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DAL DOLORE ALLA SCOPERTA: “16 AGOSTO 1997”, IL VIAGGIO DELL’ANIMA DI LARA MODANESE (PEN) NAVIGA OLTRE LA PERDITA

Quando il dolore si fa bussola e il mare compagno di viaggio, nasce una storia di rinascita e scoperta di sé. “16 agosto 1997” di Lara Modanese (PEN) è il diario intimo che varca i confini del cuore e del mondo, ora anche in arabo.
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Copertina 16 agosto 1997

Redazione-  Cosa accade quando il dolore per una perdita incolmabile si trasforma nella spinta irresistibile per un viaggio senza meta, un’odissea interiore che ridisegna i confini dell’anima? È questa la potente premessa di “16 agosto 1997. Diario di un viaggio a bordo della propria anima”, l’e-book di Lara Modanese, in arte PEN, pubblicato nella collana “Altre Frontiere” dell’Aletti Editore. Un’opera che promette di toccare le corde più intime dei lettori, varcando i confini linguistici grazie alla prestigiosa traduzione in arabo curata dal professor Hafez Haidar, accademico e scrittore già candidato al Premio Nobel per la Letteratura.

Il libro non è un semplice resoconto di viaggio, ma un vero e proprio rito di iniziazione. Modanese ci porta in un’epoca che sembra aver dimenticato il valore del passaggio all’età adulta, esplorando le proprie vulnerabilità per elevarle a consapevolezza. La genesi di questa epopea personale affonda le radici in un “importante e doloroso distacco” – la morte del padre – di cui l’autrice ha realizzato la portata solo molto tempo dopo. «Ho realizzato quello che era accaduto intimamente – racconta Modanese – solo molti mesi dopo il rientro da quella vacanza agostana. Mentre ero in barca e vivevo l’avventura non pensavo a quello che stava accadendo. È stato un importante e doloroso distacco a farmi capire quello che era successo. Il dolore è maieutico». Una dichiarazione che svela la natura trasformativa della sofferenza, vista non come un punto di arrivo, ma come un catalizzatore per la crescita.

A bordo di una barca, in un viaggio in solitaria verso la Dalmazia, la protagonista attraversa isole segnate dalle ferite di una guerra recente e notti insonni, confrontandosi con il silenzio assordante del mare. È in questo scenario che affronta il compito di chiudere un cerchio lasciato aperto dalla morte del padre, un’esperienza universale di lutto e rinascita. «Ho pensato che forse tutti hanno vissuto un proprio rito iniziatico di passaggio al mondo adulto. Ho scritto il mio momento perché il lettore vi ritrovi il proprio», afferma Modanese, invitando i lettori a specchiarsi nella sua storia per riscoprire i propri percorsi di emancipazione.

La scelta del formato e-book, spiegata dall’autrice come una soluzione moderna, economicamente vantaggiosa e ideale per una maggiore divulgazione, nasconde anche la storia dietro il suo pseudonimo, PEN. Nato da un gioco di contrasti, il nome evoca inizialmente la Penelope Pitstop della cultura pop, un nomignolo affibbiatole da un’amica motociclista per la sua figura esile in tuta da meccanico. Ma è la trasformazione operata dal Capitano della nave, che riconosce in lei una forza nuova, a ribattezzarla nel segno della Penelope di Ulisse, simboleggiando indipendenza e attesa attiva. «Lo pseudonimo – confessa l’autrice – certamente aiuta a proteggere il confronto con le persone del quotidiano. Sono la nuova me». L’equipaggio e il Capitano stesso diventano figure speculari, facilitando il processo di auto-scoperta della protagonista, con il Capitano che si assume il compito di armonizzare i rapporti e salvaguardare la privacy di ciascuno.

La decisione di tradurre l’opera in arabo, lingua con cui Lara Modanese ha una stretta familiarità e che studia da diversi anni, sottolinea ulteriormente l’universalità dei temi trattati: la perdita, il coraggio, la libertà. «Mi piace scoprire nelle parole la radice, base ed evoluzione semantica di concetti complessi. È una lingua che mi piace in senso ampio», rivela. Ed è proprio il linguaggio a farsi specchio dell’evoluzione emotiva della protagonista: la scrittura, inizialmente rigida e puramente descrittiva, quasi a difendersi dal trauma, diventa via via più fluida e sentimentale man mano che le emozioni ritrovano spazio sulla pagina e la fiducia nel mondo viene riscoperta.

