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Caccia, tre italiani su quattro chiedono più limiti o l’abolizione: il sondaggio che divide il Paese

🦌 Tre italiani su quattro chiedono di limitare drasticamente o abolire la caccia. Il sondaggio Piepoli per Fondazione Capellino fotografa un Paese sempre più lontano dal mondo delle doppiette e contrario all’allargamento delle attività venatorie. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Caccia #Sondaggio #Animali #Ambiente

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Redazione-  La caccia continua a perdere consenso in Italia e oggi, secondo un sondaggio commissionato dalla Fondazione Capellino all’Istituto Piepoli, quasi tre italiani su quattro ritengono che l’attività venatoria debba essere limitata drasticamente o addirittura abolita. È il dato politico e culturale più netto che emerge dall’indagine, che fotografa un Paese sempre meno vicino al mondo delle doppiette e sempre più sensibile ai temi della tutela animale, della biodiversità e della sicurezza nei territori.

I numeri delineano un orientamento molto chiaro. Per circa un italiano su tre, la caccia dovrebbe essere consentita solo in situazioni di emergenza, come il contenimento di specie invasive o di popolazioni animali considerate eccessive. Un ulteriore 14% ritiene che l’attività venatoria debba essere ridotta progressivamente fino a scomparire, mentre un italiano su quattro si dichiara favorevole all’abolizione completa. Sul fronte opposto, il 23% del campione pensa che la caccia debba rimanere regolamentata come oggi, mentre appena il 6% ne chiede un incentivo.

Un mondo sempre più ristretto e invecchiato

Il sondaggio conferma una tendenza che da anni attraversa il panorama venatorio italiano. Se negli anni Ottanta i cacciatori attivi erano quasi due milioni, oggi vengono stimati tra 600mila e 700mila, con una base composta in larga maggioranza da uomini e con un’età media sempre più alta. Molti appartengono infatti alla fascia degli over 60, mentre la distribuzione geografica continua a concentrarsi soprattutto in regioni come Toscana, Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia.

Questa trasformazione demografica racconta molto più di un semplice calo numerico. Segnala un cambiamento profondo nel rapporto tra società italiana, mondo rurale, tempo libero e sensibilità ambientale. La figura del cacciatore, un tempo più radicata nell’immaginario collettivo e nella vita delle campagne, appare oggi molto meno rappresentativa del sentire comune, soprattutto nelle generazioni più giovani e nei contesti urbani.

Il nodo della riforma e il timore per le specie protette

A rendere ancora più netto il fronte dei contrari è il dibattito attorno alla riforma della normativa venatoria. L’ipotesi che la caccia possa essere estesa anche a specie finora protette, come il lupo, ha contribuito ad aumentare la diffidenza dell’opinione pubblica. Secondo l’indagine, il 71% degli italiani guarda con disprezzo alla possibilità che alcune specie animali protette possano diventare bersaglio dei cacciatori. Solo il 4% si dice favorevole a una caccia senza limiti, mentre il restante 25% accetterebbe deroghe alle tutele solo in circostanze eccezionali, ad esempio in presenza di sovraffollamento o di danni rilevanti ad agricoltura e allevamento.

La percezione, dunque, è che l’attività venatoria non possa essere allargata senza conseguenze sul piano etico e ambientale. Ed è proprio questo uno dei punti più divisivi del confronto pubblico: da una parte chi parla di gestione faunistica e contenimento, dall’altra chi teme un arretramento nella protezione della fauna selvatica.

Aree protette, visori notturni e sicurezza: i motivi del no

Un altro dato significativo riguarda il grado di conoscenza della riforma. Un italiano su due afferma di essersi informato almeno in parte sul nuovo impianto normativo, mentre il 10% dice di averlo fatto in modo dettagliato. Una volta conosciuti i contenuti della proposta, però, il consenso cala sensibilmente: solo il 24% la considera necessaria, mentre il 76% si dichiara contrario.

