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Economia

Saracinesche abbassate e borghi fantasma: il dramma dell’Italia che muore. L’appello di Confederazione Imprese per salvare i territori

BORGHI FANTASMA E SERRANDE ABBASSATE: in pochi anni l’Italia ha perso oltre 150mila negozi. L’allarme choc di Confederazione Imprese Italia! 📉 🇮🇹 Stiamo lasciando morire la parte più bella e autentica della nostra Italia: i piccoli Comuni e i centri storici! L’allarme lanciato oggi da Confederazione Imprese Italia è un vero pugno nello stomaco. Con lo spopolamento e il crollo dei consumi, migliaia di attività stanno chiudendo per sempre: tra il 2012 e il 2025 sono stati cancellati ben 156.000 negozi di vicinato in tutta la Nazione! I dati sono terrificanti: in centinaia di piccolissimi Comuni non esiste più nemmeno un negozietto di alimentari, un bar o un panificio! “Quando abbassa la serranda l’ultimo negozio, muore l’intera comunità”, sottolinea giustamente la Confederazione. Le botteghe non sono solo attività economiche, ma veri e propri presidi sociali, luoghi di ritrovo che tengono vive e sicure le strade. Cosa bisogna fare per fermare questa strage di Partite IVA? Basta elemosine a pioggia! Serve un “Patto per la Permanenza”: lo Stato deve garantire la totale detassazione e azzerare le tasse per chi decide coraggiosamente di aprire o mantenere un’attività nelle aree interne più difficili. “Non si può chiedere a un giovane o a un imprenditore di restare a perdere soldi per puro eroismo e attaccamento alle radici: restare e fare impresa in un piccolo borgo deve tornare a essere ECONOMICAMENTE CONVENIENTE!”. Leggi l’analisi drammatica nel nostro articolo! 👇 🏘️ Voi cosa ne pensate? È giusto togliere completamente le tasse ai negozianti e agli artigiani che decidono di tenere aperte le botteghe nei piccoli paesini che si stanno spopolando?

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borghi fantasma

Redazione  – C’è un’Italia silenziosa e meravigliosa che sta lentamente morendo, giorno dopo giorno, asfissiata dall’indifferenza burocratica e dalla miopia politica. È l’Italia delle aree interne, dei piccoli borghi appenninici e dei centri storici che, un tempo, rappresentavano il cuore pulsante e l’orgoglio della nostra Nazione. Con la ripresa delle attività lavorative dopo la pausa estiva, Confederazione Imprese Italia torna a battere i pugni sul tavolo per riportare al centro del dibattito economico e istituzionale il tema più urgente e drammatico dei nostri tempi: il mostruoso spopolamento territoriale e la progressiva desertificazione economica e commerciale dei nostri paesi.

La spirale letale: senza negozi i paesi muoiono

Il documento d’analisi presentato dalla Confederazione accende i fari su una problematica che, fino ad oggi, è stata affrontata quasi esclusivamente sotto un arido profilo demografico. In realtà, il crollo delle nascite e l’esodo verso le metropoli innesca una spirale economica letale: quando un territorio perde i suoi abitanti, crollano inevitabilmente i consumi locali.
Quando diminuiscono i consumi, aumentano a dismisura le difficoltà finanziarie delle attività economiche, schiacciate da tasse altissime. Così, inesorabilmente, chiudono le botteghe, abbassano le serrande le piccole imprese e spariscono i servizi di base. A quel punto, il territorio diventa ancora meno attrattivo e persino ostile per i giovani, per le nuove famiglie e per gli investitori. È un circolo vizioso: “Meno residenti, meno consumi, meno imprese, meno servizi, e di nuovo meno residenti”. Una catena che va spezzata immediatamente.