Con “16 agosto 1997”, PEN si conferma voce sensibile e autentica della narrativa contemporanea, capace di trasformare il dato biografico in un’esperienza collettiva di crescita e resilienza. «Quello che mi succede in questa storia, e che racconto con forte vena autobiografica, è anche nella testa, nel cuore, nei sogni di altre persone. Ognuno può vedere sé stesso, le proprie aspirazioni, i viaggi del proprio cuore, la propria emancipazione, le sfide superate, attraverso le parole di questo racconto», conclude l’autrice, offrendo al mondo una narrazione luminosa di guarigione e scoperta.

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LA RECENSIONE DI ALESSANDRA DELLA QUERCIA A CINZIA ANGELA SEDDONE, AUTRICE DEL LIBRO “COME UNA FENICE”

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COME UNA FENICE DI CINZIA ANGELA SEDDONE

Redazione-  Carissimi lettori e carissime lettrici,oggi voglio parlarvi di una donna davvero speciale. Mi riferisco a Cinzia Angela Seddone, naturopata, facilitatrice in Psicogenealogia Junghiana, facilitatrice in Costellazioni familiari sistemiche e autrice del libro “Come una fenice” edito Masciulli Edizioni.

Sarda purosangue, Acquario doc e, soprattutto, incarnazione dell’autenticità cristallina, senza filtri e orpelli. Tenace e volitiva come la sua fascinosa terra, indomita e ribelle come il suo segno zodiacale, Cinzia ama la libertà in ogni sua forma, è refrattaria agli stereotipi imposti dalla società, nutre una profonda avversione per tutto ciò che è ipocrita e artificiale e, al contempo, ha una sensibilità immensa come il mare e una dolcezza sincera e mai melensa, che esprime al massimo con chi sa entrare nelle pieghe della sua variegata anima.

Il suo libro, totalmente autobiografico, narra con assoluta schiettezza e delicata potenza la sua tormentata e dolorosa storia trentennale di violenza fisica e psicologica.

“Pensavo fosse amore, invece era un calesse” recitava il celebre film di Massimo Troisi. E a Cinzia è andata esattamente così.

Agli inizi, da adolescente, l’uomo con cui poi ha condiviso gran parte dei suoi anni le pare un “leader”, brillante, indipendente, carismatico, perbene. Si innamora di lui ed è felice nel notare che, nonostante tutte le ragazze che gli ronzano attorno, manifesti un interesse proprio per lei, che è molto timida e riservata. Si sente, quindi, fortunata e prescelta. Pare un idillio romantico.

Peccato che poi, col tempo, a lei appaia la realtà amara e cruda. Quell’uomo, così apparentemente straordinario, che le fa battere il cuore, a cui si è aperta incondizionatamente e in cui ha riposto la sua fiducia, si rivela l’esatto opposto di ciò che appariva: insensibile, possessivo, arido, calcolatore, manesco, aggressivo. In una parola: spietato.

Cinzia si ritrova così a vivere in una dinamica fortemente tossica che le spegne il sorriso, l’autostima e la speranza per il suo futuro. Si sente ingabbiata, svalutata, incompresa, svuotata, infelice, perennemente sbagliata e giudicata. Come se non bastasse, si addossa, erroneamente, anche la colpa di ciò che subisce.

A chi le chiede come sia stato possibile resistere per ben trent’anni in quella situazione lei risponde che, col senno di poi, trova assurdo aver permesso tutte quelle meschine e crudeli mancanze di rispetto, ma ai tempi era come anestetizzata, non aveva l’esatta dimensione di ciò che stava vivendo, non avendo sicurezza in se stessa era facile manipolarla. Inoltre, non riusciva a trovare degli strumenti congrui per esprimere il suo malessere, che teneva segreto e celato accuratamente dentro di sé. Inventava scuse continue per nasconderlo a tutti, persino ai suoi cari. Era bloccata in un vortice malsano che la portava a frenare il libero fluire della sua nobile e pura essenza, oltraggiata continuamente, brutalmente, senza alcuna pietà.

Finalmente, dopo l’ennesimo pugno e dopo aver maturato a lungo nel proprio intimo che sarebbe stata una follia continuare a stare con chi la maltrattava e faceva sentire perennemente una nullità, riesce a liberarsi di lui. Fugge, racconta tutto alla sua famiglia d’origine a cui non aveva mai fatto percepire l’atroce dolore che la logorava da decenni. Uno dei suoi rimpianti è non aver potuto condividerlo con sua madre, ma purtroppo era già scomparsa all’epoca. Ovviamente rimangono tutti sconvolti, increduli e profondamente amareggiati da quella scioccante rivelazione, ma immediatamente le mostrano la totale comprensione e il massimo supporto. Dalla Sardegna migra, con le sue nuove e robuste ali, in Abruzzo, dove ricostruisce se stessa, riprende a studiare le discipline che aveva accantonato e decide di pubblicare il libro “Come una fenice” per condividere la sua storia di sofferenza che sfocia in una meravigliosa rinascita. La sua più grande soddisfazione la ha quando suo padre, con il volume tra le mani, le dice commosso: “Brava, figlia mia, sono fiero di te!”