Le ragioni del rifiuto sono legate soprattutto a quattro aspetti: tutela degli animali, protezione della biodiversità, sicurezza dei cittadini e promozione di un turismo naturalistico alternativo. Tra gli elementi che generano maggiore preoccupazione c’è la possibilità di estendere l’attività venatoria nelle aree naturali protette, nei boschi demaniali e nelle foreste, oltre all’uso di strumenti ottici e visori notturni. Per una parte ampia dell’opinione pubblica, si tratta di un confine che non dovrebbe essere superato.

Cresce anche la disponibilità a mobilitarsi

Il sondaggio segnala inoltre una disponibilità molto alta alla mobilitazione civile. Il 77% degli italiani si dice pronto a firmare una petizione per fermare o abolire la caccia. Un dato che trova un primo riscontro nella raccolta firme lanciata dal Wwf, già arrivata a oltre 223mila adesioni. Anche questo elemento racconta un cambiamento importante: il tema non resta confinato agli addetti ai lavori o alle associazioni di settore, ma entra sempre più nel dibattito pubblico come questione culturale, ambientale e politica.

A più di trent’anni dalla legge quadro che regola l’attività venatoria, il confronto sulla caccia torna quindi al centro con una novità evidente: la maggioranza del Paese non sembra più identificarsi con il modello delle doppiette come tradizione da difendere. E se una riforma della normativa può apparire inevitabile per ragioni tecniche e gestionali, il clima sociale che emerge da questa indagine suggerisce che qualsiasi intervento dovrà fare i conti con un’opinione pubblica sempre più distante dal mondo venatorio.

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Attualità

Il Mattutino dal Castello Sforzini: abitare nella possibilità per scoprire la vera libertà

Come si fa a misurare la vera e profonda ricchezza della nostra vita? Basterebbe imparare a fermarsi e osservare il mondo con gli occhi della poesia. È questo il sublime e commovente messaggio che ci arriva dall’ultimo “Mattutino”, la profonda riflessione domenicale giunta direttamente dalle antiche mura del Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Un pensiero folgorante che ci ricorda come il nuovo giorno “non chieda istruzioni”, ma vada semplicemente vissuto accettandone l’imprevedibilità. In un’epoca dominata dallo stress e dalla folle corsa al profitto, l’autore ci invita a fare una particolarissima “contabilità festiva”, dove le uniche ricchezze che contano davvero sono le piccole meraviglie quotidiane (come tre nocciole e una fragile piuma trovate miracolosamente sul davanzale della finestra). Ma il cuore del messaggio è un bellissimo ed emozionante omaggio alla poetessa Emily Dickinson: “Abito nella Possibilità / una casa più bella della Prosa”. Un invito esplicito a rifugiarsi nella speranza e nell’immaginazione per combattere l’aridità del nostro tempo. L’augurio finale dal maniero alessandrino è un monito che tutti dovremmo scolpire nella mente per affrontare il futuro a testa alta: che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio. Leggi la nostra intensa analisi letteraria e filosofica nel nostro articolo completo 👇

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Il Mattutino del 20 settembre 2026

Castellar Ponzano (Alessandria) – L’alba della domenica possiede sempre, in modo del tutto inspiegabile e meraviglioso, una consistenza tattile ed emotiva profondamente diversa rispetto agli altri giorni che compongono e scandiscono la nostra frenetica settimana. C’è un silenzio più denso, un’attesa quasi mistica nell’aria fresca, una sospensione del tempo che invita l’animo umano a fermarsi e a riflettere. E proprio da questa sublime immobilità autunnale prende vita il nuovo e poetico appuntamento con il Mattutino, un momento di altissima e raffinata riflessione culturale e spirituale che ci giunge, come un dolce e inatteso regalo, direttamente dalle antiche, solide e rassicuranti mura del magnifico Castello Sforzini di Castellar Ponzano.
La giornata di domenica 20 settembre 2026 viene inaugurata da un pensiero folgorante nella sua apparente e cristallina semplicità: «Il giorno è arrivato senza chiedere istruzioni. Pare intenzionato a cavarsela da solo». In queste due, brevissime frasi si nasconde una verità esistenziale immensa e liberatoria. Troppo spesso, infatti, noi esseri umani ci illudiamo presuntuosamente di poter controllare ogni singolo secondo della nostra esistenza, pianificando, organizzando, stressandoci nel tentativo di imbrigliare il corso degli eventi. Ma l’universo, maestoso e indifferente alle nostre piccole ansie quotidiane, segue semplicemente il suo ritmo immutabile. La luce del sole sorge prepotente anche senza il nostro permesso o il nostro disperato intervento. Imparare a lasciare andare questa insana smania di controllo, accettando l’imprevedibilità e la forza autonoma del presente, è il primissimo e doloroso, ma necessario, passo per raggiungere una genuina serenità interiore.

