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“A TUTTE LE MADRI INVISIBILI”: L’ABBRACCIO DELLA GARANTE MONIA SCALERA OLTRE LE MURA DI CASTROGNO

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“A TUTTE LE MADRI INVISIBILI”: L’ABBRACCIO DELLA GARANTE MONIA SCALERA OLTRE LE MURA DI CASTROGNO

Redazione-  Ci sono giorni, sul calendario, che pesano più di altri. Sono i giorni della celebrazione, del calore domestico, degli abbracci rubati. Quando arriva la Festa della Mamma, il riflesso naturale è quello di guardare alle tavole imbandite e ai regali festosi. Ma c’è un luogo, ai margini dello sguardo pubblico, dove questa giornata non suona come una festa, ma come un’eco dolorosa di assenze: è la Casa Circondariale di Teramo, a Castrogno.

Ed è proprio qui, tra le mura che separano la libertà dalla privazione, che è arrivata una carezza inaspettata. La dott.ssa Monia Scalera, Garante dei detenuti, ha scelto di non limitarsi al ruolo istituzionale, decidendo di scrivere una lettera alle donne detenute nel carcere teramano. Un messaggio che è un ponte di umanità lanciato oltre il cemento, un atto di ascolto che restituisce dignità a chi, in questo giorno, si sente “invisibile”.

Oltre il ferro, il filo invisibile dell’amore

Nella sua missiva, la dott.ssa Scalera non usa il linguaggio freddo delle carte bollate o dei verbali. Si spoglia di ogni carica per parlare, da madre a madre, a chi vive la maternità dietro una sbarra. “Vi scrivo con il cuore di una mamma”, esordisce, riconoscendo che tra i corridoi e le celle di Castrogno il silenzio oggi urla più forte.

Il cuore del messaggio è un’esortazione potente a non arrendersi alla colpa. In un contesto dove la distanza è spesso sinonimo di distacco, la Garante ricorda alle detenute che l’essere madre non si interrompe con la detenzione. “Il legame con un figlio non conosce confini fisici, è un filo invisibile che attraversa i cancelli e non si spezza mai”, scrive la dott.ssa Scalera. Questa riflessione scardina lo stigma del “genitore inadeguato”, ricordando a quelle donne che anche una telefonata, un pensiero o una speranza nutrita nel buio sono forme di resistenza.

La maternità come forma di resistenza

Ciò che rende la lettera della dott.ssa Scalera particolarmente significativa è la capacità di guardare oltre lo sbaglio, verso la persona. La detenzione sospende la libertà, non l’identità. Per una madre reclusa, il tempo non si conta in giorni di pena, ma in assenze dal quotidiano dei propri figli. Quel “profumo” dei figli, evocato con delicatezza nella lettera, diventa il simbolo di una memoria che non deve sbiadire, ma che deve fungere da ancora di salvezza.

“Essere madri oltre il muro è una forma di resistenza silenziosa”, afferma con lucida empatia la Garante. È un invito a riscoprire la propria importanza, a non lasciare che la giustizia penale diventi anche una condanna affettiva. La lettera diventa così un atto di cura: una parola autentica capace di curare le ferite dell’autostima, spesso logorata dal senso di inadeguatezza che il carcere porta con sé.

Un segnale di civiltà

La scelta della dott.ssa Scalera è un monito importante per l’intera comunità. Il carcere non dovrebbe essere un buco nero dove l’umanità scompare, ma un luogo dove, pur nella limitazione, si coltiva la possibilità di rinascita. Riconoscere la maternità di queste donne significa riconoscere che, in fondo, siamo tutti esseri umani segnati dal desiderio di legami, di comprensione e di futuro.

In questo giorno simbolico, il gesto della Garante di Teramo ci ricorda che la vera civiltà di un Paese si misura da come tratta chi ha sbagliato, ma anche da come sa preservare il diritto all’amore di chi, nonostante l’errore, continua a definirsi “madre”. La lettera di Monia Scalera non è solo un omaggio a un’occasione celebrativa, ma una lezione di empatia: la dimostrazione che, anche laddove il mondo vorrebbe cancellare, le parole possono ricomporre il tessuto umano. Perché, come ricorda la Garante, un amore materno non resta mai prigioniero.

