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Premio Chatham House 2026 alle donne afghane: una storia di sofferenza e resistenza

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Premio Chatham House 2026

Redazione- Il Premio Chatham House 2026 è stato assegnato alle donne afghane, donne che negli ultimi anni hanno continuato a lottare per preservare i loro diritti umani fondamentali, nonostante restrizioni, privazioni e repressione.

Questo premio non rappresenta soltanto il riconoscimento di un gruppo sociale; racconta anche una parte della sofferenza di milioni di donne e ragazze afghane, la cui vita è profondamente cambiata dopo il ritorno dei talebani al potere.

Ragazze private della scuola, donne che hanno perso l’accesso al lavoro e all’indipendenza economica e madri costrette ad assistere alla privazione del diritto all’istruzione e di un futuro per le proprie figlie: tutte loro fanno parte di questa storia.

Per molte donne afghane, le restrizioni non si limitano alla chiusura delle scuole o all’esclusione dal mondo del lavoro. Le limitazioni alla libertà di movimento, la riduzione della presenza nello spazio pubblico e il sempre più difficile accesso alle opportunità sociali ed economiche hanno ristretto drasticamente le loro possibilità di scelta.

Ma proprio nel cuore di questa sofferenza è nata anche la resistenza.

Nonostante la paura e le pressioni, le donne afghane hanno continuato a protestare, a chiedere il diritto all’istruzione e al lavoro e, in alcuni casi, a creare percorsi alternativi per permettere alle ragazze di continuare a studiare. Hanno cercato di dimostrare che non accettano di essere cancellate dalla società e che non vogliono che la loro voce scompaia dalla memoria dell’Afghanistan e del mondo.

Per questo, il Premio Chatham House 2026 può essere considerato non soltanto un riconoscimento del loro coraggio, ma anche un omaggio alla resistenza di donne che hanno pagato un prezzo altissimo per difendere i propri diritti.

Da anni queste donne vivono tra due realtà dolorose: da una parte, restrizioni che restringono ogni giorno una parte delle loro libertà; dall’altra, una speranza e una determinazione che impediscono loro di arrendersi.

Il Premio Chatham House 2026 riporta ora l’attenzione internazionale su questa situazione e sulle donne che, pur rimanendo spesso senza nome e senza volto nei media, rappresentano una parte fondamentale di una delle più importanti battaglie per i diritti umani nell’Afghanistan di oggi.

Il premio sarà consegnato entro la fine di quest’anno, durante una cerimonia speciale presso Chatham House, e sarà accompagnato anche da una pergamena firmata dal Re del Regno Unito.

Questo premio forse non può cancellare né compensare le sofferenze vissute dalle donne afghane, ma può trasmettere un messaggio chiaro:

il mondo non deve abituarsi alla privazione dei diritti delle donne afghane. La loro sofferenza non deve diventare normalità e la loro resistenza non deve essere dimenticata.

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Come Aisha Wahab è diventata la prima afghana-americana eletta al Congresso degli Stati Uniti

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Aisha Wahab

Redazione- Aisha Wahab, politica di origine afghana di 39 anni, ha vinto le elezioni speciali nel 14° distretto congressuale della California, entrando così alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e diventando la prima donna afghana-americana a essere eletta al Congresso.

Wahab ha sconfitto Melissa Hernandez, dirigente del sistema di trasporto pubblico della Bay Area di San Francisco. Dopo il giuramento, occuperà il seggio lasciato vacante dall’ex deputato democratico Eric Swalwell.

La vittoria rappresenta un nuovo capitolo nella carriera politica di Wahab. Prima di arrivare al Congresso, era già entrata nella storia della California come prima donna musulmana e prima afghana-americana eletta nella legislatura statale.

Nata a New York da genitori immigrati dall’Afghanistan, Wahab rappresenta una generazione di americani con radici migratorie che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più visibile nella vita politica degli Stati Uniti.

Perché questa vittoria è importante?

L’ingresso di Aisha Wahab al Congresso non è soltanto un successo personale. La sua elezione rappresenta un passaggio significativo per la comunità afghano-americana e, più in generale, per la presenza delle comunità immigrate nelle istituzioni politiche statunitensi.