La contabilità festiva: la poesia immensa delle piccole cose

L’osservazione del mondo circostante, quando è purificata dalle distrazioni tecnologiche del nostro millennio, riesce a cogliere miracoli microscopici e silenziosi. L’autore del Mattutino volge lo sguardo verso la finestra e appunta una scena di struggente e malinconica bellezza naturale: «Sul davanzale, tre nocciole e una piuma. La contabilità festiva comincia bene».
In un’epoca in cui la società occidentale valuta il successo e la felicità quasi esclusivamente attraverso la lente arida e fredda del profitto economico, del fatturato aziendale o dei miopi “like” sui social network, questa immagine si erge come un potente, sovversivo e rivoluzionario manifesto filosofico. Il vero bilancio della nostra vita non si calcola in estratti conto bancari, ma in quegli attimi di assoluta e disarmante meraviglia che la natura ci offre gratuitamente ogni singolo giorno. Tre semplici nocciole (lasciate magari da uno scoiattolo di passaggio o cadute da un albero spazzato dal vento) e una fragile, morbida piuma posatasi sul davanzale, diventano così i tesori inestimabili di una nuova e diversa ricchezza spirituale. È questa la cosiddetta “contabilità festiva”: un inventario magico e profondo delle piccole e fragili gioie quotidiane che danno un senso reale e tangibile al nostro stare al mondo, lontano dal rumore assordante del consumismo sfrenato.

L’omaggio a Emily Dickinson: la possibilità contro l’aridità della prosa

Il cuore pulsante e pulsante del messaggio giunto dal Castello Sforzini si materializza però in una citazione colta, sublime e fulminante: «Abito nella Possibilità / una casa più bella della Prosa». Si tratta di un commosso, elegantissimo e necessario omaggio poetico a Emily Dickinson, una delle voci più grandi, tormentate e insuperabili della letteratura mondiale.
La Possibilità (squisitamente intesa con la lettera maiuscola) rappresenta, nella geniale visione della poetessa statunitense, il regno sterminato e sconfinato dell’immaginazione creativa, della poesia immortale, dello spirito ribelle e della speranza incrollabile. È una dimora infinitamente più spaziosa, accogliente e luminosa della fredda Prosa, che simboleggia invece la rigida banalità, la limitatezza del mondo puramente materiale, materiale, il dogma soffocante e le regole imposte dalla società. Abitare quotidianamente nella Possibilità significa rifiutarsi categoricamente di accettare la realtà come un blocco monolitico e ineluttabile. Significa, al contrario, mantenere la mente aperta e ricettiva all’incanto, credere ostinatamente che il mondo possa essere cambiato, migliorato, reinterpretato e ricreato continuamente attraverso la lente magica dell’arte, dell’empatia e dei sentimenti umani più profondi.