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“Quando l’immagine vale più dell’opera”: la lucida e spietata riflessione di Menda Vreto contro i salotti chiusi della cultura dell’apparenza

Smettiamola di premiare l’apparenza e torniamo a valorizzare il sudore e il merito! 📖 ✍️ È online il durissimo, spietato ma meraviglioso editoriale di Menda Vreto intitolato “Quando l’immagine vale più dell’opera”. Una riflessione profondissima su un sistema culturale malato, fatto di “salotti chiusi” in cui ci si scambiano premi, favori e fotografie tra amici, tagliando fuori i giovani talenti veri che non hanno santi in paradiso. “I ragazzi stanno imparando che per avere successo bisogna curare le pubbliche relazioni prima della propria formazione, e questo è un crimine”, denuncia l’autrice, puntando il dito contro le riviste compiacenti e le giurie poco trasparenti. “Non cercate di sembrare qualcuno, lavorate finché non lo diventate. Costruite un’eredità per il futuro, non una sterile immagine”. Leggete questo capolavoro di pensiero critico nel nostro nuovo articolo! 👇 🏛️

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Menda Vreto

Redazione – C’è una domanda, urgente e scomoda, che dovremmo porci molto più spesso quando guardiamo al mondo che ci circonda: che cosa stiamo insegnando ai giovani con il modo in cui ci comportiamo? La risposta, purtroppo, non risiede nei bei discorsi accademici che facciamo loro, ma nell’esempio pratico e tangibile che diamo ogni giorno. L’allarme è lanciato dalla penna acuta e profonda di Menda Vreto, che in questo splendido e amaro editoriale dal titolo emblematico (“Quando l’immagine vale più dell’opera”) fotografa la drammatica deriva narcisistica della società e del sistema culturale contemporaneo.

L’esempio che diamo ai giovani: visibilità o sostanza?

La nuova generazione, osserva lucidamente Vreto, non impara soltanto dai libri, dalle università o dalle scuole. Impara in modo osmotico dalle persone che vede costantemente in televisione, sulle copertine dei giornali, nelle prestigiose conferenze e, soprattutto, sui social network. I giovani imparano osservando chi viene sistematicamente invitato, chi viene pubblicato, chi viene valorizzato, chi viene premiato e, cosa ancor più grave, quale tipo di comportamento viene premiato dalla società.

Nel nostro spazio pubblico si è ormai incistata una cultura tossica in cui l’apparenza corre immancabilmente più veloce del lavoro. Persone che sentono il bisogno compulsivo di definirsi “giornalisti”, “analisti”, “esperti” o “figure importanti” solo per il gusto di fregiarsi di un titolo. L’esperienza, però, non nasce da una frase scritta in una bio su Instagram o su Wikipedia: nasce dopo anni insonni di lettura, studio, sudore, errori e confronto leale con la critica. Un giornalista non si misura dal numero di interviste che rilascia per puro egocentrismo, ma dal coraggio e dalla responsabilità con cui cerca la verità. Lo scrittore non diventa immortale perché si fa fotografare con autori famosi nei salotti, ma quando il suo testo scava un solco incolmabile nell’anima del lettore. Qui risiede la differenza, enorme e incolmabile, tra immagine e opera.

I “club chiusi” della cultura: premi, favori e vetrine di autopromozione

Se un giovane alle prime armi, pieno di passione ma ancora acerbo, si guarda intorno e capisce che per emergere deve smettere di studiare per iniziare a curare la propria visibilità, allora l’intera società ha miseramente fallito. L’invito a un panel arriva prima dell’articolo di qualità, il certificato vale più della conoscenza, il premio precede l’opera.