I numeri choc: persi oltre 150mila negozi in Italia

I dati elaborati su base nazionale fanno letteralmente venire i brividi. Alla fine del 2024, in Italia, si contavano ben 5.523 Comuni con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti (dove vivono oltre 9,6 milioni di persone). Ebbene, in ben 206 di questi Comuni non esiste più alcun esercizio di commercio al dettaglio, mentre 425 sono totalmente privi di attività alimentari e in altri 1.124 sopravvive, a fatica, un solo negozio di alimentari.
La demografia commerciale parla chiarissimo: tra il 2012 e il 2025, in Italia, sono stati letteralmente cancellati circa 156.000 negozi di vicinato e attività ambulanti. Un’ecatombe silenziosa di partite IVA.

Il negozio è vita: le saracinesche spente e il buio sociale

Come sottolinea magistralmente Confederazione Imprese Italia, il commercio di prossimità non deve essere visto solo come un banale scambio di denaro e merci, ma come una vera e propria infrastruttura sociale del territorio. Un negozietto di alimentari, un piccolo bar di piazza, un panificio, la farmacia locale o una bottega artigiana non producono soltanto occupazione.
Queste storiche attività generano preziose relazioni umane, mantengono vive e illuminate le strade, garantiscono servizi vitali per gli anziani e contribuiscono alla sicurezza dei luoghi. “Quando una saracinesca si abbassa per sempre, non perde soltanto l’imprenditore, ma perde irrimediabilmente l’intera comunità”, si legge nella nota. Così come i borghi storici ristrutturati magnificamente con i fondi pubblici, ma lasciati senza abitanti e senza negozi, si trasformano in splendide ma inutili scenografie teatrali vuote.

La soluzione: il grande “Patto per la permanenza”

Cosa fare, dunque, per arginare questo disastro? La Confederazione chiede a gran voce la fine degli incentivi a pioggia e dei contributi occasionali “a fondo perduto” che non risolvono il problema strutturale. Viene proposto invece un grande “Patto per la permanenza e la rigenerazione economica” tra Governo, Regioni e Comuni.
Le priorità sono chirurgiche: serve un’immediata fiscalità di vantaggio (decontribuzione e detassazione totale) per chi decide di aprire, rilevare o mantenere aperta un’attività commerciale nelle aree più fragili e spopolate. Bisogna azzerare le tasse sulle “vetrine spente” per farle riaprire, creare programmi integrati per la casa e l’impresa a favore dei giovani, e potenziare drasticamente la sanità, la viabilità e internet nelle aree interne.

“Non si resta per eroismo: deve essere conveniente”

La sfida per i prossimi vent’anni, conclude la Confederazione, si riassume in uno slogan potentissimo: rendere conveniente restare. “Non possiamo chiedere a un giovane di rimanere nel proprio territorio esclusivamente per amore romantico delle proprie radici, né possiamo costringere un imprenditore a mantenere aperta un’attività economicamente fallimentare soltanto perché rappresenta un presidio sociale”.
Lo Stato deve ricreare le condizioni economiche affinché lavorare e investire nei piccoli Comuni torni a essere un’opportunità di profitto e di benessere, e non una scelta eroica e penalizzante. Vogliamo un’Italia ammassata in poche, caotiche metropoli, o vogliamo un Paese diffuso, vivo e identitario? Il tempo per decidere sta scadendo.

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Economia

Ritorno a scuola da incubo, stangata pazzesca su libri e materiale didattico: la guida pratica per risparmiare centinaia di euro

Ritorno a scuola, arriva la stangata da incubo su libri e zaini! Ecco la nostra “Guida Salvavita” per risparmiare centinaia di euro! 📚 💸 L’estate sta finendo e per milioni di genitori italiani sta per suonare la temutissima e salatissima campanella scolastica! Tra inflazione altissima e continui rincari speculativi, comprare i libri di testo nuovi, riempire gli astucci e acquistare gli zaini è diventato un lusso pazzesco: quest’anno si stima una spesa che supera facilmente i 600 euro a figlio! Un vero e proprio bagno di sangue per le famiglie! Ma non disperate, difendersi da questo salasso è possibile organizzandosi bene! Come fare? 1) IL MERCATO DELL’USATO: non comprate libri nuovi! Rivolgetevi ai mercatini o ai grandi portali online per i testi di seconda mano, si risparmia fino al 60% (e ricordatevi di rivendere i vostri vecchi libri!). 2) LE SCORTE SCONTATE: non andate a comprare quaderni e penne all’ultimo secondo, studiate i volantini dei supermercati e fate mega-scorte approfittando del “sottocosto”. 3) LE CHAT DI CLASSE: unitevi con gli altri genitori per fare ordini enormi all’ingrosso su internet e dividete le spese! 4) BASTA MARCHI COSTOSI: comprate diari e zaini “no-brand” di ottima qualità. Evitare il marchio famoso (o quello dello Youtuber del momento) vi farà risparmiare quasi il 70% della spesa! Educare i figli al valore dei soldi è la materia più importante! Leggi la guida completa nel nostro articolo! 👇 🎒 E voi quali strategie state usando per risparmiare quest’anno sul rientro a scuola? Raccontateci i vostri trucchi!