Il coraggio di affrontare il presente: un augurio senza tempo

L’appuntamento con la riflessione domenicale del maniero alessandrino si chiude con un congedo che suona come una vera e propria e squillante chiamata alle armi per la coscienza di tutti noi. L’augurio formulato è un triplice monito di altissimo valore etico e civile: «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio».
Queste tre parole, pesantissime e indissolubilmente legate tra loro, tracciano la rotta morale per affrontare non solo la domenica, ma l’intera vita. La libertà (di pensiero, di azione e di scelta) non può mai esistere o sopravvivere se non è accompagnata e sorretta da un forte senso di responsabilità verso noi stessi e verso il prossimo che ci circonda. E, infine, per esercitare attivamente e concretamente queste due virtù in un mondo sempre più complesso, arrabbiato e ostile, è necessario un atto di puro e cristallino coraggio. Il coraggio sacrosanto di abitare nella Possibilità, di stupirsi ammirando una piuma su un davanzale e di lasciare che la vita ci sorprenda e ci guidi, senza pretendere inutilmente di impartire alla giornata istruzioni che, in fondo, non ci ha mai chiesto.

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Attualità

Spin Time, la provocazione di Giordano Bruno Guerri in TV: “Lo Stato espropri il palazzo per salvarlo”

La sacralità della proprietà privata si può violare per salvare un miracolo sociale? È questa l’audace e provocatoria tesi lanciata in diretta TV dal noto intellettuale, scrittore e saggista Giordano Bruno Guerri! Ospite di Peter Gomez durante l’attesa e scoppiettante prima puntata del nuovo talk show “L’Elefante” (andato in onda in prima serata su Rai 3), il giornalista è intervenuto a gamba tesa sulla spinosissima polemica che riguarda lo sgombero dello “Spin Time”, il celebre e gigantesco palazzo occupato nel cuore della Capitale. Secondo Guerri, il Governo centrale dovrebbe superare i timidi tentativi d’acquisto fatti dal sindaco di Roma e procedere d’imperio con un clamoroso “esproprio per pubblica utilità” ai danni della proprietà! La sua giustificazione è nettissima: “Come lo Stato espropria la terra per costruire un’utile autostrada, dovrebbe farlo ora per salvare questa comunità. Allo Spin Time è avvenuto un autentico e irripetibile miracolo civile: senza l’aiuto dei politici, della Chiesa cattolica o dei soldi dei ricchi benefattori, la povera gente si è auto-organizzata creando una sorprendente ‘città ideale’. Hanno risolto problemi enormi e, soprattutto, hanno riempito un ex edificio vuoto e freddo di tantissima bellezza, richiamando decine di artisti indipendenti da tutto il mondo a creare opere!”. Un monito pesantissimo per chiedere alle istituzioni di tutelare il valore umano e culturale delle grandi occupazioni romane e fermare lo sgombero. Leggi tutto il ragionamento giuridico nel nostro articolo approfondito 👇

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Giordano Bruno Guerri

Roma – Il delicatissimo e annoso dibattito sulla sacralità del diritto alla proprietà privata e l’insopprimibile bisogno sociale di spazi abitativi e aggregativi ha trovato, ancora una volta, un palcoscenico nazionale d’eccezione. E a lanciare il sasso nello stagno, con una provocazione intellettuale destinata a far discutere ferocemente sia la politica locale che quella governativa, è stata una delle firme più libere, autorevoli e anticonformiste del panorama culturale italiano.
Stiamo parlando del noto giornalista, saggista e scrittore Giordano Bruno Guerri, che ha scelto la ribalta televisiva in diretta della primissima puntata de “L’Elefante” (il nuovissimo, audace e già seguitissimo talk show politico e di attualità condotto dal direttore Peter Gomez, sbarcato con successo in prima serata sulla rete ammiraglia dell’informazione Rai 3 e in streaming su RaiPlay) per affrontare di petto uno dei “casi” urbani e giudiziari più complessi e spinosi della Capitale: la gigantesca occupazione abitativa e culturale del palazzo Spin Time. Una realtà controversa che, da anni, spacca l’opinione pubblica romana tra chi ne invoca lo sgombero forzato e chi, invece, ne riconosce l’immenso e vitale valore sociale.