L’autrice lancia un durissimo atto d’accusa contro i cosiddetti “salotti culturali”. Un piccolo gruppo chiuso organizza un evento, invita gli amici, si scambiano fotografie, le riviste amiche pubblicano gli articoli, e il giorno dopo i premiati diventano premianti degli stessi organizzatori. Un circuito vizioso e autoreferenziale che crea la falsa illusione di una scena culturale vivace. Ma dove sono i giovani? Dove sono le ragazze che pubblicano le prime poesie, i registi senza budget, i traduttori di autori sconosciuti, i ricercatori chiusi negli archivi? Una cultura che non crea spazio e non cede il passo alla generazione successiva rischia di trasformarsi in un club chiuso, condannato a parlare tristemente da solo con la propria eco.

La responsabilità dei media: smontare i finti “miti pubblici”

In questo meccanismo perverso, i media, le giurie dei premi letterari e le riviste culturali hanno una responsabilità gigantesca. Un premio non deve soltanto essere giusto, ma deve anche apparire giusto e trasparente al pubblico, al riparo da ogni minimo sospetto di conflitto di interessi, favoritismo o clientelismo familiare.

Le riviste non dovrebbero mai fungere da specchio narcisistico per l’autopromozione di una cerchia ristretta. Dovrebbero avere il sacro coraggio di recensire negativamente un libro debole, anche se l’autore è “famoso”. Dovrebbero essere finestre spalancate su idee mai ascoltate, perché nel momento in cui una rivista si trasforma in un ufficio stampa per gli amici, non serve più alla cultura, ma serve solo all’immagine. Quando la stampa continua a definire “figura importante” qualcuno solo per partito preso, contribuisce a creare piccoli, fragilissimi miti pubblici. “Qualcuno può diventare famoso solo perché è famoso. Ma questo è un meccanismo di visibilità, non è cultura”.

L’appello: “Costruite un’eredità, non un’immagine”

La cultura sana e vibrante non deve per forza rassicurare o rendere felici, deve piuttosto disturbare il potere ed essere scomoda quando la verità fa male. Perdere il talento di un giovane perché non aveva i mezzi o le conoscenze per “entrare nel club” è un crimine contro il futuro della società, sottolinea l’autrice.

La chiusura dell’editoriale di Menda Vreto è un inno motivazionale alla resistenza culturale rivolto alle nuove generazioni: “Non è una vergogna essere sconosciuti, non avere premi o fotografie con personaggi famosi. La vera vergogna è costruire una facciata di grandezza prima di aver costruito un’opera. Non cercate di entrare in ogni rivista, ma fate un lavoro che un giorno dia alle riviste un motivo per cercarvi. Perché se di noi rimangono soltanto le fotografie, i titoli e gli elogi che ci siamo fatti da soli, allora dobbiamo ammetterlo: abbiamo costruito un’immagine, non un’eredità. E noi non abbiamo bisogno di una generazione che sappia apparire, ma di una generazione che sappia creare”.

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Chi governa realmente il mondo oggi?