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Caro libri scuola

Redazione  – Le vacanze estive stanno volgendo inesorabilmente al termine, le giornate iniziano impercettibilmente ad accorciarsi e per milioni di famiglie italiane si avvicina il momento più temuto (e salato) dell’intero anno solare: il fatidico e inesorabile ritorno a scuola. Settembre è da sempre un mese complicatissimo per il bilancio domestico, ma quest’anno si preannuncia un vero e proprio bagno di sangue finanziario.
Tra l’inflazione galoppante che non accenna a diminuire e i rincari folli applicati dalle grandi aziende produttrici, la famosa “stangata autunnale” sta per abbattersi impietosamente sui portafogli dei genitori. Acquistare i libri di testo aggiornati, comprare uno zaino resistente, riempire gli astucci con penne, pennarelli, quaderni e materiale didattico sembra diventato un vero e proprio lusso per pochi. Le associazioni a tutela dei consumatori stimano rincari medi che sfiorano il 10% rispetto all’anno precedente, portando la spesa complessiva a superare ampiamente i 600 euro a figlio (con picchi vertiginosi per chi deve affrontare il primo anno delle scuole superiori).
Tuttavia, non tutto è perduto. Difendersi da questo inaccettabile salasso è ancora possibile, basta armarsi di tanta pazienza, furbizia e spirito di organizzazione. Ecco la nostra “guida salvavita” con i consigli d’oro per abbattere drasticamente i costi del rientro in classe.

Il mercato dell’usato: un tesoro tra i banchi di scuola

La voce che incide in maniera più devastante e crudele sul bilancio familiare è senza dubbio quella relativa ai libri di testo. Le case editrici propongono continuamente “nuove edizioni” che spesso cambiano solo per la copertina o per l’ordine dei capitoli, rendendo apparentemente obsoleti i vecchi testi. Ma non bisogna cadere in questa trappola commerciale!
Il primo, sacrosanto comandamento per risparmiare è affidarsi al florido mercato dell’usato. Rivolgetevi ai mercatini storici della vostra città, alle librerie indipendenti che trattano il circuito di “seconda mano”, oppure esplorate i famosissimi portali online (come Il Libraccio, Vinted o subito.it). Acquistare un libro usato in buone condizioni permette un risparmio netto dal 40% al 60% sul prezzo di copertina originale. E non dimenticate di rivendere immediatamente i vostri libri dell’anno precedente: i soldi incassati vi serviranno per finanziare parzialmente i nuovi acquisti!

La guerra dei supermercati e lo “scorte-party”

Per quanto riguarda l’acquisto del materiale didattico (quaderni, penne, matite, evidenziatori, colle e raccoglitori ad anelli), il segreto è giocare d’anticipo e sfruttare la feroce concorrenza della grande distribuzione. Evitate di comprare tutto e subito all’ultimo minuto nella cartoleria sotto casa.
A fine agosto e nei primissimi giorni di settembre, i grandissimi ipermercati e le catene di elettronica lanciano campagne promozionali aggressivissime per attirare i clienti. Tenete d’occhio i volantini cartacei e digitali: spesso i quadernoni e le penne vengono venduti letteralmente in “sottocosto”. Acquistate enormi quantità di materiale (le classiche “scorte di guerra”) quando i prezzi sono stracciati e teneteli nell’armadio a disposizione per l’intero anno scolastico. In questo modo dimezzerete la spesa per la cancelleria.