Il diritto di proprietà contro l’esproprio per pubblica utilità

L’approccio dialettico e filosofico di Giordano Bruno Guerri alla problematica dell’enorme stabile occupato non è stato affatto ideologico, ma si è basato su un rigoroso e lucido ragionamento giuridico e costituzionale. Lo scrittore non si è certo nascosto dietro un dito e ha immediatamente difeso i principi cardine dell’ordinamento capitalista: «Voglio premettere senza alcun dubbio che la proprietà privata, in una democrazia moderna occidentale, è un fondamento indiscutibile della nostra società civile e, pertanto, come tale va sempre e rigorosamente rispettata dalle istituzioni e dai cittadini», ha dichiarato esordendo nel suo intervento televisivo.
Ma è proprio dal rigore del diritto che Guerri ha tirato fuori l’arma dell’eccezione giuridica: «Dall’altra parte della bilancia legale, però, vi sono i legittimi espropri istituzionali. Lo Stato centrale, per sua stessa Costituzione, si attribuisce regolarmente e legittimamente il diritto di prendere possesso della proprietà di un cittadino o di un ente per costruire un’autostrada, per posare i binari di una ferrovia o per erigere un ponte di pubblica utilità. E in questo preciso perimetro istituzionale è legamente possibile e giustificato violare il feticcio della proprietà privata. La domanda che la politica deve porsi oggi è: adesso bisogna chiedersi se, in questo specifico caso romano, vale o meno la pena di farlo?».

La città ideale nata dal basso: il “miracolo” laico senza politica

La risposta che lo storico e saggista si è dato (e ha dato a milioni di telespettatori in diretta televisiva nazionale) è stata un “Sì” convinto e appassionato. Secondo Guerri, infatti, le istituzioni capitoline e il Governo centrale dovrebbero compiere il passo decisivo per sottrarre l’immobile alla speculazione.
«Sullo Spin Time l’attuale sindaco di Roma Capitale ha giustamente provato in questi mesi a comprare lo stabile, a lanciare un’offerta commerciale ai proprietari, ma forse, arrivati a questo punto, dovrebbe essere proprio lo Stato centrale a intervenire con molta maggiore autorità e forza d’imperio per proteggere e salvaguardare questo bene incredibile, che di fatto ormai è nostro, fa parte della collettività. E sapete perché secondo me ne vale la pena? Perché la realtà aggregativa di quel palazzo occupato è un autentico e inspiegabile miracolo moderno. È un miracolo totale perché lì dentro, senza alcun aiuto o ingerenza da parte della politica partitica tradizionale, senza l’intervento di sacerdoti o organizzazioni religiose, e senza i soldi di ricchi benefattori, la povera gente ha saputo creare dal nulla una struttura organizzativa e solidale semplicemente sorprendente».

Dall’abbandono alla rinascita: un patrimonio di arte e bellezza

L’elogio del giornalista si è poi concentrato sull’impatto culturale inestimabile che l’occupazione (spesso dipinta dalle cronache nere solo come un covo di illegalità o degrado) ha invece donato e restituito al quartiere circostante e all’intera città di Roma.
Guerri ha descritto lo Spin Time (storicamente nato all’interno di un mastodontico edificio abbandonato della burocrazia statale) come un esperimento sociale clamorosamente riuscito: «Gli occupanti hanno saputo dare vita a una vera e propria sorta di ‘città ideale’, un microcosmo perfetto dove centinaia di famiglie italiane e straniere vivono in pacifica e collaborativa comunità. Non solo hanno risolto drammatici problemi di natura alloggiativa ed emergenze abitative spaventose, ma hanno letteralmente creato arte dal nulla. Hanno riempito pezzo dopo pezzo questo mastodontico edificio, che per la sua freddezza prima era percepito come una sorta di mattatoio sociale, di pura e meravigliosa bellezza metropolitana. È diventato un magnete culturale dove artisti internazionali vanno regolarmente a esibirsi, a portare le loro opere e a creare instancabilmente nuova e inaspettata bellezza». Un patrimonio umano e artistico inestimabile che, secondo lo scrittore, l’Italia non può permettersi il lusso di sgomberare e disperdere nel nulla a colpi di manganello.