Il libro di Cinzia non è il semplice racconto di una storia: è un grido, è un dono per chi si ritrova impantanato in relazioni pericolose e distruttive da cui non sa come uscirne, è l’esser riuscita a tramutare un trentennio disastroso in un’estrema empatia per il prossimo e in una rara abilità di captare al volo ogni segnale strano e ogni comportamento malsano e allarmante. La sua non è una velleità di sentirsi definire “scrittrice”, a suo dire è una semplice autrice con una missione potente, però: aiutare quante più persone possibili che stanno subendo violenza ad aprire gli occhi, a non sentirsi sole, a sentirsi capite, a trovare il coraggio di reagire, come ha fatto lei. Con grande dignità, con lucidità, senza vittimismi e con la saggezza di trovare sempre il senso in ogni esperienza e la forza di risorgere sempre dalle proprie ceneri. Come una fenice.

https://www.masciulliedizioni.com/prodotto/come-una-fenice/

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IL SEGRETO DELL’ETERNA GIOVINEZZA? BETTY MORRIS, 101 ANNI, CI SVELA CHE LA FORMULA NON È UNA POZIONE MAGICA

A 101 anni, Betty Morris sfida il tempo tra nuoto, Zumba e una vitalità contagiosa. Il suo segreto? Muoversi ogni giorno e circondarsi di persone che illuminano la vita.
#Longevità #StileDiVitaSano #Ispirazione #Centenari

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Redazione-  Dalla pietra filosofale ai miti dell’antichità, l’umanità ha sempre inseguito il sogno proibito di fermare il tempo. Eppure, in un’epoca ossessionata da elisir costosi e trattamenti avveniristici, la prova vivente che la giovinezza non sia un traguardo irraggiungibile ma un modo di vivere arriva dal Michigan, dove Betty Morris, a 101 anni suonati, continua a sfidare le leggi dell’anagrafe con una vitalità che farebbe invidia a una ventenne.

Ma qual è il segreto di questa centenaria che sembra aver stretto un patto con il tempo? A dispetto di ogni aspettativa scientifica, la risposta di Betty non risiede in laboratori segreti, ma nella semplicità di una routine costruita con dedizione e, soprattutto, nella voglia di non restare mai ferme.

L’acqua, il regno dove l’età non esiste

Il fulcro della vita di Betty è la Jackson YMCA. «Non potrei farne a meno», confessa in una recente intervista a People. Per Betty, la piscina non è solo un luogo per mantenersi in forma, ma un vero e proprio santuario. La sua storia con il nuoto è iniziata quasi per gioco, a 60 anni, quando decise di iniziare a frequentare le vasche insieme a un’amica. Da quel giorno, per oltre quarant’anni, non ha mai smesso: una costanza di ferro che l’ha trasformata in una nuotatrice esperta e instancabile.

«L’acqua non fa discriminazioni», spiega con lucidità. In piscina, il corpo si alleggerisce, le articolazioni si distendono e ogni limite dettato dagli anni sembra svanire. Ma non è tutto: oltre al nuoto, Betty sfida la sedentarietà partecipando attivamente alle lezioni di Zumba e concedendosi lunghe, rigeneranti passeggiate in compagnia della figlia, Sue Condino. Il movimento, per lei, non è un obbligo medico, ma una gioia quotidiana.

Il potere invisibile delle relazioni

Tuttavia, ridurre l’elisir di Betty al solo esercizio fisico sarebbe un errore. Se il corpo rimane giovane grazie al movimento, è lo spirito a trarre forza dalla rete di relazioni che ha saputo costruire e mantenere. La sua agenda è fitta di impegni: dalla palestra alla chiesa, Betty vive circondata da persone, coltivando quel tessuto sociale che spesso, nella terza età, tende purtroppo a sfilacciarsi.

La figlia Sue osserva con ammirazione la capacità della madre di magnetizzare l’attenzione ovunque vada: «In chiesa o in qualsiasi incontro sociale, la mamma illumina la stanza con la sua presenza». Betty non è una spettatrice della vita, ma una protagonista attiva. La sua carica di energia è contagiosa, capace di abbattere le barriere generazionali e ricordare a tutti noi che, a qualsiasi età, siamo definiti da chi incontriamo e da come scegliamo di interagire con il mondo.