Il potere di fare squadra: chat di classe e gruppi d’acquisto

L’unione fa la forza, specialmente quando si tratta di risparmiare denaro. Sfruttate le tanto criticate (ma in questo caso utilissime) “Chat delle mamme” su WhatsApp per organizzarvi con gli altri genitori. Unendo le forze, potrete formare dei veri e propri Gruppi di Acquisto Solidale (GAS).
Comprare trenta risme di carta, decine di dizionari o scatole intere di pennarelli tramite i grandi grossisti online, dividendo poi la spesa equamente tra tutte le famiglie della classe, vi garantirà un prezzo all’ingrosso clamorosamente inferiore rispetto al normale acquisto al dettaglio.

Il coraggio di dire “No” alle grandi firme del momento

Infine, l’aspetto forse più difficile, perché tocca l’educazione dei nostri figli. Zaino, astuccio e diario sono diventati dei veri e propri status symbol tra i giovani. Tutti vogliono l’astuccio del loro Youtuber preferito, o lo zaino super-firmato che costa quanto un gioiello in vetrina.
Per risparmiare centinaia di euro, bisogna avere la forza morale di non rincorrere disperatamente il marchio di moda del momento. Optate per zaini di ottima qualità manifatturiera (magari monocromatici e robusti, che possano durare per anni) ma slegati dal logo della grande multinazionale. E ricordate che il diario scolastico serve per scriverci i compiti, non per fare una sfilata di moda: i modelli “no-brand” offerti nei supermercati costano un terzo rispetto a quelli firmati e svolgono esattamente la stessa preziosissima funzione. Educare i nostri figli al reale valore del denaro e del risparmio è la lezione più bella e importante che possano imparare prima ancora che suoni la campanella.

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Economia

Benzina a 1,83 euro! Il “miracolo” dei distributori comunali che sconfiggono il caro-carburante e salvano i piccoli borghi italiani

Il “miracolo” dei sindaci che salvano i cittadini dal caro-benzina! Hanno comprato il distributore e la vendono a prezzo di costo! E la fila è chilometrica… ⛽ 🚗 Mentre nelle nostre città e in autostrada i prezzi di benzina e gasolio continuano a sfondare i due euro al litro mettendoci tutti in ginocchio, ci sono dei piccoli (ma grandiosi) Comuni italiani che hanno trovato la ricetta perfetta per sconfiggere i rincari folli delle multinazionali! Di fronte al rischio di restare senza benzinaio e vedere morire i propri paesi isolati in montagna, alcuni sindaci coraggiosi hanno preso una decisione rivoluzionaria: il Comune ha comprato il vecchio distributore chiuso e si è messo a vendere la benzina… a PREZZO DI COSTO, senza guadagnarci nemmeno un centesimo! È il caso meraviglioso del Comune di Force (Ascoli Piceno), che gestisce in proprio le pompe applicando un ricarico di appena 7 centesimi al litro (che serve solo per pagare la bolletta e la manutenzione della macchinetta)! Il risultato? A Force la benzina self-service si paga appena 1,83 euro al litro, e il diesel 1,92! I cittadini ringraziano, e tantissimi automobilisti disperati arrivano apposta dai paesi vicini per fare il pieno risparmiando tantissimi soldi! Stessa bellissima intuizione nei comuni di Valle Castellana (Teramo) e Montedinove, veri e propri eroi che combattono contro l’isolamento! Leggi come funziona questo fantastico modello comunale nel nostro articolo! 👇 💰 Siete d’accordo? Tutti i Comuni italiani (anche quelli grandi) dovrebbero aprire almeno un distributore civico a prezzo di costo per aiutare chi deve usare l’auto per andare a lavorare?