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Ndue Dragusha
Redazione-  Il mondo moderno si presenta come un sistema ordinato: Stati sovrani, istituzioni funzionanti, leggi scritte e procedure chiare. Ogni cosa sembra avere il proprio posto e ogni potere la propria fonte legittima. Ma l’ordine apparente non è sempre ordine reale, così come la forma non garantisce necessariamente la sostanza. Dietro questa organizzazione istituzionale esiste un’altra forma di governo, più taciturna, più flessibile e meno esposta alla responsabilità pubblica.
In questa realtà, la domanda fondamentale non è più “chi governa?”, ma “dove risiede il potere?”. Perché il potere, a differenza dell’autorità formale, non ha sempre bisogno di mostrarsi. Agisce attraverso l’influenza, la dipendenza e il condizionamento, non necessariamente attraverso ordini diretti. In questo senso, il mondo non è governato soltanto da coloro che appaiono sulla scena, ma anche, (e soprattutto spesso), da coloro che rimangono dietro le quinte.
Storicamente, il potere è passato dalle forme brutali a quelle più sofisticate. Un tempo governava attraverso la forza fisica; oggi governa attraverso le strutture. Un tempo i re governavano mediante la paura; oggi i sistemi governano attraverso la necessità. Il potere moderno non ha più bisogno di reprimere apertamente: gli basta creare dipendenza economica, insicurezza sociale e l’illusione della scelta.
In questa trasformazione, la politica ha progressivamente perso il proprio ruolo centrale nel processo decisionale. È diventata sempre più amministratrice di realtà imposte da fattori economici, finanziari e tecnologici. Il Parlamento discute, il governo approva, ma spesso la decisione è stata presa prima e altrove, da interessi che non sono sottoposti né al voto né al controllo pubblico. Nasce così un paradosso pericoloso: le istituzioni esistono, ma il potere reale scivola al di fuori di esse.
Nel mondo contemporaneo, il capitale ha acquisito una forma di potere che supera confini, leggi e, talvolta, persino principi morali. Non ha nazionalità, non riconosce una responsabilità sociale e non è sottoposto al giudizio elettorale. Il capitale si sposta liberamente là dove il profitto è maggiore, lasciando dietro di sé conseguenze di cui raramente si assume la responsabilità. Gli Stati, soprattutto quelli economicamente più deboli, si trovano spesso di fronte a una falsa alternativa: accettare le condizioni del mercato globale oppure rischiare il collasso. In questo rapporto asimmetrico, la sovranità diventa relativa e la politica perde la propria autonomia. Le decisioni vengono prese per rassicurare i mercati, più che per tutelare i cittadini. In questo modo, la governance reale si sposta dal servizio pubblico alla stabilità finanziaria, dal benessere delle persone ai bilanci economici.
La democrazia, in questo contesto, rischia di trasformarsi in un meccanismo di legittimazione più che di reale decisione. I cittadini votano, ma le elezioni offrono spesso alternative che cambiano nella forma, non nella sostanza. Il dibattito politico si polarizza, mentre le strutture del potere rimangono sostanzialmente invariate. Si crea così una sorta di stanchezza democratica: le persone sentono di partecipare, ma di non poter incidere. Parlano, ma non vengono ascoltate. Questo divario tra partecipazione formale e influenza reale alimenta cinismo, apatia e sfiducia. Una democrazia priva di potere effettivo è come una voce senza eco: esiste, ma non riesce a modificare la realtà.
Uno degli aspetti più inquietanti del potere contemporaneo è la mancanza di responsabilità. Decisioni che distruggono economie, ledono la dignità delle persone o producono profonde disuguaglianze raramente hanno autori facilmente identificabili. La responsabilità viene frammentata, si perde nelle strutture e viene giustificata come una «necessità». Quando il potere non ha un nome, non ha nemmeno un responsabile da chiamare a rispondere. E quando non c’è responsabilità, l’ingiustizia finisce per essere normalizzata.
In questa realtà, il cittadino non è più il centro del sistema, ma una sua variabile. Si adatta, invece di decidere. Consuma, invece di incidere. Si informa, ma non dispone degli strumenti necessari per modificare il corso degli eventi. La sua libertà viene misurata sempre più dalla capacità di sopravvivere, anziché dalla possibilità di vivere con dignità. Il potere moderno non reprime necessariamente il cittadino: lo logora. E una società stanca è più facile da governare.
La domanda «chi governa il mondo?» non è soltanto politica; è anche una questione morale. Perché, in fondo, il potere esiste nella misura in cui la società glielo consente. Il silenzio, l’adattamento e la normalizzazione dell’ingiustizia sono forme di collaborazione passiva. Il cambiamento non comincia necessariamente con una rivoluzione, ma con la consapevolezza. Con il rifiuto di accettare l’ingiustizia come una regola. Con il ritorno della questione morale al centro del dibattito pubblico.
Il mondo di oggi non è governato soltanto dai governi. È governato da interessi, strutture e meccanismi che spesso non vediamo, ma di cui avvertiamo gli effetti. E finché non avremo il coraggio di dar loro un nome, comprenderli e sottoporli al confronto pubblico, il potere continuerà a essere invisibile, ma terribilmente reale.
La domanda rimane aperta:
Continueremo a vivere in un mondo governato senza voce, oppure riusciremo a restituire la voce là dove si prendono le decisioni?