Un esempio per il futuro

La storia di Betty Morris è una lezione preziosa che ci riporta con i piedi per terra. Ci ricorda che l’invecchiamento non è un declino inesorabile, ma un percorso che dipende, in gran parte, dal nostro atteggiamento. La sua “eterna giovinezza” è fatta di cloro, passi di danza, chiacchiere in compagnia e, soprattutto, di una curiosità che non si è mai spenta dopo un secolo di avventure. Forse, la chiave per restare giovani per sempre non si trova in un flacone, ma nella capacità di continuare a tuffarsi nella vita, ogni giorno, con lo stesso entusiasmo dei sessant’anni.

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L’ALBERO DELLA LIBERTÀ: MARIO VESPASIANI E L’ANIMA INVISIBILE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Ottant’anni di Repubblica celebrati attraverso il pennello visionario di Mario Vespasiani: un’opera dove le radici sono i valori e la libertà è un orizzonte di luce da costruire ogni giorno. Un omaggio all’anima invisibile che sostiene l’Italia, tra memoria, arte e coraggio civile.
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Redazione-  Ci sono date che non sono semplici ricorrenze sul calendario, ma pietre miliari che definiscono l’identità di un popolo. Gli ottant’anni della Repubblica Italiana appartengono a questa categoria: non un traguardo formale, ma un invito a guardarsi allo specchio. Il 2 giugno 1946 non fu solo l’esito di un referendum, ma il vagito di una visione condivisa, nata dalle macerie di un conflitto e nutrita dal desiderio di costruire una società fondata sulla dignità, sulla libertà e sulla partecipazione democratica.

Oggi, in un’epoca dominata dalla velocità digitale e dalla frammentazione dei riferimenti comuni, la Repubblica ci ricorda che la democrazia non è un oggetto da conservare in bacheca, bensì un organismo vivo che richiede cura quotidiana. A dare voce e forma a questa riflessione è Mario Vespasiani, uno dei maestri più apprezzati dell’arte italiana contemporanea – già noto per il prestigio delle sue collaborazioni con le Forze Armate e la Guardia Svizzera Pontificia – che ha dedicato alla celebrazione di questo ottantesimo anniversario una straordinaria opera pittorica.

Un’opera oltre la retorica

La tela realizzata da Vespasiani è un elegante ovale che rompe gli schemi della classica iconografia celebrativa. L’artista sceglie di rifuggire monumenti, bandiere didascaliche o simbolismi scontati per offrire una metafora potente ed essenziale: un grande albero che svetta tra il mare e il cielo, proteso verso la linea dell’orizzonte.

Ciò che colpisce immediatamente l’osservatore è una scelta poetica e concettuale spiazzante: l’albero non ha radici visibili. Non affondano nella terra brulla, ma sembrano dissolversi in una dimensione di pura luce. Per Vespasiani, questa “assenza” è in realtà una presenza assoluta. Le radici non si vedono perché “appartengono ai valori”. Esattamente come la democrazia, la solidarietà, la libertà e la Costituzione, esse non sono elementi tangibili, eppure sono proprio queste forze invisibili a sostenere l’intera architettura della nostra convivenza civile.

L’Emblema reinterpretato

L’opera non nasce dal nulla, ma è frutto di una raffinata rielaborazione dell’Emblema della Repubblica Italiana. Vespasiani evoca il ramo di ulivo e quello di quercia attraverso la figura dell’albero unico, mentre la celebre ruota dentata (simbolo del lavoro) viene richiamata dalla forma stessa dell’ovale che racchiude la scena.

Il cromatismo, elemento distintivo di Vespasiani già lodato in passato dal Presidente Sergio Mattarella, trasforma il dipinto in un dialogo tra storia e destino. L’orizzonte marino diventa il luogo in cui il passato incontra il futuro, dove la memoria dei padri costituenti parla direttamente alle sfide che dobbiamo ancora affrontare. In questa visione, l’assenza di radici materiali diventa un monito: la memoria non deve essere immobilità, ma energia che si trasforma in coscienza e responsabilità.

La Repubblica come opera collettiva

Attraverso il suo pennello, Vespasiani ci ricorda che la Repubblica è un corpo vivo che continua a crescere grazie a milioni di “radici invisibili”: i suoi cittadini. Non esiste democrazia senza partecipazione, né futuro senza la consapevolezza di appartenere a una storia comune. L’albero della Repubblica non poggia su un suolo astratto, ma sulla coscienza di chi, ogni giorno, sceglie di onorare quei valori che ci rendono una comunità.

Ottant’anni dopo quella scelta coraggiosa del 1946, il messaggio dell’artista appare quanto mai urgente: la libertà non è un’eredità garantita per sempre, ma un’opera collettiva che ogni generazione è chiamata a rinnovare. La forza di una nazione non risiede nei beni materiali che possiede, ma nella profondità dei valori che sa custodire e nel coraggio di guardare, come l’albero di Vespasiani, verso un orizzonte di luce.

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