaglio che riaccende prepotentemente il dibattito pubblico e parlamentare sulla reale efficacia di questi strumenti e sulla necessità di imporre misure restrittive più immediate e stringenti, come il divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico o la custodia cautelare, di fronte a segnali d’allarme così evidenti.

Lo shock delle comunità e l’appello dei centri antiviolenza

La notizia del femminicidio-suicidio ha gettato nello sconforto più totale gli abitanti di Camponogara e Dolo, dove entrambi erano molto conosciuti e stimati per le loro attività. Vicini di casa, amici di sempre e familiari descrivono ore di totale incredulità e immenso strazio. Due vite spezzate, famiglie distrutte e un vuoto incolmabile generato dall’incapacità patriarcale di accettare un “no” e dalla tossica illusione del possesso.

Mentre la magistratura prosegue gli accertamenti di rito per chiudere formalmente il fascicolo d’inchiesta, dai centri antiviolenza del territorio si leva un coro unanime di indignazione: proteggere le donne che denunciano deve diventare una priorità assoluta e non negoziabile dello Stato. Resta nell’aria l’interrogativo più amaro e lacerante di tutti: quante altre denunce dovranno essere depositate, quanti altri ammonimenti dovranno essere firmati prima di garantire una tutela fisica reale e preventiva prima che sia troppo tardi? Per Tania Terrin, purtroppo, il tempo è scaduto per sempre.

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