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Attualità

Castellina a valanga su Rai 3: “Le primarie? Una brutta invenzione di Veltroni per ricchi”

Un attacco a tutto campo che fa letteralmente tremare i vertici del centrosinistra italiano! La scrittrice, giornalista ed ex deputata storica Luciana Castellina è stata la mattatrice assoluta della prima puntata de “L’Elefante”, il nuovo talk show politico condotto da Peter Gomez in diretta in prima serata su Rai 3. L’intellettuale non ha usato mezzi termini per smontare le fondamenta del Partito Democratico: “Le primarie? Sono state solo una bruttissima invenzione di Walter Veltroni per somigliare agli americani. Un sistema finto democratico che fa vincere solo chi ha i soldi per fare propaganda in TV o sui giornali!”. Ma le bordate peggiori sono arrivate sulla politica estera: la Castellina ha attaccato duramente la “colpevole vaghezza” del PD sulla guerra in Ucraina, schierandosi invece apertamente al fianco di Giuseppe Conte (M5S) e del suo partito (AVS) per dire un secco e definitivo ‘No’ al riarmo. Durissima anche l’analisi geopolitica sull’espansione della Nato (che ha provocato la durissima, anche se non giustificabile, reazione di Putin) e il commento al vetriolo sul Generale Roberto Vannacci, bollato pubblicamente dalla scrittrice come “un fascista diventato vago, e forse persino peggio dei fascisti per la sua arroganza”. Infine, l’amara e cruda riflessione sulla morte della classe operaia e del ruolo del Parlamento, ormai svuotato da ogni potere decisionale in favore “dell’Europa e del libero mercato”. Leggi le dichiarazioni esplosive dell’intervista nel nostro articolo completo 👇

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Castellina Gomez

Roma – Nel panorama spesso asfittico e omologato dei talk show politici italiani, esistono ancora voci capaci di sparigliare le carte, di rompere i dogmi di partito e di offrire analisi lucidissime, affilate e politicamente scorrette, provenienti proprio dal profondo del tessuto intellettuale della sinistra storica. A dimostrarlo, in maniera a dir poco fragorosa, è stata Luciana Castellina. L’autorevole giornalista, stimata scrittrice ed ex parlamentare di lunghissimo corso, non ha certo usato giri di parole per fare a pezzi alcune delle granitiche certezze della politica contemporanea durante la prima, scoppiettante puntata de “L’Elefante”.
Il nuovo, attesissimo programma di approfondimento giornalistico (condotto in diretta dal direttore Peter Gomez e trasmesso ieri sera in prima visione sui canali Rai 3 e in streaming su RaiPlay) ha visto la Castellina trasformarsi nella mattatrice assoluta della serata. L’ex dirigente comunista ha letteralmente monopolizzato l’attenzione del pubblico con una durissima stroncatura del sistema metodologico che ha fondato il Partito Democratico: il ricorso al voto popolare per la scelta dei segretari e dei candidati. «Le primarie? Sono state semplicemente una brutta, pessima invenzione politica di Walter Veltroni, nata unicamente dalla sua spasmodica smania di somigliare a tutti i costi al Partito Democratico americano», ha sentenziato senza appello ai microfoni della televisione di Stato.

La stroncatura delle primarie del PD: “Vince solo chi ha i soldi”

L’attacco frontale di Luciana Castellina al sistema dei gazebo non si è fermato a una semplice battuta nostalgica, ma è sceso chirurgicamente nel profondo della sociologia politica. Secondo la sua lucidissima visione, le primarie aperte non sono affatto uno strumento di democrazia orizzontale, bensì un meccanismo profondamente classista che altera la selezione della classe dirigente.
«Questo finto sistema democratico – ha argomentato la scrittrice ospite di Gomez – favorisce smaccatamente solo e soltanto chi possiede più soldi per fare martellante propaganda elettorale sui giornali e sulle reti televisive. Chi ha mezzi economici finisce immancabilmente per avere enormi possibilità di vittoria che altri militanti, seppur validi, semplicemente non hanno». L’esponente di Alleanza Verdi Sinistra (AVS) ha quindi rivendicato con orgoglio il metodo della Prima Repubblica: «Io confesso di avere profonda nostalgia di quando si decideva collettivamente chi dovesse essere eletto. Si sceglieva qualcuno che aveva realmente provato, testato e sudato sul campo, nella sua pratica politica e nella sua vita quotidiana, la validità delle posizioni che esprimeva e le capacità tecniche e umane per affrontarle nei ruoli istituzionali».