Per una comunità segnata da decenni di guerra, instabilità e migrazione, vedere una donna di origine afghana entrare direttamente nell’istituzione che contribuisce a definire la politica degli Stati Uniti ha anche un forte valore simbolico.

La competizione elettorale ha inoltre mostrato quanto siano importanti le risorse finanziarie nella politica americana. Gruppi politici e super PAC hanno investito milioni di dollari nella campagna, riaccendendo il dibattito sul ruolo del denaro e delle organizzazioni politiche nelle elezioni.

Oltre il simbolo

L’importanza della vittoria di Wahab, tuttavia, non si limita alla sua origine. La sua carriera politica si è sviluppata attorno a temi che riguardano direttamente la vita quotidiana degli elettori, tra cui il costo della vita, la giustizia economica, i servizi pubblici e il sostegno alle fasce più vulnerabili della società.

La sua presenza alla Camera potrebbe inoltre dare maggiore visibilità alle questioni che riguardano gli immigrati e la comunità afghana negli Stati Uniti.

Naturalmente, questa elezione non significa ancora che la sua permanenza al Congresso sia garantita per un intero mandato. Wahab dovrà affrontare una nuova competizione elettorale per conquistare un mandato completo.

Ma una cosa è già cambiata: per la prima volta, una donna di origine afghana siede nel Congresso degli Stati Uniti.

La sua storia rappresenta quindi qualcosa di più di una semplice vittoria elettorale: è il percorso di una figlia di immigrati che è riuscita ad arrivare al cuore della politica americana e che ora porta con sé anche una parte della storia e dell’esperienza della comunità afghana negli Stati Uniti.

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Il grande progetto di Trump per Washington: edifici, monumenti e un lascito personale

“Stiamo costruendo una favolosa struttura militare alla Casa Bianca. È una sala da ballo, ma anche una struttura militare”. Con queste parole il presidente Donald Trump ha spiegato la demolizione dell’East Wing della Casa Bianca, dove verrà costruito un salone per feste che includerà anche un bunker di sicurezza sotterraneo. Trump spesso si autoproclama un costruttore, facendo riferimento ai suoi immobili e hotel sparsi in parecchi luoghi degli Usa, ma anche in Paesi esteri.

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Donald Trump

Redazione-  “Stiamo costruendo una favolosa struttura militare alla Casa Bianca. È una sala da ballo, ma anche una struttura militare”. Con queste parole il presidente Donald Trump ha spiegato la demolizione dell’East Wing della Casa Bianca, dove verrà costruito un salone per feste che includerà anche un bunker di sicurezza sotterraneo. Trump spesso si autoproclama un costruttore, facendo riferimento ai suoi immobili e hotel sparsi in parecchi luoghi degli Usa, ma anche in Paesi esteri. Non è l’unico progetto edilizio in programma a Washington. Infatti, parecchi altri sono in corso, creando l’impressione che la capitale americana sia un grande cantiere. Oltre alla demolizione dell’East Wing, il piano di abbellimento e rinnovamento edilizio di Trump include un Giardino Nazionale degli Eroi americani, un Arco di Trionfo ispirato a quello di Parigi, una promenade che collegherà il Lincoln Memorial al Potomac e altre modifiche che mirano a stabilire la sua influenza per il futuro.

Queste attività per rifare Washington secondo le sue preferenze si scontrano spesso con la legge, ma preoccupano anche per i costi, che Trump dice non essere un problema perché i contributi di privati copriranno le spese. In realtà, non è vero. La ristrutturazione dell’East Room costerà 900 milioni di dollari e si prevede che i contribuenti dovranno sborsare almeno una parte delle spese, che aumenteranno a causa del futuro mantenimento. Trump giustifica le spese asserendo che fornirà a futuri presidenti un luogo per le feste di insediamento, come pure per riunioni sicure. È stato notato che alla cena dei giornalisti della Casa Bianca tenutasi all’Hotel Waldorf Astoria vi fu un tentativo di attentato a Trump. Nulla di simile avverrebbe in futuro, secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, nello spazio monumentale della sala da ballo, che diverrebbe ovviamente anche “un lascito” architettonico di Trump.