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Moira Paggi, quando l’inclusione diventa una scelta quotidiana

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Moira Paggi

Redazione- Nel panorama dell’impegno sociale dedicato alle persone con disabilità, il valore delle associazioni si misura soprattutto nella capacità di trasformare i principi dell’inclusione in opportunità concrete. È in questa prospettiva che si inserisce il lavoro di Moira Paggi, figura impegnata nel mondo di ANFFAS Per Loro, realtà che pone al centro della propria attività la persona, i suoi diritti, la sua dignità e la possibilità di costruire un futuro realmente partecipato.

Quello dell’inclusione non è, infatti, un tema che può essere relegato alle dichiarazioni di principio. Significa creare condizioni affinché ogni individuo possa esprimere le proprie capacità, coltivare relazioni, partecipare alla vita della comunità e sentirsi parte integrante della società. Un percorso che richiede sensibilità, competenza e soprattutto continuità.

In questo contesto, l’impegno di Moira Paggi assume un significato particolare. Il suo approccio si colloca all’interno di una cultura della cura che non guarda alla disabilità esclusivamente attraverso il bisogno di assistenza, ma riconosce nella persona una ricchezza di potenzialità, desideri e aspirazioni.

È questa una delle sfide più importanti per il Terzo settore contemporaneo: superare definitivamente una visione assistenzialistica e promuovere, invece, una concezione fondata sull’autonomia, sull’autodeterminazione e sulla piena cittadinanza. Una rivoluzione culturale prima ancora che organizzativa.

ANFFAS rappresenta da decenni un punto di riferimento nel dibattito nazionale sui diritti delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Il lavoro quotidiano delle realtà territoriali contribuisce a mantenere vivo quel dialogo tra famiglie, istituzioni, operatori e comunità che è indispensabile per costruire percorsi realmente inclusivi.

E proprio le persone che scelgono di dedicare tempo, professionalità ed energie a questo mondo diventano protagoniste di una trasformazione silenziosa ma profonda. Moira Paggi interpreta questo impegno con una sensibilità che mette al centro l’ascolto e la necessità di non lasciare indietro nessuno.

La vera inclusione, del resto, non consiste nel chiedere alle persone più fragili di adattarsi a una società già costruita. Significa ripensare quella società affinché possa accogliere le differenze come parte naturale della propria identità.

È una prospettiva che coinvolge tutti: le famiglie, la scuola, il lavoro, le istituzioni, il mondo della cultura e quello dell’informazione. Perché parlare di disabilità significa parlare di diritti, di opportunità e della qualità stessa della nostra democrazia.

Nel percorso di Moira Paggi e nell’esperienza di ANFFAS Per Loro emerge dunque un messaggio preciso: l’inclusione non è un gesto di solidarietà, ma un diritto da rendere concreto ogni giorno.

Ed è proprio nella quotidianità, lontano dai riflettori, che si misura la qualità di una comunità. Una comunità capace di riconoscere ogni persona non per ciò che le manca, ma per ciò che può essere, fare e diventare.

In questa prospettiva, l’impegno di Moira Paggi rappresenta una testimonianza significativa di quella cultura dell’inclusione che non si limita a raccontare il cambiamento, ma prova concretamente a costruirlo.

In foto Davide Cisternino e Moira Paggi

In foto Davide Cisternino e Moira Paggi

Moira, quando si parla di disabilità si parla spesso di difficoltà, limiti, fragilità. Lei da dove partirebbe, invece?

Partirei dalla persona. Prima della disabilità c’è un essere umano, con desideri, emozioni, talenti, paure e sogni. Il rischio più grande è quello di definire una persona attraverso una caratteristica e dimenticare tutto il resto. La disabilità non dovrebbe essere una lente attraverso cui osservare qualcuno, ma soltanto una parte della sua storia. E forse la vera domanda non è “che cosa non può fare?”, ma “che cosa possiamo fare insieme perché possa esprimere pienamente se stesso?”.

L’inclusione è diventata una parola molto utilizzata. Ma che cosa significa davvero?

Significa smettere di considerare qualcuno “diverso” perché non corrisponde a un modello prestabilito. L’inclusione autentica non consiste nel concedere uno spazio a qualcuno, ma nel riconoscere che quello spazio gli appartiene già. Una società è realmente inclusiva quando non ha bisogno di spiegare continuamente perché una persona debba esserci: semplicemente, quella persona c’è, partecipa, sceglie e vive.