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Carburanti

Redazione – Mentre in gran parte d’Italia le famiglie, i pendolari e le imprese boccheggiano schiacciati dal peso insostenibile del caro-carburante (con il diesel e la benzina verde che spesso e volentieri sfondano drammaticamente il muro psicologico dei due euro al litro), ci sono alcune piccole e virtuose isole felici in cui la politica si rimbocca le maniche per salvare le tasche della sua gente.
Stiamo parlando del clamoroso e bellissimo “miracolo” dei distributori comunali di carburante. Quando le grandi multinazionali del petrolio decidono che un piccolo impianto di montagna non è più abbastanza redditizio e minacciano di chiuderlo, condannando interi paesi all’isolamento totale, ci sono sindaci coraggiosi che decidono di ribellarsi alle spietate logiche di mercato. La soluzione? Il Comune compra l’impianto e si mette a vendere la benzina ai suoi cittadini praticamente a prezzo di costo! È un fenomeno che sta assumendo sempre più importanza, spinto dalla necessità vitale di garantire un servizio essenziale ai residenti per scongiurare il dramma dello spopolamento montano.

Dal caso nazionale di Valle Castellana al modello ascolano

La scintilla mediatica che ha acceso i riflettori su questo meraviglioso modello di economia locale è scoppiata nei giorni scorsi con il caso “nazionale” di Valle Castellana, un piccolissimo centro incastonato nel teramano (Abruzzo). Qui, nel 2022, l’amministrazione ha eroicamente rilevato l’unico impianto presente sul territorio, ormai destinato a morte certa, e ha iniziato a vendere la benzina aggiungendo al prezzo di acquisto all’ingrosso soltanto i pochissimi centesimi strettamente necessari per coprire le spese elettriche e di gestione. Nessun profitto, nessuna speculazione: solo servizio puro.
Ma questo rivoluzionario modello solidale affonda le sue radici ancora più indietro nel tempo, varcando il vicino confine marchigiano. Nella provincia di Ascoli Piceno, infatti, questa pratica di sopravvivenza economica è ormai una consolidata e invidiatissima realtà da quasi dieci anni, capace di attrarre automobilisti disperati anche da molto lontano.

Il miracolo di Force: benzina a 1,83 euro e zero profitti per il Comune

Il caso più lampante ed eclatante è senza ombra di dubbio quello del Comune di Force (Ascoli Piceno). Qui, il provvidenziale distributore a gestione municipale è stato inaugurato nel 2016, subito dopo l’angosciante chiusura dell’impianto privato precedente. A spiegare il clamoroso “segreto” dei loro prezzi stracciati è direttamente il primo cittadino, Amedeo Lupi.
“Il nostro Comune aggiunge un ricarico di soli sette centesimi al litro sul prezzo di acquisto”, spiega con estremo orgoglio il sindaco Lupi. “Non c’è nessunissimo guadagno e nessuna speculazione per le casse del Comune. Questi sette centesimi sono esattamente i soldi minimi che ci servono per fare la manutenzione delle pompe. Lo facciamo solo ed esclusivamente per la nostra gente”. I risultati di questa gestione, totalmente affidata ai dipendenti comunali, sono sbalorditivi per i portafogli: attualmente a Force la benzina self-service si paga appena 1,838 euro al litro, mentre il gasolio si ferma a 1,928 euro al litro. Un vero e proprio miraggio rispetto alle autostrade e alle grandi città. “È un servizio immensamente apprezzato”, conclude il sindaco, “tanto che la voce si è sparsa e tantissimi automobilisti arrivano di proposito anche dai Comuni limitrofi per fare il pieno e approfittare di questo enorme risparmio”.