C’è poi da considerare che i contributi di fondi privati non avvengono in maniera trasparente. L’accordo per la raccolta dei fondi per la sala da ballo alla Casa Bianca prevede che i donatori che vogliano rimanere nell’anonimato possano farne richiesta. Una lista incompleta di donatori è stata pubblicata, nella quale appaiono alcune delle più grandi Corporation. Tra queste Lockheed Martin, Microsoft, Amazon, Caterpillar e Google. Perché contribuiscono queste aziende ai lavori pubblici? Ovviamente lo fanno perché, quando Trump chiede soldi, lui sa benissimo chi contribuisce e si crede che queste aziende, che spesso hanno contratti col governo o i cui settori di attività sono regolati dal governo, potranno ricevere trattamenti generosi.

In effetti, queste donazioni al presidente consistono in investimenti che frutteranno quattrini in altri modi. Un rapporto del gruppo Public Citizen, organizzazione che tutela i diritti dei consumatori fondata da Ralph Nader nel 1971, ci informa che più di una dozzina di aziende che hanno donato soldi per la ricostruzione dell’East Wing hanno ricevuto nuovi o ampliati contratti con il governo per un totale di 50 miliardi di dollari. Inoltre, il rapporto di Public Citizen ci informa che 16 donatori hanno ricevuto benefici che hanno spianato loro la strada in fusioni societarie e altre agevolazioni in questioni di antitrust. Ci sono anche intoppi legali. Nel mese di dicembre del 2025, la National Trust for Historic Preservation, un gruppo che protegge siti storici, ha denunciato il governo di Trump per bloccare i lavori dell’East Wing, perché il Congresso non aveva approvato né stanziato fondi per il progetto.

Questi progetti per rifare Washington secondo la sua visione assillano Trump in maniera ossessiva. Secondo Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times, autori del recentissimo libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”, per il quale hanno intervistato Trump, il presidente Usa sarebbe ossessionato dalle rimodellazioni di Washington D.C. e passerebbe il 70 percento del suo tempo a programmare e gestire “il cantiere” di Washington D.C. Trump vuole che il suo nome appaia in lettere cubitali in questi progetti, come ha fatto con i suoi hotel. Lo abbiamo visto con la sua insistenza affinché il suo nome venga incluso nel Kennedy Center. Trump aveva fatto pressione sul consiglio del Kennedy Center, composto da fedeli al presidente, per aggiungere il suo nome al lato di Kennedy. Poi un giudice ha dichiarato che solo il Congresso può fare questo tipo di cambiamento e ha ordinato la rimozione del nome di Trump. Nel frattempo, la guerra in Iran continua, il costo della vita per gli americani aumenta e le elezioni di midterm sono alle porte, preoccupando i repubblicani, ma non il loro presidente, che già pensa al suo lascito, impresso sul nome degli edifici della capitale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Colombia – l’immagine della Vergine della Madonna di Guadalupe intatta dopo il teremoto

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Madonna di Guadalupe

Redazione-  Recentemente, un terremoto di magnitudo 7.4 ha scosso la Colombia, lasciando edifici spaccati, strade ricoperte di macerie e intere famiglie senza più nulla di riconoscibile delle loro case.

In mezzo a quel caos di cemento spezzato, qualcuno ha trovato qualcosa che non avrebbe dovuto sopravvivere: un’immagine della Vergine di Guadalupe, con i suoi colori visibili come se il disastro non fosse mai passato di lì. La fotografia è stata scattata e nel giro di pochi minuti era ovunque, condivisa su Facebook e X da migliaia di persone che non riuscivano a trovare altra parola per descriverla se non «miracolo».Nessuno ha ancora confermato chi abbia scattato la foto o dove esattamente nel Paese sia stata trovata quell’immagine. Ma mentre le autorità continuano a valutare i danni del terremoto, sui social media c’è già qualcosa di più forte dell’incertezza: la fede di migliaia di persone che l’hanno vista e hanno sentito di doverci credere.

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