C’è una domanda filosofica che spesso accompagna il nostro tempo: siamo noi a costruire i limiti oppure sono i limiti a costruire noi?

Credo che molti limiti vengano costruiti dallo sguardo degli altri. A volte una persona viene considerata incapace prima ancora di aver avuto la possibilità di dimostrare ciò che sa fare. E questo è un limite molto più grande della disabilità stessa. Quando togliamo a qualcuno la possibilità di scegliere, di sbagliare e persino di fallire, non lo stiamo proteggendo: gli stiamo sottraendo una parte della sua libertà.

 

Quanto è importante la famiglia nel percorso di una persona con disabilità?

È fondamentale, ma anche la famiglia ha bisogno di non sentirsi sola. Una famiglia non dovrebbe essere costretta a trasformarsi in un’intera rete sociale. Servono servizi, istituzioni, associazioni e comunità. Il futuro di una persona non può dipendere soltanto dalla forza della propria famiglia. Deve essere una responsabilità collettiva.

Qual è, secondo lei, il pregiudizio più difficile da abbattere?

Quello che confonde la protezione con la sostituzione. Proteggere significa accompagnare qualcuno affinché possa diventare sempre più autonomo. Sostituirsi significa decidere al suo posto. Sono due atteggiamenti apparentemente simili, ma profondamente diversi. L’amore autentico, secondo me, non dice “farò tutto io per te”; dice “sarò accanto a te mentre impari a farlo”.

 

È una frase che potrebbe essere applicata alla vita di tutti noi o sbaglio?

Assolutamente. La fragilità non appartiene soltanto alle persone con disabilità. Tutti, prima o poi, attraversiamo momenti nei quali abbiamo bisogno degli altri. La differenza è che alcune fragilità sono più visibili. Forse dovremmo imparare a considerare la vulnerabilità non come una colpa, ma come una dimensione naturale dell’essere umano.

Che cosa le hanno insegnato le persone che ha incontrato attraverso il suo impegno?

Mi hanno insegnato che spesso siamo noi ad avere fretta. Pensiamo che la vita debba seguire un ritmo preciso, raggiungere determinati traguardi, rispettare determinate aspettative. Invece ogni persona possiede il proprio tempo. E imparare a rispettarlo significa imparare a rispettare la persona. Ho ricevuto molto più di quanto pensassi di poter dare.

 

Qual è la parola che vorrebbe cancellare dal vocabolario quando si parla di disabilità?

“Diversità”, se utilizzata per creare distanza. La diversità esiste, naturalmente, ma non dovrebbe diventare una categoria che separa. Siamo tutti differenti. La vera uguaglianza non significa essere identici: significa avere lo stesso valore e gli stessi diritti pur nelle nostre differenze.

Se potesse cambiare una sola cosa nella società, che cosa cambierebbe?

Cambierei lo sguardo. Perché quando cambia lo sguardo cambiano anche le parole, i comportamenti, le relazioni e persino le istituzioni. Una barriera fisica può essere abbattuta con un intervento concreto; una barriera culturale richiede molto più tempo. Ma è proprio quella che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.

E che cosa significa, per lei, “essere inclusivi” nella vita quotidiana?

 

Significa accorgersi dell’altro. Non soltanto quando c’è un problema, ma prima. Significa ascoltare senza decidere in anticipo che cosa l’altro debba volere. Significa lasciare spazio, rispettare i tempi, creare opportunità. L’inclusione non comincia nei grandi convegni: comincia quando incontriamo una persona e scegliamo di non fermarci alla prima impressione.

 

Moira, qual è oggi il suo senso della vita? Dopo gli incontri, le esperienze e le persone che hanno attraversato il suo cammino, che cosa dà ancora significato alle sue giornate?