I pionieri di Montedinove: la lotta contro lo spopolamento

A pochissimi chilometri di distanza, nel comune di Montedinove, questa esperienza pionieristica è addirittura più antica. Il loro distributore civico è stato infatti il vero precursore, aperto nel lontano 2014. “Credo che siamo stati storicamente tra i primissimi in tutta Italia, se non il primo Comune in assoluto, a credere e investire in un distributore comunale”, racconta fiero il sindaco Antonio Del Duca. Oggi a Montedinove i prezzi sono leggermente superiori (1,999 euro per la benzina e 2,159 per il diesel), poiché la gestione diretta è passata a una società partecipata e sconta le aspre fluttuazioni del mercato all’ingrosso, ma l’obiettivo sociale e morale resta identico, sacro e incrollabile.
Per queste piccolissime comunità montane, infatti, la chiusura di un distributore di benzina non significa perdere un banale negozio. Significa la morte economica e sociale del paese. Significa costringere pensionati, madri di famiglia, lavoratori pendolari e piccole imprese agricole a guidare per decine di chilometri su strade tortuose solo per poter mettere venti euro di benzina. Mantenere accesa l’insegna di questi distributori comunali non è solo una battaglia per il risparmio: è una vera e propria e commovente resistenza umana e civile contro il rischio di spopolamento del nostro meraviglioso entroterra.

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Economia

“Fare la spesa oggi è come entrare in gioielleria”: il caro carburanti mette in ginocchio le famiglie e strangola i piccoli commercianti

“Comprare la frutta oggi è come entrare in gioielleria!”. Il dramma silenzioso delle famiglie e dei venditori ambulanti schiacciati dal rincaro della benzina 🛒 ⛽ Una passeggiata al mercato di quartiere per comprare un po’ di frutta e verdura, un tempo, era un piacere quotidiano. Oggi si è trasformata in un vero e proprio percorso a ostacoli per il portafogli! Il prezzo folle del gasolio, arrivato in molti distributori a sfondare il muro dei 2 euro al litro, si sta scaricando pesantemente sui costi di trasporto delle merci, e di conseguenza sui prezzi finali esposti sui banchi. Fruttivendoli e salumieri segnalano rincari all’ingrosso del 20%, e le famiglie sono disperate! “Mi piacciono le pesche, ma devo limitare gli acquisti: se questa settimana prendo un frutto, la settimana prossima lo salto”, confessa una cliente amareggiata. “Comprare da mangiare oggi è come entrare in gioielleria”. Ma il vero dramma lo vivono i piccoli commercianti ambulanti: “Se scaricassimo i costi di trasporto, delle autostrade e del suolo pubblico sui clienti, non venderemmo più niente”, confessa un salumiere. “Ci stiamo sacrificando e riducendo i guadagni per tenere i prezzi bassi, perché noi viviamo grazie ai pensionati, e se alziamo i prezzi loro non possono più mangiare!”. Un sacrificio eroico che però sta mettendo in ginocchio le piccole attività: “Oggi le uscite superano le entrate, non ce la facciamo più”. Leggi questo incredibile e amarissimo spaccato della nostra Italia nel nostro articolo! 👇 🍅 E voi avete notato questi aumenti folli al mercato e al supermercato? A cosa state rinunciando pur di risparmiare sulla spesa?

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Carso spesa

Redazione – C’è un dramma silenzioso, costante e pesantissimo che si consuma ogni singola mattina tra le strade delle nostre città. Non fa rumore, non riempie le prime pagine dei grandi giornali internazionali, ma scava solchi profondissimi nei bilanci e nella dignità di milioni di italiani. È il dramma del “caro spesa”, quell’inflazione galoppante trainata dal costo folle dei carburanti che sta letteralmente svuotando i carrelli delle nostre famiglie.
Basta fare una passeggiata tra i banchi del mercato di quartiere (come quello storico e popolarissimo di Vasari, in zona Porta Vittoria) per tastare con mano la disperazione della gente comune. Ascoltando le voci dei clienti e dei venditori ambulanti, emerge un quadro a dir poco desolante. «Tutto costa molto di più, vuoi per la siccità estiva, vuoi per i costi di trasporto. Fare la spesa al mercato, oggi, è diventato esattamente come entrare in una gioielleria». A pronunciare queste parole, amare e rassegnate, è una signora con la borsa della spesa mezza vuota. Il rincaro vertiginoso del gasolio si scarica inesorabilmente e crudelmente sui cartellini dei prezzi esposti sui banchi di frutta e verdura.

