Redazione- Roma riporta al centro del confronto tra Governo, Regioni ed enti locali il tema della nuova classificazione dei Comuni montani, dopo l’informativa presentata dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli in Conferenza Unificata. Il ministro ha respinto le polemiche nate attorno al nuovo elenco, parlando di allarmi ingiustificati e di inesattezze, e ha ribadito la necessità di aggiornare criteri che per oltre settant’anni sono rimasti ancorati a una normativa ormai considerata superata. Il nodo, politico e amministrativo insieme, riguarda il modo in cui vengono definiti i territori realmente montani e le conseguenze concrete che questa definizione produce sull’accesso a misure, fondi e agevolazioni.
L’intervento di Calderoli si inserisce in una fase delicata, perché la revisione dei criteri tocca equilibri territoriali consolidati e coinvolge direttamente Comuni che, con il superamento del vecchio impianto, potrebbero non rientrare più nella classificazione storica. Proprio per questo il ministro ha insistito sul fatto che la riforma non nasce da un’iniziativa improvvisata, ma da un percorso costruito con il coinvolgimento di rappresentanti di Regioni, Province e Comuni. L’obiettivo dichiarato è correggere distorsioni prodotte da parametri vecchi di decenni e arrivare finalmente a un riconoscimento coerente della “vera montagna”, distinguendo i territori che presentano reali svantaggi geografici e strutturali da quelli che nel tempo erano rimasti inclusi pur senza condividerne le condizioni.
la riforma dei criteri e il superamento dell’elenco storico del 1952
Il punto centrale dell’informativa riguarda l’applicazione della legge 131 del 2025, che prevede una definizione dei Comuni montani basata su criteri altimetrici e di pendenza. Per Calderoli il superamento dell’elenco originato dalla legge del 1952 era diventato inevitabile, perché costruito su parametri non più adeguati a descrivere la realtà territoriale del Paese. Tra questi, il ministro cita elementi come il reddito imponibile medio per ettaro o i danni derivanti da eventi bellici, ritenuti oggi non più adatti a fondare una classificazione amministrativa della montanità.
Secondo il ministro, il vecchio sistema aveva prodotto nel tempo anomalie evidenti, includendo anche Comuni con altitudine molto limitata e privi di quegli svantaggi strutturali che caratterizzano le aree montane. L’obiettivo della nuova classificazione è quindi quello di restituire una fotografia più realistica del territorio nazionale, individuando i Comuni che presentano effettive difficoltà legate alla morfologia, alla distanza dai servizi e alle condizioni geografiche. Il nuovo impianto, nelle intenzioni del Governo, non si limita alle sole aree alpine, ma tiene conto anche delle specificità della dorsale appenninica, delle isole, degli altipiani e dei territori interclusi a quote più basse.
Calderoli ha però lasciato aperta la porta a una possibile revisione dei criteri, a condizione che arrivi una proposta unanimemente condivisa da Regioni, Province e Comuni, coerente con le finalità della legge e con l’articolo 44 della Costituzione, che prevede provvedimenti a favore delle zone montane. È un’apertura che punta a disinnescare la contrapposizione istituzionale senza mettere in discussione il principio di fondo della riforma.
fondi, aree interne e timori dei territori: il Governo respinge le accuse
Un altro punto sensibile dell’informativa riguarda la richiesta avanzata da alcuni territori di sospendere l’iter del Dpcm sul nuovo elenco. Su questo aspetto Calderoli è stato netto: fermare il provvedimento significherebbe bloccare non solo le misure e i benefici previsti dalla legge 131, ma anche la ripartizione delle risorse del Fosmit 2025, il Fondo per lo sviluppo della montagna italiana. In altre parole, per il ministro la sospensione finirebbe per penalizzare proprio i territori realmente montani, congelando strumenti e risorse destinati al loro sostegno.
Tra le accuse respinte dal Governo c’è anche quella di aver ridotto i fondi destinati alla montagna. Calderoli sostiene l’esatto contrario: secondo la sua ricostruzione, con l’attuale esecutivo le risorse del Fosmit sono aumentate fino a circa 200 milioni di euro l’anno a partire dal 2023. Una parte consistente di questi fondi, oltre 100 milioni, viene destinata alle misure previste dalla legge 131, tra cui crediti d’imposta, incentivi per l’acquisto o l’affitto di case in montagna, premialità per medici e insegnanti e sgravi fiscali alle imprese. A questo si aggiunge la quota regionale del fondo, che resta nella disponibilità delle Regioni.
Il ministro ha affrontato anche la questione delle Aree interne, riconoscendo che esistono Comuni fragili che, pur uscendo dalla classificazione montana, continuano a presentare criticità strutturali. Su questo fronte Calderoli ha richiamato la necessità di soluzioni condivise con il ministro per gli Affari europei, il PNRR e le Politiche di coesione, Tommaso Foti, chiarendo però che quel tema non rientra direttamente nelle sue deleghe. Il messaggio è che la perdita della classificazione montana non equivale automaticamente a una cancellazione di ogni sostegno, ma richiede di ricollocare quei territori nel quadro corretto delle politiche pubbliche.
Nell’informativa trovano spazio anche chiarimenti su scuola, agricoltura e Comunità montane. Sulla rete scolastica, il ministro ha spiegato che la nuova classificazione non pregiudica il dimensionamento né la salvaguardia delle esigenze locali, dal momento che le Regioni mantengono autonomia nella distribuzione dei plessi e possono utilizzare già oggi margini di flessibilità e deroghe. Sul versante agricolo, viene precisato che la nuova classificazione non si applica alle misure previste dalla Pac né all’esenzione Imu sui terreni agricoli dei Comuni montani, ambiti nei quali continueranno a valere le discipline di settore. Quanto alle Comunità montane, l’eventuale esclusione da un elenco non impedisce a un Comune di farne parte, dato che la materia resta regolata dal Tuel e dalle leggi regionali.
A rafforzare la posizione del Governo c’è infine il richiamo all’accordo approvato all’unanimità in Conferenza Unificata lo scorso febbraio, che consente alle Regioni di modulare l’impatto delle nuove regole, tenendo conto anche delle esigenze dei Comuni presenti nell’elenco storico ma non inclusi nei nuovi criteri. È questo, probabilmente, il punto politico più rilevante dell’intera vicenda: la riforma della montanità non si gioca solo sul piano tecnico, ma nella capacità di trovare un equilibrio tra aggiornamento dei criteri, tutela dei territori fragili e tenuta del rapporto tra Stato ed enti locali.