Oggi il senso della vita, per me, è imparare a guardare oltre ciò che appare. È comprendere che ogni persona che incontriamo porta dentro di sé un universo che spesso non conosciamo e che merita di essere ascoltato. Ho imparato che la vita non si misura dalle cose che possediamo, ma dalle tracce che lasciamo nel cuore degli altri. Un gesto, una parola, una mano tesa possono diventare piccoli atti di eternità. Il mio senso della vita è esserci. Essere presenza, quando qualcuno ha bisogno di sentirsi visto. Essere ascolto, quando le parole fanno fatica a uscire. Essere speranza, soprattutto quando sembra più facile arrendersi. Forse, alla fine, vivere significa proprio questo: attraversare il tempo cercando di lasciare il mondo un po’ più umano di come lo abbiamo trovato. E se un giorno, voltandomi indietro, potrò pensare di aver regalato a qualcuno anche soltanto un sorriso, un po’ di coraggio o la sensazione di non essere solo, allora saprò di non aver attraversato invano questa vita.

Vorrei concludere con una domanda quasi esistenziale. Che cosa rende davvero una società “umana”?

La capacità di non lasciare indietro nessuno. Una società non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, dalle tecnologie che possiede o dai risultati che raggiunge. Si misura dalla cura che riesce ad avere verso chi rischia di rimanere ai margini. Il progresso, se non è accompagnato dalla dignità, è soltanto velocità. Una società diventa veramente umana quando comprende che il valore di una persona non dipende da quanto corre, ma dal fatto che abbia il diritto di camminare insieme agli altri.

 

 

Dunque l’inclusione potrebbe essere definita come un modo diverso di intendere la parola “insieme”. Giusto?

Sì. E forse “insieme” è una delle parole più belle che abbiamo. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a chiedere il permesso di appartenere al mondo. Il mondo è di tutti, e renderlo davvero accessibile significa restituire a ciascuno il diritto di sentirsi parte della propria storia.

Moira, che cosa accade quando una persona, attraverso l’arte e la scrittura, riesce a trasformare la propria storia in qualcosa che appartiene anche agli altri?

Accade qualcosa di molto profondo: una vita smette di essere soltanto una storia personale e diventa uno specchio nel quale anche gli altri possono riconoscersi. È questo, forse, il miracolo dell’arte e della scrittura: prendere ciò che è intimo e renderlo universale. La storia di Luca Cisternino, raccontata anche attraverso il libro di Eleonora Benedetti, ci ricorda che ogni persona custodisce dentro di sé un mondo che merita di essere scoperto. A volte basta qualcuno che abbia il coraggio di guardare oltre le apparenze e di raccontarlo. Per questo credo che raccontare una persona sia una forma d’amore: significa dirle, attraverso le parole, “la tua storia ha valore, la tua presenza lascia una traccia, il tuo essere nel mondo non è invisibile”. E forse è proprio questa la funzione più alta dell’arte: non cambiare ciò che siamo, ma insegnarci a guardarlo con occhi nuovi.

Libro scritto da Eleonora Benedetti

Libro scritto da Eleonora Benedetti

L’incontro con Moira Paggi lascia una riflessione che va oltre il tema della disabilità e dell’inclusione. Le sue parole raccontano una concezione della vita fondata sull’ascolto, sulla dignità e sulla capacità di riconoscere nell’altro non una fragilità da proteggere, ma una persona da incontrare con amore.

In un tempo che corre veloce e spesso ci abitua a giudicare prima ancora di conoscere, il suo messaggio invita a rallentare e a cambiare prospettiva. Perché l’inclusione, prima di essere una scelta sociale, è una scelta umana: quella di non voltarsi dall’altra parte.

E forse è proprio qui che risiede la parte più autentica del suo pensiero: non siamo chiamati semplicemente a vivere accanto agli altri, ma a imparare a vivere gli uni per gli altri, lasciando dietro di noi non soltanto ricordi, ma possibilità, fiducia e umanità.

Moira Paggi ci ricorda così che una società migliore non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di accogliere le differenze. E che, alla fine del nostro viaggio, ciò che davvero resterà non sarà quanto avremo posseduto, ma quanto avremo saputo donare.

 

In foto Moira Paggi con il Ministro delle Disabilità Alessandra Locatelli

In foto Moira Paggi con il Ministro delle Disabilità Alessandra Locatelli

 

Moira Paggi

 

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