La guerra in Ucraina e le bordate alla “vaghezza” dei vertici Dem

L’intervista televisiva si è poi inevitabilmente spostata sul delicatissimo e divisivo tema della politica estera e della disastrosa guerra in Ucraina, terreno di feroci e sotterranei scontri all’interno dell’intera coalizione progressista. Anche su questo fronte, la Castellina non ha fatto sconti alla dirigenza del Nazareno, allineandosi piuttosto e clamorosamente sulle posizioni del Movimento 5 Stelle.
«Sulla guerra è molto difficile dire che nel centrosinistra ci sono due posizioni distinte, per il semplice fatto che ci sono delle colpevoli e inaccettabili vaghezze da parte del Partito Democratico su questo drammatico argomento». Il giudizio della giornalista è netto e perentorio: «Certo, io sono totalmente d’accordo su quello che dice l’ex premier Giuseppe Conte. Dobbiamo dire ‘No’ al riarmo, punto e basta. Che poi è esattamente la stessa, identica posizione che porta avanti in Parlamento anche il mio stesso partito politico, l’AVS. Perché mi domando: a che cosa serve andare testardamente avanti con questa guerra e armare le truppe all’infinito? Si risolve concretamente il problema territoriale e politico che l’ha originata e generata? La risposta è palesemente No».

La NATO, il giudizio su Vannacci e la fine della classe operaia

Nel ragionamento sull’evoluzione storica dei rapporti tra la Russia e il blocco dell’Occidente, la Castellina ha sollevato il delicato tema dell’allargamento della NATO verso Est avvenuto dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda. Pur rifiutandosi categoricamente di giustificare la violenza militare di Mosca, ha sottolineato come fosse geopoliticamente prevedibile e scontata una violenta reazione russa: «Non voglio certo dire che Vladimir Putin avesse politicamente ragione a invadere, ma era purtroppo molto facile pensare che, stringendoli all’angolo, ci sarebbe stata una risposta terribile come quella di Putin. Le guerre, studiate la storia, non scoppiano mai all’improvviso». Dalla geopolitica si è passati poi alla politica interna e al fenomeno populista del momento: il generale Roberto Vannacci. Il giudizio dell’intellettuale è stato lapidario e tranchant: «Vannacci è banalmente un fascista diventato vago. E, forse, è persino peggio del classico fascista storico, poiché oggi associa pericolosamente la sua immagine esclusivamente a concetti vuoti quali la prepotenza fisica e l’arroganza dialettica».
L’ultima, densissima riflessione della serata l’ex dirigente comunista l’ha riservata all’impalcatura sociale della nostra Nazione. La Castellina ha analizzato con profonda amarezza la dissoluzione del mondo del lavoro italiano: «Gli operai di oggi non costituiscono più quella fiera classe operaia compatta che aveva una propria autonomia culturale e contrattuale, la quale nasceva esclusivamente dalla loro micidiale forza organizzativa e sindacale. I bisogni di un tempo erano immediati e, soprattutto, comuni. Oggi, purtroppo, il mondo del lavoro è tutto polverizzato, precario e frammentato. È naturale che la loro rappresentanza politica si sia smarrita». Questo vuoto organizzativo e l’inutilità del dibattito parlamentare («Tanto oggi decidono in modo inappellabile l’Europa e le logiche del libero mercato, svuotando di poteri le assemblee»), secondo la giornalista, sono alla base dello sbandamento politico che ha regalato incredibilmente gran parte del voto operaio italiano alle sirene dei partiti di estrema destra.

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