La spesa “a singhiozzo” e le rinunce dei consumatori

Di fronte a un’impennata dei prezzi così aggressiva, le abitudini alimentari degli italiani stanno subendo un drastico e doloroso ridimensionamento. «Io adoro tantissimo le pesche, mi piacciono da impazzire, ma ho dovuto limitarmi drasticamente», prosegue la cliente ai microfoni dei cronisti locali. «Ormai si fa a turno: una volta si prende una cosa, la volta dopo se ne deve prendere per forza un’altra. Una settimana si preferisce un frutto, la settimana successiva si rinuncia a quello e si compensa con la verdura».
Non si compra più per il piacere di mangiare, ma si acquista con il bilancino del farmacista in mano, calcolando ogni singolo centesimo per riuscire ad arrivare alla fine del mese.

Il grido di dolore dei commercianti: rincari del 20%

Dall’altra parte della barricata, dietro le bilance degli ambulanti, la situazione (se possibile) è ancora più drammatica e insostenibile. L’equazione economica è spietata. «Il gasolio per i nostri furgoni e per i camion dei fornitori è aumentato a dismisura, e di conseguenza aumenta in modo automatico anche la merce che portiamo qui nel nostro mercato», spiega un fruttivendolo visibilmente preoccupato. «Prendete le zucchine, le pesche, le albicocche (anche se siamo a fine stagione), o l’uva freschissima che ci arriva dalla Puglia: i costi di trasporto su gomma incidono in maniera devastante».
L’aumento netto indicato dagli operatori del settore si aggira intorno al sanguinoso 20 per cento. «Non è poco, è una cifra enorme», confessa il venditore, «E noi qui siamo costretti a fare salti mortali per tenere i prezzi un po’ calmierati, riducendo all’osso i nostri guadagni, altrimenti la gente non compra più nulla e la merce marcisce sui banchi».

Il sacrificio eroico: “Viviamo grazie ai pensionati”

Il vero ammortizzatore sociale di questo Paese, paradossalmente, sono proprio questi piccoli commercianti di quartiere, che stanno assorbendo i costi per non tradire la loro clientela storica. Spostandosi al banco dei salumi e dei formaggi, il titolare spiega infatti di avere i listini ostinatamente fermi da due o tre anni.
«Se noi commercianti dovessimo far pagare davvero ai clienti finali le nostre spese di carburante, i pedaggi delle autostrade impazziti, i rincari folli delle bollette, gli aumenti vertiginosi delle tasse per il suolo pubblico e quant’altro… usciremmo totalmente fuori budget e non potremmo letteralmente più vendere nulla», ammette con grande onestà l’ambulante. «Noi ci sacrifichiamo, rinunciamo ai guadagni per continuare a vendere a un prezzo basso perché il nostro mercato vive e respira con i pensionati, con la gente di una certa età che fa fatica. Il nostro margine di profitto è sparito. Se dovessi aumentare i prezzi anche solo del 20 per cento, non sarei più competitivo, verrei schiacciato dai miei colleghi e soprattutto dai grandi supermercati».

Il circolo vizioso: alla pompa di benzina e tra i banchi

Da un altro banco di ortofrutta vicino, la fotografia scattata da un venditore storico è tombale: «Le uscite, ormai, superano di gran lunga le entrate. È diventato quasi impossibile coprire tutte le voci di spesa».
Tra i clienti, la matematica del portafogli si fa prima al distributore e poi al mercato. Un uomo racconta la sua caccia al risparmio per muovere l’automobile: «Ieri ho fatto rifornimento in un distributore a prezzi scontati, in modalità self-service. L’ho pagata 1,916 euro al litro, che è già tantissimo, mentre in tutti gli altri distributori la benzina vola a 2,03 o 2,04 euro!». Un effetto domino spietato e inarrestabile: il pieno costa di più, la frutta costa di più, e alle famiglie (come ammette un’ultima cliente sconsolata) non resta che «limitarsi esclusivamente allo stretto indispensabile». Un’economia di sopravvivenza che rischia di spegnere il sorriso e il motore dell’Italia.

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